Una Meloni morotea, e in rosso, decisamente spiazzante per gli avversari

Da Libero

L’Aldo Moro che Giorgia Meloni ha voluto citare e condividere parlando in Parlamento alla vigilia del Consiglio europeo di sostanziale avvio della legislatura uscita dalle elezioni continentali di giugno è del 1974. Il Moro presidente del Consiglio di un bicolore Dc-Pri, con Ugo La Malfa vice presidente, durato dal 23 novembre di quell’anno al 7 gennaio 1976, quando l’allora segretario del Psi Francesco De Martino gli ritirò l’appoggio esterno annunciando che i socialisti non sarebbero mai più tornati in una maggioranza senza la partecipazione dei comunisti.

Aldo Moro

         Seguì a quella crisi il quinto e ultimo governo Moro, composto di soli democristiani e destinato a gestire le elezioni anticipate di giugno del 1976. Che si conclusero con “due vincitori”, come lo stesso Moro definì la sua Dc e il Pci guidato da Enrico Berlinguer, incapaci di governare numericamente in Parlamento l’uno contro l’altro, pur essendosi proposti in posizione alternativa agli elettori. Seguirono due monocolori democristiani presieduti da Giulio Andreotti ma praticamente concordati nel programma e nella composizione fra lo stesso Moro e Berlinguer all’insegna della politica di cosiddetta “solidarietà nazionale”. Che fu una variante del ben più stringente “compromesso storico” perseguito dal segretario del Pci per evitare -diceva- che l’Italia finisse come il Cile, passato da un governo di sinistra ad un governo militare di destra a regìa americana.  

         Dalla “solidarietà nazionale”, attraverso un passaggio elettorale del 1979 anch’esso anticipato, con Moro ucciso l’anno prima dalle brigate rosse, si uscì un po’ per l’indisponibilità di Berlinguer ad accettare il riarmo missilistico della Nato -che avrebbe alla fine portato al crollo dell’Unione Sovietica- e un po’ per il coraggio restituito da Bettino Craxi ai socialisti di governare con la Dc avendo i comunisti all’opposizione.

         Vi ho elencato dati e fatti tutti precedenti o quasi immediatamente successivi alla nascita non solo politica ma persino anagrafica di Giorgia Meloni, intervenuta il 15 gennaio 1977. Ve li ho elencati per sottolineare lo studio che deve avere preceduto e motivato la decisione della premier, ieri, di rifarsi a Moro -alla vigilia, ripeto, dell’importante Consiglio europeo alla quale parteciperà- per condividerne l’idea di Europa: “il luogo -disse lo statista democristiano- in cui le nazioni diventano più grandi senza perdere la loro anima, una casa comune per le differenze”.

         Si tratta delle stesse differenze, pur a 50 anni di distanza, che hanno permesso e permettono alla Meloni, e alla destra italiana che lei guida e rappresenta, di dissentire prima dalla conferma della tedesca Ursula von der Leyen, per quanto diventata sua amica, alla presidenza della Commissione europea e poi di parteciparvi con Raffaele Fitto nella doppia veste concordata di commissario e vice presidente.

         Con questo significativo richiamo a Moro la Meloni ha spiazzato come più clamorosamente non potesse fare tutti quelli che a sinistra e nel pur fantomatico centro, sempre alla ricerca di un federatore o simile, ne contestano l’affidabilità come partner europea. Per giunta “la più potente” -per riconoscimenti mediatici e politici internazionali- di fronte alle crisi che attraversano la Francia e la Germania, abituate per troppi anni a considerarsi le padrone d’Europa, o quasi.

Romano Prodi

         Fra i più spiazzati dalle parole e dagli studi della Meloni penso si possa e si debba indicare l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi, guadagnatosi quello che meritava dalla Meloni alla chiusura della festa di Atreju, al Circo Massimo, per avere cercato di macchiettizzarla come una leader sì ma “obbediente” agli ordini delle consorterie di turno, al di là e al di qua dell’Atlantico. Questa di una Meloni morotea è l’ultima tranvata- come si dice a Roma- che poteva capitare a Prodi: l’uomo -non dimentichiamolo- di una famosa e, a dir poco, inquietante seduta spiritica proprio durante il sequestro Moro.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it il 21 dicembre

Stefano Bonaccini attende Conte all’ultimo miglio al Nazareno

         L’insofferenza per Giuseppe Conte cresce nel Pd, per quanti sforzi faccia la segretaria Elly Schlein di contenerla. Al presidente del partito Stefano Bonaccini è appena sfuggito di dire, in una intervista al Corriere della Sera, che il Movimento 5 Stelle “fatica a compiere l’ultimo miglio, e questo sta indebolendo sia loro che il centrosinistra”. E’ ormai d’archivio il Conte sorridente al seguito di Bonaccini in una festa dell’Unità.

La locandina del film del 1999

         L’ultimo miglio è il percorso finale di un prodotto da consegnare a chi lo ha acquistato a distanza. Ma è anche, forse soprattutto nell’immaginario letterario o cinematografico il percorso finale del condannato a morte. Un miglio chiamato verde in America per il colore che lo indica nel penitenziario e scolpito nella memoria di chi ha visto l’omonimo film del 1999, piaciuto al 92 per cento dei suoi numerosi spettatori.

Dal Corriere della Sera di ieri

         Sarà forse per questa assonanza non molto felice, diciamo così, con l’ esecuzione di una pena capitale, non adatta -temo- a ridurre le remore, le resistenze, le contrarietà di Conte ad un rapporto di alleanza organica o strutturale col Pd, aumentate dopo la rottura intervenuta anche su questo problema con Beppe Grillo, che il Corriere della Sera ha cercato di ridurre l’impatto delle parole di Bonaccini. L’ultimo miglio è diventato un “passo” nel titolo interno e nella sintesi del richiamo in prima pagina. “Il M5S fatica a fare il passo e si indebolisce”, hanno riassunto in via Solferino.

Paolo Gentiloni

         Né di ultimo miglio né di passo ha parlato in una lunga intervista al Foglio l’ex presidente del Consiglio ed ex commissario europeo Paolo Gentiloni, autorevole esponente pure lui del Pd. Che tuttavia, pur senza nominare Conte o il movimento che presiede, ha ammonito che “le coalizioni”, compresa quella che dovrebbe creare o costituire l’alternativa al centrodestra, “non possono essere ambigue sulle scelte di fondo e in particolare sulla politica internazionale. A volte -ha aggiunto Gentiloni pensando prevedibilmente proprio a Conte per la sua posizione sulla guerra in Ucraina- non si può mediare, bisogna solo scegliere, e anche non sciogliere a suo modo è una scelta”.

         Certo, anche nel centrodestra sulla guerra in Ucraina qualcosa di ambiguo, pur dietro il voto mai mancato in Parlamento a favore del Paese aggredito dalla Russia di Putin, si può avvertire nelle parole e negli umori di Matteo Salvini e della Lega. Ma Gentiloni ha detto di “non avere problemi ad ammettere” che “la posizione italiana in generale è stata molto buona, anche da parte del governo, e penso che abbia pure contribuito a far considerare l’esecutivo italiano e la presidenza del Consiglio del nostro paese come una componente di un occidente, di un’Europa occidentale, di un’Europa responsabile”. Con Conte nella maggioranza accadde invece che il governo di Mario Draghi solidale con l’Ucraina e deciso a sostenerla militarmente fu costretto nel 2022 alle dimissioni. E seguirono elezioni anticipate che accelerarono la vittoria della Meloni.

Gli scherzi da ospite alla festa della Meloni al Circo Massimo

Dal Dubbio

L’opposto dei famosi scherzi da prete, intesi come sorprese generalmente fastidiose, se non di cattivo gusto, può essere costituito dagli scherzi da ospite. Come se ne sono visti nell’edizione appena conclusa, al Circo Massimo di Roma, della festa annuale della destra italiana che porta il nome di Atreju.

Milei alla festa di Atreju con la Meloni

         L’ospite più illustre questa volta è stato il presidente argentino Javier Milei: quello della motosega che ha entusiasmato il “popolo” della Meloni pur dicendogli cose alle quali esso non era abituato, o non era stato evidentemente abituato abbastanza dalla sua leader. Che da due anni e più a Palazzo Chigi rivendica ogni volta che può il primato della politica sui tecnici, sui magistrati, sulle consorterie economiche e finanziarie. E proprio in nome della politica, bollata invece da Milei con linguaggio competitivo col Beppe Grillo dei tempi di maggiore successo, volle andare da presidente del Consiglio ad omaggiare in una mostra a Roma la memoria di Enrico Berlinguer, apponendo sul registro la certificazione della comune pratica di un’arte o attività per niente esecrabile.

         Un’esperta di umori e sentimenti di destra come la ex direttrice del Secolo d’Italia Flavia Perina ha raccontato e testimoniato sulla Stampa con la solita brillantezzail miracolo che ha saputo compiere Milei parlando da populista al Circo Massimo.

         Milei tuttavia, senza volergli mancare di rispetto e persino di una certa simpatia per le origini familiari italiane, è stato superato al Circo Massimo da Giuseppe Conte. Che, invitato da oppositore, ne è uscito non dico da sostenitore -per quel suo non nuovo rifiuto di cavalcare l’antifascismo contro il governo, come fanno gli altri avversari della Meloni, sino a proporla nei manifesti al bacio della buonanima di Mussolini- ma quanto meno da certificatore della sua stabilità. E del suo diritto di sentirsi al sicuro per la metà che resta della corrente legislatura e forse di quella intera che seguirà.

La coppia elettronica Casini-Schlein

         In particolare, parlando del Pd come ne ha parlato, e inorridendo all’idea di un’alleanza “organica” con esso, come si dice generalmente di un rapporto fra partiti decisi a governare insieme per realizzare un programma concordato, Conte ha vestito da introvabile Araba fenice la tanto decantata, minacciata, perseguita alternativa al centrodestra. Un’alternativa, a questo punto, importa poco se comprensiva o no, e in quale forma, di quell’altra Araba fenice che è il Centro, rigorosamente con la maiuscola. Alla cui culla si sporgono o si offrono nelle vesti più diverse troppi aspiranti assistenti, federatori e quant’altro. Qualcuno addirittura autoesploso rinunciando a quello che ha per protestare contro i critici o per meglio aspirare -chissà- a diventare quello che vuole. E che la segretaria del Pd Elly Schlein potrebbe temere più che desiderare, nonostante l’incoraggiamento ottenuto sui social da un video mandatole da Pier Ferdinando Casini e che lei ha scherzosamente contribuito a diffondere, baciata da lui che è l’ospite più centrista del partito del Nazareno, eletto al Senato nelle sue liste.

Pubblicato sul Dubbio

Il percorso di Giorgia Meloni dal Colle Oppio al Circo Massimo

La platea del Circo Massimo

Dal Colle Oppio, dove esordì nel 1998, al Circo Massimo, dove si è appena conclusa la festa di Atreju, il bambino orfano dei Pelleverde allevato dalla sua tribù indomita cui si ispira la destra di Giorgia Meloni alla guida del governo, la distanza è minima. Percorribile a piedi anche nei quindici minuti pur temerariamente promessi ai romani da Roberto Gualtieri, per niente di destra, per spostarsi da un posto all’altro nelle loro esigenze di cittadini, con lui in Campidoglio.

Da Repubblica

         Quindici minuti: meno di un attimo rispetto ai 26 anni trascorsi fra quella prima edizione a ridosso del Colosseo e questa che la Meloni ha voluto chiudere schernendo e sfidando i suoi avversari.  “Meloni contro tutti”, ha titolato la Repubblica.

         Pur al netto di tutti gli aspetti enfatici di una festa di partito, la ormai ex underdog, come lei stessa volle definirsi ricordando più di due anni fa le condizioni nelle quali si era proposta a Palazzo Chigi, la Meloni aveva qualche ragione, almeno, per chiudere ieri con soddisfazione la festa del suo partito.

Il presidente argentino Milei al Circo Massimo con la Meloni

         Più ancora dell’ospite più illustre e applaudito del Circo Massimo, il presidente argentino Javier Milei, che contende al trumpiano Elon Musk il titolo di maggiore amico e simpatizzante della premier italiana  è stato utile al successo e alle speranze della Meloni un ospite di ben inferiore caratura come l’ex presidente del Consiglio  e ora solo presidente di quel che è rimasto del MoVimento 5 Stelle: Giuseppe Conte. Che nel suo passaggio ad Atreju ha fato o confermato al pubblico meloniano la certezza che l’alternativa a questo governo è come l’Araba fenice.  Che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessuno sa.

Giuseppe Conte al Circo Massimo

         Proprio al Circo Massimo la presunta, seconda gamba dell’alternativa di cosiddetto centrosinistra, senza alcun trattino prudenziale e identitario, ha demolito la prima costituita dal Pd di Elly Schlein, negando il carattere “organico” di un’alleanza col Nazareno. E la Schlein, dal canto suo, quasi contemporaneamente esibiva in un’assemblea del suo partito la tessera d’iscrizione dell’imminente 2025 in cui agli occhi di Enrico Berlinguer, scelti per celebrarne nel 2024 i 40 anni dalla morte, è subentrata la parola “Unità”. Cui manca solo l’articolo, pleonastico del resto con la U maiuscola, della storica testata del Pci che continua a dare il suo nome alle feste del Pd.

La tessera d’Iscrizione del 2025 al Pd

          In una lunga e coltissima intervista -nel suo stile- a Repubblica il quasi centenario Aldo Tortorella diceva ieri: “Il partito comunista è stato una grande comunità. Ma non c’è più”.  Sbagliava. Esso sta tornando, o è già tornato con la imprevedibile Schlein, e quelle sue tessere d’iscrizione che sforna ogni anno. Di fronte alle quali si spiegano anche i tentativi pur infrutttuosi, più velleitari che altro, di far rivivere all’interno dello stesso Pd o collateralmente aspirazioni, nostalgie e quant’altro di Centro. Un’altra Araba fenice che nessuno sa dove sia, pur parlandone tutti.

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I caduti poco eroici della lunga rincorsa politica al centro

Dal Foglio di ieri

Sembra surreale ma è realissima la vicenda implosa, più che esplosa, del direttore ora dimissionario dell’Agenzia delle Entrate Enrico Maria Ruffini. Che ha deciso di uscirne, contestando peraltro con un anno e mezzo di ritardo un’accusa della premier Giorgia Meloni al fisco che può diventare “pizzo di Stato”, mentre montava sul piano mediatico una campagna per farne prima un attore e poi un federatore delle aree centrali della pur improbabile coalizione alternativa al governo in carica.

Io stesso mi sono preso una pausa prima di decidermi a graffiare l’argomento per capirne di più, pur avendo modestamente una certa esperienza di racconto e di analisi delle vicende politiche italiane nelle ormai diverse fasi della Repubblica.  Se non vogliamo promuoverle e al tempo stesso limitarle alle due edizioni che prevalgono nelle rappresentazioni giornalistiche: prima e dopo il passaggio dal sistema elettorale proporzionale a quello misto di proporzionale e maggioritario. O prima e dopo il ribaltamento dei rapporti fra politica e giustizia, o magistratura, intervenuto con le inchieste giudiziarie di una trentina d’anni fa sul finanziamento generalmente illegale dei partiti. Un ribaltamento in qualche modo certificato dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano scrivendone alla vedova di Bettino Craxi nel decimo anniversario della morte, in terra tunisina, del marito travolto più di tutti gli altri da quelle indagini. E dai processi che ne seguirono fra piazze e tribunali.

Il compianto Attilio Ruffini

Enrico Maria Ruffini, peraltro figlio del compianto e mio carissimo amico Attilio, più volte ministro democristiano, anche della Difesa, oltre che nipote di un cardinale di Santa Romana Chiesa per 22 anni arcivescovo di Palermo, dal 1945 al 1967, da potenziale o aspirante federatore o leader del Centro, con la maiuscola, di una coalizione proiettata a sinistra ha finito per diventarne una vittima. Che non sarebbe la prima, e probabilmente neppure l’ultima, non apparendomi francamente solide più di tanto le carte attribuite, a torto o a ragione, col consenso o all’insaputa degli interessati, al sindaco di Milano Giuseppe Sala, all’ex presidente del Consiglio ed ex commissario europeo Paolo Gentiloni ed altri che non sto qui ad elencare per motivi quanto meno scaramantici per loro.

Il presidente francese Emmanuel Macron

Gran disegno quello del Centro, sempre con la maiuscola, anche a sinistra come a destra, dove lo spazio è conteso tra Forza Italia di Antonio Tajani e l’apparente appendice di Noi moderati di Maurizio Lupi, in un sistema elettorale antitetico alla sua esistenza perché basato sul fatto di dover essere o di qua o di là, o da una parte o dall’altra. “Vasto programma”, diceva la buonanima del generale e presidente Charles De Gaulle in Francia. E sarà prima o dopo costretto a ripetere a Parigi l’attuale inquilino dell’Eliseo Emmanuel Macron, ostinato nella resistenza ai cambiamenti di umori dell’elettorato pur dopo averne incautamente promosso anticipatamente la verifica.    

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Se neppure il Vangelo è rispettoso della sacralità della magistratura

Giuseppe Santalucia

         C.1657 non è la sigla di un cacciabombardiere o di un missile intercettato da Giuseppe Santalucia dalla sua postazione di presidente dell’associazione nazionale dei magistrati, in vigilanza continua dell’autonomia, indipendenza, sovranità, onorabilità e quant’altro delle toghe italiane. E’ solo il numero assegnato negli uffici competenti ad una proposta di legge della deputata leghista Ingrid Bisa, di Asolo, 46 anni, avvocato di professione. Che con altri colleghi di partiti anche diversi dal suo, fra cui il renziano Davide Faraone, vorrebbe che fosse dedicata una giornata alla “memoria -testuale- delle vittime di errori giudiziari”. Come ce ne sono per le vittime del terrorismo ed altro, in un elenco di una sessantina di titoli.

         Per ragioni di riguardo verso la magistratura, mai abbastanza rispettata però secondo chi ne reclama la sacralità, nell’abitudine consolidata di accorciare al massimo i titoli anche delle leggi si è preferito chiamare sui giornali e nel dibattito politico la celebrazione proposta dalla Bisa “giornata delle vittime della malagiustizia”, anziché della giustizia tout court. Cone si chiamano vittime della strada quelle degli incidenti automobilistici, o dell’aria quelle degli incidenti aerei, o del lavoro quelle nei cantieri, della sanità quelle degli incidenti sanitari e via dicendo. Anche Gesù nel discorso delle Beatitudini riportato nel vangelo di Matteo promosse a beati, appunto, “i perseguitati per causa della giustizia” promettendo loro il compensativo “regno dei cieli”.

         Personalmente, non sentendomi vincolato ad alcuna formula farisaica, specie poi se reclamata con poco o nessun riguardo dagli interessati avvolti nella loro presunzione di superiorità morale, continuerò a scrivere di questa giornata sinteticamente come di quella delle vittime della giustizia, se mai davvero la deputata leghista e i suoi colleghi riuscissero a fare approvare la loro proposta in entrambi i rami del Parlamento, a farla promulgare fra le prevedibili proteste dell’associazione nazionale dei magistrati e farla sopravvivere ad un referendum abrogativo. Che verrà, probabilmente anch’esso, tentato per difendere il buon nome della magistratura così maldestramente minacciato dalla solita politica dei peggiori istinti o abitudini.  

Gaia Tortora

         Naturalmente condivido in pieno il sentimento di “pena” espresso severamente dalla figlia di Enzo Tortora, Gaia, e collega giornalista, per l’astensione adottata nella Commissione Giustizia della Camera dai parlamentari del Pd di Elly Schlein recependo le preoccupazioni e le critiche del presidente dell’associazione nazionale dei magistrati. E magari deludendolo per il mancato voto dichiaratamente contrario.  Una pena pari solo all’indignazione che merita il ricordo della tragedia di Enzo Tortora, arrestato ingiustamente per camorra il 17 giugno 1983, esibito in catene e morto di un tumore non estraneo alla sua disavventura giudiziaria. Un 17 giugno che dovrebbe servire ogni anno a ricordare anche lui.      

Tutti i paradossi politici della premier Giorgia Meloni e dei suoi avversari

Dal Dubbio

Più crescono le quotazioni internazionali della premier Giorgia Meloni, la leader “più forte in Europa” secondo Politico.eu anche per la “stabilità” del   suo governo, più aumentano paradossalmente i problemi interni. Che nascono spesso non tanto dalle opposizioni, deboli proprio per il plurale con cui bisogna continuare a scriverne, quanto dalla stessa maggioranza attraversata da quelle che la Meloni ha definito “schermaglie”, per ridurne portata e significato. Ma esse fanno obbiettivamente troppo rumore, a dir poco, per essere davvero archiviate con quel termine.

Sergio Mattarella

         Lo penso e lo scrivo pur al netto delle dosi eccessive di fantasia che trovo tra cronache e retroscena giornalistici, che mi appaiono spesso finalizzati più ad alimentare zizzania o ambizioni del bosco e sottobosco politico che ad informare. Mancano ancora più di quattro anni alla scadenza del secondo mandato di Sergio Mattarella al Quirinale, per esempio, e già si scrive e si fantastica di trame, o simili, per delinearne il successore. Accadeva anche nella cosiddetta prima Repubblica, dove però c’erano partiti solidi che si potevano permettere campagne così lunghe.

         Alle schermaglie di definizione meloniana si aggiungono, nei confini della maggioranza e oltre, pasticci come quello appena prodotto dalla decisione della Cassazione, pur non definitiva, spettando l’ultima parola alla solita Corte Costituzionale, sulla permanente praticabilità del referendum abrogativo della legge sulle cosiddette autonomie differenziate regionali.

Carlo Nordio

         Il ministro competente, e leghista, Roberto Calderoli ha contestato alla Cassazione la scorrettezza di avere anticipato ai giornali e non a lui contenuto e motivazioni della decisione o tentativo di salvaguardare il referendum abrogativo di una legge in pendenza delle modifiche che il Parlamento dovrà apportarle in sette punti contestati dalla Corte Costituzionale. Ma, più che un problema d’informazione, sospetto che quello di Calderoli sia stato un problema di sorpresa. Che credo condiviso anche dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, ben più competente di lui, che si era esposto a dubitare pubblicamente della praticabilità di quel referendum dopo gli aggiornamenti reclamati dai giudici della Consulta. E apportabili dal Parlamento in tempi francamente incompatibili con quelli ormai stretti politicamente che ci distanziano dalla primavera referendaria.

Quest’ultima tuttavia prevede altri cinque referendum, sempre abrogativi, su cui le opposizioni contano di mettere in difficoltà il governo per indebolirne la maggioranza, anche se sarà difficile, per le abitudini astensionistiche ormai prese dall’elettorato, raggiungere la partecipazione indispensabile -il cosiddetto quorum- per renderne validi i risultati.

         Si vedrà insomma se la primavera referendaria si risolverà a favore della Meloni, non compromettendone la forte immagine internazionale, o dei suoi avversari. Ma si vedrà anche se l’istituto del referendum abrogativo sopravviverà alla crisi in cui si dibatte ormai da tempo.

Pubblicato sul Dubbio

Gli incidenti di percorso nella lotta alla giornata delle vittime della giustizia

         Senza volere togliere nulla ai problemi, problemucci, schermaglie e simili che angustiano la politica e i suoi protagonisti, o semplici attori, di governo e di opposizione ottimisticamente al singolare, è curiosa la santabarbara che sta diventando la presidenza dell’associazione nazionale di categoria nell’ultima battaglia, in senso cronologico, che ha scelto di condurre contro i presunti attentatori all’indipendenza, all’autonomia e alla credibilità dei magistrati. Una santabarbara che sta esplodendo, per fortuna solo metaforicamente, sotto Santalucia: Giuseppe Santalucia, presidente appunto del sindacato delle toghe.

         Già ieri, per la sua opposizione alla giornata delle vittime della giustizia che degli sprovveduti, evidentemente, vorrebbero istituire con una legge che, a suo avviso, discriminerebbe i magistrati rispetto ai medici -le vittime dei cui errori non hanno una giornata in loro onore da fare celebrare- Santalucia è incorso nella stringente, direi impietosa reazione di Mattia Feltri. Che sulla Stampa gli ha ricordato o rinfacciato, come preferite, la esposizione dei medici ad un tipo di responsabilità civile per i loro errori risparmiato ai magistrati. Contro i quali è quanto meno difficile promuovere un’azione risarcitoria che li penalizzi  personalmente, assumendosene alla fine il carico lo Stato, cioè anche il cittadino danneggiato.

Dalla Stampa

         Oggi impietosamente il mio amico Mattia è tornato sull’argomento ricordando a Santalucia non il caso famosissimo del compianto e innocente Enzo Tortora -il giorno del cui arresto nel 1983, il 17 giugno, si vorrebbe promuovere alla celebrazione delle vittime della giustizia- ma quello di Giuseppe Gullotta. Che dopo 22 anni di carcere per un delitto non commesso contro due carabinieri si è visto negato dal tribunale civile di Firenze ogni risarcimento. Condannato anzi a pagare le spese processuali per l’azione risarcitoria intrapresa.

Dal Dubbio

         Sempre oggi, sul Dubbio si racconta invece la storia di un imprenditore -Agostino Gaglianone, detto Maurizio- finito a suo tempo nell’inchiesta chiamata Mafia Capitale, e per due anni e otto mesi in carcere. Che, riconosciuto innocente, si è visto negato pure lui il risarcimento dei danni subiti.

Dal Riformista

         I due innocenti vittime di una giustizia chiaramente amministrata male, e tutti gli altri che si trovano nelle loro condizioni, non avrebbero secondo Santalucia e i magistrati che egli rappresenta neppure il diritto ad una giornata celebrativa delle loro disavventure. E il tutto in un momento in cui la magistratura continua a tenere in mano, volente o nolente, il pallino della politica impasticciandola più di quanto la stessa politica non sia capace di fare da sola. Lo dimostra il referendum abrogativo appena salvato dalla Cassazione contro la legge sulle cosiddette autonomie regionali differenziate già mutilata in 7 punti dalla Corte Costituzionale. Che alla fine deciderà anche se smentire o no la Cassazione negli effetti delle sue decisioni sulla legge in questione.  

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Da guai ai vinti di Brenno a guai a chi viaggia di venerdì…..

Dal Corriere della Sera

Più cresce, anche per la sua sfida costante alla magistratura, il rischio che venga condannato per sequestro di migranti, trattenuti più di cinque anni fa  a bordo della nave  Open arms che li voleva sbarcare in Italia,  più rischia di salire paradossalmente la popolarità dell’allora vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini. E ora vice presidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture, che ancora più paradossalmente rischia di salire ulteriormente di gradimento per la bocciatura giudiziaria, sia pure di carattere solo amministrativo, appena rimediata per avere cercato di contenere in quattro le ventiquattro ore di sciopero nel settore dei trasporti pubblici in corso anche in questo venerdì, il penultimo prima di Natale.

Dal Tempo

  Mai che fosse venuto in mente alle organizzazioni sindacali da un po’ di tempo a questa parte di fare sciopero in un giorno diverso dal venerdì, non foss’altro per rendere meno sospetto d’espansione del fine-settimana il pur costituzionalmente garantito diritto protestatario di astensione dal lavoro, per carità. Astensione peraltro motivata pure questa volta con ragioni politiche. ”Lo sciopero più pazzo del mondo”, ha scritto l’ex parlamentare del Pd Tommaso Cerno, già direttore dell’Espresso e ora del Tempo.

         “Sarà il caos”, ha preannunciato il leader leghista commentando il ricorso dei sindacati accolto dai giudici del tribunale amministrativo del Lazio, nessuno dei quali probabilmente a rischio di rimanere oggi per strada potendosi muovere senza i mezzi di trasporto pubblico. Se poi ce ne fosse qualcuno esposto a questa evenienza, difficilmente sarebbe scambiato da un comune cittadino o utente per un eroe. Apparirebbe piuttosto un masochista.  

         Dal famosissimo, storico “guai ai vinti” attribuito a Brenno da Tito Livio scrivendo della Roma conquistata nel quarto secolo avanti Cristo dai Galli Senoni siamo passati al “guai a chi viaggia” dei nostri giorni, anzi di questo ennesimo, sfortunato venerdì. E poi fior di cronisti, retroscenisti, analisti  si sperticano da mesi, anzi da anni, a raccontare e spiegare le ragioni per le quali un uomo come Salvini debba essere considerato incompatibile con qualsiasi combinazione di governo o di maggioranza. Una specie di Gabibbo della politica, lo ha appena definito Massimo Gramellini sul Corriere della Sera.  E non capiscono perché dal rocambolesco 34 per cento raggiunto nelle elezioni europee del 2019, lo stesso anno peraltro della vicenda dell’Open arms per la quale Salvini è prossimo alla prima sentenza, la sua Lega non sia ancora caduta al 3,4 per cento, sotto il 3,6 del MoVimento 5 Stelle di Giuseppe Conte nelle recenti elezioni in Emilia-Romagna. E insista invece a contendere a Forza Italia il secondo posto nella coalizione di centrodestra, o il terzo nella graduatoria generale, comprensiva di centrodestra e cosiddetto centrosinistra, Conte permettendo naturalmente dalla sua postazione di “progressista indipendente”.

La Meloni fra gli onori e le spine della corona di leader europea più forte

Mattarella e Philipe VI al Quirinale

Giorgia Meloni ha trascorso la sua prima giornata di “leader più potente d’Europa”, come l’ha riconosciuta la testata americana Politico.eu, dividendosi a Roma fra le “schermaglie”, come le chiama lei, che animano la sua solida maggioranza parlamentare e gli onori di casa al Re di Spagna Philipe VI ospite della Repubblica italiana, su invito del presidente Sergio Mattarella.

Ezio Mauro e Lilli Gruber ieri sera a Otto e mezzo

         In serata  a Otto e mezzo, sulla 7, assistita da remoto da un Ezio Mauro più severo del solito, che poi si sarebbe occupato in una trasmissione tutta sua sui misteri funerari, anatomici e anche politici di Lenin a cento anni e più dalla morte, Lilli Gruber ha cercato di ridimensionare alla sua maniera la corona mediatica assegnata alla premier italiana. Peraltro restituita al genere maschile che l’interessata preferisce si usi quando si parla di lei come presidente del Consiglio: E quindi “uomo”, ha sottolineato la conduttrice.

         Scrupolosa com’è nella lettura dei dispacci d’agenzia e simili, la Gruber ha fatto osservare che non mancano le spine nella corona di Politico.eu alla Meloni, apprezzata per la sua forza rispetto ai 28 leader europei vagliati per il titolo ma pizzicata, diciamo così, anche in alcuni punti deboli come sarebbero i suoi rapporti con la magistratura italiana. Che evidentemente in America non appare solo come quella un pò pasticciona e invadente avvertita e criticata da Elon Musk, fanoso per i soldi e i rapporti personali col presidente di ritorno alla Casa Bianca Donald Trump.

L’arresto di Enzo Tortora il 17 giugno 1983

         Un caso davvero sfortunato per la magistratura italiana e i suoi estimatori ha voluto che proprio in questi giorni essa si sia appuntata sul petto, sia pure metaforicamente, la medaglia procuratale dal presidente del sindacato delle toghe, Giuseppe Santalucia, bloccando un tentativo parlamentare di istituire una giornata in onore delle vittime della giustizia. Giornata che avrebbe dovuto essere quella del 17 giugno, in cui nel 1983 fu arrestato il giornalista e condutttore televisivo Enzo Tortora, processato per camorra e dintorni, assolto e infine morto a casa per un tumore rimediato fra gli stress della sua detenzione e contorni.

Giuseppe Santalucia

         Pure Gesù nel famoso discorso evangelico delle Beatitudini si ricordò dei “perseguitati” dalla giustizia. Ma Santalucia non ha voluto sentire ragioni. Quella giornata non si deve istituire perché dannosa per il credito assai ridottosi delle toghe italiane, e discriminatoria in quanto non se ne prevede una in memoria delle vittime degli errori dei medici.

Dalla Stampa

 “Però i medici- ha risposto sulla Stampa Mattia Feltri- quando sbagliano vanno a processo, i magistrati no. Per i magistrati c’è la sanzione disciplinare o la causa civile e, se la perdono, e non la perdono mai (otto volte in dodici anni, dal 2010 al 2021), non pagano loro ma paga lo Stato”. Seguono altre considerazioni che potrete apprezzare alla fonte, chiamiamola così, sotto il titolo “Il dramma e il reato”: il dramma del magistrato, e non solo della sua vittima, e il reato del medico.

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