Quella direttiva europea di non cambiare legge a ridosso del voto

La tentazione è forte, quasi come al bar per lo sport. E quella, in politica, di dare consigli al vincitore o allo sconfitto di turno, o a entrambi, come ha fatto sul Corriere della Sera il mio amico Paolo Mieli dopo la bocciatura referendaria della riforma costituzionale della magistratura intestatasi dal governo blindandone il contenuto nel percorso parlamentare. E fornendo con ciò stessoalle opposizioni una buona ragione, o un buon pretesto, come preferite, per arroccarsi nell’azione di contrasto, pur essendo le modifiche costituzionali con la qualificata   maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera previste dall’articolo 138, primo comma, dicono i giuristi. Cui segue il terzo, ed ultimo, in cui una modifica costituzionale diventa non impugnabile con l’arma referendaria se approvata in Parlamento con la maggioranza, ancora più vasta, dei due terzi.

       Da non richiesto, forse neppure gradito consigliere della premier già troppo assediata da familiari, amici e alleati nell’approccio alla ripresa dalla  botta del referendum, raccontata in tanti retroscena addirittura attratta da un ricorso ad elezioni anticipate di cui non disporrebbe perché la competenza di questa decisione interruttiva della legislatura è solo, insindacabilmente, del presidente della Repubblica; da non richiesto, forse neppure gradito consigliere, ripeto, suggerirei alla presidente del  Consiglio di non tentare neppure questa carta. Che Mattarella non le farebbe giocare in tempi peraltro di guerra, come ha avvertito il più competente dei ministri in materia che è quello della Difesa Guido Crosetto. Della Difesa, ripeto, non della Guerra, con la maiuscola, come Donald Trump ha promosso , diciamo così, il suo omonimo americano.

       Mi piacerebbe inoltre, o infine, per ridurre al minimo spazio e tempo nella buca del suggeritore, che la Meloni spiazzasse tutti, a cominciare da lei stessa, rinunciando alla riforma della legge elettorale già messa mel cantiere parlamentare. Ma così, dicono dalle sue parti, la coalizione di centrodestra perderebbe contro avversari prevedibilmente alleati, non più separati come nelle elezioni precedenti.  E chi lo ha detto? , ammesso e non concesso che il cosiddetto campo largo dell’alternativa trovasse la quadra per non diventare o confermarsi camposanto.

       La Meloni avrebbe un’occasione tanto coraggiosa e ragionevole quanto destinata a procurarle consensi per imporre una svolta etica, a dir poco, sul terreno delle regole del voto. Che da troppo tempo cambiano in Italia a ridosso delle elezioni, ordinarie o anticipate, spesso destinate a concludersi in senso diverso o opposto da quello perseguito dai promotori della riforma di turno. Le regole per decenza raccomandata, a dir poco, anche da una direttiva europea ignorata anche dai presidenti della Repubblica che hanno controfirmato le riforme, non possono cambiare a partita in corso. O addirittura al secondo tempo della partita, o nei cosiddetti tempi supplementari del calcio. E’ una questione etica, dicevo. Morale, potrei aggiungere, se di questo aggettivo non si fosse fatto tanto abuso in Italia da diventare negativamente moralistico.

Pubblicato sul Dubbio

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