Il processo ritorsivo che rischia l’ex capa di Gabinetto del ministro della Giustizia

Una “legge di governo” non di oggi o di ieri ma da tempo in vigore – come l’ha definita Il Fatto Quotidiano con spirito critico sulla paternità- consente dunque all’ormai ex capa di Gabinetto del ministro della Giustizia, Giusi Bartolozzi, di “rientrare subito in magistratura”. Dalla quale critici ed avversari l’avevano arbitrariamente esclusa scrivendone e parlandone nella campagna referendaria come ex. Era invece, anche nella funzione di capo di Gabinetto, una magistrata, in particolare di Corte d’Appello, distaccata come molti altri colleghi presso il Ministero della Giustizia, dove le toghe non lavorano di nascosto ma alla luce del sole, e in posizioni anche direttive.

       Di ex ora Giusi Bartolozzi è solo capo di Gabinetto, ripeto, del Guardasigilli, e anche deputata eletta nelle liste di Forza Italia nel 2018, rimanendo alla Camera sino alla fine di quella legislatura, nel 2022. Magistrata era prima delle elezioni ed è rimasta anche dopo, pur distaccata -ripeto- al dicastero della Giustizia, in via Arenula. Dove si era guadagnata anche il soprannome di “zarina”, non nel senso rispettoso e un pò anche ammirato con cui era chiamata così alla Camera la presidente Nilde Jotti.

La politica è notoriamente piena di risorse nell’uso disinvolto delle parole e delle immagini, che si meritano il più o il meno secondo le circostanze, le persone, gli umori, le esigenze della lotta. Che la buonanima di Aldo Moro preferiva chiamare mitemente “confronto”, con una parola definita polemicamente e ironicamente “magica” da Amintore Fanfani, l’altro “cavallo di razza della Dc”, come li definiva la buonanima -pure lui- di Carlo Donat-Cattin.

       Il sipario calato durante la campagna referendaria, ma anche prima, sull’appartenenza della Bartolotti alla magistratura, vincitrice regolare di un altrettanto regolare concorso, serviva solo a nascondere, disconoscere e quant’altro la competenza dell’interessata. La sua conoscenza di leggi, cose e persone, a cominciare dai colleghi di toga, tale da avvertire prima e più di altri  situazioni pericolose, e immagini conseguenti. Come quel “plotone di esecuzione” gridato -pur scompostamente forse- in un salotto televisivo pensando, credo, anche alla Procura della Repubblica di Roma che ha aperto e concluso indagini a suo carico propedeutiche a un processo per il famoso caso del libico Almasri rimpatriato con un volo di Stato. Un processo sostitutivo, con l’accusa di false informazioni al pubblico ministero, di quello tentato dal tribunale dei ministri, ma impedito legittimamente dal Parlamento, contro i ministri, appunto, della Giustizia e dell’Interno, Carlo Nordio e Matteo Piantedosi, e il sottosegretario principale alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. 

       Un processo solo sostitutivo, quello che rischia la magistrata già capo di Gabinetto del Guardasigilli, o anche un po’ ritorsivo? Me lo chiedo pensando male, quindi peccando, ma col sospetto, quanto meno, se non la convinzione di azzeccarci, o indovinarci, come diceva un’altra illustre buonanima: Giulio Andreotti.

Pubblicato sul Riformista

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