L’inclemente Mastella del no in filo di voce e di logica dopo la vittoria

Il mio amico Clemente Mastella, sindaco di Benevento, già ministro della Giustizia e altro ancora, politico non di lungo ma di lunghissimo corso, sia della prima sia della seconda Repubblica, ha voluto partecipare con un’intervista al Mattino alla festa della vittoria referendaria del no alla riforma costituzionale della magistratura. Una vittoria alla quale egli contribuito criticando contenuto, modalità e tempi della separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri, i due conseguenti Consigli superiori e l’Alta Corte di disciplina.  E sorprendendo non solo me ma tutti quelli che hanno vissuto con lui, pur a distanza e in silenzio, la cervellotica, lunga vicenda familiare e giudiziaria costatagli già all’inizio la carica di Guardasigilli nel secondo governo di Romano Prodi, caduto nel 2018 trascinandosi appresso la legislatura.

       A sentire gli accusatori nella Procura di Santa Maria Capua Vetere la moglie di Mastella, allora presidente del Consiglio regionale della Campania, e il marito ministro, ripeto, avevano messo su una baracca quasi delinquenziale di scambio di favori, assunzioni e contorni, come se fossero ancora nella vituperata prima Repubblica e non nella seconda che avrebbe dovuto rigenerare tutto e tutti. I Mastella furono naturalmente assolti, ma al solito passo di lumaca, comunque ridotti, volenti o nolenti, ad una dimensione politica rigidamente locale, quando Clemente -vi assicuro- aveva ancora una caratura nazionale, risultato peraltro decisivo nelle ultime elezioni generali vinte di un soffio dall’Unione prodiana, o centrosinistra, come preferite.

       Nell’intervista al Mattino il sindaco di Benevento ha parlato con “un filo di voce” puntualmente annotato dal giornalista Lorenzo Calò. Ma anche con un filo ancora più sottile di logica che mi permetto di contestargli. Ora che è stato salvato, fra l’altro, il Consiglio superiore, e unico, della magistratura, dove l’associazione nazionale e correntizia delle toghe potrà continuare a fare, almeno in teoria, il lavoro scoperchiato dalla vicenda Palamara  del mercato delle carriere,  il buon Mastella ha espresso la fiducia che i magistrati sappiano cogliere l’occasione loro offerta di  una “responsabilità maggiore”, con “uno sforzo più profondo in termini di equilibrio e di imparzialità”: più profondo nel senso che è stato sinora alquanto scarso, o comunque deludente, se si sono verificate quelle che lo stesso Mastella ha definito “distorsioni”.

       Ma perché mai i magistrati dovrebbero “sforzarsi di più”, come dice Mastella, quando si sono sentiti promossi dalla vittoria referendaria? Ed hanno festeggiato nei tribunali con dolcetti e spumante in bicchieri di carta, ma forse anche di vetro. Perché?, ripeto. Dopo che il capo della Procura della Repubblica di Napoli, il portabandiera Nicola Gratteri, fiero -penso- della più alta percentuale di no alla riforma registratosi nel suo distretto giudiziario, a sua volta il maggiore d’Europa, non solo d’Italia, si è proposto di “fare poi i conti” con gli sconfitti. Un Brenno, insomma, in versione giudiziaria e partenopea.

       Giudiziaria. Ecco che cosa mi sembra ormai diventata, ancora più di prima, col risultato del referendum la Repubblica italiana che immaginavo ingenuamente “fondata” non sulle Procure ma “sul lavoro”, com’è scritto nel primo articolo della Costituzione.

Pubblicato sul Dubbio

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