Al Ministero della Giustizia, e dintorni, hanno qualche problema post-referendario…..

       Si sprecano naturalmente le immagini giornalistiche sulle teste che rotolano dopo la sconfitta del governo nel referendum sulla riforma costituzionale della magistratura, Oltre alle teste che rotolano, appunto, abbiamo il terremoto, la scossa, la bufera, le pulizie di Pasqua, le grandi purghe, la ghigliottina, il caos, la motosega e persino l’ironica “strage di Stato” del manifesto, con la minuscola impostasi dal quotidiano ancora dichiaratamente e orgogliosamente comunista.

Anche a costo di contraddirsi in poche ore, avendo appena annunciato che nulla sarebbe cambiato nel suo Ministero, il Guardasigilli Carlo Nordio ha dovuto adeguarsi non ai consigli ma agli ordini, praticamente, della premier Giorgia Meloni. Gli ordini di privarsi del suo capo di Gabinetto, Giusi Bartolotti, la “zarina” di via Arenula incoronata sarcasticamente dai giornali, e del suo sottosegretario Andrea Delmastro. L’una a rischio di processo per l’affare del rimpatrio del libico Almasri, contestato giudiziariamente anche allo stesso ministro della Giustizia, a quello dell’Interno Matteo Piantedosi e al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, protetti però dal divieto parlamentare di portarli in giudizio, l’altro condannato in primo grado per rivelazione del segreto d’ufficio, non riconosciuto però dal superiore qual era il Guardasigilli.

       Ma più del processo che la minaccia o di quello che ha subito, l’una e l’altro hanno pagato per le occasioni che hanno avuto durante la campagna referendaria di portare acqua, diciamo così, al mulino del fronte del no, aiutandolo probabilmente a vincere. La Bortolotti -non “ex” come ha continuato a definirla ieri sera anche il Tg1, ma magistrata di Corte d’Appello distaccata al Ministero della Giustizia come molti altri suoi colleghi- aveva definito pesantemente “plotoni di esecuzione” quelli che mandano a processo o condannano degli innocenti, pensando probabilmente anche alla sua personale vicenda. Delmastro invece aveva conpiuto la effettiva imprudenza, scusandosene inutilmente col ministro e forse anche con la premier, di essersi associato in affari di ristoro con la figlia poco più che minorenne di un prestanome mafioso. Di cui l’ancòra sottosegretario avrebbe potuto conoscere la storia, ammesso che ne fosse all’oscuro, con una banale ricerca internettiana.

       Dell’avvocato, peraltro, Delmastro riconosco la inopportunità di una sua permanenza nel governo, come anche della Santa, come viene chiamata dagli amici affettuosamente la ministra del Turismo Daniela Santanchè, invitata anche lei dalla pur amica Meloni alle dimissioni, con tanto di comuniicato ufficiale,  per occuparsi con maggiore tempo e profitto, diciamo così, di alcuni suoi problemi giudiziari obiettivamente scomodi, pur sopraggiunti nella conoscenza pubblica alla sua nomina a ministro tre anni e mezzo fa.

       Della Giusi Bartolozzi continuo invece a credere che abbia subìto un processo mediatico, e sommario, persino peggiore di quello che forse l’aspetta in tribunale. La sua colpa è stata ed è quella solo di essere una magistrata consapevole di ciò che i suoi colleghi riescono a fare quando sbagliano, non sempre casualmente o inconsapevolmente. 

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