La vittoria referendaria che ha curiosamente spiazzato il no

       Un’ora e mezza dopo la chiusura delle votazioni referendarie il fronte del no alla riforma costituzionale della magistratura ha voluto e potuto cominciare a cantare vittoria, in qualche modo doppia perché nel contesto di un’affluenza alle urne molto più alta del previsto. E in quanto tale, questa affluenza, messa dai sondaggi, di ogni colore e tendenza, a vantaggio invece del sì. Che invece è risultata subito perdente, sia pure in una “fornice stretta”, come dicono sempre i sondaggisti.

       E’ di un qualche significato il fatto che dal fronte del no il primo a festeggiare, intestandosi praticamente la vittoria, sia stato l’ex premier Giuseppe Conte parlando di una “primavera” in cui gli alberi più fioriti sarebbero quelli del suo movimento 5 Stelle. E così spingendo per la sua candidatura a Palazzo Chigi, con tanto di primarie, se il campo largo dell’alternativa al centrodestra di Giorgia Meloni dovesse davvero tradursi in una coalizione e in un programma comune, da ricavare confrontando quelli che i vari partiti debbono ancora definire ciascuno per suo conto.

       Non credo, a occhio e croce, che questa tempestività di Conte abbia fatto piacere alla segretaria del Pd e sia destinata a facilitarle il percorso che l’aspetta, fuori ma soprattutto dentro la forza che guida dopo essere arrivata alla sua testa “senza essere avvertita”, come lei stessa si vantò a suo tempo. Quando a spingerla al Nazareno furono con le primarie aperte agli esterni più costoro che gli interni, cioè gli iscritti. Iscritti fra i quali penso che in maggioranza siano quelli che si sono riconosciuti più nel sì referendario  dei dissidenti che nel no praticamente imposto al partito dalla segretaria. Un bel pasticcio, direi. Che paradossalmente fa sfociare il referendum in un risultato opposto, o quasi, a quello numerico e ufficiale.

       Più spedito, mi pare, mi sembra il cammino della sconfitta, che naturalmente è la premier premuratasi ad avvertire in tempo che il suo governo continuerà a lavorare sino alla fine ordinaria della legislatura affidandosi allora, solo allora, al giudizio degli elettori.

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