Anche Walter Veltroni – tu quoque- ha dunque deciso di votare no alla riforma costituzionale della magistratura nel referendum del 22 marzo. Lo ha annunciato a Repubblica alla fine di un’intervista spiegando a Stefano Cappellini: “Quando si cambiano sette articoli della Costituzione non si può uscire dal Consiglio dei ministri dicendo che il testo è blindato. La Costituzione si cambia insieme, dialogando. Siccome in questa scelta e nella campagna elettorale -ha detto- si vede un’ispirazione di tipo più autocratico che democratico, io voterò no”.
E’ un po’ lo stesso discorso, o ragionamento, fatto di recente da Massimo D’Alema – col quale Veltroni si è trovato spesso in dissenso quando praticava la politica a tempi pieno o totalizzante- all’assorto Corrado Augias nella torre televisiva di Babele, su la 7. Un discorso o ragionamento da anni piuttosto lontani -Sessanta del secolo scorso- dell’”arco costituzionale” steso nella Dc da Ciriaco De Mita per chiudere la porta alla destra missina e socchiuderla al Pci pur arroccatosi nell’opposizione al centro-sinistra, ancora col trattino. Un arco oggi un po’ d’antiquariato perché tutti, ma proprio tutti i partiti che si intestarono la Costituzione finalmente repubblicana sono morti. Alcuni nemmeno di morte naturale, se pensiamo a quelli suicidatisi nella pratica del finanziamento illegale o decapitati dalla magistratura della stagione delle “mani pulite”.
A parte tuttavia l’antiquariato dell’arco costituzionale di De Mita, la sinistra referendaria del no alla riforma costituziomale della magistratura. a carriere separate fra giudici e pubblici ministri e tutto il resto, è coerente solo con l’errore commesso da Veltroni nel 2008 come primo segretario del Pd, fondato l’anno prima. L’errore, in particolare, di preferire Antonio Di Pietro a Marco Pannella nell’apparentamento elettorale. Il Di Pietro oggi autocritico e favorevole alla riforma della magistratura ma allora in politica col credito guadagnatosi come sostituto procuratore simbolo delle già ricordate “mani pulite”, che faceva “sognare” le folle per le manette che le sue indagini procuravano ai politici non disposti a sottrarvisi confessando anche più di quanto non avessero fatto coi loro corruttori.
Quella decisione di Veltroni di apparentarsi elettoralmente, ripeto, più col Di Pietro ancora giustizialista che con Pannella precluse al Pd i voti di cui aveva bisogno per diventare davvero maggioritario, come il segretario voleva. Voti fra i quali, per quel poco che valeva e vale, anche il mio. Voti che la sinistra probabilmente continuerà a mancare col no referendario condiviso da Veltroni. Che pure avrei personalmente trovato in migliori condizioni con i tanti compagni o ex compagni schieratisi sul fronte del sì: dal presidente emerito della Corte Costituzionale Augusto Barbera all’ex ministro Cesare Salvi e a Claudio Petruccioli. Dei sì che non so quanto potranno resistere, e rimanere nel Pd, se dovesse vincere il fronte del no col conseguente rafforzamento dei vincoli fra la sinistra e la magistratura associata, diversa da quella più vasta che difende la sua autonomia e differenza dalle correnti pseudo-sindacali.
Pubblicato sul Dubbio
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