Non per guastargli, tapino come potrò sembrargli, la festa dei 90 anni appena dedicatagli da compagni e amici a due passi dalla Camera, tutti felici e qualcuno anche sinceramente commosso, ma quell’opinione espressa da Achille Occhetto di un’Italia messa “peggio che durante il fascismo”, evidentemente per essere governata da Giorgia Meloni e alleati di centrodestra, mi sembra un’enormità degna solo di lui per tutti gli errori commessi quando gli capitò di diventare segretario del Pci. Di fargli poi cambiare nome nel furbesco tentativo di scampare al crollo del comunismo e di sfidare l’imprevisto Silvio Berlusconi con un’”allegra macchina da guerra” che gli costò prima la sconfitta. E infine il pensionamento anticipato disposto da Massimo D’Alema, “il deputato di Gallipoli”, come lo stesso Occhetto una volta lo chiamò con spirito più critico che geografico.
Per rendergli omaggio, ricambiato dall’annuncio che sarebbe ben felice di votarla alle primarie per la leadership dell’alternativa al centrodestra, la segretaria Elly Schlein ha detto che il Pd non ci sarebbe se non ci fosse stato a suo tempo Occhetto. Certamente, ma in senso negativo, perché lo stato al quale è ridotta la sinistra, o la cosiddetta sinistra in Italia è l’effetto del corso impressogli da Occhetto quando gli capitò- ripeto- di guidarne la parte più consistente succedendo ad Alessandro Natta, sorpreso in ospedale, o quasi, dall’annuncio della successione.
La sinistra, scampata secondo Occhetto al crollo del muro di Berlino, avrebbe potuto imboccare la strada dell’“unità socialista”, come la chiamava il segretario del Psi Bettino Craxi sventolandone le bandiere dalla sede nazionale del partito e offrendosi imprevedibilmente, dopo le elezioni del 1992, ad un percorso unitario nel governo o all’opposizione. Io gli dissi: “Bettino, sei matto?”. E lui mi rispose: “Tranquillo, mi diranno no”. E così avvenne con l’annuncio di Occhetto che quella dei rapporti col Psi era ormai una “questione morale” più che politica. Morale come nel 1981 Enrico Berlinguer aveva definito la questione dei rapporti del suo Pci, avvolto nella bandiera della “diversità”, con tutti gli altri partiti associati sino a meno di due anni prima alla maggioranza della famosa “solidarietà nazionale”.
Piuttosto che trattare con Craxi l’unità socialista, che senza il muro di Berlino avrebbe potuto avrebbe potuto avere prospettive persino maggioritarie, Occhetto preferì assecondare l’offensiva giudiziaria contro il leader socialista per liberarsene defintivamente. E ridusse la sinistra sostanzialmente al guinzaglio della Procura di Milano e di tutte quelle che poi la scimmiottarono.
Lo stesso Occhetto una volta ammise, tanto era evidente la situazione che si era creata con la sua scelta, che “purtroppo” la stagione di “Mani pulite” aveva compromesso la ricerca di quella che io chiamerei una “nuova sinistra”. E che l’allora segretario del Pds-ex Pci aveva avvertito, in un complesso di inferiorità di cui neppure si rendeva conto, come asservimento dei post-comunisti a Craxi.
Occhetto è un leader, chiamiamolo così con generosità, nello spirito festoso del suo novantesimo compleanno, di cui avrebbero ben poco francamente di cui vantarsi gli eredi. E ben poco di cui essergli grati.
Il Pd di questa campagna referendaria, arruolato dalla Schlein nel fronte del no con i soliti Giuseppe Conte e Maurizio Landini, in ordine rigorosamente alfabetico, nonostante parti consistenti e autorevoli schierate invece per il sì alla riforma costituzionale della magistratura -una parte destinata forse a staccarsene prima o dopo- è l’eredità di Occhetto. Che potrebbe ben essere considerato meritevole dalla Schlein di assumerne la presidenza, dopo una generosa rinuncia di Stefano Bonaccini. O di quel che ne rimane dopo tutti i compagni di corrente o di area che egli ha perso per strada dopo il congresso in cui mancò la segreteria nel passaggio finale delle primarie condizionate dagli esterni.
Pubblicato su Libero
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