Le mimose presidenziali auspicate dalla Meloni anche per il futuro del Quirinale

Questa del 2023 è un’edizione della festa delle donne politicamente particolare in Italia, anzi particolarissima. Una donna per la prima volta è a Palazzo Chigi a capo del governo, un’altra è appena arrivata al cosiddetto Palazzaccio, sempre per la prima volta, alla presidenza della Corte di Cassazione. Un’altra è già passata alla presidenza della Corte Costituzionale. Altre donne – e che donna nel caso della compianta Nilde Jotti, senza volere offendere le altre felicemente in vita- sono passate per le presidenze delle Camere. Resta ormai da rompere metaforicamente solo il soffitto di cristallo del Quirinale, dove quattro donne -la democristiana Rosa Russo Jervolino, la piddina Anna Finocchiaro, la forzista Elisabetta Casellati e l’attuale capa dei servizi segreti Elisabetta Belloni- si sono solo affacciate inutilmente come candidate possibili o reali.

Ebbene proprio Giorgia Meloni, la premier ospite ieri di una cerimonia alla Camera nella Sala delle Donne, dove è stato aggiunto il suo ritratto a quelli delle signore più titolate nella storia delle istituzioni, ha posto il problema del colle più alto di Roma al femminile definendo “non lontano il giorno di una donna al Quirinale”. Vi ha titolato in apertura di prima pagina a Napoli Il Mattino, non a caso dei compianti Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao. 

E se dovesse o potesse capitare proprio alla Meloni di rompere anche quel soffitto di cristallo, e non solo di raggiungere il più modesto e vicino obiettivo propostosi di fare arrivare per la prima volta una donna anche alla carica di amministratore delegato di un’azienda partecipata, cioè pubblica? E’ una domanda troppo impertinente o avventata? Non ha osato porsela, forse scaramanticamente, neppure la sua amica Flavia Perina, ex direttrice del Secolo d’Italia, scrivendo oggi con ammirazione sulla Stampa della “velocità con cui la premier sta conducendo il suo mondo verso nuove sponde”. Dove ormai le donne arrivano senza essere neppure avvertite, come ha detto di sé l’appena eletta segretaria del Pd Elly Schlein con parole non a caso festosamente condivise dalla Meloni. 

Pare obiettivamente difficile, nonostante i problemi reali e quelli immaginari che ha anche il suo governo, prevedere un’uscita della Meloni da Palazzo Chigi prima della conclusione ordinaria di questa legislatura. Ma in quella successiva, quando scadrà nel 2029 il secondo mandato presidenziale di Sergio Mattarella, l’attuale presidente del Consiglio avrà sei anni in più dei suoi attuali 46. Avrà cioè più dei 50 anni compiuti richiesti dall’articolo 84 della Costituzione a un candidato al Quirinale. Chi vivrà vedrà, con tutte le cautele naturalmente imposte dalla nota imprevedibilità della politica. E con le stesse dita incrociate, anche per lei, prudentemente evocate dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti annunciando l’altro ieri che è o sembra “scongiurato il rischio di una recessione”.

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Quella vecchia protesta di Aldo Moro contro il bene che non fa notizia

Aldo Moro, che passava per un pessimista,  un rassegnato al peggio che sorprese pertanto molti quando, rapito delle brigate rosse fra il sangue della sua scorta, inondò il mondo politico e istituzionale di lettere disperate in difesa della sua vita, prese spunto una volta da una polemica su un fatto di cronaca per scrivere sul Giorno un bellissimo editoriale di protesta contro l’abitudine di non considerare “il bene una notizia”. 

Me ne sono ricordato in queste ultime ore vedendo, fra tante cattive notizie di cronaca, di politica, di costume, la fine non modesta ma miserrima riservata all’annuncio pur documentato del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti che “il rischio di recessione è scongiurato”. O, nella versione più riduttiva ma pur sempre consolante,  “il rischio sembra scongiurato, incrociando le dita”.

Dello stesso ministro Giorgetti si è generalmente preferito valorizzare sui giornali il timore ribadito di una ricaduta negativa sui nostri conti del rialzo degli interessi annunciato, coltivato e altro ancora dalla presidente della Banca Centrale Europea Christine Lagarde: quella signora francese elegante e abitualmente abbronzata che fa spesso rimpiangere il pallido predecessore italiano Mario Draghi. 

Abbiamo insomma un debole irrefrenabile, e un pò suicida, per le cattive notizie e una indifferenza, nel migliore dei casi, o diffidenza nel peggiore, verso le buone notizie. Che sono naturalmente tali anche intese come mancate cattive notizie. Fra una strage incidentale provocata da trafficanti di carne umana, come li chiama il Papa, che caricano di clienti disperati, ma in grado di pagare carissimo il loro viaggio, carrette sbullonate che spugnano in acqua come cartone o si sfasciano contro una secca, e una strage di Stato, cercata da ministri o governi cinici e bari, è solitamente più attendibile la seconda nella nostra politica e informazione, o informazione politica e giudiziaria. E se non vi sono notizie sufficienti a suffragarla, se ne inventano apposta.

Mi ha consolato, in questo cattivo contesto, un editoriale controcorrente pubblicato oggi dal Corriere della Sera in cui Federico Rampini ha avvertito onestamente -anzi coraggiosamente nei tempi correnti- che “dovremmo imparare qualcosa dall’Apocalisse che non è mai avvenuta” per la guerra in Ucraina voluta da Putin sopravvalutando peraltro le proprie forze, o sottovalutando quelle altrui.

“Un anno fa a quest’epoca l’Occidente -ha ricordato Rampini- cominciava ad applicare le sanzioni economiche contro la Russia. Ne seguì  uno psicodramma nazionale sui danni tremendi che ci saremmo auto-inflitti con quelle sanzioni”. Ma “un anno dopo, nulla di tutto ciò si è verificato. L’arrivo di una recessione -ha scritto Rampini- continua a slittare, forse potrebbe non verificarsi, in ogni caso sarebbe la conseguenza delle strette monetarie per domare l’inflazione, non delle sanzioni…..Non abbiamo passato l’inverno al gelo. Il gas oggi costa meno di prima della guerra”.  

Conte ride ma ha già dovuto rinunciare all’obiettivo del primato a sinistra

Giuseppe Conte è evidentemente convinto che il cambio della guardia al vertice del Pd, da lui stesso d’altronde posto come condizione per riprendere la collaborazione, alleanza o quant’altro interrottasi con la fine del governo di Mario Draghi e le conseguenti elezioni anticipate di settembre, sia destinato a lasciare il segno anche nel campo d’azione del MoVimento 5 Stelle, da lui conquistato dopo gli alterni rapporti con un Beppe Grillo restituitosi quasi del tutto al teatro. Dove ogni tanto, per carità, il comico e “garante” torna a fare notizia politica, per esempio riscrivendo di recente la storia dei rapporti con Draghi e aggiudicandosi il merito di avergli di fatto negato il Quirinale alla scadenza del primo mandato di Sergio Mattarella, ottenendone per ritorsione -ha detto- un peggioramento dei rapporti già difficili dal primo momento col predecessore a Palazzo Chigi. 

  A questo punto, col Pd cui è bastata l’elezione della nuova segretaria per salire fra il 21 e il 28 febbraio di più di due punti nel sondaggio di Alessandra Ghisleri raggiungendo il 19,6 per cento delle intenzioni di voto, e col Momento 5 Stelle sceso di quasi un punto e mezzo e fermatosi al 15,6, Conte ha riconosciuto che il suo problema “non è” – o non è più, si potrebbe precisare- “il primato o la leadership della sinistra”. Lo ha detto dopo un incontro di dieci minuti con Elly Schlein alla manifestazione antifascista di Firenze organizzata dai sindacati. 

Il problema ora è quello -ha spiegato l’ex premier- di “lavorare per rafforzare l’azione politica delle forze progressiste”. Di cui lui era riuscito a diventare verso la fine del suo secondo mandato a Palazzo Chigi “il punto di riferimento più alto” per ammissione dello stesso segretario del Pd dell’epoca, Nicola Zingaretti, e dell’animatore, chiamiamolo così, Goffredo Bettini. Se “col nuovo vertice del Pd si rafforzerà questo orizzonte, ben venga”, ha concluso Conte riproponendosi di incontrare più a lungo la Schlein e di parlare con lei anche degli argomenti per forza di tempo rimasti estranei al loro colloquio diretto e fisico a Firenze. 

Fra gli argomenti da trattare o approfondire successivamente ci sono quelli del lavoro, trattati invece dalla Schlein parlando col segretario generale della Cgil Massimo Landini, quasi un padrone di casa nella manifestazione antifascista dopo il sindaco piddino della città Dario Nardella, e quelli della politica estera. Che sono poi, più concreti e drammatici, i problemi della guerra della Russia all’Ucraina. A proposito dei quali  la Schlein ha tuttavia rotto tutti gli indugi, anche quelli lamentati all’interno del Pd dalla deputata responsabile uscente del settore Lia Quartapelle, moglie di Claudio Martelli, dichiarando non al fantomatico Giornale di Peretola ma al New York Times, che l’ha avvertita come “una scossa” in Italia,  di “non essere d’accordo” con i pentastellati. E di ritenere “corretti” -o necessari, come altri hanno tradotto- i perduranti aiuti militari e d’altro tipo all’Ucraina aggredita da Putin. 

Non mi sembra, francamente, una novità da poco per l’analisi delle prospettive dell’azione unitaria dell’area progressista, come la chiamerebbe Conte, o -più in generale- del “gioco” che ora “torna a sinistra”, come ha scritto su Repubblica Concita De Gregorio potendosi finalmente liberare dall’assedio  polemico procuratosi  col troppo, compiaciuto interesse per Giorgia Meloni rimproveratole da quelle parti. Una Meloni, dal canto suo, neppure tanto preoccupata dei “sorci verdi” preconizzati dai sostenitori della Schlein perché convinta, o speranzosa, che un bipolarismo più forte nella versione femminile di quello consumatosi a guida maschile negli anni scorsi lasci meno spazio ai mal di pancia nella maggioranza di centrodestra, o di destra-centro. E anche alla cosiddetta terra di mezzo coltivata dal terzo polo di Carlo Calenda, Letizia Moratti e Matteo Renzi, in ordine rigorosamente alfabetico. 

Concita De Gregorio, vantando una conoscenza del Pd forse maggiore di Conte per averne diretto per qualche tempo il giornale ufficiale che era l’Unità, ha in qualche modo esortato l’ex presidente del Consiglio a non stupirsi più di tanto della partecipazione di  molti elettori grillini -il 22 per cento, è stato calcolato da Antonio Noto- alle primarie “aperte” del 26 febbraio che hanno permesso alla Schlein di sorpassare il Bonaccini  largamente preferito dagli iscritti nelle votazioni nei circoli.. “Da dove pensavate -ha chiesto Concita- che venissero i voti grillini quando hanno sfiorato un terzo dell’elettorato? Tutti da destra? Tutti dal neo qualunquismo, tutti originati nella notte del vaffaday? E’ stato allora che una parte consistente degli elettori di sinistra orfani di rappresentanza ha trovato lì la nuova casa. Molti venivano dai movimenti, qualcuno dall’Italia dei Valori (di Di Pietro, mi permetto di ricordare io), moltissimi dal Pd. Adesso che c’è Schlein non arrivano ma, prudentemente tornano”. E vi tornano tanto che Conte, secondo Concita, “valuta l’ennesimo posizionamento. al Centro, anche lui”. Si vedrà.

Certo è che fra i tornati almeno nei gazebo del Pd ha voluto esserci anche il sociologo Domenico De Masi. cui Beppe Grillo l’anno scorso confidò le pressioni anti-Conte esercitate su di lui da Draghi ancora a Palazzo Chigi. Altri tempi, ma in fondo neppure tanto lontani. 

Pubblicato sul Dubbio

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Il Papa soccorre Giorgia Meloni, che ringrazia e rilancia la lotta agli scafisti

La presidente del Consiglio sarà pure “arrivata tardi”, come le ha rimproverato sulla Stampa Alessandro De Angelis riferendo della sua decisione di riunire il Consiglio dei Ministri a Cutro, in Calabria, per discutere d’immigrazione dopo la strage avvenuta nella notte del 26 febbraio. Una strage definita “di Stato” dai soliti giornali sostituitisi ai tribunali nelle indagini, nel processo e nella sentenza per direttissima. Ma vi è arrivata con le spalle coperte addirittura dal Papa insorto in Piazza San Pietro non contro lo Stato, o il governo, ma contro “i trafficanti” di povera carne umana imbarcata a caro prezzo su miserabili carrette che si sfasciano su una secca a 50 metri dalla costa. E su rotte neppure coperte dal traffico delle navi dei soccorsi volontari che proteggono o prevengono, come preferite, nefandezze di altri scafisti: non turchi ma libici e affini. “Farò mie queste parole”, ha immediatamente commentato quelle del Papa la Meloni, riportata doverosamente in prima pagina dal Corriere della Sera.

Coi tempi che corrono in questa Italia un pò troppo imbastardita -ammettiamolo- dall’odio di   un bipolarismo bislacco -o tripolarismo, se vogliamo considerare i pur podesti  numeri di Carlo Calenda, Matteo Renzi, Letizia Moratti eccetera- è già un miracolo che non si siano levate voci da giornali di tradizione laica contro una presunta interferenza della Chiesa, e del suo Pontefice in persona, nella politica interna italiana. La Repubblica e La Stampa, i due quotidiani fra i maggiori del paese, hanno soltanto censurato il Papa ignorandolo sulle loro prime pagine. E ciò a vantaggio della notizia, vera o presunta che sia, di un sostanziale, polemico  stop della Meloni al suo ministro dell’Interno Matteo Piantedosi nella lotta appunto ai trafficanti di carne umana, o “scafisti” come riduttivamente ci siamo abituati a chiamarli nelle cronache e nei commenti.

Trafficanti di carne umana in mare e di notizie in terra, direi. Piantedosi, un prefetto imprudentemente promosso politico come ministro dell’Interno al pari di qualche altro, avrà fatto i suoi errori di parole, fatti o omissioni, come dice una preghiera all’inizio di ogni messa; avrà pure messo a disagio la Meloni per prima, ma mi sembra alquanto esagerato o prematuro immaginarlo e tanto meno presentarlo come ripudiato, sconfessato e quant’altro dalla premier. E neppure dal sindaco di Cutro, che forse conosce i fatti meglio di tanti giornalisti e inquirenti per averli visti e vissuti sul posto. La strage di Stato sta alla realtà come uno sbarco di marziani sulle coste calabresi in quella maledetta notte di due domeniche fa. E pazienza, per gli interessati, “se il Vaticano aiuta Giorgia e non la sinistra”, come ha scritto Antonio Socci su Libero commentando “il messaggio di Bergoglio”.  

Comincia bene la prima settimana di lavoro del mio amico ed ex direttore Mario Sechi a Palazzo Chigi come portavoce del governo.

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La Schlein e Conte insieme in piazza a Firenze con i sindacati sul fronte antifascista

Anche se tra le foto comparse sui giornali non ce n’è una che lo testimoni, le cronache da Firenze riferiscono di un abbraccio, e non solo di un  colloquio, fra Giuseppe Conte ed Elly Schlein, ospiti ieri dei sindacati alla manifestazione antifascista che ha ispirato, fra l’altro, al manifesto l’annuncio che “c’è vita” in piazza per l’opposizione. 

“Adesso il gioco torna a sinistra”, ha titolato Repubblica con un certo sollievo di Concita De Gregorio, incorsa di recente in riconoscimenti per Giorgia Meloni, a destra, che le avevano procurato un pò di polemiche tra gli avversari della premier. Che proprio ieri è finita nei manifesti sui muri di Milano, accanto al ministro della Pubblica Istruzione, con la testa in giù come Mussolini e i gerarchi nella stessa città, davvero, a piazzale Loreto nel 1945. De gustibus -dicevano i latini- non est disputandum. 

A proposito dello scambio di idee e di parole avute con la Schlein,  protette prudentemente con le mani sulla bocca da letture labiali, l’ex premier Conte ha voluto da una parte annunciare, in dichiarazioni raccolte dal Corriere della Sera, che “il problema non è”, o non è più, “la leadership a sinistra” da lui scalata dopo la sconfitta elettorale di settembre lasciandosi attribuire con i sondaggi l’obbiettivo del sorpasso sul Nazareno, e dall’altra precisare che “a noi interessa rafforzare una politica di forze progressiste”. Alla quale “se questo Pd ci sta, ben venga”. Ma ci deve stare davvero, sembra un sottinteso allusivo alla protesta, lamentela e quant’altro levatasi dal Fatto Quotidiano per la nuova segretaria piddina “pro armi” come il predecessore Enrico Letta.

Le armi della “compagna” Schlein, come l’hanno salutata a Firenze, sono naturalmente quelle che il governo italiano continua a fornire all’Ucraina, con gli alleati occidentali, per aiutarla a difendersi dall’invasione russa. “Necessario mandare armi a Kiev”, ha infatti appena dichiarato la Schlein al New York Times, che l’ha definita con un certo interesse non ostile, se non addirittura simpatizzante, “la scossa” di questo scorcio d’inverno italiano. 

Le carte della Meloni continuano tuttavia ad essere buone negli Stati Uniti, dove si sta preparando una sua visita alla Casa Bianca, dopo le missioni compiute dalla presidente del Consiglio in Africa, in Polonia, in Ucraina, in India e nel Medio Oriente. Una Meloni alle prese in questi giorni in Italia con le polemiche tutte interne sulla strage dei migranti appena consumatasi sulle coste calabresi, e definita “di Stato” nel processo mediatico per direttissima condotto dalle opposizioni. Che hanno tentato, per un suo mancato viaggio sul posto, di contrapporla anche al presidente della Repubblica, più veloce e sensibile nella visita di solidarietà alle vittime e ai sopravvissuti al naufragio dell’ennesima carretta degli scafisti turchi. Ma sul posto -ha appena annunciato la stessa Meloni- si recherà presto l’intero governo riunendosi per discutere proprio di immigrazione. 

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Elly Schlein sulle orme di Ciriaco De Mita nella defunta Dc

Reduce dalla Calabria, dove aveva inseguito il presidente della Repubblica in visita di solidarietà  alle vittime e ai superstiti di una strage di migranti già definita “di Stato” nei processi mediatici e politici svoltisi per direttissima, la segretaria del Pd Elly Schlein ha voluto incontrare il concorrente battuto Stefano Bonaccini prima di partecipare con Giuseppe Conte alla odierna manifestazione antifascista di Firenze. Ne è venuta fuori “l’idea” annunciata dalla Stampa – vedremo se a torto o a ragione- di offrire la carica di vice segretario al suo antagonista, sconfitto nelle “primarie aperte” di domenica scorsa rovesciando il verdetto degli iscritti.

E’ un’idea simile a quella che ebbe nel 1982  Ciriaco De Mita, appena eletto direttamente dal congresso segretario della Dc, di offrire la vice segreteria a Roberto Mazzotta, capolista dei candidati al Consiglio Nazionale battutisi inutilmente per l’elezione di Arnaldo Forlani al vertice dello scudo crociato. Persino Indro Montanelli, nonostante al Giornale avessimo seguito una linea antidemitiana, ne rimase entusiasta cercando di convincermi dell’opportunità di “mettere alla prova” il nuovo segretario “per rispetto -mi disse- dei nostri lettori che votano Dc”. Ma neppure Montanelli, che nel 1976 era riuscito ad evitare il sorpasso del Pci  con la famosa formula del voto alla Dc “turandosi il naso”, riuscì l’anno dopo a risparmiare a De Mita la perdita secca di sei punti percentuali in un turno anticipato di elezioni politiche. Che costò allo scudo crociato Palazzo Chigi, dove arrivò esattamente quel Bettino Craxi che De Mita aveva promesso di tenere lontano dalla guida del governo.

Non so se e come finirà l’avventura della Schlein in condizioni certamente così diverse da allora, con De Mita, Craxi e Spadolini morti nel frattempo tutti e tre con i loro rispettivi partiti. So però che si sprecano i tentativi di dare una mano alla Schlein da provenienze a sorpresa, diciamo così, ciascuno pensando ai danni che potrebbero subire altri indesiderati. 

Sorpresa nella sorpresa, ci si è messo anche il fedelissimo berlusconiano, di nome e di fatto,  Confalonieri. Del quale il Corriere della Sera ha appena annunciato “la simpatia” espressa in un incontro conviviale, anche a costo di vedere danneggiata Giorgia Meloni, pure lei risuscita simpatica al presidente di Mediaset prima ancora che arrivasse a Palazzo Chigi fra preoccupazioni, delusioni, condizioni respinte e quant’altro di Berlusconi in persona. Che -va detto anche questo- ha già augurato pure lui le migliori cose alla Schlein non pensando solo al nonno materno ricordato da Fedele Confaloneri, l’avvocato ed ex senatore Agostino Viviani passato anche per un’esperienza in Forza Italia al Consiglio Superiore della Magistratura, ma pure alla comune diffidenza. a dir poco, verso l’Ucraina di Zelensky. Una diffidenza ieri apprezzata pubblicamente dal ministro degli esteri russo Sergei Lavrov con tanto di citazione di Berlusconi. 

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Mattarella strattonato nel suo viaggio in Calabria dopo la strage di migranti

Tutti d’accordo, naturalmente, sulla presenza del Capo dello Stato in Calabria dopo la strage di migranti sulle sue coste. “Quell’uomo  in silenzio che salva lo Stato dal naufragio della pietà”, ha titolato Repubblica all’interno. “Il testimone di un Paese che dice no al cinismo”, ha titolato La Stampa

“Shhhhhhhhhh!”, silenzio, ha fatto dire a Mattarella  giustamente il vignettista del Foglio in risposta alle polemiche esplose sulle responsabilità vere o presunte per l’accaduto: dagli scafisti alle stesse vittime, secondo una sortita tanto sostanziale quanto infelice del prefetto e ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, dalla Guardia Costiera alla Guardia di Finanza e al governo nella sua interezza “sparito” dalla scena, ha gridato il Riformista.

“Grazie, presidente Mattarella”, ha titolato all’interno Avvenire, il giornale dei vescovi italiani, ma purtroppo riconoscendosi nella missiva di un lettore di Brescia che immiserisce la presenza del Capo dello Stato attribuendole un significato polemico a dir poco arbitrario. Mattarella -ha scritto Carlo Vassalli da Brescia, apprezzato dal direttore del quotidiano- ha aspettato che Gorgia Meloni andasse a Crotone. Nulla. Ha aspettato che Ignazio La Russa andasse a Crotone. Nulla. Ha aspettato che Lorenzo Fontana andasse a Crotone. Nulla. Alla fine è andato lui, e ha restituito dignità e civiltà a un Paese in lutto. E noi ci siamo sentiti al suo fianco”. 

Non credo che Mattarella, lettore pure lui dell’Avvenire quando ne ha il tempo, abbia potuto gradire. Ugo Magri, il quirinalista della Stampa, ha opportunamente avvertito che “il capo dello Stato non fa le veci, non è il surrogato di nessuno, tantomeno di una premier in grado di discernere dove e quando recarsi”, e peraltro – osservo- in partenza per una missione all’estero. “Idem per chi crede -ha aggiunto Magri dopo averne parlato, penso, almeno con i più stretti collaboratori di Mattarella già all’erta per le prime avvisaglie polemiche- di scorgere dietro i silenzi del presidente una contestazione al governo……Al Quirinale escludono che Mattarella sia sceso a Crotone per rimettere le cose a posto……..Molte altre volte, viene fatto notare, l’inquilino del Colle si è fatto carico del lutto collettivo: ad esempio, dopo il crollo a Genova del ponte Morandi”, all’epoca del primo governo Conte. Come, aggiungo io, è andato di recente nelle località più colpite dalla pandemia da Covid nel bergamasco non certo per incoraggiare la locale Procura a fare le sue indagini come le ha fatte e concluse, con una raffica di avvisi di garanzia e di accuse smentite dallo stesso Procuratore capo dicendo che “non è stato accusato nessuno”. A cominciare dal presidente del Consiglio dell’epoca, che invece si trova sospettato anche di omicidio. 

Bisognerebbe smetterla di strattonare il presidente della Repubblica, mancandogli di rispetto personale e istituzionale. O inseguirne l’ombra, come ha fatto la nuova segretaria del Pd a Crotone.

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Il dramma di Piantedosi: da prefetto di ferro a prefetto di latta, suo malgrado

Prefetto di carriera e politico di complemento, essendogli capitato di fare il ministro dell’Interno in un governo politico come quello di Giorgia Meloni, succedendo tuttavia ad altri colleghi nello stesso posto nei governi di Mario Monti e di Mario Draghi, il povero Matteo Piantedosi si trova un pò come Cesare Primo Mori passato alla storia come “il prefetto di ferro” mandato da Mussolini in Sicilia nel 1924, e rimastovi sino al 1929, per combattere la mafia. “Vostra Eccellenza- gli telegrafò il Duce- ha carta bianca. L’autorità dello Stato deve essere assolutamente -ripeto, assolutamente- ristabilita. Se le leggi attualmente in vigore La ostacoleranno, non costituirà un problema. Noi faremo nuove leggi”.

Investito di tanto potere, Mori spesso finì per abusarne, scontrandosi ad un certo punto anche  con un generale che se ne considerò vittima e andò a protestare dal Duce in persona senza fargli cambiare opinione, almeno all’istante, sul prefetto. Che, un anno prima della fine della sua missione, nel 1928, si guadagnò dal Re la nomina a senatore, di fatto a vita, essendovi morto in carica nel 1942. 

La missione ricevuta da Piantedosi è anche contro la mafia, naturalmente, ma soprattutto contro l’immigrazione clandestina e chi la favorisce o vi specula, come gli scafisti che si fanno pagare lautamente viaggi spericolati su carrette che spesso, troppo spesso, o vengono travolte dalle onde e s’infrangono contro secche e scogli, facendo del Mediterraneo anche un gigantesco cimitero sommerso. 

Come capitò a Mori con le sue retate ed assedi a interi paesi della Sicilia, ogni tanto  scambiando per mafiosi le loro vittime, così è appena accaduto a Piantedosi, per fortuna solo con le parole, ma con esiti ugualmente infelici o sventurati, di scambiare le vittime degli scafisti per sostanziali loro complici, avventurandosi in viaggi troppo pericolosi per se e familiari, persino bambini. Poi il ministro prefetto -direi più di latta che di ferro perché non provvisto della “carta bianca” lasciata da Mussolini a Mori- ha cercato di rimediare all’attacco alle vittime della strage appena consumatasi sulle coste calabresi mettendoci una pezza forse peggiore del buco. Cioè dicendo di avere voluto solo invitare i fuggiaschi da guerre, carestie, terremoti e altro ad aspettare fiduciosi i mezzi che l’Italia e altri paesi europei prima o poi manderanno a prenderli in tutta sicurezza: un’attesa che potrebbe trasformarsi in altre tragedie, visto -per esempio- come in Libia gli aspiranti all’emigrazione attendono il loro turno, chiamiamolo così. 

Si vede -e come si vede- che il povero Piantedosi, senza volerlo offendere, sta alla politica come io, modesto giornalista per niente scientifico, sto alla fisica nucleare. E immagino quanto debba essere rimasto male a sentirsi dare del disumano, dell’inetto e altro ancora da chi ne ha anche chiesto le dimissioni per mettere alla prova la propria nuova natura, o funzione, come la segretaria del Pd Eddy Schlein.

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A ciascuno la sua Elly Schlein (se vi pare pirandellianamente)

Ormai è assodato. Prima ancora dell’ex ministra Maria Elena Boschi, affrettatasi a chiamarla per complimentarsi pensando ai voti che la sua elezione a segretaria del Pd potrebbe procurare a Carlo Calenda e a Matteo Renzi, nell’ordine che si sono dati i leader del cosiddetto terzo polo, è stata la presidente del Consiglio Gorgia Meloni a chiamare Elly Schlein per congratularsi e incoraggiarla con apparente generosità a farle una dura opposizione. Dura quanto è stata quella praticata dalla stessa Meloni a governi appoggiati o partecipati anche da qualcuno dei suoi due principali alleati di centrodestra, o entrambi.

Una generosità, quella della Meloni, soltanto apparente, come dicevo, perché la premier ha forse pensato dentro di sé ciò che poi ha in qualche modo tradotto sul Corriere della Sera il vignettista Emilio Giannelli facendo chiedere da Berlusconi, sarcastico, a Salvini se la Schlein sarebbe riuscita ad essere per il governo una spina “più di noi”, ora più scoperti nella loro dissidenza.

Non risultano, almeno pubblicamente, telefonate alla Schlein da parte di Giuseppe Conte, di cui pure il sondaggista Antonio Noto ha avvertito lo zampino nelle primarie del Pd, avendo attribuito il 22 per cento dei partecipanti al voto nei gazebo ad elettori delle 5 Stelle. “Il capo del Pd eletto dai grillini”, ha titolato  Libero forzando la mano ma non troppo. 

La margherita che ora sta sfogliando Conte è composta di due tipi di petali: uno riguarda i voti che il Pd della Schlein potrà perdere a destra, diciamo così, e l’altro i voti che potrà guadagnare a sinistra togliendoli allo stesso Conte, propostosi dopo le elezioni di settembre di sorpassare il partito del Nazareno. 

Carlo De Benedetti, ospite a distanza ieri sera del salotto televisivo di Lilli Gruber, su la 7, ha scommesso sul secondo tipo di petali della margherita di Conte, cioè sui guadagni a sinistra della Schlein superiori alle perdite a destra. E ha incoraggiato la segretaria del Pd a far piangere una buona volta i ricchi con una patrimoniale progressiva sui patrimoni superiori a 500 mila euro, quanto vale all’incirca per il ceto medio solo la casa di proprietà di chi l’abita. 

Dei ricchi naturalmente Carlo De Benedetti fa parte ma ha precisato di “non esserne il rappresentante”, per cui è inutile che qualche collega di censo lo disconosca. Forse all’ingegnere con i suoi 87 anni suonati, amareggiato anche per lo sperpero di ricchezza rimproverato ai figli per la gestione e la vendita della Repubblica di carta, non gliene frega più nulla dell’eredità che potrà lasciare. Peccato che a goderne sarà il fisco svizzero, da lui preferito a quello italiano che alla Schlein nella sua nuova veste politica dovrebbe interessare di più. 

Altri hanno festeggiato la Schlein -Concita De Gregorio, per esempio, proprio su Repubblica- perché essendo più giovane invecchia un pò la Meloni. Ma Giuliano Ferrara sul Foglio l’ha avvertita che “anche i giovani possono invecchiare velocemente”.

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