Capogiri politici e ideologici da migrazioni: i laici tifano per il Papa

            Per avere un’idea di come l’impatto della politica col fenomeno dell’immigrazione abbia capovolto, terremotato e quant’altro i vecchi schemi pratici e persino ideologici basta guardare oggi la primaRepubblica.jpg pagina di Repubblica: un quotidiano, non più il primo ma pur sempre fra i più diffusi in Italia fondato da Eugenio Scalfari su posizioni decisamente e orgogliosamente laiche. Quei cattolici messi vistosamente “a un bivio” e invitati a scegliere non fra “il Papa o Salvini”, ma di fatto il Papa contro Salvini e la sua politica, vera o immaginaria che sia, visti i risultati, dei porti chiusi alle navi del volontariato internazionale. Che raccolgono gente in mare nelle acque libiche con l’ormai dichiarato o orgoglioso proposito di sbarcarli solo in Italia, sfidando tutto e tutti.

             I laici una volta propendevano per lo Stato, non per il Vaticano, per il governo di turno e non per il Papa, anche lui di turno. E avevano una certa difficoltà ad accettarne l’appoggio o gli appelli anche quando coincidevano con gli obiettivi politici dei propri partiti. Ricordo, per esempio, il disagio che avvertirono molti sostenitori del centrosinistra quando le riserve, le preclusioni e i moniti della Chiesa pacelliana furono superati dalle aperture della Chiesa di Giovanni XXIII, alla quale i laici temettero che chissà quali prezzi si sarebbero dovuti pagare per quel cambiamento: per esempio, in tema di politica dell’istruzione. E fu proprio sul finanziamento alla scuola privata che scoppiò, con un incidente parlamentare, la crisi del primo governo di Aldo Moro a partecipazione socialista, nell’estate del 1964: quella del “rumore di sciabole” annotato da Pietro Nenni nei suoi diari.  

              Ora, con o per i migranti, allo scopo di accoglierne il più possibile, o respingerne il meno possibile, la sinistra laica Salvini col rosaio.jpgscommette direttamente su Papa Francesco, sulle sue sortite, sulle sue raccomandazioni. E lo incita ad intervenire sempre più di frequente, senza lasciarsi trattenere dalla fede ostentata dall’odiato Salvini baciando croci e medagliette, e ostentando rosari nei comizi.

            Si punta sul Papa, ma anche sull’esplosione della maggioranza gialloverde, in particolare sulla rivolta dei grillini contro i leghisti, magari anche per effetto di qualche passo falso del ministro dell’Interno, come quello compiuto attaccando più o meno direttamente la ministra pentastellata della Difesa, Elisabetta Trenta, per le resistenze, vere o presunte, della Marina Militare alle direttive del Viminale ogni volta che una nave delle cosiddette organizzazioni non governative punta sui porti italiani.

Lite M5S-Lega”, ha titolato in prima pagina, fra gli altri, Il Mattino.  Ma poi uno va a leggere la cronaca e scopre che a litigare Messaggero.jpgcon Salvini, attaccandolo direttamente, è stato un pentastellato non proprio di rango, sia pure sottosegretario agli Esteri: Manlio Di Stefano. Che di solito quando parla finisce per creare più problemi al suo partito che agli altri.

            Più attendibile, sui grillini e dintorni, è certamente Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, che parla in effetti in un titolo di prima pagina di una “guerra” pentastellata, ma esplosa al loro interno: non Fatto 1 .jpgcontro Salvini ma contro il capo del movimento, e vice presidente del Consiglio, Luigi Di Maio. Il quale -ha riferito il giornale di Travaglio nel sommarietto del titolo di prima pagina- “durante l’assemblea con gli attivisti a Milano Fatto 2.jpgattacca l’ex deputato romano (Alessandro Di Battista): “Mi incazzo se chi non era con me per la campagna per le elezioni europee ora va in giro a presentare libri”. Stoccata -prosegue il giornale di Travaglio- anche al presidente della Camera: “Basta con questa nostalgia, non possiamo rinchiuderci tra puri”, evidentemente -aggiungo io- anche in tema di immigrazione, porti aperti  e via discorrendo.

            A Salvini si è rivolta direttamente in una intervista al Corriere della Sera la ministra della Difesa Trenta certamente per ribadire di non avere gradito le critiche rivoltele il giorno prima dal ministro dell’Interno, e per rinfacciandogli non a torto la responsabilità della cessazione della missioneTrenta.jpg europea Sophia nelle acque del Mediterraneo, che garantiva più sorveglianza e prevenzione nella lotta agli scafisti, ma anche per rassicurararlo sulla disponibilità e capacità della Marina Militare di fornirgli aiuto, al netto degli errori che spesso compie anche lui nella gestione dei singoli casi. La ministra ha riferito, fra l’altro, di una riunione svoltasi sabato sera nel dicastero della Difesa per predisporre “misure di sorveglianza speciale contro i trafficanti nei pressi delle coste italiane”.

            Magari, la ministra Trenta condividerà anche ciò che un giornalista esperto del ramo come Domenico Quirico ha scritto oggi sulla Stampa a proposito della strumentalizzazione dei confini, e della loro difesa, che fanno, oltre a Salvini, anche le navi del volontariato. Le qualiQuilici.jpg -ha osservato Quirico- non saprebbero di che vivere e vantarsi se i confini davvero non ci fossero. “Ai migranti -ha scritto con arguzia l’inviato della Stampa- verrebbe da suggerire (se non fosse istigazione alla immigrazione clandestina): evitate, per carità, le flotte piratesche delle Ong, quando vedete la loro bandiera allontanatevi a vele spiegate, remando. Imbarcarvi con loro significherà guai certi. Con il vostro barchino o gommone sgonfio arriverete a Lampedusa, sbarcherete senza telecamere e senza chiasso. E’ fatta”.

          E’ difficile dare torto, francamente, a Quirico dopo tutto quello che si è visto, per esempio, tra il molo di Lampedusa e il tribunale di Agrigento.

 

 

 

 

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Passo falso di Matteo Salvini sul fronte caldo dell’immigrazione

            A sorpresa, molta sorpresa, specie all’indomani dell’assist lanciatogli personalmente da Luigi Di Maio con l’intervista al Corriere della Sera sul ritrovamento di “un metodo” fra di loro anche sul terreno dell’immigrazione,  complicato e non certo risolto dal protagonismo e dalle strumentalizzazioni dei soccorsi marini gestiti dalle navi delle organizzazioni non governative, Matteo Salvini ha mostrato e lanciato segnali di debolezza politica, e forse anche personale. Diversamente non può essere interpretata, francamente, la protesta del vice Corriere.jpgpresidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno, dopo l’attracco a Lampedusa anche del veliero, peraltro italiano, diffidato dal farlo col solito carico di profughi soccorsi davanti alle coste africane, contro i colleghi di governo che lo avrebbero lasciato “solo”. E che sarebbero, in particolare, la ministra grillina della Difesa Elisabetta Trenta e il ministro dell’Economia Giovanni Tria, da cui dipendono, rispettivamente, le navi della Marina militare e quelle della Guardia di Finanza.  “Io non comando le Forze Armate”, si è lamentato Salvini con una ulteriore gaffe, avendo così coinvolto nella polemica persino il presidente della Repubblica, al quale l’articolo 87 della Costituzione conferisce proprio “il comando delle Forze Armate”.

          La ministra Trenta, con la quale non è la prima volta Trenta.jpgche Salvini si scontri, ha reagito immediatamente contestando a sua volta “tutte le volte” in cui il  Viminale ha, o avrebbe, rifiutato la collaborazione offerta dalla Marina Militare, senza tuttavia mettersi evidentemente ai suoi ordini.

             Il ministro dell’Economia Tria, col quale peraltro Salvini deve fare i conti per portare avanti il suo progetto di riduzione delle tasse, è rimasto silenzioso, almeno sino al momento in cui scrivo. Ma ne è intuibile iSchermata 2019-07-07 alle 05.38.07.jpgl disappunto anche per l’invasione di campo negli affari familiari compiuto dal ministro dell’Interno rispolverando con le sue dichiarazioni la storia della partecipazione di un figlio del collega di governo agli equipaggi dei soccorsi marini, e proprio o anche sulla nave appena attraccata a Lampedusa dopo avere rifiutato l’approdo offerto da Malta e un bel po’ di rifornimenti idrici. Che sarebbero stati respinti allo scopo -secondo Salvini- di aggravare le condizioni igieniche del veliero e rivendicare di più lo stato di necessità e di urgenza dell’attracco.

            Un altro errore francamente imputabile a Salvini nelle ultime ventiquattro ore, a dispetto -ripeto- del sostegno esplicito di Di Maio e persino dei sondaggi che gli attribuiscono l’avvicinamento al 40 per Nazione.jpgcento dei voti, o forse proprio per questo, è la risposta sprezzante e immediata fornita ad un appello del ministro tedesco dell’Interno Horst Seehfer. Che gli aveva chiesto, anche con riferimento alla comune fede religiosa, di rinunciare alla pratica dei porti chiusi -e poi d’altronde violati lo stesso col consenso del giudice Rolli.jpgitaliano di turno, com’è accaduto con l’ordinanza giudiziaria di Agrigento a favore della “capitana” Carola Rackete- ma aveva anche riconosciuto la necessità che l’Europa si facesse finalmente carico di un problema sinora scaricato sulle spalle solo dei paesi rivieraschi, e dell’Italia in particolare. Almeno su questa parte dell’appello e del ragionamento del suo collega tedesco il titolare del Viminale avrebbe potuto  spendere qualche parola di apprezzamento.

            La lunga, troppo lunga esposizione mediatica comincia forse a nuocere al leader leghista. Che dimentica il pur antico proverbio che a tirarla troppo la corda di spezza.

 

 

 

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L’offensiva, con autorete, delle navi del volontariato contro il governo

              Se dietro la mobilitazione delle navi del volontariato, chiamiamolo così, non governativo per raccogliere migranti e cercare di sbarcarli tutti sulle coste italiane, rifiutando persino l’accoglienza di Malta, solitamente difficile da ottenere, c’è un disegno politico di destabilizzazione politica nell’Italia troppo sovranista per i gusti o gli interessi di tanti in Europa, come si sospetta al Viminale e dintorni anche per l’impegno crescente della pur malmessa sinistra a favore dell’immigrazione;  se dietro questa mobilitazione, dicevo, c’è un piano di destabilizzazione politica, i conti non tornano più, o tornano sempre di meno.

             Invece di dividersi, come sembrava facile che potesse accadere per gli abituali umori nella maggioranza gialloverde, il governo si è ricompattato. “Abbiamo ritrovato un metodo”, ha appena dichiarato Corriere.jpgin una intervista al Corriere della Sera il vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio parlando dei rapporti col suo omologo Matteo Salvini e, più in generale, con i leghisti. E le navi del volontariato, nazionale e internazionale, “fanno show”, sono “una parte del problema” dell’immigrazione clandestina anziché risolverlo.

            Siamo quasi all’immagine una volta usata dallo stesso Di Maio, prima che i rapporti fra grillini e i leghisti fossero rovinati dalla campagna elettorale e dai risultati del voto europeo e amministrativo del 26 maggio, dei “taxi del mare” in servizio permanente effettivo per il traffico di quella che il manifesto manifesto.jpgè tornata a chiamare nel titolo di copertina “merce umana”. Di cui peraltro si può prevedere un aumento per la combinazione fra le migliori condizioni del mare garantite dalla stagione estiva e le peggiori condizioni di terra in Libia e dintorni create da una guerra senza risparmio di mezzi, di aiuti esterni e di tribù.

             E’ talmente sicuro che il peggio sia passato, dopo la scoppola elettorale del 26 maggio, pure all’interno del suo movimento, che Di Maio ha usato le migliori prospettive ch’egli attribuisce al governo, appena sDi Maio.jpgcampato peraltro alla procedura europea d’infrazione per debito eccessivo, anche per metterle al servizio della pacificazione interna, sotto le cinque stelle. “Il lavoro è tanto, quando si è al governo, e servono braccia”, ha detto:  magari, non so con quanta soddisfazione o fiducia di Salvini, anche quelle di Alessandro Di Battista. Che smetterà, da falegname di fresco apprendistato, di progettare e allestire gabbie per concorrenti e avversari.

           Prima o poi, sedato da qualche offerta del capo del movimento, potrebbe accadere persino a “Dibba”, come Di Battista è chiamato dagli adoratori, di sentirsi dare dall’amico e quasi editore Marco Travaglio del “cazzaro”, specie ora che il tribunale di Milano gliene ha dato il permesso nella causa intentata e perduta da Matteo Salvini. Già oggi, forte proprio di questa vittoria, il direttore del Fatto Quotidiano Il Fatto.jpgha dato nel titolo del suo editoriale di giornata del “cazzaro”, appunto, all’altro Matteo, Renzi, per una sua sortita pro-immigrati sulle colonne della Repubblica di carta: un cazzaro “rosè”, al posto del “verde” spettante al capo della Lega.

 

 

 

 

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Ora è permesso dal tribunale di Milano dare del “cazzaro” al ministro dell’Interno

            Chissà se qualcuno ha avvertito Vladimir Putin, intrattenutosi nella sua breve visita a Roma anche con il leader emergente della politica italiana, Matteo Salvini, per il quale non ha mai Schermata 2019-07-05 alle 06.43.53.jpgnascosto interesse e simpatia, di avere stretto la mano e di avere scambiato sorrisi e carinerie col “Cazzaro Verde”. Che è il soprannome ripetutamente dato al leader Schermata 2019-07-05 alle 06.46.02.jpgleghista, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno  sul Fatto Quotidiano dal direttore Marco Travaglio e appena confermato, diciamo così, nel tribunale di Milano dal giudice Luigi Gargiulo, d’intesa  col pubblico ministero.

             Il giudice ha dato ragione a Travaglio, e torto al ministro, un po’ perché quella di “cazzaro vede” è “una espressione veicolata nella forma scherzosa e ironica propria della satira”, e un po’ perché di cazzate -scusate la parolaccia- e della loro varante “supercazzole” Salvini ne direbbe davvero, contestategli pubblicamente, senza che lui se ne sia mani sentito offeso, dal suo alleato grillino, collega di governo e omologo alla vice presidenza del Consiglio Luigi Di Maio.

            Lo stesso Salvini e i suoi difensori hanno compiuto l’imprudenza, nel denunciare Travaglio, di avere fatto risalire l’espressione “cazzaro” al linguaggio giovanile contro la tendenza, ad una certa Salvini.jpgetà, di spararle grosse e di essere “fanfaroni”. E Salvini in fondo -par di capire dal ragionamento del giudice- non è poi cresciuto tanto. Gli manca parecchio per essere considerato un vecchio attempato.

            Scherzi a parte, dove zoppica il ragionamento del giudice Luigi Gargiulo, di cui non ho trovato foto in tutti gli archivi elettronici consultati, è nella parte -secondo me- in cui lo stesso magistrato riconosce nell’abitudine di Travaglio di storpiare i nomi agli avversari e di attribuire loro soprannomi non proprio edificanti la pratica diffusa di “un linguaggio ormai greve e imbarbarito”, eppure non ancora o non sempre diffamatorio. Non mi aspettavo, francamente, che un giudice potesse essere tanto indulgente con ciò che egli stesso riconosce “greve e imbarbarito”.  E giustamente, dal suo punto di vista, il direttore del Fatto Quotidiano, forte anche delle ben otto cause che Salvini ha perduto sinora denunciando il suo giornale, si è confezionato a Fatto.jpgproprio uso e consumo un editoriale -con tutto quel che poteva essere commentato di fronte alla giornata ricchissima di notizie interne ed estere, politiche e giudiziarie- di autocompiacimento. E di appello ai lettori a imitarne il lingaggio quando pensano e parlano di personaggi o situazioni, diciamo così, di loro scarso gradimento. “Il Cazzaro Verde è un Cazzaro Verde”, suona il titolo di questo editoriale-manifesto rivolto al pubblico desideroso di una “liberatoria ebbrezza”, ora consentita con tutti i bolli del tribunale di Milano.

            Già costretto di suo, nella gestione o co-gestione di quel complicatissimo fenomeno dell’immigrazione, clandestina e non, a cercare brechtianamente un giudice a Berlino, dopo che una giudice di Agrigento ha soffiato, diciamo così, il vento su tutte le vele delle barche che fanno soccorsi davanti alle coste africane per fare poi le operazioni di sbarco nei porti italiani, Salvini dovrà ora cercarne un altro, sempre a Berlino per rivendicare il diritto di essere chiamato col proprio nome.

          E’ un destino davvero curioso questo della giustizia italiana, non a caso nelle stesse ore in cui un procuratore generale della Cassazione coinvolto non proprio felicemente nelle intercettazioni del cosiddetto affare Palamara si mette Fuziopg.jpgvolontariamente in pensione fra gli elogi e i ringraziamenti del presidente della Repubblica e del Consiglio Superiore della Magistratura: elogi e ringraziamenti non si è ben capito se più per i servizi resi allo Stato dal procuratore uscente o per quello reso alla fine ritirandosi spontaneamente fra richieste di dimissioni o rimozione.   

 

 

 

 

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Salvini nella inedita veste del mugnaio che cerca un giudice a Berlino

Penso che non sarà la solita “pratica a tutela”, peraltro in un Consiglio Superiore della Magistratura non proprio nelle migliori condizioni di credibilità per          l’inquietante affare Palamara, chiamiamolo così, a poter chiudere nel solito modo indolore  le polemiche sul clamoroso caso della giudice Alessandra Vella. Vella.jpgChe ad Agrigento, forse scambiata dalla tedesca Carola Rackete per ragioni un po’ anagrafiche e un po’ culturali per lo storico giudice di Berlino immortalato da Bertold Brecht, le ha fatto praticamente vincere, almeno nell’immaginario collettivo, la partita ingaggiata contro il governo italiano, nella persona del vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini, sbarcando con la forza un suo carico di migranti nel porto di Lampedusa.

Il mugnaio del racconto di Brecht, alla ricerca di un giudice davvero imparziale e coraggioso, non intimidito dal prepotente di turno, in questo caso è proprio Salvini. Che, al netto delle sue esuberanze verbali,  cerca giustizia, convinto di non averla ottenuta dalla magistrata di Agrigento, avventuratasi secondo lui in una interpretazione della legge tanto temeraria da capovolgerla. Egli è sicuro di avere messo in sicurezza  dal primo momento i migranti soccorsi dalla Rackete alleggerendone  via via il carico durante il trasporto,  ad ogni insorgenza di una difficoltà sanitaria o di altri rischi concreti.

Il problema alla fine era diventato, per il ministro, non umanitario ma tutto politico, o strumentale: da una parte la sua volontà di distribuire tra più Paesi i migranti custoditi dalla comandante della nave battente bandiera olandese, dall’altra la volontà della comandante di scaricarli, o affidarli, tutti all’Italia, forte anche dell’intervenuto arrivo a bordo di parlamentari italiani dell’opposizione. Dei quali è francamente ingenuo, se non azzardato, sostenere che vi fossero saliti solo per quell’attività “ispettiva” conclamata, e non anche, o soprattutto, per rafforzare nella partita in corso la posizione della comandante della nave rispetto a quella del ministro, e del governo da loro contrastato a quel punto ben al di là e al di fuori del Parlamento.

Fatta salva ciò che invece Salvini non vuole salvare, cioè la buona fede della giudice che ha dato torto a lui, e ai pubblici ministeri, e ragione all’indagata, liberandola dagli arresti peraltro domiciliari, e non davvero Schermata 2019-07-03 alle 18.01.52.jpgin carcere, dove forse sarebbe finito chiunque altro accusato degli stessi e molteplici reati, la signora Vella potrà difficilmente negare che il pur legittimo esercizio delle sue funzioni si è tradotto in un concorso, in una partecipazione, chiamatela come volete, alla gestione del complesso e non certamente secondario fenomeno dell’immigrazione.

Uno degli effetti della scelta compiuta dalla giudice è l’incoraggiamento che potrebbero avere avvertito altre navi e altri comandanti a seguire nei soccorsi in mare l’esempio della Sea Watch 3 e della sua comandante, così visibilmente orgogliosa d’altronde del modo in cui si è chiusa la sua impresa.  Non meno incoraggiati potrebbero essersi sentiti, volente o nolente la giudice di Agrigento, quei trafficanti di carne umana che mettono in acqua la loro mercanzia contando sul soccorso che potrebbero ottenere alleggerendo dei costi la loro rivoltante attività, non meno odiosa delle violenze che le loro vittime avevano appena finito di subire a terra, in Libia e altrove.

A questo punto la giudice di Agrigento mi e ci consentirà di chiedere, con tutto il rispetto dovuto alle sue funzioni,  in quanti debbano occuparsi della gestione dei migranti. Ne reclama giustamente il diritto e il dovere lo Stato attraverso il governo,  che ne risponde al Parlamento, e i suoi organi periferici. Ne reclamano il diritto i sindaci e, più in generale, gli amministratori locali, che rivendicano le loro competenze sino a contestare le leggi dalle quali si sentono limitati, per cui si appellano alla Corte Costituzionale perché le vanifichino. Ne reclama il diritto il volontariato, laico o religioso che sia, offrendosi ad assumere l’onere dell’accoglienza senza tuttavia assumersi alcuna responsabilità, per cui è potuto accadere l’anno scorso, per esempio, che molti migranti scaricati dalla nave Diciotti  a Catania siano stati accolti in case religiose per uscirne il giorno dopo e diventare clandestini, ingrossandone il fenomeno.

Ogni tanto avverte la competenza dell’immigrazione, con sporadiche dichiarazioni di qualche leader, persino l’Unione Europea, che è poi la vera destinazione cui ambiscono i migranti, ma i signori di Bruxelles, Berlino, Parigi e dintorni, così solerti a contendersi e a distribuirsi le cariche comunitarie a ogni scadenza, non riescono dannatamente ad accordarsi mai su come interessarsi davvero di questi disperati, uscendo quindi da una sostanziale e odiosa indifferenza. Che non bisogna scomodare Antonio Gramsci per definire quella che è: inciviltà.

In tanta confusione di competenze, vere o presunte, reali o finte, tutte comunque a responsabilità inevitabilmente non limitate ma limitatissime, la magistratura ha voluto assumere un ruolo per nulla secondario su cui ha espresso un giudizio severo un magistrato di lungo corso come Carlo Nordio. Che ha scritto di un “diritto” ,oltre che di una giurisprudenza, di una “volatile aspirazione metafisica”, nelle cui maglie si confondono alla fine sia i criminali sia chi li combatte. È una ragione in più-direi- per reclamare ordine anche in questo campo con una riforma della Giustizia che non può diventare un pericolo, anziché un dovere o un’opportunità, solo perché reclamata dal partito che è diventato il più votato d’Italia.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Effetto Stromboli sui giornali, affetti da anti-italianismo denunciato da Conte

            Come annebbiati e intossicati dai fumi, dai rumori, dai lapilli e dalle colate di lava dello Stromboli, dove vi assicuro che l’odiato ministro dell’Interno Matteo Salvini non ci ha messo nulla di suo per provocare e svegliare il vulcano e godersi la paura di abitanti, turisti e quant’altri, i giornali italiani sono stati presi letteralmente dal panico e da un’ondata non dico di antipatriottismo, essendo ormai il patriottismo scambiato per un difetto e non per una virtù, ma di disfattismo sicuramente.

            Il fatto che anche nella sua nuova edizione, uscita dalle urne del 26 maggio, il Parlamento europeo abbia un presidente italiano, Domenico Sassoli al posto di Antonio Tajani, entrambi peraltro approdati alla politica dal giornalismo attivo, non figurato o immaginario, e quindi anche per questo meritevoli forse di un supplemento di attenzione per chi se ne occupa scrivendo o parlando Davide Sassoli.jpgdavanti a una telecamera o solo a un microfono, è apparso generalmente un’inezia al cosiddetto sistema mediatico. E’ apparso anzi un infortunio rispetto alla decadenza o irrilevanza decisa chissà da chi a tavolino contro la solita Italia imbelle, rissosa, instabile e adesso addirittura sovranista. E già si scrive e si parla-  chi in odio al governo in carica e chi in odio alle opposizioni troppo preconcette e capaci delle manovre e delle congiure peggiori per accentuare le difficoltà della maggioranza gialloverde- della inevitabile irrilevanza del posto, anzi dello strapuntino, che sarà destinato all’Italia nella nuova Commissione Europea.

            Ma lo spettacolo, chiamiamolo così, più stravagante, diciamo pure più disfattista, senza timore di esagerare, lo ha dato, volente o nolente, l’ormai solita Repubblica di carta col titolo dedicato su tutta la prima pagina, a parte l’angolino dedicato a Stromboli, alla rinuncia della Commissione uscente di Bruxelles alla procedura d’infrazione per debito eccessivo messa in cantiere, peraltro con assai sospetto tempismo, contro il governo italiano. Che si è difeso rifacendo e riassestando i conti con tanto di deliberazione del Consiglio dei Ministri e di “scudo”, Schermata 2019-07-04 alle 05.37.46.jpgcome lo si è definito da più parti, del presidente della Repubblica in persona, Sergio Mattarella. Ebbene, “l’Italia la scampa”, hanno titolato nel giornale fondato da Eugenio Scalfari e ora diretto da Carlo Verdelli, dove non vorrei che fosse stato assunto come titolista o consulente di prestigio il notissimo e giustamente temutissimo magistrato Piercamillo Davigo, peraltro cresciuto assai di peso in questo periodo con la sua pur modesta corrente per le disgrazie nelle quali sono incorse le altre nel plenum e nelle commissioni dell’organismo di autogoverno delle toghe, travolto dallo scandalo di un sostanziale mercanteggiamento di promozioni e uffici.

            E’ stato proprio Davigo -l’omologo come “dottor Sottile” in campo giudiziario di quello che è stato per tanti anni in campo politico l’attuale giudice costituzionale Giuliano Amato per preparazione professionale, cultura e finezza di ragionamento-  a voler diventare famoso nei salotti televisivi e nei convegni come una specie di stracciasentenze di assoluzione. Che sarebberoPiercamillo Davigo.jpg solo sentenze di fortuita e disgraziata mancanza di condanna: una specie di uscita dell’imputato dal processo per il rotto della cuffia, con la conseguenza peraltro di esonerare il giudice che lo avesse in un altro grado precedente condannato, e lasciato per un bel pò in carcere, dall’obbligo delle scuse. Non parlo del risarcimento perché questo è di per sé già difficile di suo grazie a leggi che hanno clamorosamente disatteso nella sostanza, complicandone al massimo il meccanismo, l’obbligo della responsabilità civile dei magistrati sancito a larghissima maggioranza dagli elettori nel referendum dell’ormai lontano 1987.

            Sarà rimasto male per il titolo culturalmente davighiano della Repubblica di carta Giuseppe Conte in qualità sia di presidente del Consiglio, che ha condotto personalmente col ministro dell’Economia Giovanni Tria il confronto-processo con la Commissione uscente di Bruxelles, sia di professore di diritto sia di avvocato del popolo, come gli piacque definirsi insediandosi l’anno scorso a Palazzo Chigi e chiedendo la fiducia alle Camere.

           Sino al recente vertice mondiale a Osaka, in Giappone, il povero Conte si mostrava preoccupato solo che i giornali nel solito esercizio di “anti-italianismo” riferissero al momento giusto solo di un congelamento o di un rinvio della procedura europea di infrazione per debito eccessivo. Non immaginava, poveretto, di poter finire sui giornali come l’ennesimo, il solito colpevole sfuggito per caso, o per chissà quali misteriose ragioni o contropartite, ad una condanna dovuta, meritatissima: e ciò in perfetto stile giustizialista – come si dice generalmente, sia pure fra le proteste degli interessati- di magistrati e giuristi come Davigo, peraltro a lungo apprezzati fra e dai grillini, almeno sino a ieri, tanto da essere stati corteggiati come ministri Salvini bacia.jpgdella Giustizia in eventuali e ora diventati assai improbabili governi monocolori a cinque stelle, da quando si sono rovesciati nelle urne i rapporti di forza fra loro e i leghisti di un Salvini incontenibile -da Agrigento in su- nelle sue difese e offensive. Cui forse riuscirà il miracolo, fallito per tante ragioni nelle mani di Silvio Berlusconi e poi della sinistra, di riformare finalmente la Giustizia, non foss’altro per restitiuirle la maiuscola perduta per strada negli ultimi trent’anni, a dir poco.  

 

 

 

 

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La giudice che fa arrossire di vergogna e rabbia il ministro Matteo Salvini

             Dai, in questa Europa, diciamo così, al femminile che, salvo sorprese naturalmente, sta uscendo dai soliti vertici più o meno interpretativi dei risultati elettorali del 26 maggio, con la tedesca der Leyen.jpg Ursula -e chi sennò?- von der Leyen alla presidenza della nuova Commissione di Bruxelles e la francese sempre Lagarde.jpgelegante e abbronzata Christine Lagarde alla presidenza della Banca Centrale, dove offrirà ai fotografi tutti i sorrisi negati dall’uscente Mario Draghi, noi italiani siamo già riusciti per protagonismo a fregare tutti. E lo abbiamo fatto, a nostra insaputa, su un piano fra i più controversi e rischiosi per i nostri stessi interessi, quello dell’immigrazione, grazie ad una sentenza, ordinanza o altra diavoleria della giudice delle indagini preliminari Alessandra Vella.

              Quest’ultima nel suo ufficio al tribunale di Agrigento non solo ha restituito piena libertà a Carola Rackete, finita Vella 3 .jpgagli arresti domiciliari dopo avere forzato tutti i blocchi nella navigazione verso Lampedusa con una quarantina di migranti a bordo soccorsi in acque libiche, rischiando peraltro di schiacciare contro un molo una motovedetta della Guardia di Finanza con cinque militari a bordo, ma le ha confermato di fatto con tutte le formule giuridiche del caso il titolo di “salvavite” assegnato in prima pagina dal manifesto all’intraprendente comandante tedesca, ma navigante sotto  bandiera olandese.

            La decisione, che di fatto lascia le coste italiane nelle condizioni comode solo alla diffusa  indifferenza comunitaria, ha sorpreso e irritato, in particolare, il vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini, facendolo “arrossire di vergogna”, come cittadino e membro del governo, e facendogli ordinare al prefetto di Agrigento l’espulsione di Rackete in Germania per ragioni di ordine e sicurezza politica. Ma ciò tuttavia non potrà impedire all’interessata di rimanere in Italia almeno per una settimana ancora, fino al nuovo interrogatorio giudiziario che dovrà subire per il filone d’indagine sugli eventuali rapporti con gli scafisti, come vengono chiamati comunemente i trafficanti dell’immigrazione clandestina. Che completano con le loro rapine e i loro guadagni le violenze cui riescono a sopravvivere i malcapitati raggiungendo la Libia dai territori di provenienza e stazionando in sostanziali campi di concentramento prima della loro fuga organizzata, sia fa per dire, in mare.

            Per come si erano messe le cose all’arrivo delle prime notizie sulla decisione maturata dalla giudice di Agrigento, e si erano sviluppati i dibattiti nei soliti salotti televisivi collegati  in diretta con Agrigento, Lampedusa e altrove, il ministro dell’Interno e leader della Lega dovrebbe pure ringraziare Iddio per non avere visto contestare qualche reato alla motovedetta della Guardia di Finanza. Che ha cercato di contrastare l’attracco vietato alla nave della Rackete mettendo essa sì -la Guardia di Finanza- a repentaglio la vita dei militari, e Manifrsto.jpgforse anche quella dei migranti a bordo della Sea Watch. Incredibile, ma tutto vero sentendo le trasmissioni televisive e, in particolare, la quasi raccomandazione d’indulgena di un testimone dei fatti, il capogruppo del Pd alla Camera ed ex ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio. Che ad un certo punto ha rinunciato a infierire sostenendo l’inutilità, a quel punto, di stare ad accertare chi avesse dato alla motovedetta l’ordine di intromettersi così pericolosamente tra il molo e la nave “salvavite”, come la sua comandante.

            Di questa nave, non sentendosela evidentemente di condividere al cento per cento le proteste e le invettive del suo alleato e collega di governo Salvini contro la magistrata di Agrigento, forse per non mandare di traverso la cena al collega di partito e guardasigilli Alfonso Bonafede, il vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio ha pubblicamente chiesto “almeno” la confisca, evitando così il solio dissequestro negli altrettanto soliti tempi brevi occorrenti a consentire nuovi soccorsi e relative complicazioni.

            Ad occhio e croce, la confisca sarebbe possibile per il nuovo decreto legge sulla sicurezza di recente entrato in vigore, ma della cui applicazione a casi che non siano di accertata collusione con i trafficanti clandestini di carne umana non ha dubitato solo la giudice Vella. Ne ha appena dubitato, in un’audizione parlamentare, il capo della Procura di Agrigento Luigi Patronaggio. Le cui misure cautelative emesse contro la Rackete, in attesa degli accertamenti, sono state contestate e annullate dalla giudice.

            Il quadro giudiziario e politico, come vedete, è di una confusione e contraddizione disarmanti, in cui fa un po’ ridere, o sorridere, l’ottimismo mostrato da Salvini riproponendo con forza il proposito di “riformare davvero questa giustizia”, peraltro nel bel mezzo di una crisi particolarmente grave delle toghe e del Consiglio Superiore della Magistratura. Ed appare anche un po’ esagerata, pur se in fondo dovuta per il doppio ruolo che ricopre di presidente della Repubblica e del Consiglio Superiore, la fiducia appena rinnovata all’ordine giudiziario da Mattarella. Si muore anche avendo fiducia di vivere, signor Presidente.   

 

 

 

 

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Assestato finalmente il bilancio, un pò meno purtroppo il governo

               Non era né usuale né scontato che il presidente della Repubblica, per giunta durante una missione all’estero, particolarmente a Vienna, intervenisse in prima persona su una vertenza fra il governo e gli organismi comunitari per fornirgli quello che giustamente alcuni giornali hanno definito uno “scudo” o un “soccorso”. Soccorso Mattarella.jpg Ha pertanto un notevole significato politico e istituzionale l’intervento di Sergio Mattarella, visti anche i suoi noti, anzi notissimi contatti internazionali, cercati e ricambiati più o meno dietro le quinte, a sostegno dell’assestamento apportato finalmente al bilancio dal Consiglio dei Ministri, dopo tanti annunci e altrettanti rinvii: un assestamento finalizzato a chiarire i conti dello Stato di fronte alle contestazioni mosse dalla Commissione Europea e al conseguente rischio di apertura di una costosa procedura d’infrazione per debito eccessivo.

              Il capo dello Stato, confortato anche dagli ultimi dati sulla pur modesta riduzione della disoccupazione, non si è limitato a una generica condivisione delle cifre del governo, ma le ha fatte proprie ribadendole, come per farsene personalmente garante: disavanzo ridotto dal 2,4 al 2,l, avanzo primario aumentato dall’1,4 all’1,6 per cento e deficit giù di 7,6 miliardi di euro. “Non vedo ragioni” per dubitarne e avviare una procedura d’infrazione, ha detto quindi Mattarella risparmiando per garbo agli interlocutori europei qualsiasi osservazione pur non peregrina sulle circostanze dei rilievi mossi dai controllori sotto scadenza di mandato, visto che proprio in questi giorni si tratta, con tutte le difficoltà del caso, su come e con chi sostituirli a causa del rinnovo del Parlamento europeo.

             Peccato che a tanta premura, fermezza, coraggio, chiamatelo come volete, del presidente della Repubblica abbia corrisposto tanta imprudenza o sprovvedutezza del governo. Che è Carola.jpgimprovvisamente uscito dallo stato di grazia unitario in cui l’aveva involontariamente messo la guerricciola per mare dichiaratagli e condotta al comando della Sea Watch 3 dalla signorina tedesca Carolina Rackete, rimasta non si sa ancora per quanto, mentre scrivo, agli arresti domiciliari dopo l’interrogatorio subìto nel tribunale di Agrigento per una serie di reati di non poco conto, compreso il concorso in traffico clandestino di persone.

            Uniti nel considerare provocatoria e gravissima la sfida pseudo-umanitaria lanciata dalla comandante della nave battente bandiera olandese scegliendoRolli.jpg da sola dove sbarcare i migranti soccorsi nelle acque libiche, al netto di quelli già prelevati volontariamente per ragioni di necessità dalle autorità italiane, i due vice presidenti del Consiglio dai cui starnuti e umori dipende la stabilità e la stessa credibilità internazionale del governo, o quel che ne rimane grazie anche agli “scudi” di Mattarella, sono tornati a litigare come i polli di manzoniana memoria che Renzo -non il Renzi dei nostri giorni- portava praticamente alla morte.

            Questa volta al vice presidente leghista Matteo Salvini Salvini.jpgnon sono piaciuti, del suo omologo Luigi Di Maio, l’assenza a Palazzo Chigi, nella seduta del Consiglio dei Ministri sull’assestamento del bilancio, e un attacco sferratogli Di Maio.jpgvia facebook sull’affare Benetton. Che è la questione della revoca delle concessioni autostradali alla società Atlantia per il crollo, l’anno scorso, del ponte Morandi, senza aspettare i risultati degli accertamenti giudiziari, e con rischi perciò di forti penali.

           I grillini purtroppo non sanno stare senza avere un nemico da combattere e linciare. Li aiuta in questo caso la dichiarata impossibilità o indisponibilità di Giuseppe Conte, che pure è un avvocato e un professore di diritto prima ancora che il presidente pro tempore del Consiglio dei Ministri, di attendere “i tempi della giustizia”. Neppure un suicidio Lucino Benetton.jpgdell’ottantaquattrenne Luciano Benetton, con  tanto di lettera di scuse depositata preventivamente presso un notaio, o spedita al blog delle cinque stelle, non foss’altro per Atlantia.jpgscongiurare danni agli sprovveduti risparmiatori che hanno investito sui titoli di Atlantia, riuscirebbe forse a fermare l’esecuzione della condanna reclamata da Luigi Di Maio in veste anche di cuoco, dovendosi considerare inevitabilmente o auspicabilmente “decotto” il gruppo di questo pericoloso criminale a piede ancora libero e dei suoi soci.

            Fra le urgenze reclamate pubblicamente da Di Maio, forse per non restare chiuso in quella specie di gabbia in cui l’ha messo con le sue polemiche l’amico -si fa per dire- e compagno di partito Alessandro Di Battista, c’è quella di onorare la memoria delle vittime del crollo del ponte Morandi entro il primo anniversario, a metà del mese prossimo, della tragedia verificatasi a Genova. Ma sarà un modo forse anche per rifarsi, sotto le cinque stelle, dei mancati festeggiamenti del primo anniversario del governo gialloverde per via di un altro crollo: quello elettorale, il 26 maggio scorso, di un partito tanto rapidamente cresciuto quanto rapidamente ridotto.

 

 

 

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I danni, ma anche i miracoli di Madonna Carola Rackete e dei suoi protettori

            La “capitana” del mare Carola Rackete, teutonica negli annunci e nelle pose ma obiettivamente scarsa al comando nelle operazioni di attracco, appena trasferita in condizioni di arresto dall’isola di Lampedusa ad Agrigento per essere interrogata, starà riflettendo  sui danni procuratisi da sola con la sua sfida al “capitano” Matteo Salvini e sui miracoli compiuti sul piano politico a vantaggio dello stesso Salvini.Salvini.jpg Che pure la signora aveva orgogliosamente messo “in fila” quando, parlandone in mare, aveva detto di non avere tempo di ascoltare i suoi ordini, proteste e quant’altro perché prima di lui c’erano una quarantina di migranti sulla sua nave di cui occuparsi, anche per trattenerli a bordo e non lasciarli tuffare a mare: non si sa se più per uccidersi, come Carola mostrava di temere, o per essere raccolti in acqua da volenterosi in grado di trasportarli a terra, e sottrarli così a quella curiosa situazione di ostaggi in cui la “capitana” li aveva sprovvedutamente ridotti sulla sua  Sea Wuatch 3.

            Il primo miracolo, aiutata in verità anche dal presidente della Repubblica tedesca intervenuto a suo favore dopo l’arresto, per quanto domiciliare, e da quel portavoce, o qualcosa di simile, del presidente francese Emmanuel Macron, che gli ha dato dell’”isterico”, è stato quello di ricompattare il governo italiano sulla linea, diciamo così, della fermezza in tema di immigrazione e, di riflesso, anche su altre questioni che avevano fatto salire la temperatura nei rapporti fra i due partiti della maggioranza: flat tax, autonomie differenziate, revoca delle concessioni autostradali agli odiati Benetton, Tav, Tap, minibot e via elencando.

            Nella reazione alle parole pro-Carola pronunciate dal solitamente silente presidente tedesco Frank Walter Steinmeler, il capo paragrillino del governo italiano Giuseppe Conte, che pure del suo vice leghista Salvini attende sempre con una certa ansia parole e iniziative, è stato di una durezza e prontezza che hanno forse superato le stesse aspettative del ministro dell’Interno. In particolare, Carola 2 .jpgConte ha rinfacciato ai tedeschi le coperture finora assicurate ai due connazionali manager della TyssenKrupp condannati in Italia per il rogo nella loro fabbrica di Torino costato la vita nel 2007 a sette operai.  E meno male che Conte si è fermato al 2007 e non ha riaperto i conti, diciamo così, dell’occupazione nazista in Italia nella disgraziata seconda guerra mondiale.

            Ora il governo gialloverde non dico che goda eccellente salute, ma insomma sta un po’ meno male di prima. E sarà forse più facile a Salvini sottrarsi alle spinte attribuite ad una parte crescente del suo partito per rompere con i grillini e cercare di investire in un ricorso anticipato alle urne quel 35 per cento circa di voti raccolti il 26 maggio nelle elezioni per il Parlamento europeo.

            Salvini, evitando la crisi potrà non solo risparmiare guai al suo omologo grillino alla vice presidenza del Consiglio, Luigi Di Maio, che Alessandro Di Battista con le sue polemiche ha chiuso in una gabbia costruita nel corso rapido di falegnameria frequentato nei mesi scorsi nel Viterbese, ma potrà togliere d’impaccio anche la propria avvenente fidanzata Francesca Verdini. Che aveva avuto l’imprudenza recentemente di parlare con l’amico toscano Luca Lotti proprio dei progetti elettorali di Salvini, non immaginando che quello ne avrebbe poi riferito al magistrato inquisito per corruzione Luca Palamara, diventato a sua insaputa, con quella troia di applicazione al telefonino disposta dalla Procura di Perugia, una spia in servizio permanente effettivo, a larghissimo raggio.

           Questo del Troja, con la j lunga, è notoriamente uno strumento d’indagine orgogliosamente allargato dal Macaluso.jpgministro grillino della Giustizia Alfonso Bonafede con la legge cosiddetta spazzacorrotti. Della cui pericolositì, oltre che perfidia, hanno parlato in questi giorni  in sedi diverse Carlo Nordio, con lunga esperienza di magistrato, ed Emanuele Macaluso, di lunghissima esperienza politica raccontata con la solita sincerità e passione all’Espresso.

 

 

 

 

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