In attesa delle scuse, altamente consigliabili, della Meloni a Macron

         La premier Giorgia Meloni, imbarazzata nella generale rappresentazione giornalistica per gli insulti del suo vice leghista Matteo Salvini al presidente francese Emmanuel Macron, che si è beccato anche del “troppo permaloso” per la protesta espressa in via diplomatica, si starà chiedendo se le intemperanze del suo collega di governo e amico, almeno a parole, siano notate più da sole o con una sua dissociazione. Cioè se lei traduce l’imbarazzo in una richiesta pubblica di scuse a Macron. Come, magari, le avrà già consigliato direttamente e riservatamente il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, imbarazzato più ancora della Meloni nel ruolo che ha di Capo dello Stato che “rappresenta l’unità nazionale”, cioè la Nazione, secondo l’articolo 87 della Costituzione.

         Visto che la situazione creata da Salvini con i suoi attacchi e insulti a un Macron guerrafondaio, che dovrebbe “attaccarsi al tram” piuttosto che pensare a interventi più concreti delle parole a favore dell’Ucraina dopo tre anni  e mezzo di guerra con la Russia di Putin, che ne ha invaso il territorio e continua a devastarlo con più morti e feriti di quanti se ne stiano contando a Gaza su un altro versante di fuoco; vista, dicevo, la situazione creata da Salvini nei rapporti con la Francia ancora nostra alleata atlantica e socia europea, sarebbe ora che la Meloni si scusasse. Anche a costo di provocare una crisi che però credo improbabile. Più probabile vedrei una crisi nella Lega, dove l’imbarazzo per le posizioni del segretario è forse maggiore di quello della Meloni nel governo per lo stile e a volte anche il contenuto dell’azione di Salvini. Questa volta, credo, per lo stile e il contenuto insieme.

Il funerale preterintenzionale dell’Europa celebrato da Draghi a Rimini

         Se l’intenzione di Mario Draghi, parlando al raduno annuale di Comunione e  Liberazione a Rimini, senza cravatta e occhiali d’ordinanza, era quella -come spero anche per i ruoli che ha avuto a vario livello, e ha tuttora con gli studi e altro affidatigli dalla presidente della Commissione di Bruxelles Ursula von der Leyen; se l’intenzione, dicevo, era di “strigliare”, “sferzare”, stimolare e quant’altro, come si si legge oggi nei titoli di molti giornali, l’effetto è stato opposto. Infelicemente opposto, direi.

Quella di Draghi è stata la celebrazione di un funerale preterintenzionale, diciamo così, dell’Unione europea. Di cui egli ha sostenuto con una certa, forse eccessiva, spietata durezza, che sia “evaporata la forza” che pure poteva provenirle dai quattrocento milioni e più di consumatori che popolano il suo mercato. Un’Europa evaporata, ripeto, e “immobile” di fronte alle guerre che la circondano e la coinvolgono: dall’Ucraina a Gaza. Eppure l’Ucraina, per esempio, se non è stata -o non è ancora stata- abbandonata dal presidente americano Donald Trump nelle fauci di un Putin trattato quanto meno con eccessiva indulgenza, da invaso e non invasore, lo si deve all’Europa pur “evaporata” nelle parole dell’ex presidente della Banca Centrale europea e poi anche ex presidente del Consiglio.

         Diciamo che è stata per Draghi,  quella trascorsa ieri a Rimini, una giornata sfortunata. Più da “funerale”, come ha titolato impietosamente qualche giornale, che da occasione ricostituente per l’Unione europea. Una giornata da dimenticare, più che ricordare.

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Tutti liberati a Milano gli arrestati nelle indagini sull’urbanistica

Tombola fuori stagione, diciamo così, a Milano. Dove nessuno, ma proprio nessuno degli arresti ottenuti dall’accusa nelle indagini sull’urbanistica chiamate in vario modo- Palazzopoli, Pirellinpopoli, Affaropoli, Lussopoli e via declinando- ha retto al passaggio del tribunale del riesame. Neppure quello del costruttore Manfredi Catella, liberato per ultimo ieri dalla custodia domiciliare come, prima di lui, l’ex assessore all’UrbanisticaGiancarlo Tancredi, Giuseppe Marinoni, Federico Pella, Alessandro Scandurra e Andrea Bizzicchieri, l’unico ad avere provato il carcere davvero.

         Salvo complicazioni, e nei tempi ordinariamente lunghi della giustizia di rito italiano, e non solo ambrosiano, i liberati riusciranno ad andare liberi al processo. Ma intanto hanno dovuto subire il bagno dello sputtanamento.   E chissà quale altro li aspetterà nell’espletamento delle loro professioni, per alcuni di loro già interdette con misure sostitutive dell’arresto.

         Manfredi Catella già di suo più elegante e aitante del suo amico Beppe Sala, si porterà addosso ormai per tutta la vita la leggenda, ricavata dalla solita intercettazione fuori contesto, al limite fra il reale e lo scherzo, di essere stato in pieno, clamoroso conflitto d’interessi il vero sindaco della Milano dei grattacieli, annessi e connessi. Con Sala, sinora fra i tanti indagati, ridotto ad un prestanome con la complicità di tutti gli elettori che lo hanno portato a Palazzo Marino.

         Chissà perchè, forse stimolato, dirottato o altro ancora da una intervista appena letta sul Corriere della Sera, e rilasciata nella sua residenza campestre in Molise, alla notizia della tombola, ripeto, al tribunale del riesame di Milano il mio pensiero è andato ad Antonio Di Pietro. Che, con l’esperienza fattasi a Milano e altrove come sostituto procuratore, all’esplosione delle indagini sull’urbanistica ambrosiana è stato il primo, o fra i primi, ad essere colto da dubbi e ad esprimerli pubblicamente col suo solito ricorso ad immagini o espressioni ruspanti, ad effetto come la domanda che opponeva ai suoi tempi giudiziari agli interlocutori: “Che ci azzecca?”. Stavolta egli ha opposto alla proliferazione della fantasia e dei sospetti sui grattacieli di Milano progettati ed eseguiti da architetti e costruttori di una certa dimensione e notorietà ricordando che certe imprese non sono da “geometra di Canicattì”.

         Prima ancora dell’esplosione urbanistica di o a Milano, quando neppure aveva dismesso la toga per farsi tentare dalla politica, nella quale il suo capo Francesco Saverio Borrelli si augurava più o meno pubblicamente che trovasse finalmente la pace, l’inquieto Di Pietro, Tonino per gli amici, era diventato guardingo verso i suoi colleghi. Aveva cominciato a chiamare sarcasticamente “dipietrini” i magistrati che lo imitavano un po’ dappertutto nella caccia alle tangenti nella quale lui si era specializzato a Milano. Moltiplicandone i risultati con le doti “informatiche” che sorpresero anche Borrelli. Non tutti insomma sono davvero Di Pietro, specie da quando lo stesso Tonino ha cominciato ad avvertire dubbi sulla sua epopea.

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Il bicchiere di Carlo Nordio e la paura dei suoi avversari

         Il maggior problema del guardasigilli Carlo Nordio- maggiore anche del processo che il tribunale dei ministri vorrebbe fargli per l’affare del generale libico Almasri, fatto rimpatriare e sfuggire all’arresto ordinato dalla Corte Internazionale Penale dell’Aja per crimini contro l’umanità- è il suo bicchiere secondo Marco Travaglio e imitatori, o seguaci, nel Fatto Quotidiano.  Dove preferiscono i sobri agli ubriachi, o alticci. Come lo stesso Nordio, con ironia pari alla sua serietà o severità, lascia benevolmente farsi rappresentare dagli avversari ricordando che la buonanima del primo ministro britannico Winston Churchill, che lui ha studiato scrivendone spesso, “salvò l’Europa pasteggiando champagne e brandy”.

         “Garrula” e “curiosa” è definita oggi sul Fatto Quotidiano, appunto, una lunga intervista quasi ferragostana concessa al Corriere della Sera da Nordio parlando anche dell’amicizia personale e familiare con Andrea Panatta, il campione dl tennis  orgoglioso anche della possibilità di congiurare il suo socialismo dichiaratamente nenniano col liberalismo di Nordio di tendenza malagodiana. I due -Nordio e Panatta in ordine rigorosamente alfabetico- potrebbero insomma definirsi liberalsocialisti come i Rosselli. O come gli scomparsi Enzo Bettiza e Ugo Intini discutendone in un libro a ridosso dei due governi di Bettino Craxi, in cui socialisti e liberali si ritrovarono insieme dopo essersi contrapposti nelle prime edizioni del centro-sinistra, col trattino di Aldo Moro.

         Sarà pure stata garrula e curiosa, ripeto, ma l’intervista di Nordio è rimasta sul gozzo a Travaglio e amici anche o soprattutto perché indicativa della tranquilla fermezza con la quale il ministro intende farsi approvare dal Parlamento la riforma della giustizia, comprensiva della separazione delle carriere di giudici e dei pubblici ministeri, e poi farla confermare dagli elettori nel referendum.

Il Centro Leoncavallo sgomberato con 36 anni o 13.140 e più giorni di ritardo

         Altro che i 30 o 31 anni di ritardo lamentati dal ministro dall’Interno Matteo Piantedosi annunciando lo sgombero finalmente attuato del famoso Circolo sociale Leoncavallo, a Milano. E partendo da chissà quale tappa del percorso: forse quella che è costata tre milioni di euro al Viminale per risarcire i danni valutati dall’autorità giudiziaria ai proprietari dell’area occupata abusivamente. Uno sgombero di cui si è vantata personalmente anche la premier Giorgia Meloni spiegando che non ci possono essere “zone franche”, esentate dalla legalità.

         Il ritardo è di 36 anni, pari a 13 mila 140  e più giorni passati dal 16 agosto 1989. Quando l’allora sindaco di Milano Paolo Pillitteri, non lasciandosi trattenere dal prefetto che temeva le solite tensioni e complicazioni sociali, mandò centinaia di vigili urbani a sgomberare in via Leoncavallo l’omonimo centro contro il quale alla direzione del Giorno, assunta tre mesi prima, avevo condotto una campagna per soddisfare centinaia di lettori che da ancora più tempo scrivevano sistematicamente al giornale per denunciare il disordine, spesso anche la violenza praticata da quella comunità di protestatari, anche con musica al massimo volume suonata sino a notte inoltrata. Musica naturalmente non classica.

         A Paolo Pillitteri, del quale ero amico personale, e non perchè fosse il cognato di Bettino Craxi, avendone sposato la sorella Rosilde, chiesi un giorno a bruciapelo nel suo ufficio a Palazzo Marino che razza di “città da bere” potesse essere Milano, come anche i miei collaboratori scrivevano in terza pagina fra interviste e articoli d’analisi dopo la stagione degli anni di piombo, se si tollerava per vigliaccheria, più che per sociologia, un Centro come quello noto col nome della strada in cui si era installato abusivamente.

         Peraltro da qualche giorno arrivavano a casa mia, raccolte prevalentemente da mia moglie, telefonate di minacce e di schermo, peraltro su una linea riservata, senza il numero negli elenchi degli abbonati. “Il garofano sarà reciso”, promettevano avendomi evidentemente iscritto d’ufficio al partito di Craxi e di Pillitteri.

         Nel sospetto che quelle telefonate provenissero dai leoncavallini il questore mi aveva personalmente confidato di avere chiesto alla magistratura di mettere il mio telefono sotto controllo, ricevendone un rifiuto. Che contribuì alla decisione del questore, non so se anche del prefetto, di assegnarmi una scorta. E penso anche a fare maturare ancora di più nel sindaco la valutazione dell’anomalia che ormai da una decina d’anni costituiva quel centro sociale e alternativista. Dove poi avrei scoperto, con l’irruzione politica della Lega, che si affacciava ogni tanto anche un giovanissimo Matteo Salvini, convinto che ci fossero sì violenti, come da una intervista dopo la sua elezione a consigliere comunale, ma pochi e sotto controllo. Almeno il suo, debbo presumere. Violenti riusciti a vanificare il tentativo di sgombero del 1989 e altri cento e più -esattamente 133- contati sempre dal ministro Piantedosi, mentre il centro cambiava peraltro sedi,

         Vi ho brevemente raccontato questa esperienza personale e professionale, dilungandomi, anche per farvi capire lo sgomento, a dir poco, procuratomi dalle reazioni scandalizzate a questo intervento speriamo risolutivo del governo. A cominciare naturalmente da quella di stupore e di protesta del sindaco in carica, Beppe Sala. Che ha come attenuante solo la lista dei tanti predecessori, anche di destra, succeduti a Pillitteri senza seguirne l’esempio.

Pippo Baudo meriterebbe l’intestazione del Ponte sullo Stretto di Messina

         Di tutte le cronache stampate dei funerali di Pippo Baudo nella sua Militello, con le piazze, le strade, i balconi pieni, e spesso affittati, i tassisti furiosi per i clienti sfuggiti al pagamento della corsa dall’alto della loro dichiarata funzione di “dirigenti Rai”, la gente adorante del morto e curiosa dei vivi famosi accorsi all’ultimo saluto, ho trovato particolarmente efficace quella scritta per Il Foglio da Carmelo Caruso. Che con quel nome inconfondibilmente siciliano si meritava di certo di essere inviato, a tutti gli effetti, sul posto per un funerale che già in sé, a prescindere dal morto di turno o d’occasione, è “la sola grande opera della Sicilia”, ha scritto Caruso. E “il lutto la molla del progresso”, tradito per il testo dai ritardi. Come quelli dei lavori all’aeroporto di Catania, ancora in corso per il fuoco che lo danneggiò due anni fa. “Solo Baudo ostinato, voleva tornarci, perfino da morto”, senza riuscirvi.

         La bara di Pippo Baudo, che vi è stato rinchiuso nello smoking di ordinanza, come nell’ultimo dei suoi spettacoli televisivi, è arrivata a Militello per strada e mare. “Qui le salme -ha concluso e ripetuto Caruso il suo racconto- sono l’unico ponte con il progresso”.   

lI ponte, appunto. Mettiamogli la maiuscola e dedichiamogli quello sullo stretto di Messina giunto finalmente alla vigilia dei suoi cantieri. Lasciamo tornare al suo posto, in viale Mazzini, davanti alla sede nazionale della Rai, il cavallo pur “morente” in groppa al quale Emilio Giannelli sul Corriere della Sera lo ha immaginato salire in cielo, e che a Fiorello mi sembra non piacere, preferendogli una statua di Pippo Baudo.  E dedichiamo piuttosto a Pippo – quello “nazionalpopolare” di cui egli stesso era fiero, anche per il carattere unitario che conteneva quella definizione contestata infelicemente da un presidente della Rai- il Ponte. Che svetterà fra il continente e la Sicilia come la Cupola di Michelangelo nel cielo di Roma o quella del Brunelleschi nel cielo di Firenze.  

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Quella fuga di Toni Negri a Parigi favorita da Craxi e Scalfaro

Agosto è tempo anche di ricordi, magari sotto l’ombrellone per chi se lo può permettere con quel che ne costa l’uso in una spiaggia a pagamento. Ricordi magari stimolati dai giornali, come quello offerto dal Foglio raccontando di Sandro Parenzo, ora  ottantunenne “magro e brevilineo, produttore, sceneggiatore, imprenditore televisivo”, sospettato fiduciosamente nel gennaio del 1984 dall’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi di potersi mettere in contatto con Toni Negri. Che, non più coperto da immunità parlamentare come deputato eletto nelle liste radicali, avendone la Camera autorizzato l’arresto per reati di terrorismo, stava per essere catturato dai Carabinieri. “Devi avvisarlo di non tornare a casa”, disse Craxi a Parenzo, tuttora convinto -orgogliosamente, direi- di avere compiuto la missione, affidatagli dal capo dl governo, attraverso il comune amico Nanni Ballestrini, rintracciato per telefono a Parigi. Dove Negri da latitante lo avrebbe raggiunto dopo avere evitato l’arresto in Italia.

         Senza volere smentire Parenzo, che dispone peraltro di una testimonianza notarile consigliatagli a suo tempo dal suo avvocato, spero non per fini ricattatori, di quella stessa vicenda io ho un altro racconto. Fattomi personalmente dallo stesso Craxi non d’estate, e in anni successivi alla sua esperienza a Palazzo Chigi, parlandomi del suo ex ministro dell’Interno Oscar Luigi Scalfaro.  E ciò per farmi capire quanto fossero cambiati  sorprendentemente i rapporti fra di loro con l’elezione dell’amico democristiano  nel 1992 al Quirinale, per giunta avvenuta col suo appoggio, avendolo Craxi preferito al presidente del Senato Giovanni Spadolini nel finale della  corsa alla Presidenza della Repubblica.

 Al mio rientro da Hammamet, dove avevo raccolto le confidenze di Bettino, non trovai per fortuna avvocati che mi consigliassero un notaio al quale raccontare tutto documentalmente. Ma se ne avessi trovato uno, lo avrei mandato al diavolo.

         Craxi mi raccontò che, maturate le condizioni dell’arresto di Negri, contro cui arresto aveva votato per ragioni di garantismo, si sentì chiedere un incontro da Scalfaro. Che gli prospettò l’imbarazzo, a dir poco, nel quale quel diavolo di Marco Pannella, comune amico, stava mettendo il Parlamento e, più in generale, lo Stato. Incombeva lo spettacolo di un deputato non decaduto che avrebbe preteso di essere accompagnato dal carcere alla Camera per esercitare i suoi diritti parlamentari ogni volta che li avesse ritenuti irrinunciabili. Il ministro gli comunicò pertanto che avrebbe trovato il modo di allentare la sorveglianza per consentire a Negri di fuggire, se lo avesse voluto. E di disattendere anche il progettino che aveva su di lui il leader radicale.  

         Per conciliare i due racconti, di Parenzo al Foglio e questo mio al Dubbio, posso solo pensare che Craxi s’incontrò con Scalfaro dopo avere parlato con  Parenzo. Immagino con quale sollievo, trovando il ministro dell’Interno d’accordo con lui contro la prospettiva dello spettacolo di un onorevole detenuto diviso fra cella e Camera. Diavolo di un Pannella, ripeto,  ma anche di Craxi, di Scalfaro e dello stesso Negri, poi tornato in Italia quando volle lui, e infine a Parigi per morirvi due anni fa.

         Anche a livello di teatro, o di teatrino come lo chiamava Silvio Berlusconi prima di salirvi, o di scendervi come su un campo da gioco, la cosiddetta prima Repubblica temo che abbia battuto la seconda. Lo temo per la seconda, naturalmente.

Pubblicato sul Dubbio

La brodaglia…di carta addosso alla Meloni della Casa Bianca

         Quello stitico riconoscimento del Corriere della Sera alla Meloni di essere andata “meglio del previsto” al vertice euro-americano alla Casa Bianca sull’Ucraina – riconoscimento collocato alla fine del cosiddetto sommario del titolo di apertura della prima pagina- è a suo modo indicativo delle difficoltà della premier nei rapporti con i giornali. Difficoltà delle quali la stessa premier è talmente consapevole, e peraltro così poco preoccupata, preferendo sporsi il meno possibile alle domande in diretta, da scherzarci sopra parlandone proprio alla Casa Bianca col presidente finlandese in un fuori-onda. Che si è procurato sui quotidiani italiani più cronache e commenti allo stesso vertice.

         In questa corsa al dettaglio per cogliere il diavolo che vi si nasconde ha voluto distinguersi sulla Stampa Flavia Perina. Che, essendo stata direttrice del nerissimo, diciamo così, Secolo d’Italia, non si lascia scappare occasione per riscattarsi in qualche modo metaforico dal passato. E così ha scritto della Meloni e della sua battuta americana sui giornali con la puzza sotto il naso, quanto meno.

         Per fortuna, pluralismo, contrappasso e quant’altro scrive sulla Stampa anche Mattia Feltri, che riesce spesso a superare il padre Vittorio nella pratica del nuoto controcorrente.  Così oggi, con qualche decina di centimetri sotto la collega ha ricordato i rapporti ancora peggiori che riescono ad avere con i giornali i pur più loquaci “capi dell’opposizione”, generosamente al singolare. Che pretendono generalmente domande scritte e accessori del genere, a cominciare da Romano Prodi. Che tuttavia il mio amico Mattia ha in qualche modo aiutato alla fine risparmiandogli il ricordo di quel recente, assai sgradevole episodio, inizialmente negato e poi ammesso davanti all’evidenza delle foto senza neppure scusarsene, della mano addosso ad una giornalista tanto scortese da avergli fatto una domanda sgradita sulla controversia del momento. Che era quella della democrazia zoppicante in una parte del manifesto europeista di Ventotene citata con maggiore imprudenza ancora dalla premier Meloni parlandone in Parlamento.  

         Potrei continuare a incidere sulla stampa, al minuscolo e generale, e sulla sua partecipazione alla fuga delle opposizioni, doverosamente al plurale, dalla realtà quando non la gradiscono. Ma mi fermo per carità professionale.

Le opposizioni fuggono a gambe levate dalla realtà che non gradiscono

Negli spazi televisivi scampati, diciamo così, ad una monumentalizzazione di Pippo Baudo così ridondante da non piacere- credo- all’interessato che la sta osservando da lassù, stropicciavo gli occhi a vedere le immagini provenienti dalla Casa Bianca. Dove, nel vertice euro americano sull’Ucraina seguito al suo incontro in Alaska con Putin, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha voluto alla sua sinistra la premier italiana Giorgia Meloni.  “Grande leader e fonte di ispirazione”, ha detto Trump quasi spiegando la ragione della sua scelta. Ne ha poi apprezzato con una mimica inequivocabile la proposta ribadita di garantire la sicurezza dell’Ucraina, violata da Putin con la sua invasione chiamata eufemisticamente operazione speciale, attraverso un congegno politico e militare riconducibile al famoso articolo 5 del trattato dell’alleanza atlantica. Sì, proprio quella: la Nato, alla quale Putin è riuscito ad impedire l’adesione dell’Ucraina ma non potrà probabilmente impedire di garantirle la sicurezza nei confini e nelle dimensioni che usciranno dalle trattative per la pace.

         La Meloni seduta e dialogante alla sinistra di Trump, col presidente ucraino Zelensky di fronte, il presidente francese Macron alla destra di quello americano e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen a un’estremità del tavolo, quasi come in una curva allo stadio, è stato per me uno spettacolo eccezionale. Eppure, scusatemi della immodestia, ne ho visto di cose, e vissute di esperienze, in 65 anni di mestiere, cominciati con la cronaca nera e il giro degli ospedali, continuata con la cronaca bianca, quella del Campidoglio, e poi con la cronaca politica, la frequentazione di leader di ogni colore. E con avventure professionali come la partecipazione alla fondazione del Giornale di Indro Montanelli, la direzione del primo telegiornale privato, che fu quello di Rete 4 chiamato Dentro la notizia traducendo in italiano una trasmissione americana di notizie di cui si era innamorato Silvio Berlusconi seguendola da spettatore in un soggiorno di studio oltre Oceano, e di un giornale pubblico come era ancora in quei tempi Il Giorno, voluto dal mitico Enrico Mattei.

         Ne ho viste, sentite e vissute -ripeto- di tutti i colori e di tutti i suoni. Ho visto la Dc di Amintore Fanfani perdere il referendum sul divorzio e imboccare, con quella sconfitta, la strada di un declino solo rallentato dall’aiuto fornitole da Montanelli invitando a votarla “col naso turato”. Ho visto catapultato, o quasi, uno storico e giornalista, Giovanni Spadolini, dalla direzione  del Corriere della Sera sottrattagli sorprendentemente  dall’editrice Giulia Maria Crespialla prima guida non democristiana del governo nella storia della Repubblica. Ho visto succedergli alla guida del governo il primo socialista, sempre nella storia della Repubblica, Bettino Craxi con un altro socialista quasi regnante al Quirinale, Sandro Pertini. Una combinazione che la Dc visse come una maledizione non accorgendosi che serviva, anch’essa come il voto a naso turato di Montanelli, ad allontanarne la fine, sopraggiunta con Tangentopoli, annessi e connessi.

         Ho visto crollare il comunismo col muro di Berlino e i comunisti italiani cercare di salvarsi cambiando nome e simbolo al loro partito. E scoprendosi battuti nelle elezioni politiche del 1994 da Silvio Berlusconi, il migliore amico di quel Craxi di cui erano riusciti a liberarsi con l’aiuto della magistratura.

         Potrei ancora continuare ed esaurire lo spazio senza arrivare alla conclusione. Che è di non avere mai immaginato di vedere quella Meloni dell’altra sera (ora italiana) alla Casa Bianca, con tutto ciò che la sua postazione e il suo intervento hanno significato e significano. Anche in Italia, dove vale, per le opposizioni sempre rosicanti la massima ricavata dal latino su Dio che accieca chi vuole perdere. “Quem Juppiter vult perdere dementat prius”, in originale.

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Giorgia Meloni ormai di casa…alla Casa Bianca di Trump

         Pur rimpicciolita dalle dimensioni dell’auto da cui era scesa e della guardia presidenziale che le aveva sorretto la portiera sulla soglia della Casa Bianca, la premier Giorgia Meloni ha fatto la sua figura nel vertice euro-americano svoltosi con la partecipazione del presidente ucraino Zelensky, precedentemente incontratosi sia con i rappresentanti europei sia col presidente degli Stati Uniti.

         Il rapporto amichevole e dichiaratamente “speciale” con Trump, tradotto in Italia dalle opposizioni rosiconi in una subordinazione umiliante, e persino pericolosa per l’Unione europea, non ha impedito alla Meloni di partecipare agli stimoli pro-Ucraina avvertite ed espressi, rispettivamente, dopo l’incontro del presidente americano in Alaska con Putin. E il massimo di voti datosi dall’uno e dall’altro pur in mancanza di un accordo. O di un accordo esplicito, a meno di accordi segreti e per ciò stesso sospetti o persino inquietanti perché inevitabilmente sopra la testa sia dell’Ucraina sia degli europei che la sostengono più degli americani, o del loro presidente. Che pure- -va detto- non ha potuto o voluto sottrarsi al gesto significativo di consegnare in Alaska una lettera di sua moglie Melania a Putin su un aspetto fra i più disumani della guerra, o “operazione speciale”, della Russia contro l’Ucraina sequestrando e deportando bambini. Sino a incorrere in una precisa accusa e sanzione pur declamatoria della Corte Penale Internazionale dell’Aja, come è accaduto al premier israeliano per la guerra a Gaza pur provocata dai terroristi palestinesi col pogrom del 7 ottobre di due anni fa.

         Alla Casa Bianca Trump ha riservato non certamente a caso il primo posto alla sua sinistra, nel vertice, proprio alla Meloni, e alla sua destra al presidente francese Emmanuel Macron. E della Meloni, presentata come “grande leader e fonte di ispirazione”, ha condiviso con cenni del capo la riproposizione di una garanzia di sicurezza all’Ucraina attraverso il ricorso e l’applicazione del famoso articolo 5 del trattato della Nato notoriamente ostica a Putin. Può diventare realistico proprio attraverso questo che non può essere considerato un espediente, per le forze politiche e militari che ne sono coinvolte, a cominciare dagli Stati Uniti, il superamento definitivo delle resistenze di Zelensky ad una trattativa trilaterale per la pace pur in assenza di una tregua rifiutata da Putin. E riproposta con forza da Macron alla Casa Bianca.

         Negare alla Meloni, come già avverto nell’aria mediatica e politica, l’importanza del ruolo svolto in una Casa Bianca che le è ormai….di casa, non è solo una pratica di opposizione preconcetta. E’ semplicemente, più gravemente, una notizia falsa.

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