Se non sono bastate neppure 40 domande e risposte in 180 minuti di conferenza stampa

       Mi chiedo se e quanto, poco, basteranno a soddisfare il pubblico ostile alla Meloni, rappresentata come in fuga continua dai giornalisti, le quasi tre ore, 180 minuti, da lei impiegate per rispondere alla quarantina di domande nella conferenza stampa ormai d’inizio d’anno.  Dopo quelle di fine d’anno cui eravamo abituati quando i calendari -signora mia- si rispettavano di più, in qualsiasi condizione climatica o solo umorale.

Mi chiedo anche se e quanto, poco, critici, rosiconi, avversari e nemici irriducibili della premier abitualmente rappresentata come una mezza squadrista, torva nelle parole, nei gesti e nelle vene del collo quando sule su un palco per un comizio, o replica in Parlamento nelle discussioni che non può evitare, si siano accorti di quanta ironia, quasi da spettacolo di varietà, la premier sia stata capace parlando della voglia di lavorare, non gratis, col Fiorello televisivo. O del disinteresse opposto alle paure di vederla fra quattro anni al Quirinale, al posto di un Mattarella scaduto anche nel secondo mandato, dicendo: “So farmi “bastare il livello mio”.  Che istituzionalmente è quello di Palazzo Chigi, ora o anche dopo le elezioni se le vincerà al rinnovo delle Camere. Fisicamente invece, e allegramente lo stesso, il livello d’altezza della Meloni è notoriamente di 163 centimetri, o un metro e 63 come di dice comunemente conversando sia nei salotti sia per strada nelle borgate. Un’altezza che non le procura nessun complesso.

       Mi chiedo ancora se e quanto, sempre poco, gli “ottimi rapporti”        vantati dalla Meloni con Mattarella, pure quando all’una o all’altra non capita di pensarla alla stessa maniera nella gestione di grandi o piccoli problemi, faranno desistere retroscenisti e simili, di opposizione mediatica o politica, dall’ immaginare e raccontare liti e crisi furibonde, quasi all’arma bianca, a rischio di tenuta degli stessi stucchi del Quirinale, o di questo o quell’articolo della Costituzione, materiale o reale che sia quella invocata dai facili allo sconforto o alla paura.

       Mi chiedo se e quanto, sempre poco, varrà l’orgogliosa rivendicazione degli ottimi rapporti vantati dalla Meloni anche con i suoi due vice presidenti del Consiglio, il forzista Antonio Tajani e persino il leghista Matteo Salvini, a fare sospendere gli spettacoli, e o solo ridurne il pubblico, della premier che insegue entrambi come una gatta coi topi.

       Vi risparmio tutti i passaggi di politica estera della conferenza stampa d’inizio d’anno per non allungare ancora di più l’elenco delle domande del mio scetticismo. O della mia diffidenza per come si pratica ormai il giornalismo politico in Italia, nella rincorsa -debbo riconoscerlo- di una politica di non altissimo livello: anche nella maggioranza, certo, ma ancor di più all’opposizione generosamente al singolare, alla quale la Befana non ha avuto abbastanza carbone da distribuire. Neppure ai magistrati sempre pronti a offendersi, rivoltarsi e minacciare quando la presidente del Consiglio ne lamenta gli ostacoli che, volenti o nolenti, con la loro larga discrezionalità negli interventi,  diciamo così, frappongono all’azione sia del governo, con la minuscola preferita dalle opposizioni, sia del Parlamento, con la maiuscola dovutagli da tutti.  

Quella indigesta postura di statista della premier Giorgia Meloni

C’è un nesso, scomodo per molti ma nitido per chi ha onestà di osservazione e di analisi, fra il messaggio di Capodanno del  presidente della Repubblica, privo di ogni riferimento al fascismo e all’antifascismo, il totale apprezzamento espresso immediatamente dalla premier Giorgia Meloni e il richiamo alla necessità di una “vera pacificazione nazionale”  fatto dalla stessa Meloni appena appresa la notizia dell’aggressione subìta, per fortuna senza morti come invece nello stesso posto romano 48 anni fa, da giovani di destra che volevano ricordare quella tragedia incollando qualche manifesto. Un’aggressione a freddo come quello stagionale, diciamo così, dettata dalla solita convinzione che tutto sia e debba rimanere come prima. Che anche la memoria sia una colpa, e non debba essere coniugata con la “responsabilità” ricordata dalla Meloni, credo, ai suoi ragazzi ma anche ai suoi coetanei e anziani.

       Questa reazione della Meloni, cari signornò della sinistra disordinatamente sparsa nel campo a larghezza variabile dell’alternativa, ne conferma il ruolo di statista che ha saputo darsi già dai primi passi a Palazzo Chigi. E che gli avversari in fuori gioco permanente, credendo di segnare gol a porta vuota, finiscono per alimentare con le prove che riescono a dare di sé stessi ogni giorno, ogni ora, su ogni piano, compreso quello internazionale, dove finiscono sempre per ritrovarsi col dittatore di turno. Non riescono a distaccarsene neppure un attimo dopo la caduta. Anzi, lo rimpiangono e ne auspicano il ritorno. Ogni riferimento al Venezuela e a Maduro non è naturalmente casuale. E’, al contrario, voluto.

 Dittatore? Ma lo è Trump, rispondono i signornò italiani dimenticando nella loro astronomica disinvoltura le libere elezioni che hanno riportato il presidente americano alla Casa Bianca, contrastato da una sinistra d’otre Atlantico in caduta libera, anche nei conti elettorali ripassati a casa, qui in Italia, da uno come Massimo D’Alema.   Che la sinistra la conosce certamente più di tanti altri che pensano di rappresentarla adesso anche meglio di lui. E mostrano di invidiargli solo il vino che produce.

       La dimensione di statista della Meloni è diventata l’ossessione dei suoi avversari. Come a sinistra era diventato, nei quasi quattro anni trascorsi a Palazzo Chigi, Bettino Craxi col suo “socialismo tricolore”. Ricordate? Se n’è dimenticato qualche giorno  fa persino il vecchio quasi centenario Rino Formica, sorpreso dalle assonanze di Capodanno fra Mattarella e Meloni, e incantato dal fascismo e dall’antifascismo invece archiviato al Quirinale. Come già fece Craxi nel 1985 a Palazzo Chigi  cercando il segretario del Movimento Sociale Giorgio Almirante, che già per conto suo una decina d’anni prima si incontrava riservatamente col segretario comunista Enrico Berlinguer per proteggersi entrambi dal terrorismo nero e rosso che li minacciava.

       Ad Almirante l’allora premier Craxi chiese l’appoggio ad una candidatura, poi non decollata nella Dc, di Arnaldo Forlani al Quirinale, dove invece arrivò Francesco Cossiga per sostituire Sandro Pertini. Sette anni dopo, nel 1992, la candidatura di Forlani decollò invece anche nella Dc, sostenuta coerentemente da Craxi ma apertamente osteggiata, con successo, nel Psi proprio da Formica, ostinato già allora nella visione del mondo diviso sempre e solo tra fascisti e antifascisti.

       Il mondo, appunto, cambia. E come cambia, fra guerre che non finiscono e altre che si affacciano. Fra despoti che cadono, alcuni fuggendo e altri finendo in manette, protagonisti che tramontano e comparse che aspirano a sostituirli. Fra Pontefici che si avvicendano col sapiente coraggio di correggersi, come Leone XIV quando parla dell’Ucraina distinguendosi dal predecessore Francesco. Ma la politica italiana vista e raccontata dal “collettivo nazionale”, diciamo così, rimane sempre la stessa.  Uno spettacolo avvilente.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it il 10 gennaio

Lo stile mattarelliano di Giorgia Meloni dopo le aggressioni di Acca Larentia

         Credo o spero incoraggiata dal messaggio di Capodanno nel quale al suo undicesimo appuntamento augurale il Capo dello Stato Sergio Mattarella ha archiviato la stagione del fascismo e dell’antifascismo, ignorandone le parole e indicando lo spartiacque costituito dalla Repubblica prossima agli 80 anni, la premier Giorgia Meloni ha reagito più da statista che da leader di partito, peraltro di maggioranza ormai in Italia, all’aggressione appena subita dai suoi “ragazzi” in via Acca Larentia, a Roma, al Tuscolano.  Che sono stati aggrediti, puntando a feriti ma col solito rischio di arrivare ai morti, da incappucciati di sinistra che non gradivano i loro manifesti di  preparazione celebrativa dei 48 anni trascorsi da una strage. Quella compiuta, sempre da estremisti di sinistra, assaltando una sezione del Movimento Sociale. Morirono in due, a destra, più un terzo caduto nei disordini seguiti all’assalto e all’intervento della forza pubblica.   

         “La memoria” sì, ha commentato e ricordato Giorgia Meloni condividendo emozioni, lezioni e quant’altro della strage del 7 gennaio 1978. Ma anche “responsabilità”, ha aggiunto reclamandola con uguale vigore e facendo dire, come ho letto in qualche cronaca, a qualcuno uscito indenne dall’aggressione del 7 gennaio 2026: “Noi continuiamo a prendere bastonate”. Una reazione che manifesta e conferma da sola la statura della premier, decisamente superiore a quella degli avversari che continuano a osteggiarla scambiandola per una Ducia.

Le “carte truccate” contestate ai magistrati da Antonio Di Pietro

Antonio Di Pietro, 75 anni abbastanza ben portati, ancora Tonino per gli amici, almeno per quelli che gli sono rimasti, in magistratura e fuori, dopo avere sposato la causa referendaria del sì alla riforma sulla separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri e tutto il resto, deve avere spesso giocato a carte nella sua vita. E imparato a conoscere, avvertire e smascherare i bari. Quelli cioè che le carte le truccano, oltre o prima ancora di giocarle. Ne ha denunciato la presenza anche al tavolo del referendum puntando dito, parola e quant’altro contro l’associazione nazionale dei magistrati. Dalla quale, del resto, egli dissentiva anche quando da sostituto procuratore a Milano ostentava sulla porta del suo ufficio il rifiuto di partecipare allo sciopero dei colleghi contro l’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga.

       “Spiace -ha detto Di Pietro- che a truccare le carte siano proprio quelli a cui affidiamo ogni giorno il nostro destino convinti che non barino mai”.  Soprattutto, direi, quando maneggiano la Costituzione e le fanno dire bugie. Come in quello spot pubblicitario del  no ai “giudici che dipendono dalla politica”, come avverrebbe con il nuovo testo dell’articolo 104 della Costituzione sotto procedura referendaria, appunto. Eppure esso dice, testualmente, che “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e dalla carriera requirente”. Il vecchio testo ancora in vigore dice invece che “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”, a cominciare da quello politico, in ciascuna delle due carriere ancora uniche. Il trucco, l’imbroglio e quant’altro è evidente. Non c’azzecca nulla, dipietrescamente parlando, con la Costituzione del vecchio e del nuovo testo. 

         Temo, per loro, che Di Pietro, passato per i tribunali in tutti i ruoli possibili e immaginabili, fuorchè quello di usciere, sia il giocatore della partita referendaria più pericoloso per i magistrati che si sono proposti di vincerla allungandone la durata. Che potrebbe peraltro rivelarsi il primo e più grave degli errori perché le bugie per vincere hanno bisogno delle gambe corte, anzi cortissime.  Di lungo esse hanno solo il naso, come quello di Pinocchio.

       Già in questo scenario internazionale da brividi, fra vecchie guerre che non finiscono e nuove che irrompono, le cronache del referendum sentano sempre di più a raggiungere o  rimanere nelle prime pagine. C’è altro di più urgente, di più immanente che distrae l’attenzione dalle opinioni e dalla paura dei magistrati di casa nostra di perdere la loro autonomia e indipendenza. E ciò al netto, come dice Di Pietro, sempre lui, di quelli che già hanno rinunciato spontaneamente all’indipendenza mettendosi al servizio delle inchieste cosiddette a strascico. Nelle quali non si punta ai fatti ma all’uomo di turno o di comodo. “I dipietrini -ha scherzato, diciamo così, Tonino- non sono più partiti dal fatto per individuare il colpevole, ma dalla persona per capire se aveva commesso qualcosa. Quindi ci siamo ritrovati nel caso come quello del sottoscritto che ha avuto 37 avvisi di garanzia”. Da cacciatore a preda.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it

La complicità dei giornali di cui hanno bisogno le bugie dei magistrati

Siamo tutti inorriditi, e giustamente, della tragedia di Capodanno a Crans Montana. Di quel fuoco che ha incenerito anche sette ragazzi italiani per vendicare i quali è mancato che qualcuno sul fronte delle opposizioni mettesse da parte il pacifismo e reclamasse la guerra alla Svizzera. Vedrete che prima o dopo ci arriveranno, magari anche per distrarsi dalla fuga dalle responsabilità e dalla ragionevolezza che stanno praticando di fronte alla guerra, vera, in Ucraina. Dove Putin viene scambiato per l’aggredito e Giorgia Meloni, la premier italiana, per una complice per la fiducia riposta nel tentativo del presidente americano Trump di porvi fine.

       Non c’era davvero bisogno che in Italia si mettesse a scriverlo e gridarlo, per le strade e le piazze l’ornai eterno, quasi emerito generale Roberto Vannacci per renderci conto del mondo alla rovescia, o al contrario, in cui viviamo.   Alla rovescia o al contrario come si sta facendo e gridando, per esempio, contro la cattura di Maduro e il processo che subirà in un regolare tribunale americano paragonandolo ad Aldo Moro sequestrato in Italia 50 anni fa quasi esatti dalle brigate rosse. Robe da pazzi, come mi diceva lo stesso Moro  in vita di certe ostilità che alla guida del governo doveva subire dal suo stesso partito, la Dc, considerandolo troppo debole con gli scomodi alleati socialisti. Ma offrendo poi loro con Mariano Rumor e amici un centro-sinistra, ancora col trattino, “più incisivo e coraggioso”. Anche al costo di sfasciarlo, come puntualmente finì.

       Inorridiamo -giustamente, ripeto- per il fuoco di Crans Montana e ci sfugge quello che su Libero abbiamo appena documentato, in cui i signornò hanno appiccato, con l’aiuto e l’avallo dei magistrati, alla campagna referendaria sulla riforma costituzionale della giustizia O della magistratura.

       Quella domanda tanto breve e ingannevole sbandierata  per ottenere una risposta negativa, se vogliamo o no “giudici che dipendono dalla politica”, testuale, come se queto fosse o dovesse essere il quesito referendario, è semplicemente una bugia. Anzi, una truffa.

       L’indipendenza dei giudici, e anche dei pubblici ministeri, a carriere separate e non più unica, rimane intatta nell’articolo 104 della Costituzione modificato formalmente dalla riforma Nordio, chiamiamola così. “La magistratura- dice l’articolo ancora in vigore- costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. “La magistratura -ripete  l’articolo nel  nuovo testo sottoposto a verifica referendaria- costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni potere ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e dalla carriers requirente”. Queste sono le parole, questi i testi. Tutto il resto è fuffa, che si pretende di vendere al mercato elettorale con la vidimazione di un sindacato -niente di più e niente di meno- qual è l’associazione nazionale dei magistrati.

       E’ come se la buonanima di Amintore Fanfani nell’affrontare  nel 1974 il referendum contro il divorzio, saggiamente evitato dal suo predecessore ed ex delfino  Arnaldo Forlani anche a costo di rinviarlo non di uno ma due anni  ricorrendo alle elezioni  anticipate nel 1972, avesse preteso di trasformare in un quesito mediatico, stampato sui giornali e su manifesti di carta non essendo ancora l’epoca elettronica che viviamo,  il sospetto da lui gridato sulle piazze che il divorzio dovesse o potesse favorire le tresche fra mariti e cameriere ,o -in  versione più ricca o aristocratica, diciamo così- fra mogli altolocate e camerieri inguaribilmente villani  o proletari.  

       Se Fanfani avesse avuto questa pretesa, simile alla logica dei magistrati del no, avrebbe perduto quel referendum ancora peggio di quel non gli capitò. La bottiglia di champagne dalla quale Giorgio Forattini lo lasciò schizzare via come un tappo nella vignetta forse più famosa del suo repertorio, si sarebbe dissolta.

       L’associazione dei magistrati con le sue imprudenze, con le sue guerre ibride, diciamo così, senza timore francamente di esagerare, rischia di uscire dal referendum di questo 2026 peggio della Dc dal referendum di 52 anni fa. E meritatamente, di certo.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it l’11 gennaio

La guerra ibrida dei magistrati alla riforma che li riguarda

Siamo tutti inorriditi, e giustamente, della tragedia di Capodanno a Crans Montana. Di quel fuoco che ha incenerito anche sette ragazzi italiani per vendicare i quali è mancato che qualcuno sul fronte delle opposizioni mettesse da parte il pacifismo e reclamasse la guerra alla Svizzera. Vedrete che prima o dopo ci arriveranno, magari anche per distrarsi dalla fuga dalle responsabilità e dalla ragionevolezza che stanno praticando di fronte alla guerra, vera, in Ucraina. Dove Putin viene scambiato per l’aggredito e Giorgia Meloni, la premier italiana, per una complice per la fiducia riposta nel tentativo del presidente americano Trump di porvi fine.

       Non c’era davvero bisogno che in Italia si mettesse a scriverlo e gridarlo, per le strade e le piazze l’ornai eterno, quasi emerito generale Roberto Vannacci per renderci conto del mondo alla rovescia, o al contrario, in cui viviamo.   Alla rovescia o al contrario come si sta facendo e gridando, per esempio, contro la cattura di Maduro e il processo che subirà in un regolare tribunale americano paragonandolo ad Aldo Moro sequestrato in Italia 50 anni fa quasi esatti dalle brigate rosse. Robe da pazzi, come mi diceva lo stesso Moro  in vita di certe ostilità che alla guida del governo doveva subire dal suo stesso partito, la Dc, considerandolo troppo debole con gli scomodi alleati socialisti. Ma offrendo poi loro con Mariano Rumor e amici un centro-sinistra, ancora col trattino, “più incisivo e coraggioso”. Anche al costo di sfasciarlo, come puntualmente finì.

       Inorridiamo -giustamente, ripeto- per il fuoco di Crans Montana e ci sfugge quello che su Libero abbiamo appena documentato, in cui i signornò hanno appiccato, con l’aiuto e l’avallo dei magistrati, alla campagna referendaria sulla riforma costituzionale della giustizia O della magistratura.

       Quella domanda tanto breve e ingannevole sbandierata  per ottenere una risposta negativa, se vogliamo o no “giudici che dipendono dalla politica”, testuale, come se queto fosse o dovesse essere il quesito referendario, è semplicemente una bugia. Anzi, una truffa.

       L’indipendenza dei giudici, e anche dei pubblici ministeri, a carriere separate e non più unica, rimane intatta nell’articolo 104 della Costituzione modificato formalmente dalla riforma Nordio, chiamiamola così. “La magistratura- dice l’articolo ancora in vigore- costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. “La magistratura -ripete  l’articolo nel  nuovo testo sottoposto a verifica referendaria- costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni potere ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e dalla carriers requirente”. Queste sono le parole, questi i testi. Tutto il resto è fuffa, che si pretende di vendere al mercato elettorale con la vidimazione di un sindacato -niente di più e niente di meno- qual è l’associazione nazionale dei magistrati.

       E’ come se la buonanima di Amintore Fanfani nell’affrontare  nel 1974 il referendum contro il divorzio, saggiamente evitato dal suo predecessore ed ex delfino  Arnaldo Forlani anche a costo di rinviarlo non di uno ma due anni  ricorrendo alle elezioni  anticipate nel 1972, avesse preteso di trasformare in un quesito mediatico, stampato sui giornali e su manifesti di carta non essendo ancora l’epoca elettronica che viviamo,  il sospetto da lui gridato sulle piazze che il divorzio dovesse o potesse favorire le tresche fra mariti e cameriere ,o -in  versione più ricca o aristocratica, diciamo così- fra mogli altolocate e camerieri inguaribilmente villani  o proletari.  

       Se Fanfani avesse avuto questa pretesa, simile alla logica dei magistrati del no, avrebbe perduto quel referendum ancora peggio di quel non gli capitò. La bottiglia di champagne dalla quale Giorgio Forattini lo lasciò schizzare via come un tappo nella vignetta forse più famosa del suo repertorio, si sarebbe dissolta.

       L’associazione dei magistrati con le sue imprudenze, con le sue guerre ibride, diciamo così, senza timore francamente di esagerare, rischia di uscire dal referendum di questo 2026 peggio della Dc dal referendum di 52 anni fa. E meritatamente, di certo.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it il 10 gennaio

Il miracolo del venezuelano Maduro sulle opposizioni in Italia

         Scusatemi l’indifferenza, odiata ai sui tempi anche da Antonio Gramci. Non sono riuscito a indignarmi, neppure all’1 per cento della tragedia di Capodanno in Svizzera costata la vita anche a sei ragazzi italiani, per la cattura del presidente venezuelano Maduro. Che non è stato ucciso dai militari americani come la scorta che lo proteggeva, ma ammanettato e portato negli Stati Uniti per un processo che meritano le nefandezze di narcotraffico e dintorni compiute nel suo paese. Dove la gente, pur ancora minacciato da un regime sostanzalmente militare che ha già insediato alla guida del governo la vice di Maduro, ha festeggiato la liberazione.  E ancora più liberamente i tanti venezuelani all’estero, dove hanno dovuto rifugiarvisi per le condizioni disperate del loro paese.

         Le varie componenti, anime e via dicendo dell’opposizione italiana aspirante all’alternativa si sono subito compattate, una volta tanto, nella protesta contro  l’iniziativa di Trump e la condivisione espressa a Roma dalla premier Giorgia Meloni, prima ancora di telefonare all’amica Maria Corina Machado, insignita del premio Nobel della Pace anche per la sua azione di contrasto in Venezuela a Maduro. E avrebbe ora il bisogno internazionale che merita per succedere lei davvero al dittatore sotto processo, al posto della vice già avvertita da Trump del rischio di provocare un altro intervento degli Stati Uniti.

         Diversamente dal mio pur amico Piero Sansonetti, dell’Unità da lui riportata a nuova vita, il Maduro in manette non mi ricorda minimamente l’Aldo Moro sequestrato il 16 marzo di 50  anni fa fra il sangue della scorta a breve distanza da casa e ucciso pure lui 55 giorni dopo, eseguendo la sentenza emessa in un processo farsesco del fantomatico tribunale del popolo nel covo in cui il prigoniero era stato rinchiuso. Né gli americani calatisi sul Venezuela per arrestare Maduro e portarlo ad un processo vero, che tutto il mondo potrà seguire alla luce del sole, mi sono sembrati i terroristi rossi delle omonime brigate italiane.

         Rientriamo, per favore, nella realtà. E non scambiamo neppure la Groenlandia pretesa da Trump, col suo segretario di Stato agli affari esteri che esorta i danesi a prenderlo sul serio, per la Danzica della seconda guerra mondiale.

Ripreso da http://www.startmag.it

Il vecchio Rino Fomica smattarella il messaggio quirinalizio di Capodanno

         L’ormai miticamente vecchio Rino Formica -98 anni compiuti da un pezzo, 99 fra meno di due mesi, auguri- ha fatto finta di chiedersi su Domani se l’elogio. Il riconoscimento totale della premier Giorgia Meloni nell’undicesimo messaggio di Capodanno del presidente della Repubblica Sergio Mattarella sia stato e sia “un modo per rinnegare o per imbrogliare le carte”. Rinnegare cioè una militanza fascista vista da Fornica nella provenienza della Meloni dal Movimento Sociale e poi da Alleanza Nazionale, o imbrogliare le carte, appunto, per fingersi quella che vorrebbe risultare da una sua “improvvisata e sfuggente dichiarazione di ringraziamento al presidente della Repubblica per i riferimenti alla storia italiana dal 2 giugno del 1946 ad oggi”. “Che però è tutta antifascista e democratica”, ha osservato Formica non dando importanza evidentemente al fatto, altrettanto evidentemente colto invece dalla Meloni, dell’assenza nel messaggio presidenziale delle solite parole “fascismo” e “antifascismo”. Come se appartenessero all’archivio, non all’attualità pretesa dalle opposizioni per darsi quel contenuto che non riescono a elaborare davvero con concretezza e coerenza nei loro no sistematicamente pregiudiziali al governo in carica da più di tre anni. Di una stabilità o longevità che ne fanno, fra l’altro, un interlocutore affidabile nel complesso scenario internazionale. Al quale invece ogni volta che si affacciano le opposizioni in Parlamento zoppicano o inciampano nelle loro divisioni.

       E’ fresca di stampa l’intervista al Foglio con la quale l’ex ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha riproposto alla segretaria dell’ancor suo Pd l’incompatibilità con la posizione di Giuseppe Conte sull’Ucraina.

       Ma torniamo a Fornica e alla sua domanda pleonastica, se non vogliamo chiamarla di nuovo falsa, sulla sincerità, attendibilità e quant’altro dell’apprezzamento della Meloni della ricostruzione mattarelliana dei quasi 80 anni di storia della Repubblica.

       Diversamente dalla premier, Formica ha contestato la scelta di quell’immagine femminile della storia repubblicana sullo sfondo non di un Avanti! o altre testate della sinistra, ma del Corriere della Sera. Che -ha protestato Fornica- “fu a lungo voce del regime” fascista e “peraltro ebbe anche contaminazioni inquietanti durante il periodo della prima Repubblica”. Evidentemente ai tempi di un personaggio tirato in ballo anche dagli oppositori della riforma costituzionale della giustizia sotto procedura referendaria: il capo della loggia speciale massonica P2, Licio Gelli. “La scelta non mi pare gloriosa”, ha insistito e concluso Fornica rivolgendosi al tempo stesso a Mattarella e al Corriere della Sera.

       Eppure appartiene anche a  Formica la stagione coraggiosa del “socialismo tricolore” di Bettino Craxi. Che da presidente del Consiglio nel 1985, prima che prevalesse nella Dc la candidatura di Francesco Cossiga al Quirinale, si prodigò per quella del suo vice presidente Arnaldo Forlani parlandone ufficialmente con l’allora segretario del Movimento Sociale Giorgio Almirante. Col quale già una decina d’anni prima si incontrava il segretario del Pci Enrico Berlinguer per consultazioni su come difendere i rispettivi partiti dal terrorismo che li minacciava entrambi, da destra e da sinistra. 

Beppe Grillo cerca adesso di intestarsi l’astensionismo maggioritario

Se non l’ultimo, almeno il penultimo Beppe Grillo ha portato avanti la sua involuzione nel blog personale entrando a suo modo nel nuovo anno. Una involuzione rispetto alla presunta evoluzione negli anni d’oro in cui egli aveva saputo portare le sue 5 Stelle in testa alla graduatoria elettorale dei partiti e spingere Giuseppe Conte prima a Palazzo Chigi e poi alla testa del suo stesso movimento garantendone affidabilità e quant’altro. Ma finendo, sempre Grillo, com’è finito. Fuori dal partito o quasi-partito, senza neppure una buonuscita. 

       Ora, mentre i suoi più fedeli e convinti sostenitori si aspettavano ancora le ripetutamente minacciate iniziative giudiziarie o simili, il comico genovese, pur violandolo con la sua uscita, ha promosso il silenzio alla “forma più elevata di presenza”. Elevata, ripeto,  come lui stesso si definiva già ai tempi in cui faceva il garante del suo movimento.

Silenzio e presenza si coniugano o declinano politicamente solo nell’astensionismo, praticato del resto da qualche tempo dallo stesso Grillo come elettore nella sua Liguria, contribuendo nel proprio piccolo alla polverizazione delle stelle scoperte con Roberto Casaleggio, morto in tempo per risparmiarsene la decadenza.

       Grillo pensa forse di riuscire dove una volta Marco Pannella sognò di arrivare. Cioè all’intestazione dell’astensionismo, mancata al leader radicale per la sua irrinunciabile vocazione elettorale attiva con la lista a se stesso intestata. Da una sua lista Grillo non sembra invece per niente tentato. Vuole solo prendersi ciò che materialmente non ha, pur alimentandolo, specie ora che è diventato il partito di maggioranza per giunta assoluta, e non più relativa: l’astensionismo, appunto.

Mai passato del resto da un’aula della Camera o della Senato, dove si è affacciato solo come invitato dalle tribune del pubblico, anche quando era in grado di fare arrivare nell’emiciclo amici sconosciuti, Grillo oggi è un extra-parlamentare a tutti gli effetti. Ne sarà contento Conte, pur dai voti più che dimezzati ma dalle ambizioni per niente ridotte, deciso a contendere alla Schlein la leadership della tanto declamata ma poco praticata alternativa al centrodestra della Meloni.

Pubblicato sul Dubbio

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Archiviato da Mattarella lo scontro tra fascismo e antifascismo

Del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e del suo undicesimo messaggio di Capodanno colpiscono sicuramente le parole dette sull’Italia di oggi, “affermata” e per niente in “disastro” come nei cartelli levati dalle opposizioni nell’aula di Montecitorio, a cominciare dalla segretaria del Pd Elly Schlein, contro l’approvazione definitiva della legge di bilancio. Senza il ricorso al cosiddetto esercizio provvisorio che sarebbe stato un po’ in sintonia con l’immagine disastrosa, ripeto, sventolata dai signornò dell’improbabile alternativa al centrodestra della Meloni.

       Ma ancor più colpisce, specie agli occhi degli addetti ai lavori, che spaccano sempre il capello in quattro, le parole non dette da Mattarella “sfogliando l’album delle immagini” della Repubblica, come lui stesso ha detto, prossima all’ottantesimo compleanno. Una Repubblica nata avendo alle spalle il fascismo e che, stando alle rappresentazioni delle opposizioni, anche dichiaratamente o presuntivamente moderate, rischierebbe  di covarne una replica al femminile, con la Ducia a Palazzo Chigi  ormai da quasi tre anni e mezzo.

       Fascismo e antifascismo appartengono a un passato tanto passato, verrebbe da dire, che il Capo dello Stato non ha ritenuto di doverne neppure parlare. Davvero “la Repubblica è lo spartiacque nella storia dell’Italia”, come Mattarella ha detto invitando tutti a riconoscervisi. “La Repubblica siamo noi, Ciascuno di noi”, ha insistito Mattarella annusando e rappresentando il clima vero del Paese, né disastrato né a rischio del fascismo che i signornò, ripeto, avvertono e denunciano ad ogni atteggiamento, decisione, parola pronunciata dalla premier fiera della stabilità che il suo governo rappresenta. E che a volte sembra  avvertita e apprezzata all’estero più che in Italia, tante sono le barricate che le opposizioni cercano di alzare col vecchio binomio del fascismo e dell’antifascismo.

       Le opposizioni, dicevo. Ma c’è qualcosa di diverso, di nuovo che comincia ad affiorare anche da quelle parti. E che sarebbe stupido, oltre che disonesto, ignorare. Affiora, paradossalmente, nell’avvitamento di cui hanno finito di rimanere prigionieri i due maggiori esponenti che se ne contendono la leadership. E che sono naturalmente la già menzionata Schlein e l’ex premier Giuseppe Conte.

       Storditi o distratti dai botti di Capodanno e della vigilia, a molti è forse sfuggito il segnale lanciato in una intervista al Foglio dal sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, già ministro peraltro del secondo governo di Conte. Ma ancor più, o soprattutto, presidente dell’associazione nazionale dei Comuni e anche per questo promosso dagli stessi Schlein e Conte a elemento essenziale, emblematico dell’alternativa realizzata per ora in sedi locali, a cominciare dalla Campania, e da costruire in sede nazionale, ma con comodo. Di un programma comune, delle trecento pagine dei tempi di Romano Prodi o di ancor più o meno, Conte è disposto ad occuparsi non prima dell’autunno prossimo. E chissà che cosa potrà accadere nel frattempo in quella che Prodi chiamava “officina” del suo Ulivo e poi Unione, e per ora è solo un campo di larghezza variabile e indefinita.

       Ebbene, richiesto di esprimersi sulla prospettiva della Meloni al Quirinale nel 2029, alla scadenza del mandato di Mattarella, e quando lei avrà già da due anni l’età minima richiesta per salire al vertice dello Stato, Manfredi ha evitato di strapparsi capelli e abiti come abitualmente fanno protagonisti, attori e comparse della sua area, chiamiamola così. Ed ha ammonito gli esagitati, o esagitandi, che “non aiutano la sinistra i toni apocalittici” di una Ducia immaginata al Quirinale dopo l’esperienza a Palazzo Chigi. Manfredi ha liquidato tutto questo malumore o timore come “un pregiudizio”. E dei pregiudizi, si sa, come d’altronde delle buone intenzioni, è lastricata la via dell’Inferno.

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