Dei 47 anni che compirà il 15 gennaio prossimo, Gorgia Meloni potrà vantarsi di averne trascorsi più di 30 in politica, ispirata nel 1992 anche dalla tragica morte di Paolo Borsellino a iscriversi al fronte della gioventù dell’allora Movimento Sociale, e 18 in Parlamento. Dove si è alternata tra funzioni di maggioranza, sino a guidare quella in corso da premier, e di opposizione.
Pur superata da Gianfranco Fini alla presidenza della Camera, di cui lei è stata solo vice presidente, la Meloni l’ha surclassato su tutto il resto, anche nella vita privata, essendo appena stata con il convivente, e padre di sua figlia, molto più reattiva, diciamo così, dell’ex leader della destra. Che è letteralmente scivolato su un affare di famiglia come si rivelò quello della famosa casa di Montecarlo passata dal partito al cognato in un rocambolesco intreccio che gli è in fondo costata anche la carriera politica.
Ma oltre che in Parlamento, fra i banchi della presidenza della Camera, del governo e i seggi dell’emiciclo, la Meloni potrà dire il 15 gennaio di avere trascorso 18 anni anche dove pochi forse la immaginano: in un ordine professionale come quello dei giornalisti, approdatavi l’11 febbraio 2006. Ma come giornalista, e quindi anche collega, mi si consenta di considerarla strana dopo l’idiosincrasia per i giornali confessata nel libro di Bruno Vespa così copiosamente anticipato in questi giorni. In particolare, la premier si è lasciata scappare che non legge i giornali per non esserne influenzata.
E’ come “l’elettore che si vanta di non votare”, ha commentato sulla Stampa il mio amico Mattia Feltri iscrivendola d’ufficio ad un partito ancora più grande di quello dei fratelli d’Italia che lei ha portato a circa il 30 per cento dei voti. E’ naturalmente il partito dell’astensionismo. E questo “ci dice come siamo messi”, ha scritto sempre Mattia, dopo avere inutilmente cercato di consolarsi con un lungo elenco di uomini e donne abbandonatisi a rifiuti più o meno contingenti di giornali che sono però ad essi sopravvissuti, per quanto malmessi.
La premier Gorgia Meloni ha smentito, cioè sbugiardato, i due vice presidenti del Consiglio -Matteo Salvini e Antonio Tajani, in ordine rigorosamente alfabetico- che si erano mostrati, o si erano lasciati mostrare sorpresi dal patto con l’Albania. Che dalla primavera prossima dovrebbe permettere per cinque anni di sbarcarvi e trattenervi per un mese circa tremila migranti soccorsi in mare da navi italiane, eccetto donne e bambini, per sottoporli ai primi accertamenti, alleggerendo così i centri di raccolti in Italia. Sono stati “tutti coinvolti”, ha assicurato la premier assumendosi la piena e solitaria responsabilità solo del momento e delle circostanze in cui ha voluto completare e annunciare il patto, sottoscritto a Palazzo Chigi col premier albanese in una visita ufficiale.
Salvini e Tajani non hanno insistito nella protesta o doglianza, senza tuttavia riuscire a convincere un pel po’ di giornali del loro silenzio. “L’Albania divide i sovranisti. Tensione tra Meloni e la Lega”, ha titolato La Stampa. “Le ombre e i veleni di Salvini e Tajani sull’accordo con l’Albania”, è il titolo del Riformista.
“E ora Salvimi, estromesso dal dossier migranti, aspetta col conto in mano”, ha annunciato o minacciato Il Dubbio in un “retroscena”. “Il rapporto tra Meloni e Tajani non è più blindato”, ha raccontato Il Foglio come se non lo fosse già da tempo, almeno da quando la premier si vantò di avere deliberatamente portato in Consiglio dei Ministri la tassazione degli extraprofitti delle banche all’insaputa di tutti, provocando le proteste pubbliche, appunto, di Tajani. Che preannunciò e ottenne modifiche all’intervento che penalizzava anche Mediolanum, la banca a partecipazione berlusconiana.
Ancora più dura contro la Meloni e sulle difficoltà di applicazione del patto con l’Albania è stata naturalmente l’Unità di Piero Sansonetti, cui non è parso vero di potere arruolare fra gli oppositori o critici, e non a torto, il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza Episcopale Italiana. “Fallita l’operazione Albania. La Ciesa furiosa. La maggioranza spaccata”, ha gridato la testata storica di quello che fu il comunismo italiano. E giù nel testo: “I dissensi nella maggioranza sono una buona notizia. Perché probabilmente fermeranno questo abominio. Però, anche se l’operazione fallirà, il rischio è che comunque un varco sia stato aperto…..all’idea che i profughi, come gli antichi schiavi, vengano stipati in navi negriere (con gli stemmi della marina italiana) e portati in un campo di concentramento in terra straniera”.
Un contributo all’opposizione verrà anche dai magistrati, fra i quali si teme che non possa davvero valere in Albania la “giurisdizione italiana” dichiarata nel testo dell’accordo. Potrà rivelarsi in effetti difficile la tempestività dei ricorsi registrata nei tribunali italiani dove i giudici hanno liberato migranti che hanno potuto scappare prima che si potessero esaminare le loro richieste di asilo e protezione.
Più ci scopriamo, ora grazie anche al telescopio spaziale Euclid, piccoli e lontani dagli altri nell’Universo e più riusciamo ad essere divisi, cattivi e bugiardi, immersi in un inferno a cielo aperto.
Cattivi e bugiardi, per esempio, come i terroristi palestinesi di Hamas che un mese dopo il pogrom in terra israeliana che ha provocato l’ennesima guerra in Medio Oriente, con Gara ridotta in macerie, hanno avuto la spudoratezza di sostenere di avere preso di mira il 7 ottobre scorso solo militari ebrei, e non anche civili, donne, anziani e bimbi decapitati nelle culle. E i loro capi continuano a nascondersi con ostaggi, missili, munizioni e altro sotto ciò che resta di ospedali, scuole, chiese, campi profughi. Una vergogna che dovrebbe fare arrossire non solo il presidente turco Erdogan, che li ha definiti “liberatori”, ma tutti quelli che nella nostra Europa partecipano ai cortei pacifisti parteggiando per Hamas contro Israele. Le cui bandiere vengono strappate dai pennoni cui sono appese e/o bruciate. E mi fermo all’Europa per non attraversare l’Oceano e sporgermi negli Stati Uniti, o il Mediterraneo e affacciarmi sulle piazze arabe.
Cattivi e bugiardi come quelli che dopo la seconda guerra mondiale promisero che non avrebbero più permesso un altro Olocausto come quello compiuto da Hitler e ora assistono quasi indifferenti ad un antisemitismo di ritorno che fa giustamente avvertire alla senatrice a vita Liliana Segre, scampata allo sterminio nazifascista, la sensazione drammatica di avere “vissuto invano”.
Di fronte a tanto orrore senza frontiere, con annessi e connessi come un traffico di migranti in fuga da guerre e miserie gestito da scafisti disumani, si ha persino imbarazzo ad occuparsi di certe miserie della politica interna italiana, piena di viltà e di furbizie dal fiato corto, anzi cortissimo. Spiace dovere inserire fra queste anche quella che mi era personalmente sembrata l’idea eccellente della Meloni di un accordo con l’Albania per dirottarvi, a turni mensili, una parte dei migranti soccorsi in mare, alleggerendo così i campi di raccolta in Italia e al tempo stesso scoraggiando partenze destinate a concludersi sull’altra costa dell’Adriatico per i primi, decisivi controlli. Si scopre adesso, con le proteste degli interessati, che la premier ha condotto le trattative col suo omologo di Tirana all’insaputa degli alleati di governo rappresentati dai vice presidenti forzista e legista del Consiglio: Antonio Tajani, peraltro anche ministro degli Esteri, e Matteo Salvini. Le cui reazioni comprensibilmente negative finiscono per rafforzare lo scetticismo e l’ostilità delle opposizioni pur divise fra di loro, e più pasticcioni delle componenti della maggioranza. Un pessimo affare, direi, che rischia di complicare o allontanare l’obiettivo di una gestione finalmente europea di un fenomeno migratorio marittimo che si rovescia sulle coste italiane solo perché esse costituiscono il confine meridionale del vecchio e ambito continente
Nessun euro credo sia stato speso, anzi investito meglio di quegli 80 che Giorgia Meloni, in vacanza in Albania, fece saldare in agosto dal nostro ambasciatore ad un ristorante di Berat dal quale quattro italiani erano fuggiti senza pagare il loro pur miserabile conto di 20 euro a testa. Ho motivo di pensare che già allora la premier stesse trattando col suo omologo in Albania l’accordo firmato ieri a Palazzo Chigi per depositare in quella terra -anche se critici ed avversari preferiscono parlare di “deportazione”- poco meno di 40 mila migranti l’anno soccorsi in Mediterraneo da navi italiane. Ma non destinabili, per sovraffollamento, ai centri di raccolta in Italia per il loro riconoscimento e lo smaltimento delle pratiche di accoglienza, o di respingimento. Tutto a spese italiane, ricavando l’Albania solo un motivo in più per continuare ad essere appoggiata dal nostro governo -ora con maggiore convinzione o interesse- nel processo di adesione all’Unione Europea.
Nel dare notizia di questo “soccorso albanese” all’Italia, dove peraltro a suo tempo soccorremmo tanti migranti dall’Albania ricordati con riconoscenza dal capo del governo di Tirana, la Repubblica -quella di carta- ha titolato anche sulla “spregiudicata mossa di Edi Rana”, che è appunto il premier del Paese diririmpettaio al nostro, sull’altra costa dell’Adriatico. Ma, se è per questo, se vogliamo cioè scambiare per spregiudicato l’imprevisto, dobbiamo dire che spregiudicata è stata anche la Meloni. La quale con una “mossa”, sempre per stare al termine usato da Repubblica, ha raggiunto almeno quattro obiettivi importanti nella gestione del problema dei migranti ereditato da un’infinità di governi che l’hanno preceduta. E che si è ulteriormente aggravato con gli ultimi cambiamenti geopolitici, compresa la guerra a Gaza che moltiplica le fughe dalla disperazione.
Il primo obiettivo è quello di alleggerire materialmente l’esposizione fisica dell’Italia, mettendole a disposizione due centri di raccolta in Albania. Il secondo obiettivo è quello di fare vergognare di più, se hanno ancora il senso del pudore, i paesi dell’Unione Europea che promettono a parole di aiutare l’Italia ma in realtà continuano a scaricarle tutti addosso gli inconvenienti di costituire con le sue coste il confine meridionale del vecchio continente. Il terzo obiettivo è quello di sottrarre probabilmente alcune decine di migliaia di migranti alla disinvoltura con la quale la magistratura italiana sul nostro territorio ordina di lasciarli liberi, anche di scappare, prima che siano definite le loro posizioni. Il quarto obiettivo, ultimo nell’ordine che mi è venuto scrivendone ma non per rilevanza, è di far mettere nel conto non dico degli scafisti, che sono belve, ma dei poveracci che cadono nelle loro grinfie la possibilità di finire, nella loro fuga, non in Italia ma, appunto, in Albania.
Per quanti sforzi vorrà o potrà compiere il presidente del Senato Ignazio La Russa di procurare più voti della maggioranza di centrodestra alla riforma costituzionale del premierato -o del “balconato forte”, come l’ha definito Stefano Rolli in una vignetta sulla Stampa- sarà ben difficile evitarle il passaggio referendario. Che è risultato fatale alle riforme tentate in passato da Matteo Renzi, tentato adesso dall’appoggio, e da Silvio Berlusconi. Sarà difficile non solo per la debolezza, diciamo così, del mediatore che si è proposto. Il quale sarà pure legittimamente la seconda carica dello Stato, toccandogli la supplenza del presidente della Repubblica in caso di impedimento, ma è pur sempre divisiva anche per fatti e polemiche sopraggiunte alla sua elezione, l’anno scorso.
Ancor più divisivo, per come sono già schierate le forze politiche, è il contenuto della riforma, anzi della “madre di tutte le riforme” secondo Gorgia Meloni, in qualche modo aggravato dai tentativi già cominciati di coinvolgere nelle polemiche, contro il desiderio o le intenzioni dell’interessato, il presidente in carica della Repubblica. Di cui si sono persino prospettate le dimissioni, a riforma eventualmente approvata in Parlamento e ratificata dall’elettorato, un po’ per presa d’atto obbligatoria o opportuna di un nuovo quadro istituzionale e un po’ per reazione a un cambiamento in cui sarebbe implicito, se non addirittura cogente, un giudizio negativo su come anche lui avrebbe esercitato il suo mandato al Quirinale, come il predecessore Giorgio Napolitano ed altri. E ciò anche nella gestione insindacabile delle nomine a senatore a vita per alti meriti che non a caso ora si vogliono non ridurre ma abolire. “Una riforma che la fa finita con i re al Quirinale”, ha titolato in apertura del cantiere il giornale La Verità, ritenendo di esprimere anche l’opinione più recondita della premier Meloni, molto critica con i presidenti di turno della Repubblica prima di arrivare a ridosso di Palazzo Chigi.
Diversamente però dalla pur esperta del ramo Alessandra Ghisleri, che ha appena certificato o pronosticato da sondaggista un “tiepido” appoggio popolare alla riforma varata dal governo, penso che stavolta il passaggio conclusivo del referendum potrà risultare meno rischioso del passato: tutt’altro che “lo schianto” previsto, anzi auspicato ribaldamente da Giuseppe Conte. Innanzitutto perché la Meloni ha furbescamente separato– al contrario di Renzi nel 2016- la fortuna personale sua e del governo dal risultato della verifica nelle urne. E in secondo luogo perché stavolta votando no l’elettorato rinuncerebbe alla prerogativa che gli viene offerta di contare davvero, eleggendo in modo diretto e vincolante il capo del governo, insieme col Parlamento.
Sì, so bene che nel 1991 in un altro referendum l’elettorato rinunciò al voto di preferenza di cui disponeva nell’elezione dei deputati. Ma era una posta oggettivamente inferiore a questa. E vorrei sapere quanti degli elettori superstiti di quella scelta siano ancora convinti di avere fatto la cosa giusta, e di non avere invece clamorosamente sbagliato, visto l’uso fatto dai partiti della fiducia risposta nella loro capacità di selezionare i candidati facendone in partenza la graduatoria. Cioè, di nominarli.
Che le cose questa volta possano andare diversamente dal passato, tra Parlamento e referendum, nel percorso di una riforma costituzionale pur politicamente divisiva, credo che lo abbia capito o avvertito anche l’ottantenne presidente emerito della Consulta Gustavo Zagrebelsky -un’autorità in materia- scrivendo del premierato elettivo proposto dal governo in modo ironico, mostrandosi per finta o davvero più giovanilmente ottimista che pessimista per età. Lo ha fatto con una tale efficacia che, pubblicandone l’articolo, la Repubblica- dichiaratamente ostile a quello che aveva già definito su tutta la prima pagina “l’assalto alla Costituzione”- ha voluto precisarne la natura appunto ironica e ricordare, col compianto Norberto Bobbio, che “gli ottimisti non sempre sono fatui, ma i fatui sono sempre ottimisti”.
D’altronde, proprio Zagrebelsky come antidoto alla riforma ha preferito non gli scenari apocalittici evocati nel 2016, quando lui contrastò nella campagna referendaria la riforma Renzi, ma il rinsavimento dei partiti minori, destinati all’irrilevanza politica con l’elezione diretta del presidente del Consiglio e il rischio di elezioni anticipate in caso di crisi. Ma ad essi -i partiti minori- la Meloni ha già pagato un prezzo confessato con un certo rammarico nella conferenza stampa di illustrazione della riforma. E’ il prezzo del cosiddetto premier bis, o “subordinato” come si diceva nella prima Repubblica, quando all’apertura di una crisi di governo si prospettavano più soluzioni. E si finiva sempre per ripiegare, appunto, sulla subordinata a danno della prima.
In particolare, ai partiti minori di una maggioranza si è concessa la possibilità che in caso di crisi il presidente della Repubblica -a dispetto della rappresentazione che se ne fa come di un degradato a funzioni decorative- cerchi di salvare la legislatura nominando un altro presidente del Consiglio fra i parlamentari eletti nello schieramento uscito vincente dalle urne. Un premier paradossalmente più forte dell’altro perché esso sì provvisto della deterrenza elettorale, non potendosi più sottrarre il capo dello Stato in un’altra crisi allo scioglimento anticipato delle Camere. Una gabbia perfetta, direi senza ironia, per un premierato all’italiana, come è stato realisticamente definito, considerando le abitudini e i caratteri dei nostri partiti, vecchi e nuovi.
Il 2 novembre scorso -quando già era esploso l’incidente della telefonata dei comici russi alla premier italiana sulla stanchezza provocata dalla guerra in Ucraina e altro, prima ancora della conseguente e sostanziale rimozione del consigliere diplomatico di Palazzo Chigi e del rilancio dell’azione di governo col varo della riforma costituzionale del premierato- un sondaggio di Alessandra Ghisleri registrava il partito della premier al 28 per cento dei voti. Anzi, delle intenzioni di voto, con una perdita solo di mezzo punto rispetto alla precedente rilevazione del 26 ottobre.
In compenso la Lega di Matteo Salvini risultava all’8 per cento, con un aumento di quasi mezzo punto: esattamente lo 0,4. Forza Italia di Antonio Tajani era al 7.9, con un aumento dello 0,2 per cento. Un altro mezzo punto era assegnato ai moderati di Maurizio Lupi. Il totale del centrodestra era quindi del 44,8 per cento, pari al dato per coalizioni rilevato da analogo sondaggio del 19 ottobre. La percentuale raccolta l’anno scorso nelle urne dall’attuale maggioranza era stata del 43,79 per cento.
Se si passa al variegato fronte delle opposizioni, nonostante le grancasse anche di piazza contro la legge di bilancio o manovra finanziaria del governo, il Pd risultava sceso, sempre il 2 novembre scorso, al 19 per cento e il Movimento 5 Stelle salito al 17. I verdi e la sinistra erano attestati sul 3,5 per cento, la +Europa della Bonino al 2,5, l’Azione di Calenda al 4.2, l’Italia Viva. o Centro, di Matteo Renzi al 3,3 e l’Italia di Paragone -c’è anche questa- al 2,5.
Tutte insieme queste opposizioni arriverebbero al 52 per cento, ma insieme non si possono mettere perché semplicemente non ci starebbero neppure a prendere una limonata nel famoso bar di Campobasso dove cinque mesi fa si incontrarono la segretaria del Pd Elly Schlein, il presidente dei grillini Giuseppe Conte e il rossoverde Nicola Fratoianni con il loro candidato comune alla presidenza della regione Molise miseramente bocciato dopo qualche giorno nelle urne.
Da allora le cose su quel fronte direi che sono peggiorate, non migliorate, anche per via dell’elmetto che Conte rimprovera un giorno sì e l’altro pure alla Schlein di indossare in politica estera, e militare, come faceva il suo predecessore Enrico Letta al Nazareno.
La realtà quindi rimane quella, risultante dal sondaggio della Ghisleri, di un quasi 45 per cento del centrodestra, o destra-centro, contrapposto al 25 per cento- il 26,12 nelle urne dell’anno scorso- di un centrosinistra considerato senza Conte. Il cui arrivo nel cosiddetto campo largo farebbe però uscire tante componenti da farlo riandare ben sotto il centrodestra. Questi sono i fatti. Tutto il resto è chiacchiericcio, compreso lo sfottò vignettistico della Meloni nei panni della pulcina “piccola e nera” con la quale ce l’hanno tutti, e non solo i comici di Putin riusciti a suo tempo a sfondare anche la rete di sicurezza della Merkel -ripeto, la Merkel- a Berlino: ripeto, Berlino.
Pur nell’imbarazzo di non soffermarmi abbastanza su tragedie come quelle si stanno consumando a Gaza o nella nostra civilissima -credevamo- Europa, dove è tornato l’antisemitismo non solo imbrattando i muri ma anche tentando di ammazzare una donna in casa solo perché ebrea; pur in questo imbarazzo, ripeto, voglio raccontarvi la storia di due miracoli offertici dalla politica italiana. Uno dei quali è finto -avverto subito- ma ugualmente indicativo di qualcosa che potrebbe evolvere a sinistra, e l’altro è autentico e riguarda la maggioranza di centrodestra. O di destra-centro, col trattino, come si preferisce comprensibilmente chiamarla al piano nobile di Palazzo Chigi.
Il primo miracolo – finto, ripeto- porta il nome dell’ottantenne e autorevolissimo presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky, docente di diritto costituzionale, mancato presidente della Repubblica in almeno una delle edizioni della corsa al Quirinale nel secolo scorso. Esso consiste nella decisione del professore di distinguersi dalla segretaria del suo partito, Elly Schlein, che ha aperto contro la riforma costituzionale appena varata all’unanimità dal Consiglio dei Ministri una lotta frontale, aggressiva quanto si pretende al Nazareno che sia la stessa riforma Meloni, chiamiamola così, nei riguardi del sistema attuale. Zagrebelsky, invece, diversamente anche da lui stesso quando contrastò la riforma Renzi nel referendum del 2016 contribuendo alla sua bocciatura, ha preferito questa volta indulgere all’ironia travestendosi da ottimista, da “chi pensa in positivo e non in negativo”.
Zagrebelsky, che ripone la sua fiducia intimimamente oppositoria nella capacità dei partiti minori dell’attuale maggioranza di accorgersi che finirebbero di esistere nel sistema proposto dal disegno di legge governativo, ha scritto della riforma su Repubblica come neppure è riuscito a parlarne, in un’ìntervista soddisfatta al Corriere della Sera, il presidente del Senato Ignazio La Russa.
Persino il direttore di Repubblica ha ritenuto di avvertire i lettori, in una postilla anonima, che il suo autorevole collaboratore non deve essere frainteso. E ha scomodato il compianto Norberto Bobbio per ricordare che “gli ottimisti non sono sempre fatui ma i fatui sono sempre ottimisti”. Meglio quindi polemizzare pesantemente, con insulti e simili.
L’altro miracolo porta il nome di Matteo Salvini, che in piazza ieri a Milano ha definitivamente sepolto -spero- il Salvini che strizzava l’occhio al Putin anti-ucraino e filo-Hamas. Il nuovo Salvini, raccontato in una sintesi felice da Stefano Zurlo sulla prima pagina del Giornale, è quello che ha dato del “fascista” a chi partecipa alle manifestazioni cosiddette pacifiste preferendo Hamas ad Israele, il terrorismo alla democrazia, l’aggressore all’aggredito. Ben tornato, o ben arrivato, come preferite, al vice presidente leghista del Consiglio in una combinazione felice fra piazza e governo, almeno in un paese euro-atlantico come questo.
Si può ben scrivere adesso che il Consiglio dei Ministri ha approvato la riforma costituzionale davvero, e non per scherzo. Come Giorgia Meloni dovrà rassegnarsi a sentirsi dire per un po’, a proposito delle sue iniziative, dopo l’infortunio della telefonata con i due comici russi. Un infortunio che non sarà dimenticato con la rimozione del consigliere diplomatico Francesco Talò, riconosciutosi nella “superficialità” rimproveratagli pubblicamente dalla premier. Che ha così graziato tutti gli altri anelli della catena in cui si sono infilati i finti politici africani che da Mosca sono riusciti a violare la sicurezza di Palazzo Chigi.
Hanno scambiato per scherzo, ad esempio, il vignettista Stefano Rolli, sul Secolo XIX, e la redazione del Foglio, che ha titolato sulla “freddezza del Quirinale”, anche la “interlocuzione” col Colle annunciata dalla Meloni nella conferenza stampa in cui ha riferito sula riforma appena approvata all’unanimità dal governo. Che dal “presidenzialismo” una volta coltivato dalla destra e dintorni, dove si sognava l’elezione diretta del Capo dello Stato, è passata al “premierato”, inteso come elezione diretta del presidente del Consiglio. Diretta davvero e non di soppiatto, com’è avvenuto nella cosiddetta seconda Repubblica mettendo il nome del candidato a Palazzo Chigi nel simbolo delle coalizioni, o “poli”, concorrenti all’elezione invece solo delle Camere. Tanto per finta si è rivelato quello stratagemma che negli ultimi vent’anni vi sono stati al vetice del governo dodici ricambi che hanno interessato anche persone non elette al Parlamento: da Giuseppe Conte a Mario Monti e a Mario Draghi. Monti vi entrò un attimo prima di essere mandato a Palazzo Chigi grazie alla nomina a senatore a vita da parte di Giorgio Napolitano.
Il precedente di Monti non è stato sicuramente estraneo allo spirito, diciamo così, dell’abolizione -nella riforma licenziata dal governo- dei senatori di nomina presidenziale, per cui gli unici senatori a vita saranno gli ex presidenti della Repubblica e quelli già nominati prima, man mano che moriranno. A meno che qualcuno di costoro, per sensibilità, non rinuncerà al mandato se e quando la riforma entrerà in vigore.
Di questa riforma va detto, fra l’altro o innanzitutto, come preferite, che la stessa premier non è del tutto convinta. E lo ha detto pubblicamente -guadagnandosi il titolo della Stampa sui suoi “dubbi”- per la parte in cui si contempla una specie di premier di riserva. Che potrebbe subentrare a quello eletto ed eventualmente caduto, o morto, senza passare per un altro passaggio elettorale, se già parlamentare votato dagli stessi elettori dell’altro e provvisto della stessa maggioranza parlamentare, o quasi. Solo la caduta anche di questo premier di riserva, in fondo più forte dell’altro per la deterrenza elettorale di cui disporrebbe, sta un po’ nel gozzo della premier in carica. Che sarebbe felice di vederne la scomparsa nel percorso parlamentare della riforma.
Senza volere né potere scomodare il compianto Sem Benelli per la sua drammatica “cena delle beffe”, mi chiedo se e quando qualcuno saprà o vorrà raccontare come merita sul piano più umano che politico la beffa, appunto, subìta da Gorgia Meloni. Che parlando al telefono con due comici russi ha confidato la stanchezza procurata anche a lei dall’ormai troppo lunga guerra in Ucraina, compresa “la controffensiva” dell’aggredito Zelensky. Il quale -racconta qualche giornale- a Kiev è rimasto molto deluso della delusione, a sua volta, della Meloni e avverte una certa paura di rimanere solo, dopo che peraltro la guerra nella più piccola Gaza, scatenata dopo il pogrom dei terroristi palestinesi di Hamas del 7 ottobre scorso, ha oggettivamente distratto l’attenzione dalla guerra ch’egli sta subendo da quasi due anni. E che qualcuno anche qui, in Italia, gli rimprovera di avere allungato e caricato di più morti resistendo con gli aiuti di un vasto fronte occidentale.
Sempre sul piano più umano che politico, non volendo minimamente farmi trascinare dalla strumentalizzazione, per esempio, del giornale di Carlo De Benedetti –Domani- con quel titolo contro “il dilettantismo di Meloni che indebolisce il paese”, oltre o più ancora del governo guidato da lei, ho trovato il giorno dopo la scoperta della beffa peggiore di quello precedente. E ciò per il tentativo un po’ troppo goffo di un uomo pure accorto come il sottosegretario alla Presidenza Alfredo Mantovano di salvare, secondo lui, la faccia alla Meloni riconoscendole la bravura, l’astuzia e quant’altro di essersi accorta “dal primo momento” dell’inganno o incidente. Che a quel punto sarebbe dovuto durare un momento, appunto, e non i tredici minuti -se non sbaglio- della registrazione diffusa più di un mese e mezzo dopo o i trenta minuti vantati dai due comici. Che dalla Russia -immagino con quanta soddisfazione di Putin- hanno raccontato di avere chiuso loro la telefonata per stanchezza. Sennò, chissà per quanto tempo ancora sarebbe durata quella chiacchierata in cui la premier si lasciava ogni tanto vincere dalla tentazione di dire “fra noi”, in camera caritatis, cose che avrebbe dovuto tenersi per sé proprio per avere capito, secondo Mantovano, le cui competenze o deleghe si spingono sino ai servizi segreti, con chi lei stesse parlando.
A questo punto non credo che abbia esagerato l’Unità a immaginare, in un titolo di prima pagina, sotto la foto dell’interessato, un’astronave che inforna la base: “Chigi, abbiamo un problema: si chiama Mantovano…”, prima ancora dell’addetto diplomatico pensionando della premier, della segretaria particolare, anzi particolarissima, della stessa Meloni, o del centralino telefonico. Dove magari, e pensando non solo a Palazzo Chigi, tutto sarà più sicuro quando riusciranno a sistemarvi un robot con la sua intelligenza artificiale. Di cui la Meloni è appena corsa a parlare a Londra anche col simpatico premier britannico Rishi Sunak.
Dovevano essere ridotti male in Russia a settembre, prima che i terroristi palestinesi regalassero a Putin la guerra di distrazione in Medio Oriente, se al Cremlino e dintorni avevano dovuto ricorrere ai comici per cercare di cogliere in fallo i leader occidentali. E riuscendovi in parte con la premier italiana Gorgia Meloni per le confessioni di “stanchezza” strappatele sulla durata e sull’andamento del conflitto in Ucraina. Confessioni naturalmente molto apprezzate in Italia dal Fatto Quotidiano e simili, sorpresi più di un anno e mezzo fa dalla resistenza di Volodymir Zelensky, che grazie a Mosca è diventato da un comico prestato alla politica del suo paese, un po’ come in Italia Beppe Grillo prima che si sgonfiasse e diventasse un consulente retribuito di Giuseppe Conte, in uno statista, anzi in un eroe dell’Occidente. Non c’è comico russo o d’altra nazionalità, impostore come ha gridato la Meloni, travestito in qualsiasi modo, da africano o cinese, che possa smentire questa realtà. E tanto meno liberarsene.
Ma quello che voglio raccontarvi adesso non è uno scherzo. E’ il commento vero di un fedele personalmente colto all’uscita da una chiesa romana che, sentendosi come in una piazza di quelle che abbiamo viste in questi giorni con cartelli anti-israeliani e la stella di David affiancata alla svastica nazista, ha esortato i vicini a vedere “una lezione a Israele”- testuale- il discorso evangelico delle Beatitudini letto durante la messa dal sacerdote. “Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio”, dice il passo del Vangelo secondo Matteo che secondo lo sconosciuto condannerebbe all’inferno, come ignobili operatori di guerra, gli ebrei impegnati a difendersi da Hammas.
Ebbene, grazie alla memoria rinfrescatami qualche giorno fa dal mio amico Mario Sechi in un editoriale su Libero, vorrei ricordare in questo giorno di celebrazione dei defunti a quel manifestante in differita dopo la messa di Ognissanti il passaggio di una lettera di Sant’Agostino -ripeto, Sant’Agostino- al all’ambizioso e carismatico comandante romano Bonifacio. “Non si cerca la pace -egli scrisse- per provocare la guerra, ma si fa la guerra per ottenere la pace. Sii dunque ispirato dalla pace in modo che, vincendo, tu possa condurre al bene della pace coloro che tu sconfiggi”. Impedendo nel nostro caso, in questo disgraziatissimo autunno del 2023, ad Hamas di continuare a fare la guerra a Israele, e fare ammazzare più ebrei possibili anche oltre il loro Stato, nascondendosi a Gaza, con tutti gli arsenali bellici e gli ostaggi con cui ricattare il mondo, sotto le strade, le piazze, i mercati, i campi profughi, gli ospedali , le scuole, le chiese e la case dei palestinesi, ridotti così alle condizioni della schiavitù da chi pretende di rappresentarli e difenderli.