La giornata della rabbia, naturalmente anti-israeliana, proclamata in tutto il mondo, quando già a Parigi peraltro erano state marchiate con la stella di David case e botteghe di ebrei, è stata la reazione di Mahmud Abbas, meglio noto come Abu Mazen, alle bombe lanciate anche su un campo profughi a Gaza. Sotto il quale, come sotto gli ospedali, le scuole, le chiese, i mercati e le abitazioni dei palestinesi, i terroristi di Hamas hanno sistemati i loro arsenali militari e comandi operativi e nascosto le centinaia di ostaggi ebrei catturati nel progrom del 7 ottobre. Tutte cose che al promotore della giornata della rabbia non sembra che abbiano procurato altrettanta rabbia, quanto meno, dei bombardamenti e di ciò che dovrà ancora seguire per neutralizzare quel sottosuolo. O distruggendolo con chi vi si si è asserragliato con le sue vittime, o obbligando il nemico e venirne fuori e a combattere a viso aperto, o arrendersi.
Abu Mazen, peraltro cittadino onorario delle nostre Napoli e Pompei dal 2013, sta per compiere 88 anni, dei quali 18 trascorsi presiedendo l’Olp e tutte le altre sigle ereditate da Yasser Arafat. E ritenendo con questo di rappresentare i palestinesi standosene più o meno comodamente chiuso nelle residenze private e ufficiali in Cisgiordania, ricevendo capi di Stato, di governo, diplomatici e altri rappresentanti di un po’ tutto il mondo e raggiungendo tutti i convegni e summit ai quali è invitato. Ma che lui rappresenti davvero i palestinesi in nome dei quali parla, si muove e si arrabbia è quanto meno dubbio perché lo stesso diritto di rappresentanza è rivendicato, per esempio, dall’organizzazione terroristica chiamata Hamas. Che a suo tempo lo espulse praticamente da Gaza ritenendolo inadatto al compito che un vero palestinese dovrebbe avvertire, secondo lo statuto della stessa Hamas, di eliminare lo Stato di Israele, non di conviverci, e di uccidere nel mondo più ebrei possibili. Proprio come si era messo in testa di fare a suo tempo un certo Hitler governando la Germania nazista.
Chissà se Hamas si riconoscerà in Abu Mazen almeno per la giornata della rabbia che ha proclamato dopo la devastazione di un campo profughi. Certo è che assai curiosamente, a questo punto, israeliani e alleati, compresa la nostra Italia, hanno accettato la sfida terroristica del 7 ottobre ripromettendosi di restituire ad Abu Mazen e alle sue sigle ciò che Hamas ha loro sottratto non o non solo con il voto, visto che una volta a Gaza in effetti si votò, ma anche o ancor più col sangue.
Altra cosa certa è che le sigle di Abu Mazen e Hamas hanno in comune una certa distanza, chiamiamola così, fra le ricchezze in cu vivono i loro dirigenti e la povertà alla quale hanno condannato i palestinesi che vorrebbero rappresentare e difendere, per ora solo esponendoli alla miseria o ai bombardamenti, o a entrambi.
Sono trascorsi 44 anni anche per la mia anagrafe dal 1979, quando il tema della riforma costituzionale fu posto da Bettino Craxi spaccando la sinistra ancor più di quanto non fosse già avvenuto tre anni prima con la sua elezione a segretario del Partito Socialista, e sorprendendo la Democrazia Cristiana. Cui pure egli aveva appena restituito la possibilità di tornare a governare senza i comunisti dopo la fase della cosiddetta solidarietà nazionale.
Con tutto questo tempo alle spalle chissà se ce la farò personalmente a vedere la terza Repubblica annunciata, promessa e quant’altro dalla premier Giorgia Meloni. Che ha colto curiosamente come occasione per farlo un falso evento, a dir poco, come il “congresso democristiano” di cui ho letto da qualche parte a proposito di un convegno organizzato a Saint Vincent, come faceva ai suoi tempi il compianto Carlo Donat-Cattin per e con la propria corrente, dall’inesuaribilmente ottimista Gianfranco Rotondi. Il quale, in attesa che davvero la sua Dc torni in vita, almeno a livello nazionale, visto che in Sicilia qualcosa sta davvero facendo l’altro inesauribilmente ottimista Salvatore Cuffaro, si è fatto rieleggere parlamentare nelle liste dei fratelli d’Italia.
Una terza Repubblica davvero, con tanto di Costituzione cambiata, prendendo per buona la seconda nata nel 1993 con la modifica referendaria del sistema elettorale -e inaugurata l’anno dopo da Silvio Berlusconi vincendo le elezioni col nuovo metodo e approdando a Palazzo Chigi- sarebbe un evento di per sé positivo per la chiarezza insita in un cambiamento istituzionale. La cosa non mi spaventa, a dispetto dell’allarme lanciato dall’omonimo giornale con quel titolo da spaventapasseri come “Le mani sulla Repubblica”, sovrastante in prima pagina ai pur drammatici sviluppi della situazione a Gaza e, più in generale, in Medio Oriente.
Meglio le mani, prima del governo con un suo disegno di legge e poi del Parlamento con la doppia approvazione di ciascuna delle due Camere e l’eventuale conferma referendaria, mancata ai tentativi di Silvio Berlusconi prima e di Matteo Renzi poi, che i piedi sulla Repubblica. Come, a mio avviso, per quanto potrà questa opinione sembrare blasfema a tanti costituzionalisti di fatto e di diritto, pubblicisti o professionisti come veniamo distinti anche noi giornalisti, è avvenuto e avviene da una trentina d’anni a questa parte. Da quando, per esempio, si consente ai magistrati di creare leggi con sentenze cosiddette creative sostituendo il Parlamento. O, sostituendosi questa volta alla Corte Costituzionale, di considerare illegittime quelle non gradite o non condivise e di rifiutarne l’applicazione. O, ancora, come stanno facendo da qualche tempo governi di vario colore politico, anche opposto, mettendosi sotto le scarpe, a proposito dei piedi, il bicameralismo cosiddetto paritario ancora in vigore sulla carta per discutere davvero la legge di turno in una Camera, accettandone o promuovendone modifiche, e farla di fatto ratificare dall’altra, col ricorso alla fiducia e simili. E ciò per ragioni non si sa se più di tempo o di paura che non regga alla prova la maggioranza. Sfido i costituzionalisti a smentirmi.
In questa situazione -ripeto- mi sembra improprio, inopportuno, diciamo pure arbitrario temere più le mani nella Repubblica, e nella sua Costituzione, che i piedi sull’una e sull’altra.
E’ già accaduto in passato e vedo che è già cominciato anche questa volta un altro gioco sporco da affiancare al dibattito pubblico e al percorso parlamentare di una riforma costituzionale. E’ il tentativo di coinvolgere il presidente della Repubblica in carica indicandolo come la vittima designata del riformatore di turno, interessato a tagliare le unghie e qualcosa anche d’altro al capo dello Stato che si fosse rivelato troppo attivo, troppo invadente, o solo troppo scomodo o imprevedibile. La cui autorevolezza -si sostiene, per esempio- verrebbe automaticamente a ridursi con l’elezione diretta del presidente del Consiglio, cioè col premierato al quale si è convertita la destra della Meloni dopo avere preferito in passato, col “presidenzialismo”, l’elezione diretta invece del capo dello Stato.
Eppure Ilvo Diamanti, che non è il cartomante che ci capita di incontrare all’angolo della strada di casa o d’ufficio, ci ha appena informati e spiegato con i dati dei sondaggi Demos, che l’elezione diretta di un’autorità di cui ci fidiamo non è per niente un elemento dannoso. E’ solo un elemento rafforzativo della volontà popolare, dalla quale già dipende la scelta diretta del sindaco e del cosiddetto governatore regionale, senza che né l’uno né l’altro possano essere avvertiti davvero come cacicchi se non da chi in realtà vorrebbe essere più cacicco di loro. Ogni allusione a Massimo D’Alema, che una volta mostrò questa tendenza, non è casuale ma voluta.
Prima ancora dell’’uscita della riforma costituzionale dal cantiere governativo e dell’avvio del percorso parlamentare La Stampa ha voluto informarci, bontà sua, che “Il Colle è pronto al via libera”. Forse ha giocato sul giornale di Torino il recente infortunio di una smentita oppostagli dal Quirinale per una lettura critica o persino oppositoria nei riguardi del governo di certi discorsi pronunciati dal presidente della Repubblica in tema di immigrazione e sanità. Ma al Foglio sono invece risultati “dubbi” del Colle sul premierato imboccato dal governo. Che pure al capo dello Stato ha già pagato il dovuto, ammesso e non concesso che ce ne fosse il bisogno, precisando che la riforma costituzionale è stata studiata e sarà gestita in modo da entrare in vigore solo quando sarà terminato, nel 2029, il mandato doppio dell’attuale presidente della Repubblica.
I partiti di opposizione al governo, così divisi fra di loro e pasticciati anche all’interno da essere considerati non a torto i principali alleati del “Gabinetto” di Giorgia Meloni, per chiamarlo con l’ironia pungente di Davide Giacalone sulla Ragione per il modo col quale ha preparato la legge di bilancio, zigzagando fra un’infinità di bozze, hanno finalmente trovato chi sta messo peggio di loro. Sono i giornaloni, come li chiama da qualche tempo anche la premier: quelli di maggiore diffusione e pretese di rappresentare o influenzare, come preferite, l’opinione pubblica che diventa ogni cinque anni, salvo anticipi, l’elettorato nazionale chiamato alle urne.
Pur posseduti di fatto dallo stesso proprietario, un nipote del compianto Gianni Agnelli che però non ne porta neppure il cognome, né ha pensato di farselo almeno aggiungere come qualcuno fa assumendo anche quello della mamma, i due maggiori giornali italiani – la Repubblica e La Stampa- si sono divisi oggi nella lettura, valutazione e quant’altro delle emergenze in cui ci troviamo.
Per La Stampa, fresca peraltro di un cambio di direzione, a fare paura è “l’urlo degli ostaggi” arrivato dal sottosuolo di Gaza, dove i terroristi di Hamas ne hanno selezionati tre, tutte donne israeliane, per fare intimare a quel boia che è già diventato nelle piazze anche italiane Nethanyau, la cui stella di David è stata affiancata alla svastica di Hitler, di smetterla di reagire agli eccidi di ebrei del 7 ottobre e di liberare piuttosto tutte le migliaia di detenuti palestinesi nelle carceri d’Israele per scambiarli, come reclama Hamas, con i duecento e rotti sventurati catturati in quell’infame progrom.
Per la Repubblica– il cui direttore Maurizio Molinari scrive da o su Israele non tanto o non solo commenti tutti giustamente favorevoli al suo diritto di esistere, ma saggi di decine di migliaia di parole l’uno per descrivere nei più piccoli particolari le drammatiche condizioni in cui quello Stato è costretto a vivere dalla sua fondazione- sull’urlo degli ostaggi trattenuti nel sottosuolo di Gaza prevalgono come motivo di allarme “le mani sulla Repubblica” italiana, quella vera e non di carta fondata nel 1976 da Eugenio Scalfari. Mani che il governo Meloni ha deciso di mettere con la riforma costituzionale del cosiddetto premierato, inteso come elezione diretta del presidente del Consiglio, come se fosse il sindaco d’Italia. “Le mani sulla Repubblica”, ripeto, con tutto ciò che una formula del genere comporta nell’immaginario collettivo. Una manomissione, appunto, simile se non peggiore di altre inutilmente tentate in passato da Berlusconi prima e da Renzi poi.
Diversamente da Repubblica, quella di carta, La Stampa tuttavia ha titolato in prima pagina, al pari del confratello Secolo XIX, che “Il Colle è pronto al via libera”. Il che sembra smentire la rappresentazione del quotidiano diretto da Molinari perché Sergio Mattarella non mi pare un presidente disposto a far manomettere la “sua” Repubblica.
Osserva giustamente Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera, a più di venti giorni dagli eccidi di ebrei uccisi, feriti o sequestrati in terra israeliana dai miliziani di Hamas usciti dalle viscere di Gaza, dove operano usando i palestinesi come scudi umani, che “nella stragrande maggioranza dei tallk televisivi e dei commenti della stampa, nelle dichiarazioni pubbliche di tutto lo schieramento di centro-sinistra (ma non solo) ha sempre più spazio il tema “consigli a Israele”. Cui è “tutto un mettere in guardia contro gli eccessi della reazione …a non esagerare, a fare attenzione alle conseguenze”. Non parliamo poi delle piazze, anche quelle italiane, dove la stella di David dello Stato ebraico è affiancata alla svastica della Germania che fu di Hitler e le bandiere di Israele faticano a rimanere al loro posto, come quella tirata giù dai pennoni della sede romana della Fao da un manifestante emulo a suo modo dei programmi e delle azioni dell’organizzazione terroristica appena scambiata da un socio della Nato come la Turchia di Erdogan, sul fronte sud dell’alleanza atlantica, per un’organizzazione di “liberatori” dei palestinesi da “56 anni di occupazione israeliana e di violazione dei diritti umani”, quasi contemporaneamente deplorati a New York non da qualche delegato arabo ma dal segretario generale in persona dell’Onu, il portoghese Antonio Manuel de Oliveira Guterres. Per carità, non togliamo nulla al suo lungo nome.
L’ex direttore dell’Espresso ed ex parlamentare della sinistra Tommaso Cierno ci ha proposto sulla sua Identità una versione trasteverina “de noantri” di Hamas con una bandiera italiana stampata in arabo, diciamo così, e in fiamme come prima o dopo vedremo nelle piazze, accanto a quelle israeliane e americane, vista la linea di politica estera assunta dal governo in carica di Giorgia Meloni. Che neppure lei tuttavia, come Biden alla Casa Bianca e persino in Israele, quando vi è andato di persona dopo gli eccidi del 7 ottobre, si è risparmiata qualche invito alla prudenza nelle reazioni ebraiche.
Tutto questo enorme Consiglificio cui sembra ridotto l’Occidente, e che contribuisce a indebolire ulteriormente il premier israeliano in patria pur omaggiato da visite di sostegno a questo punto più apparente che reale, è silente o innocuo nei riguardi Hamas. Cui in pratica si è finito per riconoscere il diritto vigliacco e sanguinario di coprirsi dietro e sotto gli ormai affamati palestinesi, le loro case , i loro ospedali, le loro scuole, le loro chiese, con gli arsenali militari e gli ostaggi ebrei catturati nel progrom del 7 ottobre.
Non ha torto Giuliano Ferrara a scrivere sul suo Foglio che “le piazze per il cessate il fuoco” degli israeliani impegnati a difendere le loro vite “sono le piazze dei guerrafondai” veri, perché “le cose giuste spesso non sono compassionevoli”. E perché “a dispetto delle folle che gridano Non in may name, bisogna snidare e colpire i terroristi dove si nascondono e conseguire l’obiettivo della sicurezza e della pace”.
Oltre che antistorica, essendo lo Stato ebraico il prodotto, non la causa, dell’antisemitismo nazista, è semplicemente infame, indecente quella equazione sventolata nelle piazze del pacifismo fra la stella di David d’Israele e la svastica della Germania di Hitler. E c’è ancora chi si meraviglia a sinistra, come anche il mio amico Piero Sansonetti sull’Unità di ieri, ma anche su quella di oggi, come il suo Pd, per quanto mi par di capire, nonostante il compianto Emanuele Macaluso si fosse ben guardato dal farne parte, sia un po’ l’Araba fenice. Che nessuno sa dove sia, se fuori da quelle piazze come la segretaria Elly Schlein, pur eletta “dai passanti” secondo Aldo Grasso oggi sul Corriere della Sera, o dentro come altri esponenti convinti -per esempio, Susanna Camusso- che la capa del partito fosse soltanto impegnata altrove.
Non dico indecente come l’associazione cartellonisica fra la stella di Israele e la svastica di Hitler, ma alquanto curiosa trovo la sorpresa manifestata a sinistra, e questa volta congiuntamente dalla Schlein e da Giuseppe Conte non ritrovatisi in piazza, per l’astensione dellI’Italia del governo Meloni, al pari di altri 45 Paesi fra i quali la Gran Bretagna e il Giappone, di una mozione -passata con 120 voti- per una immediata tregua umanitaria a Gaza senza neppure un inciso di condanna dell’eccidio di ebrei compiuto il 7 ottobre scorso dalla palestinese Hamas in territorio israeliano. Ma l’aveva già deplorato -ho letto e sentito da qualche parte- il segretario generale dell’Onu Guterres. Sì, ma con tale convinzione e chiarezza, addebitandone la causa a “56 anni di occupazione e di violazione dei diritti umanitari” da parte israeliana, da essere apparso un….sottosegretario, con tutto il rispetto che meritano, per carità, i sottosegretari di un qualsiasi governo.
Persino l’ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, così bravo da essere diventato, come ogni tanto ricordo, un quasi senatore a vita o di diritto del Pd col favore dei suoi elettori bolognesi, renitenti l’ultima volta anche alla missione di disturbo compiuta sul posto da Vittorio Sgarbi candidandosi per il centrodestra; persino Pier Ferdinando Casini, dicevo, ha appena “capito le perplessità espresso sul voto dell’Italia all’Onu, ma è anche difficile votare un documento in cui manca una esplicita condanna contro Hamas”.
Certo, l’Italia avrebbe potuto fare come la Francia e la Spagna, che hanno votato a favore,ma anche contro come hanno fatto Israele e gli Stati Uniti, tanto per darvi un’idea di ciò che è diventata l’Onu, sfuggita all’Inferno di Dante solo perché non c’era ancora quando il poeta lo perlustrò con Virgilio. Mi spiace per la fiducia che ancora vi ripone il buon Sergio Mattarella al Quirinale, dove ha appena raccomandato non di criticare ma di aiutare le Nazioni Unite.
Altro che “alla cieca”, stampato dal manifesto sulle fiamme e sul fumo di Gaza bombardata dagli israeliani in preparazione dell’invasione di terra programmata dopo le stragi subite da quella direzione il 7 ottobre. E ritardata nel tentativo di ottenere nel frattempo la liberazione di più ostaggi possibili rapiti quel giorno dai terroristi palestinesi di Hamas e custoditi, si fa per dire, nei sotterranei della Striscia, con o negli arsenali e comandi militari. Il principale dei quali, o uno dei maggiori, è stato individuato dai noti mezzi sofisticati dell’esercito d’Israele, secondo le rivelazioni del portavoce, sotto il maggiore ospedale di Gaza, Al Shifa.
In quell’ospedale più ancora dei malati e dei feriti si trovano anche, come sardine, gli sfollati che hanno perduto le case e gli stessi miliziani di Hamas. I cui vertici naturalmente smentiscono perché non hnno ancora trovato la sfacciataggine di vantarsene, come di tante altre nefandezze compiute nella presunta lotta per la libertà della Palestina, a parole, e per il più reale e infame esercizio del diritto proclamato di sterminare gli ebrei. Come si era proposto di fare Hitler in una guerra interrotta dalla sconfitta militare e dal suo tardivo suicidio.
Solo a raccontare il presente e a risalire al passato vengono brividi da raccapriccio. Che ho l’ingenuità di credere, o sperare, che prima o poi, tra una fiaccolata e l’altra, un comizio e una festa elettorale come quella celebrata di recente a Foggia per l’elezione della sua candidata a sindaco in un campo che lui ha preferito definire giusto anziché largo, anche Giuseppe Conte comincerà ad avvertire veramente. La speranza, si sa, à sempre l’ultima a morire.
Prima o dopo anche l’ex premier, avvocato del popolo, Camaleonte e com’altro lo si voglia definire, non potendosi sottrarre quanto meno al dubbio, dovrà chiedersi se è più feroce, criminale, infame fare dei sotterranei di un ospedale una base militare, come un po’ tutto è diventato del resto il sottosuolo di Gaza amministrata e governata da Hamas, o doverlo colpire da parte di chi è costretto a difendersene.
Non sto chiedendo a Conte di infilarsi un elmetto al quale so quanto lui si senta allergico, vedendone un’infinità sulle teste degli altri, anche della segretaria del Pd Elly Schlein che frequenta fra piazze e bar, secondo le circostanze. Gli sto solo chiedendo di usare quel cervello custodito nella testa con la semplice protezione dei capelli per ragionare. Da umano, mi verrebbe voglia di aggiungere.
Largo, larghissimo, enorme o soltanto “giusto” che sia, come ha voluto definirlo con apparente sobrietà Giuseppe Conte sul posto intestandoselo accanto alla sindaca appena eletta -dopo averne imposto la candidatura ad un Pd che pure precede ancora i grillini nelle urne- il campo di Foggia si è già ristretto. Ne rimane solo l’ombra, o il ricordo dei titoli altisonanti di qualche giorno fa nella fiaccolata romana della pace per il Medio Oriente. Dove la pace per essere vera dovrebbe soddisfare secondo i promotori della manifestazione le attese non di Israele, dopo le migliaia di ebrei morti e feriti negli assalti terroristici di sabato 7 ottobre, ma di Hamas. Che continua a tenere nei sotterranei di Gaza gli ostaggi catturati una ventina di giorni fa e in superficie i palestinesi. I quali perdono vite e case ogni giorno per i missili che Hamas continua a sparare contro Israele, qualche volta con traiettorie autolesioniste, e quelli che Israele lancia su Gaza per neutralizzarne i depositi.
Originariamente tentata solo dall’idea di non aderirvi personalmente, e quindi di non unirsi a Conte vi aveva messo il cappello, la segretaria Elly Schlein ha deciso di negare l’adesione del Pd, declassando a personali tutte le presenze di esponenti del partito invitati dall’Unità di Piero Sansonetti a esserci per “battere un colpo”. Anche a costo di fare affogare il povero Corrado Augias nelle lacrime di dolore e di rabbia che sta versando in questi giorni, tra dichiarazioni, articoli e interviste, sulla sinistra tenera con Hamas come i turchi. Il cui presidente Erdogan ne ha lodato i miliziani come “liberatori”, non terroristi. E pensare, caro Augias, che la Turchia è la frontiera meridionale della Nato. Che dovrebbe stare a Israele politicamente come, più a nord, all’Ucraina aggredita dalla Russia di Putin.
La decisione di non limitare alla sua assenza la distanza dalla fiaccolata della pace sospetta filo-Hamas, con la richiesta di una cessazione delle ostilità della sola Israele e non anche dei terroristi che l’attaccano con i loro missili, è stata presa dalla Schlein consultando tutti i componenti della segreteria e altri esponenti del partito, fra i quali l’ex ministro della Difesa Lorenzo Guerini e la deputata Lia Quartapelle. Ne ha scritto dettagliatamente sul Corriere della Sera Maria Teresa Meli. Ciò conferma il clima di preoccupazione, quanto meno, esistente nel Pd sui delicatissini temi della politica internazionale e dei rapporti col Movimento 5 Stelle. Cui molti lamentano che la Schlein stia concedendo troppo anche sul piano locale per coltivare un progetto di improbabile ripresa dell’alleanza a livello nazionale.
Consumatasi la partita di Foggia con la sostanziale cessione della carica di sindaco alla candidata di Giuseppe Conte, che ne ha decantato il carattere “tosto” in dialetto pugliese nella festa dell’elezione, se ne sta sviluppando una alquanto scabrosa in Sardegna. Dove l’ex presidente Renato Soru ha appena avvertito che non accetterà di subire l’anno prossimo la candidatura di una grillina alla quale a Roma sarebbero state fatte già delle promesse. O Conte accetterà quello che rifiuta altrove, cioè il ricorso alle primarie per designare il candidato comune di una eventuale alleanza con i pentastellati, o Soru si presenterà da solo, anche a costo di spaccare il partito e di far vincere il centrodestra. E’ un po’ quanto intende fare in Campania, quando sarà il momento, il governatore uscente Vincenzo De Luca notoriamente sgradito alla Schlein.
Meno male che in questa nostra Repubblica delle Procure, che contano ben più del governo di turno e di tutti i patiti messi insieme, anche di quelli che le sostengono e ne amplificano le iniziative, non è ancora venuto in mente a nessun magistrato di considerare un falso in atto pubblico un titolo di giornale incomoleto. In fondo che cosa c’è di più pubblico di un titolo di giornale? Che spesso deforma la realtà semplicemente mutilandola. Come hanno fatto, per esempio, oggi il Corriere della Sera, il Giornale e Libero attribuendo alla premier il merito -presumo- di avere stoppato nella legge di bilancio, ancora a livello di “bozze” pur essendo passato un bel po’ di giorni dall’approvazione in Consiglio dei Ministri, il clamoroso diritto reclamato dal fisco di intervenire sui conti bancari risparmiandosi tutte le altre, più lunghe procedure per incassare quello che reclama dai contribuenti.
In realtà, la Meloni molto meno autonomamente e volentieri ha dovuto fare il “dietrofront” contestatole da Repubblica per l’altolà imposto dal vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini a lei e al suo ministro dell’Economia pur leghista Giancarlo Giorgetti. Un altolà che la premier, sempre secondo il racconto di Repubblica, avrebbe considerato un “agguato” sbottando nella promessa o minaccia, come preferite, di non lasciarsi più sorprendere e farsi “logorare”.
“Meloni cede, salta il prelievo dai conti degli evasori”, ha titolato impietosamente Il Secolo XIX accusando così Salvini di averli praticamente difesi, protetti, corteggiati e quant’altro. Un “veto” provvidenziale, a leggere anche i titoli comuni dei giornali del gruppo Riffeser Monti – Giorno, Resto del Carlino e Nazione- contro misure così invasive.
Mai una copertina dell’Espresso, pubblicata oggi ma preparata qualche giorno fa, è stata così attuale, o tempestiva, con quel titolo e fotomontaggio sui “carissimi nemici” che sarebbero la premier e Salvini, appunto. Che è un po’ diventato nella maggioranza di governo quello che nella Nato è, sul caldissimo fronte sud, il presidente turco Erdogan, difensore dichiarato dei “liberatori”, non terroristi palestinesi di Hamas.
Meloni e Salvini sono ormai ancora più nemici di quanto stiano o rischino di diventare la premier e il vice presidente forzista del Consiglio Antonio Tajani dopo che la televisione di riferimento del partito lasciato da Silvio Berlusconi ai suoi eredi ha quanto meno contribuito a sfasciarle la famiglia di fatto. Quei fuorionda rubati al pur imprudente Andrea Giambruno, facendogli perdere insieme la convivenza con la premier e la conduzione del suo diario televisivo, sono ormai dei paracarri nei rapporti tra la Meloni, Biscione e dintorni, comprensivi dell’onnipotente Antonio Ricci e del frigorifero in cui si è vantato di conservare la merce della sua “Striscia la notizia”.
La stima, la fiducia e quant’altro di cui Giorgia Meloni ha bisogno per realizzare il proposito ribadito ieri di governare almeno per altri quattro anni, quanti ne mancano alla fine della legislatura e alla verifica delle elezioni politiche, sono notoriamente quelle delle Camere. A meno che qualcuno prima o dopo non riesca a modificare l’articolo 94 della Costituzione, che ne tratta in cinque capoversi, o commi. Ma Marina Berlusconi, soppiantando il fratello Pier Silvio che si occupa delle televisioni di Mediaset, e forse tradendo “le paure” attribuitele proprio oggi da un retroscena in rigoroso giallo sulla prima della Stampa, ha voluto “scendere in campo”, come ha titolato Il Giornale ancora un po’ di famiglia, e annunciare la stima, anzi la molta stima, che ha della premier. Lo ha fatto cogliendo al volo l’occasione offertale da Bruno Vespa con una delle interviste che raccoglie per l’ormai solito libro di fine anno, E che contribuiscono ad alimentare in questa stagione il dibattito politico grazie a tempestive anticipazioni.
Molta stima Marina Berlusconi nutre probabilmente anche per Vespa, avendo ereditato quella che il padre manifestava partecipando alle presentazioni dei suoi libri-strenna e frequentando il suo salotto televisivo di Porta a Porta. Avrebbe scuramente onorato anche i suoi cinque minuti quotidiani dopo il Tg1 se la morte non ce l’avesse portato via il 12 giugno scorso.
Una certa stima, nonostante qualche telefonata d’insofferenza dell’amico Fedele Confalonieri, che sopporta poco quelli che lui chiama “rompicoglioni”, Marina Berlusconi deve averla anche di Antonio Ricci. Che è l’autore, a contratto da sempre, prima alla Fininvest e poi a Mediaset, con quella “Striscia la notizia” che ha appena provocato, con la vecchia pratica del furto di fuorionda, la rottura di Giorgia Meloni dopo una decina d’anni di convivenza con Andrea Giambruno, padre della figlia Ginevra. Di questa rottura il Ricci non è per niente rammaricato, ma orgoglioso, visto che ha dichiarato ai quattro aventi di attendersi prima o poi i ringraziamenti della premier. Che altrimenti non avrebbe mai scoperto l’inaffidabilità, a dir poco, del suo ingombrante e allupato compagno di vita a colloquio con le colleghe di redazione prima di andare in onda.
Chissà se la “molta stima” -ripeto- espressa dalla primogenita di Silvio Berlusconi basterà a placare la Meloni “concentrata -nel titolo odierno del Foglio, e non solo nel retroscena già ricordato della Stampa– sulla guerra ad Hamas e su quella a Mediaset”. Che ormai può ben essere considerata, per le dimensioni e le partecipazioni procuratele in tanti anni di lavoro dal fondatore, uno dei cosiddetti poteri forti di questo nostro Paese. Un potere forte, peraltro, che dispone davvero, e alla luce del sole, anche di un partito, Forza Italia, praticamente indebitato per una fideiussione di 100 milioni di euro con gli eredi di Berlusconi. Un debito di cui non sarà ceto Antonio Tajani a liberarlo.
Ora ha anche un volto -quello del suo segretario generale Antonio Manuel de Oliveira Guterres, portoghese di 74 anni, per un po’ esule in Italia negli anni della dittatura nel suo Paese- la crisi morale, e non solo politica, dell’Onu. Che è inerme di fronte ad ogni conflitto in cui sono in gioco gli interessi di qualcuno dei paesi che hanno il diritto di veto -o di vetro, come titola il manifesto- nel Consiglio di Sicurezza.
Ciò che questo signore ormai imbolsito ha raccontato parlando della guerra in Israele provocata dall’ultimo eccidio dei terroristi palestinesi di Hamas appartiene al “mondo alla rovescia” non del generale Roberto Vannacci, ma di Paolo Mieli nel titolo del suo editoriale di oggi sul Corriere della Sera. Dove si considera giustamente “un’enormità dall’innegabile sottinteso giustificazionista” la lingua e il dito puntati da Guterres, dopo gli eccidi terroristi in terra israeliama del 7 ottobre scorso, contro “i 56 anni di soffocante occupazione israeliana” e di violazioni, sempre da quella parte, del diritto umanitario.
Eppure, nonostante il sospetto che alla luce di questo giudizio possano “apparire insincere” le parole di rammarico e deplorazione degli eccidi -ripeto- del 7 ottobre, e dei duecento ostaggi portati dai terroristi nei tunnel di Gaza, Mieli ha trovato “un eccesso di precipitosità” la richiesta delle dimissioni di Guterres avanzata dal delegato d’Israele. Siamo quasi al “ripudio dell’Onu” gridato con disapprovazione da Piero Sansonetti sull’Unità, che sempre di meno merita quella specie di scomunica levatasi, al suo ritorno in edicola, dai figli di Enrico Berlinguer, infastiditi anche o soprattutto dalle fotografie del padre riproposte ai lettori dal direttore.
Cos’altro poteva fare e dire il delegato d’Israele, caro Mieli, dopo avere visto e sentito il segretario generale delle Nazioni Unite “giustificare”, come tu stesso hai convenuto, il terrorismo di Hamas? Che peraltro nuoce ai palestinesi, con l’aria di volerli difendere, ancor più che agli israeliani. La protesta e la richiesta di dimissioni di Guterres erano il minimo, non il massimo che ci si potesse aspettare. E se non servirà a rimuoverlo o a convincerlo alla rinuncia peggio sarà per le costosissime Nazioni Unite. Che affondano nelle sabbie di Gaza come in Ucraina, da dove, grazie anche a ciò che il segretario generale dell’Onu dice d’Israele, lo sciagurato Putin è riuscito a distrarre l’attenzione pubblica.