Il “pacchetto sicurezza” depositato dal governo sotto l’albero anticipato di Natale

         La foto ufficiale del “pacchetto di sicurezza” approvato ieri dal Consiglio dei Ministri, e costituito da alcuni disegni di legge destinati al percorso parlamentare prima di diventare esecutivi, è sicuramente quella che riprende la premier e i ministri riuniti, prima della seduta del governo, con i rappresentanti delle forze dell’ordine, ben lieti anche dell’aumento degli stipendi che vi è incluso.

         La foto non ufficiale, ma non meno emblematica, è quella d’archivio dell’albero di Natale che ogni anno si allestisce nel cortile di Palazzo Chigi. E che oggi immagino al suo posto con l’anticipo di un mese, e quel pacchetto depositato sotto come dono agli italiani comprensibilmente desiderosi di maggiore ordine. O legalità, come ha gridato Il Giornale in prima pagina titolando sull’”ora legale”.

Ora legale così spiegata dal direttore Alessandro Sallusti a conclusione del suo soddisfattissimo editoriale: “Di legale in Italia c’è soltanto l’ora, ebbe a dire Roberto Benigni” presumibilmente nelle stagioni nelle quali vige derogando a quella solare. “Non dico che avesse tutti i torti, ma da oggi -ha scritto Sallusti- certamente potremo contare almeno su qualche minuto di legalità in più”, a spese di borseggiatori, truffatori d’anziani, occupanti abusivi di case, autori di blocchi stradali,  rivoltosi nelle carceri e via elencando.

         Tutto bene, quindi? Alla malora la reazione sicuramene esagerata dell’Unità di Piero Sansonetti con quel titolo rossonero “Più carcere e meno sindacati”. Come fai a non dire che sono fascisti?” Giorgia Meloni e i sui ministri. Ed anche il più contenuto ma ugualmente critico titolo del Foglio contro “il trionfo della forca”? O contro “la faccia feroce” contestata dal giornale di Carlo De Benedetti –Domani- nella sua ultima versione di “radicalità”?

  Poiché ho la fortuna e la buona abitudine di leggere i giornali, e non solo di contribuire a scriverli, diversamente dalla collega giornalista professionista Gorgia Meloni, che ha confidato a Bruno Vespa di non leggerli per non rimanerne “influenzata” nella sua attività di governo, io mi sono fatto convincere a nutrire qualche dubbio dal “Buongiorno” di Mattia Feltri, così diverso per fortuna dal padre Vittorio, che La Stampa ha oggi pubblicato come editoriale. Egli se la prende, in particolare, col ministro della Giustizia Carlo Nordio -sulla carta, almeno, il più competente in materia, più ancora del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi che si è intestato “il pacchetto”- perché si è ormai convertito all’idea, contestata quando faceva il  magistrato e insieme l’opinionista, di “inventarsi nuovi reati e, per quelli esistenti, aumentarne le pene”. “A voi -ha concluso Mattia rivolgendosi non più soltanto a Nordio- è consentito fare leggi e poi violarle, tanto non ne pagate le conseguenze, e se le vittime delle vostre violazioni si ribellano, fate altre leggi per bastonarle meglio. E poi lo chiamate stato di diritto”, giustamente tutto al minuscolo.

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Miracolo di Conte alla Camera, dove scatena l’ira di Antonio Tajani

         Siparietto o siparione, come preferite, nell’aula della Camera. Dove Giuseppe Conte, smanioso forse di liberarsi dell’immagine appena applicatagli da Beppe Grillo di uomo che parla molto e si fa capire poco, ha dato del “codardo”  al governo Meloni per l’astensione del delegato italiano all’Onu sulla mozione per una tregua umanitaria a Gaza. Che fu chiesta peraltro nel momento in cui faceva più comodo ad Hamas per riorganizzarsi nei sotterranei degli ospedali, delle case, delle scuole, dei campi profughi palestinesi per proseguire la sua attività terroristica contro gli ebrei.

         Il solitamente calmo, pacioso ministro degli Esteri Antonio Tajani, ora anche segretario di Forza Italia ancora presieduta da morto da Silvio Berlusconi, ha tirato fuori non le unghie di un gatto ma una zampa da leone e, a costo di spezzarli fra le mani, ha sventolato contro Conte i suoi occhiali gridando tutta la sua indignazione. E obbligandolo poi ad un nuovo intervento in cui l’ex premier e capo ora di ciò che rimane del MoVimento 5 Stelle ha cercato di distinguere il carattere generale da quello personale della sua accusa di vigliaccheria. E così egli è tornato al clichè grillino di chi parla molto e si fa capire poco, come un politico di professione nella immaginazione del comico ancora garante, e consulente a pagamento, del quasi partito che contende al Pd la guida delle opposizioni e della futuribile alternativa al centrodestra, o destra-centro. Dimenticando peraltro che l’Italia all’Onu si è trovata nell’occasione denunciata alla Camera in compagnia, fra gli altri, degli inglesi. Cioè, in abbastanza buona compagnia.  

         Sono così finite nel cestino le fotografie, del resto poche, di Conte e Tajani in armoniose strette di mano, se non solidarietà vere e proprie. E Dio solo sa quanto in questa lunga vigilia congressuale di Forza Italia il vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri abbia bisogno di apparire ed essere non un gattone ingrassato, o il “coniglio mannaro” che ogni tanto veniva dato  al mio amico Arnaldo Forlani, ma un leone davvero fuggito dal circo di Ladispoli e non ripreso. Anche su questo hanno tenuto da ridire al Fatto Quotidiano lamentando il silenzio distratto, o complice con Tajani, dei deputati del Pd nel più o meno epico scontro a Montecitorio fra Conte e il governo.

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Ciò che resta dietro lo sciopero di domani di Cgil e Uil contro il governo

         Si è ripetuto anche nella vicenda dello sciopero generale di domani della Cgil e della Uil, limitato a 4 ore nel settore dei trasporti per la contestazione dell’Autorità di garanzia presieduta da Paola Bellocchi e la precettazione predisposta dal ministro delle Infrastrutture e vice presidente del Consiglio, il solito copione delle opposizioni mediatiche e politiche. La rappresentazione cioè di Matteo Salvini, questa volta, o altre volte di Antonio Tajani, l’altro vice presidente del Consiglio, che spiazza e infastidisce la premier per fame di visibilità e spazio politico in una maggioranza dove le distanze fra il partito della Meloni e gli alleati non si accorciano ma si allungano. E senza, peraltro, che le opposizioni riescano in qualche modo a inserirsi per trarre qualche vantaggio indebolendo il governo osteggiato anche sindacalmente per la sua legge di bilancio, o manovra.  

         Il copione si è ripetuto nel racconto non solo di una premier assediata o scavalcata dal leader leghista, ma anche di un presidente della Repubblica sorpreso di assistere, al rientro da un suo viaggio all’estero, ad una tensione politica generale troppo forte, almeno per i suoi gusti. E quindi insofferente al Quirinale, tra richiami all’ordine o alla calma dietro le quinte di un silenzio ufficiale..

         Sono poi arrivate, come sempre, prima le smentite dai soliti ambienti bene informati del Quirinale, registrate con gli altrettanto soliti dubbi dai giornali più accaniti -nel nostro caso la Repubblica– e poi la falcata vocale della premier Meloni. Che, uscita da Palazzo Chigi per uno dei suoi tanti appuntamenti all’esterno e -se mi si permette questa osservazione- un po’ più stanca del solito, persino invecchiata, ha tenuto a riconoscersi nella precettazione dei lavoratori del trasporto pubblico predisposta non certo a sua insaputa dal ministro Salvini. Che nel frattempo era stato insultato da Maurizio Landini, il capo della Cgil, come un prevaricatore e provocatore, arrivato dov’è dopo non avere mai lavorato. Lo diceva, in verità, anche la buonanima di Silvio Berlusconi di qualcuno, persino fra i suoi, che gli creava problemi o cadeva dal piedistallo dove lui lo aveva troppo generosamente innalzato.

         Meloni ha tuttavia assicurato Landini e compagni, memore dell’ospitalità ricevuta all’ultimo congresso della Cgil, di non avere intenzione di allungare la sua lista delle riforme includendovi anche la disciplina dello sciopero nei servizi pubblici. Ma la premier potrebbe trovarsi prima o poi scavalcata davvero, questa volta,  dall’Autorità competente.  La cui presidente non ha lasciato solo Salvini a notare la propensione di certi sindacati a organizzare e proclamare scioperi di venerdì, costruendovi sopra ponti di ben più facile realizzazione di quello contestato anch’esso al governo e progettato sullo stretto di Messina. “Ci proponiamo -ha detto Bellocchi- una riflessione anche su questo perché in effetti la maggior parte delle proteste è prima del fine settimana”.

Giuseppe Conte che ride di Beppe Grillo per non dover piangere

         Massì, povero Conte. Giuseppe Conte. Giuseppi per Donald Trump, che dalla Casa Bianca gli augurava di moltiplicarsi a Palazzo Chigi come i pani e i pesci di Gesù. Beppe come pensavo che Grillo, prima di scoprirne i limiti, fosse stato tentato di chiamarlo confidenzialmente, col diminutivo che aveva scelto per sé chiamandosi pure lui all’anagrafe Giuseppe, anzi Giuseppe Piero. Invece abbiamo appreso, grazie allo stesso Grillo ospite di Fabio Fazio qualche sera fa in televisione, che fra loro fu subito disistima, senza aspettare l’incidente che dopo qualche anno li avrebbe portati ad una rottura composta  all’ultimo momento pranzando in un ristorante toscano in riva al mare, a base di pesce e di promesse da marinaio.

         Più che per le buone informazioni ricevute dall’ancora fedele Luigi Di Maio e da Alfonso Bonafede, il conico genovese fondatore e padrone del MoVimento 5 Stelle destinò Conte nel 2018 a Palazzo Chigi per l’abilità tutta politica che già aveva di parlare molto e di farsi capire poco. “Perfetto per quel ruolo”, disse Grillo:  a capo cioè di un governo con alleati così strani e lontani come i leghisti di Matteo Salvini. Poi è anche “migliorato”, ha confessato ancora il comico nella doppia veste di garante e di consulente a contratto del MoVimento, avendolo evidentemente sentito parlare come presidente della sua creatura ancora di più e farsi capire ancora di meno.

         Massì, ripeto, povero Conte. Che per non aggravare le sue già difficili condizioni di presidente di un partito, o quasi partito, dimezzato nei voti rispetto al 2018 e ancor più nei seggi parlamentari, è costretto a fingere di non avere capito o avvertito nulla,  e a ridere persino di se stesso insieme con chi lo sbeffeggia pubblicamente. E tutto questo nel bel mezzo della battaglia della sua vita, come quella che sta conducendo fra siparietti vari di piazza con la segretaria del Pd Elly Schlein per la guida oggi dell’opposizione, e un domani -chissà- di una vera alternativa al governo Meloni.

         Dio solo sa con quanta ansia l’avvocato di Volturara Appula compulsa i sondaggi per misurare le distanze dal Nazareno. Nei primi giorni di novembre egli si vide assegnare da Alessandra Ghisleri, sulla Stampa, un promettente 17 per cento delle “intenzioni di voto” contro il 19 per cento della Schlein. L’altro ieri, su Repubblica, si è visto assegnare da Ilvo Diamanti un 16,7 per cento rispetto ad un Pd salito al 20,3.

         Diavolo di un Diamanti, avrà detto l’ex premier fingendo ancora di ridere di quel che aveva sentito dire di se stesso da quell’altro diavolo di Grillo. Massì, ripeto, povero Conte. Che, certo, non può mettersi a gridare volgarmente come Luca Bottura sulla Stampa contro il vaffanculista Grillo: “Beppe, hai 70 anni”, in verità 75, “vattene affanculo tu. E restaci”.

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Ripreso da http://www.startmag.it il 18 novembre

La doccia fredda, anzi gelata, di Marcello Pera sui contrari al Premierato

         Per come lo conosco -ed è difficile che sia cambiato iimprovvisamente alla sua età, compiendo 81 anni a fine gennaio- Marcello Pera non rimarrà né sorpreso né dispiaciuto della fine dell’improvvisa e rapida attenzione riservatagli dalla sinistra per certe distanze prese dalla riforma costituzionale del premierato appena annunciata da Giorgia Meloni. Nelle cui liste egli è pur tornato l’anno scorso al Senato dopo averlo presieduto ai tempi in cui faceva parte della berlusconiana Forza Italia, o di quella variante che fu il Partito della Libertà, rigorosamente al singolare per il suo carattere unico e assertivo. Che Gianfranco Fini invece scambiò e praticò al plurale per sfasciarlo contestando progressivamente la leadership di Silvio Berlusconi, sino a farsene “cacciare”. Come poi si lamentò per spiegare, giustificare e quant’altro la disinvolta decisione presa come presidente della Camera eletto dalla maggioranza di centrodestra di ospitare nel suo ufficio i promotori di una mozione di sfiducia al governo dello stesso Berlusconi. E  di aiutarli a redigerne il testo.

         Ma torniamo a Pera e alle speranze, oltre alle attenzioni, suscitate dalle sue prime reazioni o riserve -chiamatele come volete- espresse all’annuncio del disegno di legge sull’elezione diretta del presidente del Consiglio. Da persona seria com’è, vista la strumentalizzazione tentata dalle opposizioni di alcuni suoi rilievi tecnici, che peraltro egli ha confermato augurandosi di vederli superati nel percorso parlamentare della riforma, Pera ha profittato della occasione offertagli da un’intervista ai giornali del gruppo Monti Riffeser- Il Giorno, il Resto del Carlino e la Nazione- per una “premessa” di chiarimento, probabilmente frutto anche di un confronto personale avuto con la premier. Eccola: “Questa volta la riforma si farà. La presidente del Consiglio l’ha promessa agli italiani e la maggioranza su questo punto è coesa. Giorgia Meloni va presa alla lettera”. “Perciò -ha proseguito incalzando lui gli avversari della premier- ci sarebbe bisogno anche che l’opposizione si facesse sentire, che proponesse qualcosa”, senza arroccarsi nella pratica già sperimentata a sinistra di fare le riforme istituzionali “gli uni contro gli altri”. 

         E il prevedibile referendum finale, mancando prevedibilmente la maggioranza parlamentare dei due terzi per evitarlo? “I referendum- -ha risposto e al tempo stesso chiarito l’ex presidente del Senato- sono una lotteria. Quello di Berlusconi non passò perché nel frattempo avevamo perduto le elezioni, eravamo molto deboli, c’era già un altro governo. Quello di Renzi non è passato per una colpa irredimibile che si chiama Renzi. Ma questa volta Giorgia Meloni può vincere. La domanda che porrà –“volete voi che a governare sia il premier eletto o i partiti politici?”- contiene si un po’ di antipolitica, ma ad oggi ha un consenso positivo molto ampio. Se fossi nell’opposizione, non confiderei troppo nel referendum”.  Una doccia fredda, direi, anzi gelata. 

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In meno di un anno Elly Schlein è già passata in piazza alla sua seconda fase

Abbastanza giovane con i suoi 38 anni, quasi 10 in meno di una Gorgia Meloni entrata in politica però molto prima di lei e perciò più attrezzata per forza di cose, Elly Schlein ha forse commesso per inesperienza nell’affollata piazza romana del Popolo sabato scorso un errore che si sarebbero forse risparmiati, non foss’altro per ragioni scaramantiche, quei vecchi marpioni del suo partito nascosti nel retropalco. Ha esplicitamente, orgogliosamente ma anche imprudentemente aperto “una fase nuova” della sua segreteria che pure non ha compiuto ancora nemmeno il primo anno festeggiato invece dalla Meloni a Palazzo Chigi.

         Capi di governo o di partito -sia nella prima sia nella seconda Repubblica di cui ci siamo abituati a parlare anche a Costituzione invariata- avventuratisi in seconde fasi delle loro avventure hanno generalmente finito per avvicinarne anziché ritardarne l’epilogo. Ma non c’è regola naturalmente che non abbia la sua eccezione, per cui la Schlein potrebbe essere la prima a sfatare questa leggenda e a svolgere per intero il mandato congressuale di quattro anni da lei già opposti a quanti ne hanno prospettato l’interruzione con i risultati delle elezioni europee di giugno del 2024, se non dovessero essere positivi per il Pd oggi attestato attorno al 18 per cento dei voti. Tallonato dal MoVimento 5 Stelle di Giuseppe Conte al 17, che gli contende perciò il primato nella costruzione dell’”alternativa” al centrodestra meloniano, o destra-centro, fisicamente indicata dalla stessa Schlein nella piazza romana. Alla quale si è presentata -chissà perché- in viola quaresimale anziché nel rosso vivace scelto due giorni prima in televisione per essere ospitata da Bruno Vespa. E in quella piazza c’era anche Conte – uno che “parla molto e si capisce poco”, parola di Beppe Grillo- non sopra il palco ma fra il pubblico, come il leone in quelle ore in fuga per le strade di Ladispoli dopo essere scappato dal circo.

         Non parliamo poi – a proposito di chi non vorrebbe aspettare i quattro anni del mandato congressuale per liberarsene- del mio amico Piero Sansonetti. Che dalla direzione della sua ritrovata Unità aveva rumorosamente chiesto il 7 novembre le dimissioni della Schlein per liberare il partito prima di chiuderlo, o quasi.

Sansonetti di fronte alla piazza romana di quattro giorni dopo ben affollata ha preso atto, sì, del successo di pubblico conseguito dalla segretaria ma è rimasto ugualmente “basito” dalla sua scala di valori, problemi e quant’altro avendo parlato della Palestina, peraltro senza molto impegno, e in disaccordo pure col padre, solo dopo avere criticato il governo sul tema della tassazione degli affitti brevi. E comunque ha trovato -sempre il mio amico Piero- quelle 50 mila persone raccoltesi sotto il Pincio troppo poche rispetto alle 500 mila, o 300 mila secondo altri, sfilate a Londra per la Palestina libera: si spera, almeno per quanto riguarda la mia personale opinione, anche dall’uso che ne fanno i terroristi di Hamas col permesso o le sollecitazioni, persino nella Nato -ripeto, la Nato- del presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Roba da far cadere a terra il povero presidente americano Joe Biden senza neppure tentare di salire o di scendere da un aereo, o solo di accelerare il passo su un prato.

         Con la “fase nuova” annunciata nella gratificante piazza romana di sabato scorso la Schlein ha chiuso nella vecchia e buttata dietro le spalle anche la faticosa, a dir poco, missione compiuta il giorno prima al congresso -o quasi congresso- dei socialisti europei a Malaga. Dove neppure l’accorta rinuncia alla tentazione avvertita nel Pd di chiedere l’espulsione del premier albanese Edi Rama per il patto appena stipulato con l’Italia della destrissima Giorgia Meloni le aveva potuto risparmiare un certo isolamento, o una certa marginalità, sul tema spinosissimo dei migranti. La cui “esternalizzazione” da lei lamentata con il linguaggio criptico della politica, e concretizzatasi proprio con l’accordo italo-albanese per l’espletamento delle pratiche di asilo e protezione internazionale dei migranti soccorsi in mare da navi italane, era stata invece difesa in contraddittorio quasi diretto dalla vice presidente tedesca dell’Europarlamento Katerina Barley.

         La partenza in anticipo, e tutta fretta, da Malaga per non compromettere la partecipazione alla manifestazione di piazza a Roma del giorno dopo, preparata con tanta cura dai suoi collaboratori mobilitando 170 pullman e 7 treni straordinari, ha poi risparmiato alla Schlein lo spettacolo del cancelliere socialista in persona della Germania, Olaf Sholz. Che si è presentato a Malaga per dichiarare testualmente: “Seguiremo con attenzione l’esperimento dei centri che l’Italia vuole istituire in Albania. Ciò che conta è istituire un meccanismo di solidarietà nell’Unione Europea e non cercare di vincere le sfide da soli”.

         E’ stata musica naturalmente per le pur lontane orecchie sia della Meloni sia, o soprattutto, del premier albanese già spintosi a definire “pazzo” il Pd per le sue critiche all’intesa con una Italia che per lui “non è né la destra né la sinistra, ma un insieme di tutto quello che rappresenta per me e per noi albanesi: un paese straordinario col quale siano indissolubilmente legati”. Per cui “è sempre un onore poter dare una mano quando ce lo chiede”. E meno male che Rada si è fermato al “pazzo”, senza dare al Pd, come per altri versi il piddino Vincenzo De Luca in Italia, del “demente e maleducato”.

Pubblicato parzialmente sul Dubbio

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Il ricco e gratuito buffet di Beppe Grillo contro tutti, compreso Conte

         L’ultimo spettacolo di Beppe Grillo completamente gratuito per il pubblico -ma non so se anche per l’emittente che l’ha trasmesso, visto che lui da “garante”, oltre che fondatore superstite, riesce a farsi pagare del MoVimento 5 Stelle come consulente- è stato un po’ come un buffet davanti al quale non sai dove cominciare a servirti, tante e tanto succose sono le pietanze.

         Alla Repubblica e Libero – così diversi, anzi opposti per linea politica, una decisamente contro e l’altro decisamente favorevole al governo della Meloni, che Grillo crede destinato a cadere “da solo”, senza che le opposizioni si scomodino in Parlamento e nelle piazze- è piaciuta soprattutto la confessione semiseria, o semicomica, di avere “fallito e rovinato il Paese”. Davanti alle cui rovine lui è il primo ad essere “confuso”. Forse esagerando nel prenderlo sul serio Libero si è spinto al titolo hemingueiano di “Addio alle armi”.

         Alla Stampa e altri giornali sono stati invece colpiti maggiormente dal sostanziale conflitto d’interessi in cui Grillo è caduto col “vergognoso” attacco -ha titolato il quotidiano torinese- alla senatrice leghista Giulia Bongiorno, presidente della Commissione Giustizia di Palazzo Madama. Che è anche l’avvocato che con i suoi “comizietti”  in tribunale si sta battendo più del pubblico ministero contro il figlio del comico, Ciro, accusato di stupro. E difeso invece dal padre prima e più ancora dell’avvocato assunto per farlo nelle sedi proprie.

         Fra questi due estremi del buffet si è un po’ appannata forse la vista degli spettatori sul disvelamento di altri misteri dell’avventura politica di Grillo cominciata nel 2009- se non ricordo male- cercando di iscriversi al Pd per candidarsi addirittura alla segreteria appena lasciata da Walter Veltroni. Fu ovviamente respinto dal reggente Dario Franceschini, che le se lo  ritrovò poi concorrente dall’esterno col partito del “vaffanculo” -scusate la parolaccia- gridata in piazza a Bologna da Grillo con una forza che potrebbe anche essere all’origine -visto che siamo sul crinale della comicità- della pendenza della torre degli Asinelli, oggi transennata per non farle ricevere altre scosse.

         E’ finito così per passare in secondo piano quell’apprezzamento al rovescio di Giuseppe Conte fatto da Grillo raccontando di averlo scelto a suo tempo per Palazzo Chigi -altro che il povero Sergio Mattarella nominandolo presidente del Consiglio nel 2018 e confermandolo l’anno dopo- perché “un bell’uomo, un laureato, parla inglese, poi parlava e si capiva poco…perfetto per la politica”. “Ma è migliorato”, ha infierito Grillo, coerentemente con la decisione di affidargli, perso Palazzo Chigi, la presidenza del partito. Dove evidentemente, trattandosi di un processo all’inverso, Conte parla ancora di più e si capisce ancora di  meno. E pensare che la segretaria del Pd lo insegue, o ne è inseguita, nelle piazze per il primato nell’opposizione al governo, forse un po’ più saldo di quanto non creda Grillo.  

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Quel viola quaresimale di Elly Schlein in piazza contro la premier

         Chissà perché Enrica Chicchio, come si chiama la sua armocromista, ha mandato la segretaria del Pd Elly Schlein in viola quaresimale nella piazza romana riempita di 50 mila prevedibili persone “contro Meloni”. Come ha titolato trionfalisticamente Repubblica, contenta di averle tirato la volata con una intervistona strappatale in rosso vivo, come da Bruno Vespa a Porta a Porta e nell’antipasto dei cinque minuti dopo il Tg1 di due giorni prima.

         Eppure la Chicchio sapeva non solo -ripeto- delle 50 mila presenze organizzate al Nazareno, ma anche della partecipazione promessa da Giuseppe Conte, una volta tanto a rimorchio della Schlein e non viceversa: un po’ come il leone catturato proprio ieri a Ladispoli dopo essere scappato da un circo. Una promessa, quella dell’ex presidente grillino del Consiglio, mantenuta anche prevedendo che qualcuno -come ha fatto La Stampa- avrebbe definito quella piazza “larga” e non semplicemente “giusta”, come lui preferisce chiamare la convergenza che ogni tanto riesce a stabilire col Pd. Dove per i gusti del MoVimento 5 Stelle in politica estera avrebbero ancora la brutta abitudine di Enrico Letta di calarsi l’elmetto in testa in difesa, per esempio, dell’Ucraina aggredita dalla Russia o di Israele alle prese col terrorismo praticato dalla palestinese Hamas.

         In questa storia dell’elmetto calato sulla testa per cause evidentemente sbagliate Conte si è trovato in sintonia con qualcuno che deve averlo molto sorpreso, visto il rifiuto tante volte oppostogli di considerarlo un leader, e non solo un incidente, un capriccio della politica italiana. Alludo al mio amico Piero Sansonetti, che alla direzione della risorta Unità ha chiesto lunedì scorso alla Schlein di liberare il Pd dalla sua guida per risparmiargli la fine nel “silenzio” scelto su temi storici della sinistra come il pacifismo.

         Oggi anche l’Unità, e non solo Conte, ha dovuto riconoscere che la segretaria del Nazareno ha saputo riempire la piazza romana del Popolo in “una prova di forza” – ha scritto Sansonetti- che “lascia qualche speranza a chi pensa che bisogna impedire la valanga che sta trascinando a destra questo paese collocandolo vicino ai luoghi più reazionari d’Europa”, addirittura.

         Una proroga, insomma, la Schlein se sa la sarebbe guadagnata. Ma che pena, che “stretta al cuore” -ha raccontato Piero- “ascoltare la segretaria del Pd pronunciare poche frasi abbastanza scontate sulla Palestina solo dopo avere affrontato la spinosa questione degli affitti brevi”, in una “gerarchia” di valori e temi da lasciare “basiti”. Vuoi mettere -ha chiesto Sansonetti- quel mezzo milione di persone sfilate a Londra per la Palestina e contro Israele? Si, Piero, la stessa Londra dove un tribunale può accelerare la morte di una bambina gravemente ammalata negandole le cure in Italia, dove per farla ricoverare all’ospedale romano Bambin Gesù il governo le aveva conferito la cittadinanza tricolore.  Anche questa è una gerarchia di valori e temi.

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La sorpresa attribuita a Mattarella per il patto con l’Albania sui migranti

         Sulla via del ritorno nel suo lungo e proficuo viaggio in Asia Sergio Mattarella ha dovuto apprendere -temo- da una rubrica del Corriere della Sera, con tanto di richiamo in prima pagina, di essere sorpreso dal patto dell’Italia con l’Albania. Che è stato firmato a Roma lunedì scorso dai premier Giorgia Meloni ed Edi Rama, proprio mentre il capo dello Stato partiva o già volava verso la Corea del Sud, sulla gestione temporanea di una parte dei migranti soccorsi in Mediterraneo.

         A insaputa del presidente della Repubblica, secondo il racconto del maggiore giornale italiano, si sarebbero svolte, oltre alla cerimonia della firma dell’accordo a Palazzo Chigi, le fasi di preparazione dell’accordo durate almeno quattro mesi. Forse a cominciare dall’8 aprile, quando i ministri dell’Interno dell’Unione Europea concordarono, su proposta di quello italiano, di prevedere nel regolamento migratorio la possibilità di eseguire le “procedure di frontiera” anche con accordi tra Paesi terzi. Come nel nostro caso sarebbe l’Albania: terza rispetto sia alla provenienza dei migranti sia alla destinazione da loro voluta.

         Non credo che il ministro Matteo Piantedosi avesse avuto quell’idea per caso o capriccio, Qualcosa evidentemente già bolliva almeno nella testa della Meloni, che poi ne avrebbe personalmente parlato e trattato col premier Rama nella sua breve vacanza d’agosto sull’altra costa dell’Adriatico.

         Se davvero il Quirinale fosse stato tenuto all’oscuro di quest’affare, sarebbe assai grave. Così come sarebbero stati assai gravi, se fossero risultati veri, gli stupori originariamente attribuiti, e poi smentiti dalla Meloni con l’assenso degli interessati, ai suoi due vice presidenti del Consiglio Matteo Salvini e Antonio Tajani. A meno che l’ormai rimosso consigliere diplomatico della Meloni, l’ambasciatore Francesco Talò, non si assuma anche la responsabilità di questo incidente, dopo la “superficialità” addebitatagli per la famosa telefonata di scherzo dei due comici russi alla premier sulla “stanchezza”, fra le altre cose, procuratale dalla lunga guerra in Ucraina, Che continua, per quanto sommersa nelle cronache giornalistiche, e negli affari diplomatici, da quella sopraggiunta in Medio Oriente al pogrom antiebraico del 7 ottobre compiuto dai terroristi palestinesi di Hamas.

I responsabili di quel pogrom continuano a nascondersi, e a combattere, sotto gli ospedali, le scuole, le chiese, le case e tutte le altre macerie di Gaza prodotte dalla reazione degli israeliani, decisi a liberare loro sì la popolazione civile di quel territorio dal ruolo di ostaggio collettivo cui l’hanno ridotta i terroristi. Ruolo dal quale quella povera gente cerca di scappare nelle pause orarie dei bombardamenti israeliani. E pazienza se di questa realtà finge di non accorgersi una certa informazione partecipe, volente o nolente, dell’antisemitismo di ritorno che ha appena fatto temere alla senatrice Liliana Segre di essere inutilmente sopravvissuta all’Olocausto di più di 80 anni fa.

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Sopra, ma ancor più sotto la realtà tragica del Medio Oriente

E’ diritto e/o dovere di cronaca, per carità, lo spettacolo quotidianamente offerto da giornali e televisioni delle macerie di Gaza e delle colonne di palestinesi in fuga da quelle che erano una volta le loro case, le loro scuole, le loro chiese, i loro ospedali, le loro piazze, i loro vicoli. Lo è meno, sia come diritto sia come dovere, collegare negativamente queste immagini agli israeliani che, salvo qualche pausa umanitaria di ore, non rinunciano a proseguire nelle loro operazioni militari. E farne quindi un motivo, una ragione in più per contestare la linea di difesa dello Stato ebraico dopo il pogrom del 7 ottobre scorso, poco più di un mese fa, costato la vita in terra israeliana a 1400 fra uomini, donne e bambini decapitati nelle culle, o falcidiati con i genitori che cercavano di proteggerli. E la libertà a centinaia di persone che sono diventate fra le mani dei terroristi di Hamas ostaggi come le centinaia di migliaia di palestinesi sotto le cui case sono stati per anni costruiti batterie di missili puntati contro Israele, depositi di altre armi e munizioni, comandi operativi eccetera.

         Collegare macerie e povera gente in fuga solo a Israele, le sue truppe, i loro comandanti, il suo governo e i suoi alleati, e costruirci sopra manifestazioni di piazza per equiparare la stella di David alla svastica nazista o appelli pacifisti nominalmente al di sopra delle parti significa -come ha giustamente scritto sul Foglio Giuliano Ferrara- finire “al di sotto della realtà”. Dove d’altronde si erano già messi al sicuro negli anni scorsi i dichiarati odiatori degli ebrei trasformando le viscere di Gaza -ripeto- in arsenali e rimanendovi ostinatamente, e per niente inoperosi, anche dopo che a causa della loro presenza si è cominciato a distruggere la parte visibile della sfortunatissima Gaza. Che fu sgomberata a suo tempo dagli israeliani, caccciando via con la forza anche i cosiddetti coloni, perché i palestinesi vi potessero vivere in pace. Una pace purtroppo violata per primi da quanti disonestamente e cinicamente si propongono loro difensori e protettori, o “liberatori”, come li ha definiti con non minore disonestà e cinismo il presidente Erdogan, incredibilmente ancora partecipe dell’Alleanza Atlantica, di fronte al Parlamento turco. Dove non risulta si sia levata alcuna voce di dissenso.

         C’è una sola cosa forse peggiore di questo spettacolo. E’ lo scenario al quale sta lavorando con tanta costanza -anch’essa al di sotto della realtà, verrebbe voglia di scrivere-  il Segretario di Stato americano Antony Blinken nei suoi viaggi da una parte all’altra del Medio Oriente : una Gaza ricostruita, e augurabilmente sgomberata anche nei sotterranei, affidata al quasi novantenne e abbastanza già screditato presidente della cosiddetta Autorità Palestinese Abu Mazen, o di ciò che ne rimane.

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