Le guerre di Antonio Tajani fuori e dentro la sua Forza Italia

Per sfortuna di Matteo Renzi, che pensava di potere ingoiare Forza Italia liquidandone il segretario come un successore non all’altezza dello scomparso Silvio Berlusconi, sino a rifiutarsi negli articoli e nelle dichiarazioni di farne il nome per la sua presunta irrilevanza politica, Antonio Tajani sta consolidando la propria esposizione mediatica, oltre che esperienza politica, con le guerre -quelle vere, dall’Ucraina a Israele- di cui deve occuparsi come vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri: altro che le infrastrutture, o trasporti, del leghista Matteo Salvini, l’altro vice di Giorgia Meloni.

         Ora a Renzi, e al “Centro” che l’ex presidente del Consiglio ha riesumato per allocarvi il suo movimento appena sottoposto a congresso, non resta che sperare, scommettere e quant’altro su altre guerre che potrebbero danneggiare Tajani: quelle interne di un partito peraltro messo da lui stesso sui binari di un congresso convocato per la fine di febbraio. E di cui ogni tanto qualcuno -per esempio, il vice presidente della Camera Giorgio Mulè- sollecita il completamento delle regole per garantire la effettiva contendibilità della segreteria da parte di una, dieci, cento candidature.

         Come tutte le guerricciole interne di partito, e come già accadeva ai tempi della Dc e, più in generale, della cosiddetta prima Repubblica, anche quella di Forza Italia si presta a incursioni esterne, di altri partiti e di giornali che mescolano notizie e fantasie, retroscena e manovre, magari enfatizzando -e ricamandoci sopra- qualche infortunio o imprudenza. Come quella secondo me compiuta dall’ex sindaca di Milano, ex assessore regionale in Lombardia, ex ministra, ex presidente della Rai e non ricordo più di cos’altro, Letizia Moratti uscita e rientrata nel partito che fu di Berlusconi raccontando: “Ho parlato con Marina prima dell’ingresso in FI, mi ha chiamato lei”.

Marina è naturalmente la figlia primogenita del defunto presidente del partito forzista. Che non so se con quella telefonata abbia più preceduto davvero o accompagnato la chiamata altrove annunciata di Tajani, con tanto di offerta di incarico interno creato apposta per la Moratti, dopo che in una intervista aveva chiuso la breve esperienza vissuta di una moderata aspirante nelle ultime elezioni regionali alla presidenza della Lombardia col sostegno anche del Pd.

         “L’operazione Moratti -ha scritto sul Fatto Quotidiano Gianluca Roselli con l’aria di saperne abbastanza- si muove su due binari”, anch’essi come quelli del congresso. “Il primo -ha spiegato il collaboratore di Marco Travaglio- è ridare fiato a FI che, con la leadership di Tajani va stancamente. Per le Europee, deve aver pensato anche Marina, serve una figura forte per una campagna che si annuncia agguerritissima. E Moratti sembra perfetta. Lei continua a ribadire che non si candiderà, ma chi la conosce è pronto a giurare il contrario”.

         Passiamo al “secondo binario”. “L’operazione Moratti -ha scritto, riferito, intuito, fantasticato, come preferite, il cronista del Fatto- potrebbe nascondere la volontà di cessione della ditta: i Berlusconi non richiederebbero più indietro i famosi 100 milioni di debito, a patto che tutte le nuove spese se le accolli la Moratti, che a quel punto diventerebbe la nuova proprietaria del partito. Difficile che l’ex presidente della Rai accetti, ma la voce circola”. E quelli del Fatto l’hanno raccolta intingendo il biscotto nel veleno di una citazione di Licia Ronzulli, attuale capogruppo forzista al Senato, che diede a suo tempo alla Moratti -quando ruppe col presidente della Lombardia, il leghista Attilio Fontana, cercando di succedergli- della “signora annoiata e in cerca di una poltrona” più importante di quella di assessore ottenuta in regione.

         In attesa di capire davvero se la cosiddetta “operazione Moratti” sia avvenuta e continui con un “Tajani scavalcato”, come ha titolato Il Fatto nel richiamo di prima pagina, e senza la pretesa di distoglierlo più di tanto dalle vere guerre di cui deve occuparsi dalla sua postazione di governo, penso che il segretario di Forza Italia debba anche guardarsi da qualche socio di maggioranza che lavora con la vecchia astuzia democristiana per spostare non solo pedine ma soprattutto voti dal suo partito ai fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, con i quali non a caso egli è appena tornato in Parlamento. Mi riferisco a Gianfanco Rotondi, già ministro di Berlusconi quando si faceva eleggere nelle sue liste.

Rotondi da presidente di una fondazione intestata al compianto Fiorentino Sullo, della sinistra poi capeggiata  nello scudo crociato da Ciriaco De Mita, ha organizzato per il 27 e il 28 ottobre un convegno a Saint Vincent -dove il compianto Carlo Donat-Cattin riuniva ogni anno gli amici di corrente- per associare le memorie di Silvio Berlusconi e di Arnaldo Forlani, morti entrambi nella scorsa estate. Un’associazione di amici, che si stimavano, utile anche a sognare nel centrodestra un partito delle stesse dimensioni della Dc. Ma esso a questo punto, con l’aria che tira nei sondaggi, e col ricordo troppo lontano della Forza Italia al 30 per cento delle elezioni europee del 1994, non potrebbe che essere il partito della premier in carica, ormai attestato proprio attorno a quella consistenza.

Pubblicato sul Dubbio

Biden trattiene gli israeliani ma viene contestato dalle piazze arabe

Su quella faccia un po’ dimessa e rassegnata del premier israeliano mentre si accomiata -credo- dal presidente americano o lo ascolta nel briefing davanti alle telecamere nella sua breve e dimezzata missione in Medio Oriente si legge con chiarezza tutto il dramma ebraico anche di questo secolo. Non è bastato evidentemente quello del secolo scorso, cioè l’Olocausto compiuto da Hitler. Che tutti, inorriditi, a guerra mondiale finita promisero che non avrebbero mai più permesso.

         Diciamo le cose come stanno realmente, senza infingimenti. Joe Biden ha trattenuto Israele sulla strada della reazione, pur giustificata in partenza e in qualche modo protetta da due portaerei degli Usa mandate in prossimità del teatro di guerra scatenata il 7 ottobre dal proditorio attacco dei terroristi palestinesi di Hamas. Eppure il presidente americano non è riuscito a spegnere il fuoco nelle cosiddette piazze arabe, che non gli hanno creduto. Esse, da Beirut al Marocco, come ha titolato il Corriere della Sera, sono insorte contro lo sgradito ospite del Medio Oriente, incoraggiate sostanzialmente dal presidente egiziano, dal re di Giordania e dal presidente della cosiddetta Autorità Palestinese sottrattisi ad un incontro con Biden cui inizialmente si erano mostrati disponibili. E lo hanno fatto col pretesto di una strage -quella nell’ospedale di Gaza- intervenuta con sospetto tempismo e dall’assai controversa paternità. Hamas e Israele si palleggiano o rinfacciano le colpe: la prima creduta dalle piazze, appunto, e la seconda creduta da Biden anche per quel che risultava e risulta al Pentagono.

         In Italia “la rabbia araba”, come l’ha chiamata Il Messaggero, ha subito attecchito purtroppo, e al solito, a sinistra. Dove, pur giuntovi da altri lidi, avendo a suo tempo sostenuto la fine delle ideologie e dei vecchi schemi politici e messosi a contemplare ammirato, le cinque stelle del movimento grillino, peraltro fondato da un comico abituato a frequentare nei suoi soggiorni romani l’ambasciata della Cina comunista; in Italia, dicevo, la “rabbia araba” ha trovato la sua eco nel titolo dell’ormai sinistro -politicamente- Fatto Quotidiano. Che ha accusato Biden di “doppio gioco”.

Quello degli altri invece, da Al Sisi ad Abu Mazen, sarebbe un gioco unico, lineare, tutto a favore della pace nel tormentatissimo Medio Oriente. Dove i palestinesi, e non solo gli israeliani, sono le vittime di campagne d’odio senza fine. D’odio -aggiungo- e anche di interessi ai quali non sono estranei né la Russia né la Cina, i cui capi non a caso hanno trovato proprio in questi giorni l’occasione di un incontro diretto e amplificato mediaticamente.

Poveri israeliani e poveri arabi, poveri ebrei e poveri palestinesi. E povera Europa, sempre ai margini con i suoi confini, di terra e di acqua, violati di giorno e di notte da disperati in fuga infiltrati da terroristi di esportazione, o formazione, come quel tale sbarcato a Lampedusa e finito stragista a Bruxelles.  

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La missione di Biden tra i carboni ardenti del Medio Oriente, e altrove

         Peggio, di certo, non poteva cominciare la missione del presidente americano Joe Biden in Medio Oriente partendo dagli Stati Uniti con quel suo modo inconfondibile di impugnare il corrimano della scaletta dell’aereo per non inciampare, come gli è capitato qualche volta impietosamente ripreso dai fotografi.

In un incrocio di tempi a dir poco sospetto il capo della Casa Bianca si è messo in viaggio mentre nel territorio di Gaza, assediato dalle forze armate israeliane nella guerra provocata il 7 ottobre da una strage compiuta in terra ebraica dai terroristi palestinesi di Hamas, veniva provocata l’esplosione di un ospedale. Dove sono morti circa cinquecento fra ricoverati, medici, infermieri e rifugiati nella fuga dalle loro abitazioni minacciate dalle incursioni aeree.

Di questa esplosione dell’ospedale i terroristi palestinesi hanno denunciato la responsabilità anche degli americani in quanto alleati e sostenitori degli attaccanti israeliani. Ma Israele nega di avere mai messo fra i suoi obiettivi quell’ospedale così affollato, che sarebbe stato invece colpito da un razzo di Hamas lanciato contro il territorio ebraico ed esploso in partenza, magari con altri ordigni che i palestinesi nascondono nel sottosuolo, anche di un ospedale.

Più ancora dei già tanti, troppi morti e feriti di questa esplosione a Gaza e, più in generale, di questa guerra riaccesasi il 7 ottobre scorso, pesa sulla situazione mediorientale e sulla stessa missione decisa da Biden, nel tentativo di fermarla o di contenerne gli effetti, il clima di odio, di sospetto, di paura ulteriormente cresciuto sul posto e altrove, anche molto lontano, in Europa. Dove a Bruxelles, per esempio, un cosiddetto lupo solitario sbarcato a suo tempo a Lampedusa ha ammazzato due svedesi prima di essere scoperto ed eliminato dalla polizia.

A Parigi sono stati blindati interi quartieri, in Spagna e in Germania sono stati alzati i livelli di sicurezza, a Milano sono stati cautelativamente arrestati degli arabi malintenzionati e sulle coste è aumentato l’allarme per la presenza di terroristi fra i tanti migranti irregolari che vi sbarcano di giorno e di notte. E non possono essere tutti trattenuti per i controlli perché ve ne sono di liberati da giudici ordinari che, sostituendosi a quelli costituzionali dell’omonima Corte operante di fronte al Quirinale, considerano illegittime le norme applicate dalle Questure nei fermi. E guai a lamentarsene, come ha fatto la premier in persona Gorgia Meloni, “basìta”, o il suo principale sottosegretario Alfredo Mantovano, perché da fior di costituzionalisti e da quasi tutti i partiti di opposizione si ritiene minacciata l’indipendenza, l’autonomia e quant’altro della magistratura.

Certo, ci sono i ricorsi con i quali i questori potrebbero far valere le loro ragioni, ma nel frattempo i migranti irregolari messi in libertà possono essere fuggiti, com’è accaduto proprio in questi giorni, e ripetere il percorso di quel” lupo solitario” a Bruxelles.  

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E’ tempo purtroppo di coperte corte e di storie dolorosamente lunghe

         E’ tempo purtroppo di coperte corte, mentre peraltro torna il freddo, o va via il caldo, e di storie lunghe.

         E’ corta, ad esempio, per rimanere nei nostri angusti confini nazionali, la coperta della legge finanziaria appena varata dal governo: sia nella versione di 24 miliardi del Corriere della Sera sia in quella di 28 dello specializzato Sole 24 Ore e di altri giornali. Aumenta il debito ma non si riduce di altrettanto il disagio sociale, a dir poco, che la stessa premier Giorgia Meloni riconosce ma spera di diminuire più avanti, comservandole le opposizioni, con le loro divisioni e le loro inconsistenze, una prospettiva di governo quinquennale, quanto la durata ordinaria della legislatura uscita dalle urne del 2022 .Non è una manovra da lacrime e sangue ma da pizza e funghi, si dicono inseguendosi un immaginario ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti -penso- e la presidente del Consiglio nella vignetta impietosa  di  Stefano Rolli sul Secolo XIX.

         Stanno diventando corte, ancora più drammaticamente oltre i confini, le coperte degli ucraini per proteggersi dai russi di Putin e degli israeliani per difendersi dai terroristi di Hamas che li hanno attaccati. Più passano i giorni, più si ammassano truppe e carri armati d’Israele attorno alla cosiddetta striscia di Gaza, da cui cercano di scappare i palestinesi da sempre usati come scudi umani dai terroristi che vogliono far credere di difenderne i diritti; più cresce a Tel Aviv e a Gerusalemme la voglia di “tagliare la testa al serpente”, come scrive e titola Mario Sechi su Libero, più gli alleati americani mostrano di temere il cosiddetto allargamento del conflitto pur previsto inviando due delle loro portaerei più potenti davanti alle coste del Medio Oriente per proteggere quell’avamposto occidentale che è lo Stato ebraico. Domani sarà il presidente  Joe Biden in persona a completare l’opera del suo Segretario di Stato sul posto e a correre da Nethanyau per “provare a frenarlo”, titola con speranza l’Unità.

         Se la coperta si accorcia, o mostra di accorciarsi, la storia dell’antisemitismo e antisionismo, messi giustamente sullo stesso piano dal compianto Giorgio Napolitano, si allunga. Come quell’ombra che Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera proietta efficacemente fra il carnefice e il bambino ebreo romano mandato a morire nel 1943 col rastrellamento del ghetto, meno lentamente ma non per questo meglio dei bambini sgozzati il 7 ottobre scorso nelle culle dai “nuovi nazisti”. Così Il Foglio chiama giustamente i terroristi palestinesi di quel 7 ottobre scorso in territorio israeliano e quelli più o meno dormienti in Europa, magari accanto a noi in un autobus, non necessariamente davanti ad una sinagoga ben protetta. Come forse eri a Bruxelles si sentivano protetti i due assassinati per strada dall’emulo dei terroristi che proprio da lì partirono 8 anni fa per la strage parigina al Bataclan.

         La storia è lunga, ripeto. Spero che la memoria non si accorci una  coperta.

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Giuseppe Conte canta con Gino Paoli contro l’elmetto

Più di un casco di sicurezza da cantiere, magari in uno dei tanti ancora aperti per il rifacimento delle facciate dei palazzi, di cui egli va particolarmente fiero a dispetto di tutti i buchi che lo accusano di avere procurato alle finanze pubbliche, non riuscirete mai a far mettere sulla testa a Giuseppe Conte. L’ex premier, e ora presidente solo di quel che rimane del Movimento 5 Stelle, non vuole neppure sentir parlare di elmetti. Vi sembra anche fisicamente allergico come Gino Paoli che cantava: “Quando si va in guerra c’è l’elmetto che si mette proprio sulla testa. Ci vuole una testa fatta apposta, fatta un po’ diversa dalla mia”.  Si chiamava “all’est niente di nuovo” quella canzone che dev’essere molto piaciuta all’ex presidente del Consiglio.  

Qualche giorno fa, preso fra la vecchia guerra ormai in Ucraina, scoppiata quando lui per fortuna non era più a Palazzo Chigi ma era rimasto nella maggioranza mandando Luigi Di Maio al Ministero degli Esteri, e quella nuova -l’ennesima- cui è stata costretta Israele dall’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre, Conte ha detto che “Il Pd non s’è ancora tolto l’elmetto”. E ha seminato di altri chiodi il terreno del “campo largo” che già gli aveva procurato “l’orticaria” e la nuova segretaria del Nazareno Elly Schlein vorrebbe invece comporre o ricomporre con lui dopo la rottura del suo predecessore Enrico Letta.

         Di certo quest’ultimo al casco non credo che sia diventato allergico. Quella vecchia foto che lo ritrae in tenuta semi-militare scendendo da un elicottero della Difesa lo inchioda in qualche modo all’immaginario di Conte. Che ogni tanto intravvede quel casco anche addosso a chi ne ha preso il posto alla guida del Pd. Dove forse sono rimasti ancora troppi dirigenti dei quali il presidente grillino avrebbe desiderato vedere l’uscita con l’arrivo della Schlein, tipo l’ex ministro della Difesa Lorenzo Guerini ora presidente del Copasir. Se ne sono invece andati altri di tono o peso considerato minore, a torto o a ragione.

         Il direttore in persona di Repubblica, Maurizio Molinari, volendo fiduciosamente dimostrare l’esistenza di una “Italia bipartisan di Meloni e Schlein” alle prese con le guerre che vanno “dall’Ucraina a Gerusalemme”, quando sotto il titolo dell’editoriale ha dovuto fare i nomi dei dirigenti del Pd espostisi con maggiore chiarezza ha dovuto fermarsi, limitarsi e quant’altro a quelli di “Beppe Provenzano, responsabile esteri, e Lorenzo Guerini. Così come scrivendo degli uomini del centrodestra ha dovuto fermarsi al ministro forzista degli Esteri Antonio Tajani e al ministro della Difesa, e fratello d’Italia, Guido Crosetto, senza neppure allungare lo sguardo al Carroccio di Matteo Salvini.

Nella Lega sotto sotto -nonostante la partecipazione dello stesso Salvini alle proteste per la presenza di un ex terrorista rosso al corteo anti-israeliano a Milano, e la sua polemica con la ministra spagnola Irene Montero per il presunto scarso impegno contro Hamas-  si è forse tentati a riconoscersi più con Conte che con Tajani, come ai vecchi tempi della maggioranza gialloverde, fra il 2018 e il 2019. Prima che il capo del Carroccio, inebriato dal 34 e più per cento di voti appena raccolti nelle elezioni europee, perdesse un po’ la testa al mare e reclamasse i pieni poteri tramite un rapido passaggio elettorale. Di cui però si era dimenticato di accertare il primo presupposto: la disponibilità del presidente della Repubblica Sergio Mattarella a sciogliere le Camere anticipatamente. L’altro presupposto era la disponibilità vera del Pd alle elezioni, non quella a parole dell’allora segretario Nicola Zingaretti, improvvisamente convinto dall’ancora compagno di partito Matteo Renzi a cambiare idea e a consentire a Conte un cambio di governo e di maggioranza.

         A parte la presunta o vera “Italia bipartisan di Meloni e Schlein dall’Ucraina a Gerusalemme”, che secondo Molinari “rafforza la credibilità internazionale dell’Italia”, per tornare a Conte e alla sua allergia tipo Gino Paoli all’elmetto bisogna stare attenti ad attribuirgli debolezze o altro di simile verso il terrorismo palestinese di Hamas. Il capo della comunità ebraica di Milano Walker Meghnagi ha appena dovuto scusarsi pubblicamente per avergli dato dell’antisemita, risparmiandosi così una querela già annunciata. Ma per una diabolica coincidenza quel 18 per cento di disponibilità al voto attribuito ai “solidali” con Hamas da un sondaggio di Noto citato dal direttore di Repubblica verso la fine delle sue considerazioni è di poco più di un punto superiore al 16,9 attribuito al Movimento 5 Stelle dall’ultimo sondaggio Ipsos. O al 16,5 dell’ultimo sondaggio Swg. Coincidenza, ripeto, diabolica, come solo la politica sa riservarne.

Pubblicato sul Dubbio

Il tragico paradosso dell’Italia 80 anni dopo il rastrellamento degli ebrei a Roma

A Sergio Mattarella che oggi si reca al Ghetto di Roma nell’ottantesimo anniversario del rastrellamento nazifascista di 1259 ebrei, dei quali 1023 furono deportati e solo 16 tornarono vivi, toccherà più o meno esplicitamente scusarsi nella Sinagoga presidiata per timore di attentati. Scusarsi non per i fatti del 1943, quando lui a Palermo aveva solo due anni, ma per i fatti di questo ottobre 2023 in Italia. Dove cortei sfilano per le strade e affollano piazze per protestare contro Israele e non nascondere simpatie per Hamas e i loro miliziani, che hanno appena fatto contro gli ebrei confinanti con Gaza peggio ancora di quanto i nazifascisti fecero a Roma 80 anni fa.

  Se qualcuno, come Aldo Grasso ieri sul Corriere della Sera, si permette di eccepire sui “postillatori” dei salotti televisivi, che con i loro “se” e “ma” ispirano o fiancheggiano, come preferite, i cortei quanto meno ostili più ad Israele che ad Hamas, deve sentirsi dire, o vedere scritto sul Fatto Quotidiano, con la firma del direttore in persona Marco Travaglio, di essere entrato in una “fase anale”. Che sarebbe quella, testuale, di “un idiota che può produrre più merda di quanto tu possa spalarne”. E questa, nell’Italia paradossale che Mattarella per dovere d’ufficio è chiamato oggi a rappresentare nel ghetto romano, sarebbe libertà di stampa.

Non ho parole per continuare e, magari, abusare anch’io, sia pure per ritorsione, dell’articolo 21 della Costituzione. Che è quello che dice: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Anche nei salotti televisivi recensiti da quell’Aldo Grasso ridotto per questo a produttore industriale di sterco da chi quei salotti frequenta assiduamente pur standosene seduto dietro la scrivania del suo giornale come in cattedra, premurosamente collegato in video e audio.

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Le piazze intossicate dai “postillatori” dei salotti televisivi

         Aldo Grasso -l’invitato di pietra dei salotti televisivi, che non vi partecipa ma li commenta- ha definito sul Corriere della Sera “postillatori” quelli che deplorano le nefandezze dei terroristi della palestinese Hamas ma le giustificano in qualche modo per la “complessità” dei problemi da cui nascono.

         Più in alto, a sinistra, sempre sul Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia ha definito questi postillatori “più spregevoli” degli stessi terroristi pensando anche a ciò che riescono a produrre di tossico nelle piazze. E chissà se l’editorialista del principale quotidiano italiano, scrivendone, aveva già visto la foto oggi pubblicata sul Giornale che ritrae un corteo anti-israeliano a Milano con un dimostrante cerchiato in rosso che è l’ex terrorista Francesco Giordano, condannato per l’assassinio di Walter Tobagi. Esso fu compiuto nel 1980 da una banda aspirante all’ammissione alle brigate rosse.  “Un ex Br guida la piazza”, ha titolato Il Giornale promuovendolo a posteriori sul campo.

         Si spera che adesso nessuno  protesti per la pubblicazione di questa foto denunciando, com’è avvenuto per quella di cinque anni fa della giudice Iolanda Apostolico in piazza a Catania, la violazione della privacy e riproponga il problema dei dossieraggi praticati dai soliti ignoti.

         A Milano la bandiera d’Israele è diventata in piazza un divieto di accesso o circolazione. Altrove le bandiere israeliane sono state bruciate con quelle degli alleati americani. Prima o poi -vedrete- ne bruceranno anche di italiane. Il direttore Maurizio Molinari ha appena scritto e titolato su Repubblica di una “Italia bipartisan di Meloni e Schlein dall’Ucraina a Gerusalemme”. Un titolo, e relativo testo, forse un po’ forzato per il riferimento alla Schlein e al composito partito che guida ma convalidato in qualche modo dall’ex premier Giuseppe Conte e presidente ora del Movimento 5 Stelle. Che ha gridato con le virgolette messe alle sue parole dall’insospettabile Fatto Quotidiano: ”Il Pd non s’è ancora tolto l’elmetto”.

         Vale anche per la premier Meloni la testimonianza, chiamiamola così, del giornale di Marco Travaglio con quel titolo, addirittura di apertura, non so se più nostalgico o polemico per il richiamo ai tempi in cui la leader della destra italiana era “con Gaza e due Stati”, israeliano e palestinese.

         A proposito dei “postillatori” di conio grassiano e della giudice Apostolico già citata incidentalmente, segnalo il richiamo del Messaggero alla vicenda del figlio dell’Apostolica, Francesco Moffa, ripreso nel 2019 a Padova in alcuni scontri con la polizia, processato e assolto con la testimonianza, credo non irrilevante, della madre.  Questa volta è tutta roba d’archivi giudiziari. Di dossieraggio è difficile parlare per proteggere la giudice dalle polemiche procurate  dai suoi decreti di liberazione di migranti irregolari trattenuti in applicazione di una legge mai contestata davanti alla Corte Costituzionale.

Ripreso da www,strtmag.it e http://www.policymakermag.it

Buone notizie finalmente da Gaza e dintorni: i palestinesi fuggono da Hamas

         Buone notizie finalmente dal Medio Oriente, anche a costo di scandalizzarvi o di essere scambiato per un pazzo da chi, come me stesso d’altronde, era ieri inorridito a vedere sul Giornale la foto di quel neonato ebreo in fasce crivellato di colpi, e forse pure decapitato, dai terroristi palestinesi penetrati sabato scorso in territorio israeliano dalla striscia di Gaza. O striscia di sangue, stampata in rosso da qualche giornale per denunciare quello che vi sta scorrendo e scorrerà forse ancora di più nei prossimi giorni per il ritorno delle truppe ritirate a suo tempo da Sharon nella illusione di una pacificazione.

         Quelle file di poveri Cristi in fuga, in esodo e quant’altro con i loro familiari, le loro cose e animali fra macerie, o auto in sosta e palazzi ancora in piedi, obbedendo agli appelli di chi vorrebbe risparmiare le loro vite e disobbedendo invece agli ordini cinici di chi vuole che restino per continuare a fare da scudi umani alle milizie e centrali sotterranee di guerra, mi fanno tornare a credere che davvero i palestinesi non siano Hamas e viceversa.

         Quelle file di gente disperata eppur vogliosa di vivere e lasciar vivere smentiscono la paura avvertita quando i terroristi si sono vantati di avere preparato per due anni il sabato 7 ottobre 2023 e a molti di noi, credo, è venuto spontaneo chiedersi come mai nessuno in tanto tempo si fosse accorto di nulla e avesse avvertito il bisogno di scappare e parlare in coincidenza con l’incredibile debolezza dei pur mitici servizi segreti israeliani.

         Mi consola leggere sul Foglio l’inviata che scrive così del primo venerdì seguito a sabato scorso: “A Gerusalemme c’è il silenzio, e questa quiete -per Hamas- è sinonimo di sconfitta. Il venerdì della preghiera non è stato il grande venerdì della rabbia. L’appello dei terroristi rivolto a tutti i palestinesi per incendiare la città e la Cisgiordania non ha attecchito e il messaggio è: i palestinesi non sono disposti a morire per Hamas, e Hamas non incarna la causa palestinese. Questa non è la nostra guerra”. E non sarà necessaria una guerra come quella di un’ottantina d’anni fa per combattere un altro Olocausto.

         Di fronte a queste notizie o sensazioni  provenienti dal Medio Oriente sorrido ai teatrini della politica italiana, come quello dei tribunali che si passano la palla- da Catania a Firenze e ora a Potenza- nella partita contro il governo per disapplicare il cosiddetto decreto Curto sull’immigrazione e delegittimarlo al posto della silente Corte Costituzionale. Alla quale si è deciso ieri a richiamarsi il sottosegretario a Palazzo Chigi, e magistrato, Alfredo Mantovano. Ma se la Corte Costituzionale è silente, in attesa che qualcuno l’investa finalmente del problema, la Camera non è da meno. Ieri a discutere del problema nell’aula di Montecitorio erano in due soltanto. Ha avuto molta buona volontà Il Messaggero a titolare: “Migranti, altolà ai giudici: debbono applicare le leggi”, non disattenderle.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Quanto spreco di bastardi…..fra guerre vere o soltanto di carta

Ho davanti a me, mentre scrivo, la foto del neonato trucidato sabato scorso dai terroristi palestinesi, forse anche decapitandolo, che Alessandro Sallusti ha voluto sbattere sulla prima pagina del Giornale per fare sentire ai lettori -ha titolato- “il dovere di inorridire”. O, come hanno titolato sul Foglio, senza l’aiuto di alcuna foto, “il dovere morale di distruggere Hamas” per ritorsione dopo le migliaia di morti e feriti procurati con gli attacchi proditori dichiaratamente preparati in due anni.

         Oltre alla foto scelta dal direttore del Giornale – fra le tante che girano nelle redazioni di tutto il mondo e mostrate personalmente dal premier israeliano al Segretario di Stato americano raccogliendone l’impegno a sostenere l’alleato in quest’altro passaggio drammatico della sua esistenza- ho davanti a me i titoli di Avvenire sui “civili in trappola” a Gaza, come se non lo fossero stati anche gli ebrei trucidati nelle loro case dai miliziani di Hamas, e del manifesto su “tutti ostaggi”. Come se questa condizione fosse un’esclusiva di quest’altra guerra esplosa in Medio Oriente e non un ingrediente di tutte le guerre, a cominciare da quella di Troia.

         Davanti a tanta incredibile sorpresa, o al rammarico ascoltato in televisione di un’ex ambasciatrice italiana che gli ostaggi americani nelle mani di Hamas non siano quanti servirebbero per mobilitare a loro favore gli Stati Uniti, verrebbe voglia di reagire come ha fatto il direttore del Tempo Davide Vecchi dando della “bastarda” -così, a caso- alla segretaria del Pd Elly Schlein  dopo che Roberto Saviano si è  procurata una condanna  simbolica  a mille euro di multa  per avere chiamato così due anni fa, mosso da “motivi di particolare valore morale”, Giorgia Meloni. Dalla quale l’imputato si aspettava, anzi reclamava il ritiro della querela una volta vinte le elezioni, l’anno scorso, e arrivata a Palazzo Chigi.

         Sembra una storia incredibile ma è vera. Come vere sono le cronache secondo le quali il guardasigilli Carlo Nordio avrebbe sorpreso le opposizioni rumoreggianti per avere disposto “verifiche” sulla giudice che a Catania ha appena rimesso in libertà quattro migranti tunisini irregolari dopo averne liberati il 30 settembre scorso altrettanti. Che naturalmente sono fuggiti prima che le loro richieste di asilo e protezione internazionale fossero respinte.

         Ce ne sarebbe, caro Vecchi, da dare dei bastardi in questo nostro spensierato Paese, ma non siamo o non chi chiamiamo tutti Roberto Saviano. Che pure si è appellato alla “condanna” ed ha minacciato l’espatrio -se no ho  capito male- nel caso in cui La Meloni dovesse restare a lungo a Palazzo Chigi come un Netyanau qualsiasi. Del quale Marco Travaglio ha appena scritto sul Fatto Quotidiano come di un “politicante ottuso e corrotto” al quale “sabato la ferocia di Hamas ha presentato il conto”.

Ripreso da http://www.policymakermag.it

La giudice che a Catania non lascia ma raddoppia con i migranti

Alcuni fantasiosi cronisti, per esempio sul Messaggero, a 14 anni dalla morte del conduttore Mike Bongiorno e a 64 dalla chiusura della sua famosissima trasmissione “Lascia o raddoppia”, hanno riaperto il concorso televisivo e iscritto d’ufficio la ormai famosa, pure lei, giudice Iolanda Apostolico. Che a Catania non ha per niente lasciato, dopo le polemiche sui suoi primi decreti giudiziari di liberazione di migranti tunisini irregolari trattenuti nel centro di raccolta di Pozzallo e sulla sua partecipazione, cinque anni fa, a dimostrazioni di piazza contro il governo. La signora ha raddoppiato i decreti disponendo la liberazione di altri quattro migranti, sempre tunisini, richiedenti asilo per essere fuggiti da problemi prevalentemente familiari. Su cui la magistrata ha riflettuto senza alcun imbarazzo, temo, per la loro sostanziale modestia rispetto a quelli che si immaginano quando si parla di gente che fugge da guerre, fame e persecuzioni.

         Nessun imbarazzo sembra essere stato avvertito dalla giudice neppure nel richiamo alle direttive europee che pure consentono il fermo, in attesa dell’esame delle richieste di asilo e protezione internazionale “se non sono applicabili efficacemente misure alternative meno coercitive”. Ebbene, questa mancanza di misure alternative è dimostrata dal fatto, non credo sconosciuto alla giudice, che i tre o quattro tunisini da lei liberati il 30 settembre si sono resi irreperibili, cioè sono scappati, prima che le loro richieste di asilo venissero respinte: in meno di dieci giorni.

         “La giudice non molla”, si è titolato da qualche parte in rosso compiaciuto. D’altronde,. “boia chi molla” si gridava negli anni Settanta. Ma lo si faceva dall’estrema destra, con la quale la magistrata in servizio a Catania non credo voglia essere confusa dopo che ci ha aiutato a conoscere i suoi orientamenti politici e/o ideologici

         Fra gli altri meriti o demeriti, secondo i gusti, della giudice Apostolico e dei suoi altri decreti  vi è quello di avere distratto quanto meno parzialmente l’attenzione dalle guerre, quelle vere, non più “pillole”, come una volta le chiamava il Papa, che ci circondano e in qualche modo persino coinvolgono per i loro nefasti effetti  sulla nostra vita quotidiana: dall’Ucrania aggredita dai russi di Putin a Israele aggredita dai terroristi palestinesi. I quali, fra l’altro, non hanno avuto per la loro gente che vive a Gaza ora assediata militarmente  lo stesso rispetto, la stessa paura, la stessa angoscia così diffusamente nutrite e raccomandate nel mondo, e non solo in Italia, nell’attesa della rappresaglia israeliana dopo la ferocia scatenatasi contro ebrei che non avevano altra colpa di essere nati, come quei bambini decapitati.

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