Quel viola quaresimale di Elly Schlein in piazza contro la premier

         Chissà perché Enrica Chicchio, come si chiama la sua armocromista, ha mandato la segretaria del Pd Elly Schlein in viola quaresimale nella piazza romana riempita di 50 mila prevedibili persone “contro Meloni”. Come ha titolato trionfalisticamente Repubblica, contenta di averle tirato la volata con una intervistona strappatale in rosso vivo, come da Bruno Vespa a Porta a Porta e nell’antipasto dei cinque minuti dopo il Tg1 di due giorni prima.

         Eppure la Chicchio sapeva non solo -ripeto- delle 50 mila presenze organizzate al Nazareno, ma anche della partecipazione promessa da Giuseppe Conte, una volta tanto a rimorchio della Schlein e non viceversa: un po’ come il leone catturato proprio ieri a Ladispoli dopo essere scappato da un circo. Una promessa, quella dell’ex presidente grillino del Consiglio, mantenuta anche prevedendo che qualcuno -come ha fatto La Stampa- avrebbe definito quella piazza “larga” e non semplicemente “giusta”, come lui preferisce chiamare la convergenza che ogni tanto riesce a stabilire col Pd. Dove per i gusti del MoVimento 5 Stelle in politica estera avrebbero ancora la brutta abitudine di Enrico Letta di calarsi l’elmetto in testa in difesa, per esempio, dell’Ucraina aggredita dalla Russia o di Israele alle prese col terrorismo praticato dalla palestinese Hamas.

         In questa storia dell’elmetto calato sulla testa per cause evidentemente sbagliate Conte si è trovato in sintonia con qualcuno che deve averlo molto sorpreso, visto il rifiuto tante volte oppostogli di considerarlo un leader, e non solo un incidente, un capriccio della politica italiana. Alludo al mio amico Piero Sansonetti, che alla direzione della risorta Unità ha chiesto lunedì scorso alla Schlein di liberare il Pd dalla sua guida per risparmiargli la fine nel “silenzio” scelto su temi storici della sinistra come il pacifismo.

         Oggi anche l’Unità, e non solo Conte, ha dovuto riconoscere che la segretaria del Nazareno ha saputo riempire la piazza romana del Popolo in “una prova di forza” – ha scritto Sansonetti- che “lascia qualche speranza a chi pensa che bisogna impedire la valanga che sta trascinando a destra questo paese collocandolo vicino ai luoghi più reazionari d’Europa”, addirittura.

         Una proroga, insomma, la Schlein se sa la sarebbe guadagnata. Ma che pena, che “stretta al cuore” -ha raccontato Piero- “ascoltare la segretaria del Pd pronunciare poche frasi abbastanza scontate sulla Palestina solo dopo avere affrontato la spinosa questione degli affitti brevi”, in una “gerarchia” di valori e temi da lasciare “basiti”. Vuoi mettere -ha chiesto Sansonetti- quel mezzo milione di persone sfilate a Londra per la Palestina e contro Israele? Si, Piero, la stessa Londra dove un tribunale può accelerare la morte di una bambina gravemente ammalata negandole le cure in Italia, dove per farla ricoverare all’ospedale romano Bambin Gesù il governo le aveva conferito la cittadinanza tricolore.  Anche questa è una gerarchia di valori e temi.

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La sorpresa attribuita a Mattarella per il patto con l’Albania sui migranti

         Sulla via del ritorno nel suo lungo e proficuo viaggio in Asia Sergio Mattarella ha dovuto apprendere -temo- da una rubrica del Corriere della Sera, con tanto di richiamo in prima pagina, di essere sorpreso dal patto dell’Italia con l’Albania. Che è stato firmato a Roma lunedì scorso dai premier Giorgia Meloni ed Edi Rama, proprio mentre il capo dello Stato partiva o già volava verso la Corea del Sud, sulla gestione temporanea di una parte dei migranti soccorsi in Mediterraneo.

         A insaputa del presidente della Repubblica, secondo il racconto del maggiore giornale italiano, si sarebbero svolte, oltre alla cerimonia della firma dell’accordo a Palazzo Chigi, le fasi di preparazione dell’accordo durate almeno quattro mesi. Forse a cominciare dall’8 aprile, quando i ministri dell’Interno dell’Unione Europea concordarono, su proposta di quello italiano, di prevedere nel regolamento migratorio la possibilità di eseguire le “procedure di frontiera” anche con accordi tra Paesi terzi. Come nel nostro caso sarebbe l’Albania: terza rispetto sia alla provenienza dei migranti sia alla destinazione da loro voluta.

         Non credo che il ministro Matteo Piantedosi avesse avuto quell’idea per caso o capriccio, Qualcosa evidentemente già bolliva almeno nella testa della Meloni, che poi ne avrebbe personalmente parlato e trattato col premier Rama nella sua breve vacanza d’agosto sull’altra costa dell’Adriatico.

         Se davvero il Quirinale fosse stato tenuto all’oscuro di quest’affare, sarebbe assai grave. Così come sarebbero stati assai gravi, se fossero risultati veri, gli stupori originariamente attribuiti, e poi smentiti dalla Meloni con l’assenso degli interessati, ai suoi due vice presidenti del Consiglio Matteo Salvini e Antonio Tajani. A meno che l’ormai rimosso consigliere diplomatico della Meloni, l’ambasciatore Francesco Talò, non si assuma anche la responsabilità di questo incidente, dopo la “superficialità” addebitatagli per la famosa telefonata di scherzo dei due comici russi alla premier sulla “stanchezza”, fra le altre cose, procuratale dalla lunga guerra in Ucraina, Che continua, per quanto sommersa nelle cronache giornalistiche, e negli affari diplomatici, da quella sopraggiunta in Medio Oriente al pogrom antiebraico del 7 ottobre compiuto dai terroristi palestinesi di Hamas.

I responsabili di quel pogrom continuano a nascondersi, e a combattere, sotto gli ospedali, le scuole, le chiese, le case e tutte le altre macerie di Gaza prodotte dalla reazione degli israeliani, decisi a liberare loro sì la popolazione civile di quel territorio dal ruolo di ostaggio collettivo cui l’hanno ridotta i terroristi. Ruolo dal quale quella povera gente cerca di scappare nelle pause orarie dei bombardamenti israeliani. E pazienza se di questa realtà finge di non accorgersi una certa informazione partecipe, volente o nolente, dell’antisemitismo di ritorno che ha appena fatto temere alla senatrice Liliana Segre di essere inutilmente sopravvissuta all’Olocausto di più di 80 anni fa.

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Sopra, ma ancor più sotto la realtà tragica del Medio Oriente

E’ diritto e/o dovere di cronaca, per carità, lo spettacolo quotidianamente offerto da giornali e televisioni delle macerie di Gaza e delle colonne di palestinesi in fuga da quelle che erano una volta le loro case, le loro scuole, le loro chiese, i loro ospedali, le loro piazze, i loro vicoli. Lo è meno, sia come diritto sia come dovere, collegare negativamente queste immagini agli israeliani che, salvo qualche pausa umanitaria di ore, non rinunciano a proseguire nelle loro operazioni militari. E farne quindi un motivo, una ragione in più per contestare la linea di difesa dello Stato ebraico dopo il pogrom del 7 ottobre scorso, poco più di un mese fa, costato la vita in terra israeliana a 1400 fra uomini, donne e bambini decapitati nelle culle, o falcidiati con i genitori che cercavano di proteggerli. E la libertà a centinaia di persone che sono diventate fra le mani dei terroristi di Hamas ostaggi come le centinaia di migliaia di palestinesi sotto le cui case sono stati per anni costruiti batterie di missili puntati contro Israele, depositi di altre armi e munizioni, comandi operativi eccetera.

         Collegare macerie e povera gente in fuga solo a Israele, le sue truppe, i loro comandanti, il suo governo e i suoi alleati, e costruirci sopra manifestazioni di piazza per equiparare la stella di David alla svastica nazista o appelli pacifisti nominalmente al di sopra delle parti significa -come ha giustamente scritto sul Foglio Giuliano Ferrara- finire “al di sotto della realtà”. Dove d’altronde si erano già messi al sicuro negli anni scorsi i dichiarati odiatori degli ebrei trasformando le viscere di Gaza -ripeto- in arsenali e rimanendovi ostinatamente, e per niente inoperosi, anche dopo che a causa della loro presenza si è cominciato a distruggere la parte visibile della sfortunatissima Gaza. Che fu sgomberata a suo tempo dagli israeliani, caccciando via con la forza anche i cosiddetti coloni, perché i palestinesi vi potessero vivere in pace. Una pace purtroppo violata per primi da quanti disonestamente e cinicamente si propongono loro difensori e protettori, o “liberatori”, come li ha definiti con non minore disonestà e cinismo il presidente Erdogan, incredibilmente ancora partecipe dell’Alleanza Atlantica, di fronte al Parlamento turco. Dove non risulta si sia levata alcuna voce di dissenso.

         C’è una sola cosa forse peggiore di questo spettacolo. E’ lo scenario al quale sta lavorando con tanta costanza -anch’essa al di sotto della realtà, verrebbe voglia di scrivere-  il Segretario di Stato americano Antony Blinken nei suoi viaggi da una parte all’altra del Medio Oriente : una Gaza ricostruita, e augurabilmente sgomberata anche nei sotterranei, affidata al quasi novantenne e abbastanza già screditato presidente della cosiddetta Autorità Palestinese Abu Mazen, o di ciò che ne rimane.

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Il giornalismo curiosamente “tradito” da Giorgia Meloni

Dei 47 anni che compirà il 15 gennaio prossimo, Gorgia Meloni potrà vantarsi di averne trascorsi più di 30 in politica, ispirata nel 1992 anche dalla tragica morte di Paolo Borsellino a iscriversi al fronte della gioventù dell’allora Movimento Sociale, e 18 in Parlamento. Dove si è alternata tra funzioni di maggioranza, sino a guidare quella in corso da premier, e di opposizione.

Pur superata da Gianfranco Fini alla presidenza della Camera, di cui lei è stata solo vice presidente, la Meloni l’ha surclassato su tutto il resto, anche nella vita privata, essendo appena stata con il convivente, e padre di sua figlia, molto più reattiva, diciamo così, dell’ex leader della destra. Che è letteralmente scivolato su un affare di famiglia come si rivelò quello della famosa casa di Montecarlo passata dal partito al cognato in un rocambolesco intreccio che gli è in fondo costata anche la carriera politica.

         Ma oltre che in Parlamento, fra i banchi della presidenza della Camera, del governo e i seggi dell’emiciclo, la Meloni potrà dire il 15 gennaio di avere trascorso 18 anni anche dove pochi forse la immaginano: in un ordine professionale come quello dei giornalisti, approdatavi l’11 febbraio 2006. Ma come giornalista, e quindi anche collega, mi si consenta di considerarla strana dopo l’idiosincrasia per i giornali confessata nel libro di Bruno Vespa così copiosamente anticipato in questi giorni. In particolare, la premier si è lasciata scappare che non legge i giornali per non esserne influenzata.

E’ come “l’elettore che si vanta di non votare”, ha commentato sulla Stampa il mio amico Mattia Feltri iscrivendola d’ufficio ad un partito ancora più grande di quello dei fratelli d’Italia che lei ha portato a circa il 30 per cento dei voti. E’ naturalmente il partito dell’astensionismo. E questo “ci dice come siamo messi”, ha scritto sempre Mattia, dopo avere inutilmente cercato di consolarsi con un lungo elenco di uomini e donne abbandonatisi a rifiuti più o meno contingenti di giornali che sono però ad essi sopravvissuti, per quanto malmessi.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 12 novembre

Meloni sbugiarda i suoi vice sorpresi dal patto con l’Albania sui migranti

         La premier Gorgia Meloni ha smentito, cioè sbugiardato, i due vice presidenti del Consiglio -Matteo Salvini e Antonio Tajani, in ordine rigorosamente alfabetico- che si erano mostrati, o si erano lasciati mostrare sorpresi dal patto con l’Albania. Che dalla primavera prossima dovrebbe permettere per cinque anni di  sbarcarvi e trattenervi per un mese circa tremila migranti soccorsi in mare da navi italiane, eccetto donne e bambini, per sottoporli ai primi accertamenti, alleggerendo così  i centri di raccolti in Italia. Sono stati “tutti coinvolti”, ha assicurato la premier assumendosi la piena e solitaria responsabilità solo del momento e delle circostanze in cui ha voluto completare e annunciare il patto, sottoscritto a Palazzo Chigi col premier albanese in una visita ufficiale.

         Salvini e Tajani non hanno insistito nella protesta o doglianza, senza tuttavia riuscire a convincere un pel po’ di giornali del loro silenzio. “L’Albania divide i sovranisti. Tensione tra Meloni e la Lega”, ha titolato La Stampa. “Le ombre e i veleni di Salvini e Tajani sull’accordo con l’Albania”, è il titolo del Riformista.

         “E ora Salvimi, estromesso dal dossier migranti, aspetta col conto in mano”, ha annunciato o minacciato Il Dubbio in un “retroscena”. “Il rapporto tra Meloni e Tajani non è più blindato”, ha raccontato Il Foglio come se non lo fosse già da tempo, almeno da quando la premier si vantò di avere deliberatamente portato in Consiglio dei Ministri la tassazione degli extraprofitti delle banche all’insaputa di tutti, provocando le proteste pubbliche, appunto, di Tajani. Che preannunciò e ottenne modifiche all’intervento che penalizzava anche  Mediolanum, la banca a partecipazione berlusconiana.

         Ancora più dura contro la Meloni e sulle difficoltà di applicazione del patto con l’Albania è stata naturalmente l’Unità di Piero Sansonetti, cui non è parso vero di potere arruolare fra gli oppositori o critici, e non a torto, il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza Episcopale Italiana. “Fallita l’operazione Albania. La Ciesa furiosa. La maggioranza spaccata”, ha gridato la testata storica di quello che fu il comunismo italiano. E giù nel testo: “I dissensi nella maggioranza sono una buona notizia. Perché probabilmente fermeranno questo abominio. Però, anche se l’operazione fallirà, il rischio è che comunque un varco sia stato aperto…..all’idea che i profughi, come gli antichi schiavi, vengano stipati in navi negriere (con gli stemmi della marina italiana) e portati in un campo di concentramento in terra straniera”.

         Un contributo all’opposizione verrà anche dai magistrati, fra i quali si teme che non possa davvero valere in Albania la “giurisdizione italiana” dichiarata nel testo dell’accordo. Potrà rivelarsi in effetti difficile la tempestività dei ricorsi registrata nei tribunali italiani dove i giudici hanno liberato migranti che hanno potuto scappare prima che si potessero esaminare le loro richieste di asilo e protezione.

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Noi terrestri così divisi, lontani e cattivi nell’immenso Universo

Più ci scopriamo, ora grazie anche al telescopio spaziale Euclid, piccoli e lontani dagli altri nell’Universo e più riusciamo ad essere divisi, cattivi e bugiardi, immersi in un inferno a cielo aperto.

         Cattivi e bugiardi, per esempio, come i terroristi palestinesi di Hamas che un mese dopo il pogrom in terra israeliana che ha provocato l’ennesima guerra in Medio Oriente, con Gara ridotta in macerie, hanno avuto la spudoratezza di sostenere di avere preso di mira il 7 ottobre scorso solo militari ebrei, e non anche civili, donne, anziani e bimbi decapitati nelle culle. E i loro capi continuano a nascondersi con ostaggi, missili, munizioni e altro sotto ciò che resta di ospedali, scuole, chiese, campi profughi. Una vergogna che dovrebbe fare arrossire non solo il presidente turco Erdogan, che li ha definiti “liberatori”, ma tutti quelli che nella nostra Europa partecipano ai cortei pacifisti parteggiando per Hamas contro Israele. Le cui bandiere vengono strappate dai pennoni cui sono appese e/o bruciate. E mi fermo all’Europa per non attraversare l’Oceano e sporgermi negli Stati Uniti, o il Mediterraneo e affacciarmi sulle piazze arabe.

         Cattivi e bugiardi come quelli che dopo la seconda guerra mondiale promisero che non avrebbero più permesso un altro Olocausto come quello compiuto da Hitler e ora assistono quasi indifferenti ad un antisemitismo di ritorno che fa giustamente avvertire alla senatrice a vita Liliana Segre, scampata allo sterminio nazifascista, la sensazione drammatica di avere “vissuto invano”.

         Di fronte a tanto orrore senza frontiere, con annessi e connessi come un traffico di migranti in fuga da guerre e miserie gestito da scafisti disumani, si ha persino imbarazzo ad occuparsi di certe miserie della politica interna italiana, piena di viltà e di furbizie dal fiato corto, anzi cortissimo. Spiace dovere inserire fra queste anche quella che mi era personalmente sembrata l’idea eccellente della Meloni di  un accordo  con l’Albania per dirottarvi, a turni mensili, una parte dei migranti soccorsi in mare, alleggerendo così  i campi di raccolta in Italia e al tempo stesso scoraggiando partenze destinate a concludersi sull’altra costa dell’Adriatico per i primi, decisivi controlli. Si scopre adesso, con le proteste degli interessati, che la premier ha condotto le trattative col suo omologo di Tirana all’insaputa degli alleati di governo rappresentati dai vice presidenti forzista e legista del Consiglio: Antonio Tajani, peraltro anche ministro degli Esteri, e Matteo Salvini. Le cui reazioni comprensibilmente negative finiscono per rafforzare lo scetticismo e l’ostilità delle opposizioni pur divise fra di loro, e più pasticcioni delle componenti della maggioranza. Un pessimo affare, direi, che rischia di complicare o allontanare l’obiettivo di una gestione finalmente europea di un fenomeno migratorio marittimo che si rovescia sulle coste italiane solo perché esse costituiscono il confine meridionale del vecchio e ambito continente

Quegli 80 euro ben spesi in agosto dalla Meloni in vacanza in Albania……

         Nessun euro credo sia stato speso, anzi investito meglio di quegli 80 che Giorgia Meloni, in vacanza in Albania, fece saldare in agosto dal nostro ambasciatore ad un ristorante di Berat dal quale quattro italiani erano fuggiti senza pagare il loro pur miserabile conto di 20 euro a testa. Ho motivo di pensare che già allora la premier stesse trattando col suo omologo in Albania l’accordo firmato ieri a Palazzo Chigi per depositare in quella terra -anche se critici ed avversari preferiscono parlare di “deportazione”- poco meno di 40 mila migranti l’anno soccorsi in Mediterraneo da navi italiane. Ma non destinabili, per sovraffollamento, ai centri di raccolta in Italia per il loro riconoscimento e lo smaltimento delle pratiche di accoglienza, o di respingimento. Tutto a spese italiane, ricavando l’Albania solo un motivo in più per continuare ad essere appoggiata dal nostro governo -ora con maggiore convinzione o interesse- nel processo di adesione all’Unione Europea.

         Nel dare notizia di questo “soccorso albanese” all’Italia, dove peraltro a suo tempo soccorremmo tanti migranti dall’Albania ricordati con riconoscenza dal capo del governo di Tirana, la Repubblica -quella di carta- ha titolato anche sulla “spregiudicata mossa di Edi Rana”, che è appunto il premier del Paese diririmpettaio al nostro, sull’altra costa dell’Adriatico. Ma, se è per questo, se vogliamo cioè scambiare per spregiudicato l’imprevisto, dobbiamo dire che spregiudicata è stata anche la Meloni. La quale  con una “mossa”, sempre per stare al termine usato da Repubblica, ha raggiunto almeno quattro obiettivi importanti nella gestione del problema dei migranti ereditato da un’infinità di governi che l’hanno preceduta. E che si è ulteriormente aggravato con gli ultimi cambiamenti geopolitici, compresa la guerra a Gaza che moltiplica le fughe dalla disperazione.

         Il primo obiettivo è quello di alleggerire materialmente l’esposizione fisica dell’Italia, mettendole a disposizione due centri di raccolta in Albania. Il secondo obiettivo è quello di fare vergognare di più, se hanno ancora il senso del pudore, i paesi dell’Unione Europea che promettono a parole di aiutare l’Italia ma in realtà continuano a scaricarle tutti addosso gli inconvenienti di costituire con le sue coste il confine meridionale del vecchio continente. Il terzo obiettivo è quello di sottrarre probabilmente alcune decine di migliaia di migranti alla disinvoltura con la quale la magistratura italiana sul nostro territorio ordina di lasciarli liberi, anche di scappare, prima che siano definite le loro posizioni. Il quarto obiettivo, ultimo nell’ordine che mi è venuto scrivendone ma non per rilevanza, è di far mettere nel conto non dico degli scafisti, che sono belve, ma dei poveracci che cadono nelle loro grinfie la possibilità di finire, nella loro fuga, non in Italia ma, appunto, in Albania.

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Perché Meloni può non temere il referendum sul Premierato

Per quanti sforzi vorrà o potrà compiere il presidente del Senato Ignazio La Russa di procurare più voti della maggioranza di centrodestra alla riforma costituzionale del premierato -o del “balconato forte”, come l’ha definito Stefano Rolli in una vignetta sulla Stampa- sarà ben difficile evitarle il passaggio referendario. Che è risultato fatale alle riforme tentate in passato da Matteo Renzi, tentato adesso dall’appoggio, e da Silvio Berlusconi. Sarà difficile non solo per la debolezza, diciamo così, del mediatore che si è proposto. Il quale sarà pure legittimamente la seconda carica dello Stato, toccandogli la supplenza del presidente della Repubblica in caso di impedimento, ma è pur sempre divisiva anche per fatti e polemiche sopraggiunte alla sua elezione, l’anno scorso.

  Ancor più divisivo, per come sono già schierate le forze politiche, è il contenuto della riforma, anzi della “madre di tutte le riforme” secondo Gorgia Meloni, in qualche modo aggravato dai tentativi già cominciati di coinvolgere nelle polemiche, contro il desiderio o le intenzioni dell’interessato, il presidente in carica della Repubblica.  Di cui si sono persino prospettate le dimissioni, a riforma eventualmente approvata in Parlamento e ratificata dall’elettorato, un po’ per presa d’atto obbligatoria o opportuna di un nuovo quadro istituzionale e un po’ per reazione a un cambiamento in cui sarebbe implicito, se non addirittura cogente, un giudizio negativo su come anche lui avrebbe esercitato il suo mandato al Quirinale, come il predecessore Giorgio Napolitano ed altri. E ciò anche nella gestione insindacabile delle nomine a senatore a vita per alti meriti che non a caso ora si vogliono non ridurre ma abolire. “Una riforma che la fa finita con i re al Quirinale”, ha titolato in apertura del cantiere il giornale La Verità, ritenendo di esprimere anche l’opinione più recondita della premier Meloni, molto critica con i presidenti di turno della Repubblica prima di arrivare a ridosso di Palazzo Chigi.

Diversamente però dalla pur esperta del ramo Alessandra Ghisleri, che ha appena certificato o pronosticato da sondaggista un “tiepido” appoggio popolare alla riforma varata dal governo, penso che stavolta il passaggio conclusivo del referendum potrà risultare meno rischioso del passato: tutt’altro che “lo schianto” previsto, anzi auspicato ribaldamente da Giuseppe Conte. Innanzitutto perché la Meloni ha furbescamente separato– al contrario di Renzi nel 2016- la fortuna personale sua e del governo dal risultato della verifica nelle urne. E in secondo luogo perché stavolta votando no l’elettorato rinuncerebbe alla prerogativa che gli viene offerta di contare davvero, eleggendo in modo diretto e vincolante il capo del governo, insieme col Parlamento.

Sì, so bene che nel 1991 in un altro referendum l’elettorato rinunciò al voto di preferenza di cui disponeva nell’elezione dei deputati. Ma era una posta oggettivamente inferiore a questa. E vorrei sapere quanti degli elettori superstiti di quella scelta siano ancora convinti di avere fatto la cosa giusta, e di non avere invece clamorosamente sbagliato, visto l’uso fatto dai partiti della fiducia risposta nella loro capacità di selezionare i candidati facendone in partenza la graduatoria. Cioè, di nominarli.

Che le cose questa volta possano andare diversamente dal passato, tra Parlamento e referendum, nel percorso di una riforma costituzionale pur politicamente divisiva, credo che lo abbia capito o avvertito anche l’ottantenne presidente emerito della Consulta Gustavo Zagrebelsky -un’autorità in materia- scrivendo del premierato elettivo proposto dal governo in modo ironico, mostrandosi per finta o davvero più giovanilmente ottimista che pessimista per età.  Lo ha fatto con una tale efficacia che, pubblicandone l’articolo, la Repubblica-  dichiaratamente ostile a quello che aveva già definito su tutta la prima pagina “l’assalto alla Costituzione”- ha voluto precisarne la natura appunto ironica e ricordare, col compianto Norberto Bobbio, che “gli ottimisti non sempre sono fatui, ma i fatui sono sempre ottimisti”.

D’altronde, proprio Zagrebelsky come antidoto alla riforma ha preferito non gli scenari apocalittici evocati nel 2016, quando lui contrastò nella campagna referendaria la riforma Renzi, ma il rinsavimento dei partiti minori, destinati all’irrilevanza politica con l’elezione diretta del presidente del Consiglio e il rischio di elezioni anticipate in caso di crisi. Ma ad essi -i partiti minori- la Meloni ha già pagato un prezzo confessato con un certo rammarico nella conferenza stampa di illustrazione della riforma. E’ il prezzo del cosiddetto premier bis, o “subordinato” come si diceva nella prima Repubblica, quando all’apertura di una crisi di governo si prospettavano più soluzioni. E si finiva sempre per ripiegare, appunto, sulla subordinata a danno della prima.

In particolare, ai partiti minori di una maggioranza si è concessa la possibilità che in caso di crisi il presidente della Repubblica -a dispetto della rappresentazione che se ne fa come di un degradato a funzioni decorative- cerchi di salvare la legislatura nominando un altro presidente del Consiglio fra i parlamentari eletti nello schieramento uscito vincente dalle urne. Un premier paradossalmente più forte dell’altro perché esso sì provvisto della deterrenza elettorale, non potendosi più sottrarre il capo dello Stato in un’altra crisi allo scioglimento anticipato delle Camere. Una gabbia perfetta, direi senza ironia, per un premierato all’italiana, come è stato realisticamente definito, considerando le abitudini e i caratteri dei nostri partiti, vecchi e nuovi.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it l’11 novembre

Le chiacchiere battute dai numeri sulla forza della maggioranza e la debolezza delle opposizioni

Il 2 novembre scorso -quando già era esploso l’incidente della telefonata dei comici russi alla premier italiana sulla stanchezza provocata dalla guerra in Ucraina e altro, prima ancora della conseguente e sostanziale rimozione del consigliere diplomatico di Palazzo Chigi e del rilancio dell’azione di governo col varo della riforma costituzionale del premierato- un sondaggio di Alessandra Ghisleri registrava il partito della premier al 28 per cento dei voti. Anzi, delle intenzioni di voto, con una perdita solo di mezzo punto rispetto alla precedente rilevazione del 26 ottobre.

         In compenso la Lega di Matteo Salvini risultava all’8 per cento, con un aumento di quasi mezzo punto: esattamente lo 0,4. Forza Italia di Antonio Tajani era al 7.9, con un aumento dello 0,2 per cento. Un altro mezzo punto era assegnato ai moderati di Maurizio Lupi. Il totale del centrodestra era quindi del 44,8 per cento, pari al dato per coalizioni rilevato da analogo sondaggio del 19 ottobre. La percentuale raccolta l’anno scorso nelle urne dall’attuale maggioranza era stata del 43,79 per cento.

         Se si passa al variegato fronte delle opposizioni, nonostante le grancasse anche di piazza contro la legge di bilancio o manovra finanziaria del governo, il Pd risultava sceso, sempre il 2 novembre scorso, al 19 per cento e il Movimento 5 Stelle salito al 17. I verdi e la sinistra erano attestati sul 3,5 per cento, la +Europa della Bonino al 2,5, l’Azione di Calenda al 4.2, l’Italia Viva. o Centro, di Matteo Renzi al 3,3 e l’Italia di Paragone -c’è anche questa- al 2,5.

         Tutte insieme queste opposizioni arriverebbero al 52 per cento, ma insieme non si possono mettere perché semplicemente non ci starebbero neppure a prendere una limonata nel famoso bar di Campobasso dove cinque mesi fa si  incontrarono  la segretaria del Pd Elly Schlein, il presidente dei grillini Giuseppe Conte e il rossoverde Nicola Fratoianni con il loro candidato comune alla presidenza della regione Molise miseramente bocciato dopo qualche giorno nelle urne.  

         Da allora le cose su quel fronte direi che sono peggiorate, non migliorate, anche per via dell’elmetto che Conte rimprovera un giorno sì e l’altro pure alla Schlein di indossare in politica estera, e militare, come faceva il suo predecessore Enrico Letta al Nazareno.

         La realtà quindi rimane quella, risultante dal sondaggio della Ghisleri, di un quasi 45 per cento del centrodestra, o destra-centro, contrapposto al 25 per cento- il 26,12 nelle urne dell’anno scorso-  di un centrosinistra considerato senza Conte. Il cui arrivo nel cosiddetto campo largo farebbe però uscire tante componenti da farlo riandare ben sotto il centrodestra. Questi sono i fatti. Tutto il resto è chiacchiericcio, compreso lo sfottò vignettistico della Meloni nei panni della pulcina “piccola e nera” con la quale ce l’hanno tutti, e non solo i comici di Putin riusciti a suo tempo a sfondare anche la rete di sicurezza della Merkel -ripeto, la Merkel- a Berlino: ripeto, Berlino.  

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Due “miracoli”, fra Roma e Milano, di nomi Zagrebelsky e Salvini

Pur nell’imbarazzo di non soffermarmi abbastanza su tragedie come quelle si stanno consumando a Gaza o nella nostra civilissima -credevamo- Europa, dove è tornato l’antisemitismo non solo imbrattando i muri ma anche tentando di ammazzare una donna in casa solo perché ebrea; pur in questo imbarazzo, ripeto, voglio raccontarvi la storia di due miracoli offertici dalla politica italiana. Uno dei quali è finto -avverto subito- ma ugualmente indicativo di qualcosa che potrebbe evolvere a sinistra, e l’altro è autentico e riguarda la maggioranza di centrodestra. O di destra-centro, col trattino, come si preferisce comprensibilmente chiamarla al piano nobile di Palazzo Chigi.

         Il primo miracolo – finto, ripeto- porta il nome dell’ottantenne e autorevolissimo presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky, docente di diritto costituzionale, mancato presidente della Repubblica in almeno una delle edizioni della corsa al Quirinale nel secolo scorso. Esso consiste nella decisione del professore di distinguersi dalla segretaria del suo partito, Elly Schlein, che ha aperto contro la riforma costituzionale appena varata all’unanimità dal Consiglio dei Ministri una lotta frontale, aggressiva quanto si pretende al Nazareno che sia la stessa riforma Meloni, chiamiamola così, nei riguardi del sistema attuale. Zagrebelsky, invece, diversamente anche da lui stesso quando contrastò la riforma Renzi nel referendum del 2016 contribuendo alla sua bocciatura, ha preferito questa volta indulgere all’ironia travestendosi da ottimista, da “chi pensa in positivo e non in negativo”.

         Zagrebelsky, che ripone la sua fiducia intimimamente oppositoria nella capacità dei partiti minori dell’attuale maggioranza di accorgersi che finirebbero di esistere nel sistema proposto dal disegno di legge governativo, ha scritto della riforma su Repubblica come neppure è riuscito a parlarne, in un’ìntervista soddisfatta al Corriere della Sera, il presidente del Senato Ignazio La Russa.

         Persino il direttore di Repubblica ha ritenuto di avvertire i lettori, in una postilla anonima, che il suo autorevole collaboratore non deve essere frainteso. E ha scomodato il compianto Norberto Bobbio per ricordare che “gli ottimisti non sono sempre fatui ma i fatui sono sempre ottimisti”. Meglio quindi polemizzare pesantemente, con insulti e simili.

         L’altro miracolo porta il nome di Matteo Salvini, che in piazza ieri a Milano ha definitivamente sepolto -spero- il Salvini che strizzava l’occhio al Putin anti-ucraino e filo-Hamas. Il nuovo Salvini, raccontato in una sintesi felice da Stefano Zurlo sulla prima pagina del Giornale, è quello che ha dato del “fascista” a chi partecipa alle manifestazioni cosiddette pacifiste preferendo Hamas ad Israele, il terrorismo alla democrazia, l’aggressore all’aggredito. Ben tornato, o ben arrivato, come preferite, al vice presidente leghista del Consiglio in una combinazione felice fra piazza e governo, almeno in un paese euro-atlantico come questo.

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