Gli ossimori pasquali che si inseguono anche nella politica italiana

E’ già un ossimoro di suo una Pasqua di guerra, peraltro non la prima e, temo, neppure l’ultima, in cui le colombe della pace vengono impallinate in cieli affollati di missili, droni, bombardieri, caccia e altre diavolerie di morte. Ma questa è stata, ed è, una Pasqua speciale di guerra, in cui è toccato ad un Papa americano, il primo nella storia, anche dopo Francesco venuto dall’America sì ma del sud, evocare Dio per sottarlo ad un connazionale che nella Casa Bianca e dintorni, Donald Trump, se n’era in qualche modo appropriato proclamando di esserne stato ispirato alla ricerca di nuovi equilibri mondiali o locali, tenendo aperte vecchie guerre, che pure si era proposto di chiudere, e aprendone di nuove.

       Altro che investito, protetto e quant’altro, quasi da pari in una visione onnipotente della sua forza e del suo ruolo, capace di riportare il nemico di turno all’”età della pietra”, o spedirlo all’”Inferno”, che Papa Francesco aveva troppo generosamente chiuso parlandone persino in televisione. A Dio -ha ammonito Leone XIV, Prevost all’anagrafe statunitense- dovrà alla fine rispondere anche Trump, come tutti gli altri che praticano la guerra, a volte pensando di prevenirne altre peggiori, in una rincorsa di morti e di rovine.

       Chissà se Trump ha sentito il Papa che parlava da San Pietro, a Roma. Chissà se qualcuno glielo ha tradotto in inglese, anzi in americano, visto che Prevost aveva parlato e parla abitualmente in italiano da quando è salito al vertice della Chiesa. Mentre Trump di italiano temo che conosca solo il plurale di Giuseppe, riservato già nel suo primo mandato all’allora presidente del Consiglio Conte in transito da una maggioranza gialloverde a una giallorossa. E chissà, dopo la traduzione in americanao che cosa avrà detto e pensato del suo connazionale nei paramenti pontifici. Speriamo che non gli venga in mente di gridarlo ai quattro venti, su un prato o in una carlinga, che spesso predilige, ad alta quota, per tenere chi lo ascolta col fiato sospeso. E persino insultarlo, se si azzarda a dissentire.

       Anche quella italiana, sul terreno politico, è stata ed è tuttora, per quanto ci siamo fatti anche la Pasquetta, una Pasqua particolare, animosa più che mite, pacifica. I vincitori del no referendario alla riforma della magistratura e al governo che l’ha promossa, con le speciali procedure parlamentari prescritte dalla Costituzione, non hanno ancora smaltito l’”euforia” che ha infastidito anche Goffredo Bettini, pur passato dal sì al no per concorrere al risultato che ora vede festeggiato troppo. Gli sconfitti si leccano le ferite, ciascuno a modo suo, e scommettono per la ripresa del centrodestra proprio sugli errori degli avversari. Che non hanno ancora un programma comune -e chissà se riusciranno mai a darselo, voluminoso o no  come quelli di Romano Prodi ai tempi dell’Ulivo e dell’Unione- e tanto meno una comune leadership. Per definire la quale Conte ha reclamato le primarie dopo averle snobbate, sicuro evidentemente di prevalere sulla segretaria del Pd pur “testardamente unitaria” Elly Schlein.  Che, dal canto suo, oltre che da Conte, e forse ancora di più, si deve vedere anche dal suo partito, dove sono in molti, sotto sotto, a non perdonarle di essere arrivata dov’è con primarie aperte agli estranei, chiamiamoli così.

Pubblicato sul Dubbio

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