Quel Maurizio Landini, 65 anni da compiere in agosto, da sette segretario generale della Cgil, “padrone di casa”nella descrizione fatta dal Corriere della Sera – e da chi sennò ?- della manifestazione “unitaria” della sinistra di Piazza del Popolo, a Roma, contro la riforma costituzionale della magistratura sotto procedura referendaria; quel Maurizio Landini, dicevo, mi ha portato indietro con la memoria non dico a Luciano Lama, che recitava malvolentieri una parte impostagli dal Pci di Enrico Berlinguer prima e di Alessandro Natta poi, ma alla Cgil del 1984-Che era insorta contro i tagli antinflazionistici alla scala mobile dei salari adottati dal governo di Bettino Craxi. Finì come tutti ricordano: con una sconfitta referendaria che segnò una crisi della sinistra politica e sindacale mai più risanata davvero.
Allora, tuttavia, il sindacato in genere, divisosi nello scontro, ma la Cgil in particolare, per i suoi tradizionali legami col Pci, un po’ c’azzeccava -direbbe oggi Antonio Di Pietro- con l’intervento del governo regolarmente approvato dalle Camere. La materia gli apparteneva, diciamo così. I magistrati, il loro status, le loro abitudini, le loro difese ad oltranza di sapore ormai castico, da casta, o corporativo come si dice meno criticamente, non vedo personalmente come e cosa c’azzecchino con la Cgil di cui i partiti del fronte referendario del no hanno accettato di essere ospiti sotto il Pincio. Comunque, con meno gente del solito in tanto spazio a disposizione.
Landini si è attaccato alla Costituzione come ad un lenzuolo per calare sulla, anzi contro la riforma della magistratura, la separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, i due Consigli superiori -spero davvero superiori, questa volta- e l’Alta Corte disciplinare. Ma la Costituzione non può diventare un feticcio intoccabile. Anche perché è già stata modificata più volte, e persino peggiorata per ammissione degli stessi che l’hanno voluta cambiare a sinistra: per esempio, nei rapporti con le autonomie locali, quelle regionali in particolare.
E’ da un bel po’ di tempo, ormai, che la Costituzione ha smesso di essere “la più bella del mondo”, come dice con pur simpatico ottimismo Pier Luigi Bersani in tutti i salotti televisivi che se lo contendono. Ha smesso di esserlo nel testo autentico e, ripeto, più volte modificato, e ancor più nell’applicazione che se n’è fatta: la famosa Costituzione “reale” degli accademici.
Sulla strada intrapresa da Landini, non fermatosi neppure dopo la sberla politica presa l’anno scorso nell’assalto fallito al jobs act di Matteo Renzi rinnegato dal Pd guidato da Elly Schlein, la Cgil rischia di ripetere il bagno pur metaforico di sangue di 41 anni fa. O la doccia fredda, come preferite in una immagine meno bellica, con tutte le guerre che ci sono in giro. Ma più ancora del sindacato dovrebbero preoccuparsi i partiti del no, o i loro vertici, visto che almeno per il Pd e per il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte gli elettori non sono proprio falangi ubbidienti. Vedremo. Manca ormai poco alla verifica del voto.
Pubblicato sul Riformista del 20 marzo
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