Ora che è finalmente calato per legge il silenzio sulla campagna referendaria confermativa -spero anche nei fatti, e non solo nella terminologia- della riforma costituzionale della magistratura, si può riconoscere che molto si è abusato della parola su entrambi i fronti, del sì e del no. Non è stato un confronto sereno. E’ stato troppo teso, alterato soprattutto dal fronte del no quando al risultato referendario è stato dato il significato di un giudizio sul governo, piuttosto che sulla riforma. In questa ottica è potuto accadere che Goffredo Bettini, per esempio, sia passato dal sì al no indicando con franchezza l’obiettivo dell’indebolimento, quanto meno, del governo e del conseguente rafforzamento del cosiddetto campo largo dell’alternativa al centrodestra.
Il passaggio che ho trovato più duro della campagna referendaria è stato quello del linciaggio di Giusi Bartolozzi per quel “plotone di esecuzione” davanti al quale si era sentita, motivando anche per questo il suo sì, col rischio che corre di essere rinviata a giudizio per il caso Almasri: il libico rimpatriato dopo il breve arresto dal quale era stato liberato dai magistrati, non dal governo, per quanto accusato di crimini contro l’umanità dalla Corte penale internazionale.
Giusi Bartolozzi, capo di Gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio, già non godeva di molta simpatia mediatica, diciamo così. Le davano della “zarina” con spirito opposto a quello con cui era chiamata così alla presidenza della Camera la compianta Nilde Jotti, austera anche nell’aspetto fisico.
Ora la sventurata -non in senso manzoniano perché non ha detto sì a nessuno, a parte quello referendario annunciato alla riforma- è stata processata mediaticamente e politicamente, anche da partiti ed esponenti della maggioranza, come in una caccia alla strega. Eppure l’altro processo, propedeutico a quello mediatico e politico, che le si vuole fare è in pratica, pur con altre imputazioni, quello tentato dal tribunale dei ministri a Carlo Nordio, Matteo Piantedosi e Alfredo Mantovano, impedito dal Parlamento.
Nel processo, ripeto, mediatico e politico condotto col solito rito sommario la Bartolozzi è stata anche degradata per ridurre l’autorevolezza e competenza sia della sua protesta sia del suo sì alla riforma. Si è scritto, parlato e gridato di lei come di “ex magistrata”. Che la Bartolozzi non è perché è tuttora magistrata di Corte d’Appello distaccata al Ministero della Giustizia come altri suoi, non pochi colleghi. Una magistrata bene al corrente, quindi, di come vadano le cose nei tribunali e uffici attigui per valutare l’opportunità, la necessità, l’urgenza e quant’altro di cambiare.
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