Landini al comando del fronte referendario del no alla riforma della magistratura

Va bene che la buonanima di Bettino Craxifiniva spesso anche nelle vignette di Giorgio Forattini, al quale pure sotto sotto piaceva, come Benito Mussolini in Piazzale Loreto. Ma il segretario generale della Cgil Maurizio Landini, più ancora dei segretari, vice segretari e sottosegretari dei partiti del no referendario alla riforma costituzionale della magistratura, ha finito per regalare alla premier di destra Giorgia Meloni un paragone per niente sconveniente, per lei, col leader socialista che nel 1984 volle e seppe sfidare l’onnipotente sindacato rosso con i tagli antinflazionistici alla scala mobile dei salari,

       La Meloni ha ora sfidato quella che è stata chiamata “corporazione” dei magistrati anche da presidenti della Repubblica, e dell’ancora unico Consiglio Superiore, quando non hanno potuto fare a meno di lamentarsene. Addirittura chiedendone la “rigenerazione”, come fece Sergio Mattarella dopo l’esplosione del caso Palamara: il mercato cioè delle carriere appese non al merito ma alle appartenenze correntizie delle toghe.

       La sfida di Craxi nel 1984, col decreto legge di San Valentino, come fu chiamato per il santo del giorno in cui fu varato, sfociò nel referendum abrogativo imposto dall’allora segretario del Pci Enrico Berlinguer alla Cgil del pur refrattario, dubbioso Luciano Lama.  Che si prestò alla raccolta delle firme per promuoverlo. Finì l’anno dopo con la bocciatura non dei tagli ma di chi li aveva contestati: alcuni rimanendo dietro le quinte, come l’allora segretario della Dc Ciriaco De Mita. Che aveva scommesso pure lui, come la buonanima ormai di Enrico Berlinguer, sulla sconfitta dello scomodo presidente socialista del Consiglio, subìto a Palazzo Chigi per i voti perduti dallo scudocrociato nelle elezioni politiche del 1983.

       Ciriaco De Mita dovette accontentarsi del si all’abrogazione nella sua Nusco. Altrove, pure nelle città del Nord famose come roccaforti operaie, vinse il no all’abrogazione.

       Il no questa volta, trattandosi di una riforma costituzionale, è alla conferma. Un no nel quale i maggiori partiti che se lo sono intestato -il Pd di Elly Schlein e il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte- si sono fatti sorpassare per toni e mobilitazioni di piazza da Landini. Che spera, fra l‘altro, di riscattarsi con una vittoria dalla sconfitta subita l’anno scorso nell’assalto referendario alla disciplina del mercato del lavoro voluta col nome inglese di jobs act dal governo di Matteo Renzi, e rinnegato dal Pd finito nelle mani o tra i piedi della Schlein. Che -le va riconosciuto onestamente- lo aveva contrastato a suo tempo da dissidente nel partito.

       Tutto mi sarei aspettato, francamente, dallo spettacolo della politica al quale sono abituato da una vita, diciamo così,  fuorchè  una toga pur metaforicamente indossata, diciamo onoraria, dal segretario generale di una Cgil non accodatasi ma sovrappostasi all’associazione nazionale dei magistrati e alle loro correnti, o partiti.

Pubblicato sul Dubbio

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