Era già da un pezzo, in verità, che Umberto Bossi non si sentiva. Mancava ad amici e avversari col silenzio impostogli un po’ dalle condizioni malferme di salute ma forse ancor più dalla trasformazione politica e persino geografica della “sua” Lega sotto la guida di Matteo Salvini. Che però lo ha trattato sino alla fine come un padre, anzi un nonno borbottone, al quale non può negarsi né il rispetto né l’affetto.
Ora che il “senatur” è morto, come il fondatore della Lega veniva generalmente chiamato avrà forse finito il capo del Carroccio di temere il giorno o l’ora di uno strappo alla sopportazione e di una reazione tanto scomoda quanto dovuta, peraltro in un periodo non facile per la Lega. Né politicamente, né elettoralmente, ormai schiacciata dal peso della destra della premier Giorgia Meloni e costretta a difendere il secondo posto nel centrodestra dai decimali di guadagno della Forza Italia di Antonio Tajani.
Come sempre accade nei necrologi e celebrazioni funebri, religiose o laiche che siano, si sono levate solo buone parole e idee in ricordo dello scomparso. E gli sono stati perdonati tutti i contributi, quanto meno, che egli diede negli anni di esordio leghista all’imbarbarimento della politica, con insulti, invettive, volgarità, gesti anche odiosi di rottura. E’ rimasta di lui solo l’immagine un po’ simpaticamente donchisciottesca del condottiero irriducibile.
Meridionale appena sbarcato a Milano, pur da Roma, alla direzione del Giorno allora ancora dell’Eni, provai subito il morso di Bossi, che non mi conosceva così come io non conoscevo lui. Mi querelò invocando l’associazione a delinquere perché in uno stesso numero del quotidiano erano comparsi tre articoli, a firme diverse, non proprio entusiastici di una sua esibizione a Pontida. Il magistrato che archiviò naturalmente la faccenda, avendo la sfortuna, pure lui, di essere meridionale, si vide dileggiato da un bel po’ di manifesti leghisti sui muri di Milano e provincia.
Quando Silvio Berlusconi decise di associare Bossi al suo centrodestra, improvvisato per impedire la vittoria dei comunisti, come ancora li chiamava, nelle elezioni politiche del 1994, io gli chiesi se fosse proprio convinto di potersene fidare. Lui, ottimista come sempre, mi assicurò che l’operazione sarebbe andata a buon fine, pur con le riserve che Bossi già aveva verso la destra di Gianfranco Fini, altro partner della coalizione berlusconiana. Durò naturalmente poco. Insediatosi a maggio a Palazzo Chigi, Berlusconi era già dimissionario il 22 dicembre, sotto o davanti all’albero di Natale, per una crisi procuratagli da Bossi, che poi raccontò di essersi lasciato spingere alla rottura dall’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Che lo riceveva al Quirinale come un liberatore: non tanto della Padania dall’Italia quanto di Scalfaro dal fastidio che gli procurava Berlusconi a Palazzo Chigi.
Acqua passata, d’accordo. Poi, in condizioni peraltro di salute compromesse, Bossi scoprì in Berlusconi, tornato nel frattempo a Palazzo Chigi, l’amico di cui più poteva fidarsi, pur essendo il più lontano da lui per stile ed altro. Ma quell’acqua, per quanto passata, mi è rimasta ferma nella memoria.
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