Il solito Marco Travaglio sull’altrettanto solito Fatto Quotidiano – chi e dove, sennò- ha arruolato nella campagna referendaria sulla riforma costituzionale della magistratura, sul fronte naturalmente del no, anche Cesare Lombroso, il famoso, storico criminologo influenzato dalla fisiognomica.
La fisionomia che non piace al condottiero del no è quella della sinistra del sì, affollata di “ruderi” e di screditati, compresi “qualche vecchio avanzo di craxismo e spesso di galera”. “Ruderi”, ripeto, “di ceto politico senza popolo: un po’ a caccia di poltrone (“Ehi, Giorgia, io sono qua, sempre a disposizione !”), un po’ in cerca di vendette contro i magistrati che li hanno inquisiti, ma un po’ contro il Pd che finalmente li ha scaricati, ma soprattutto contro gli elettori che -meglio tardi che mai- hanno smesso di votarli”.
Il necrologio travagliesco dei sì della sinistra si chiude così: “Chi pensa che mobilitino il Sì porta acqua al No. Certi nomi e certe facce non sono un blasone, ma un’aggravante”.
Fra gli ultimi arrivati nel fronte del sì referendario c’è non un politico, un pregiudicato, una zecca ma Andrea Bocelli. Che, pur essendo laureato in giurisprudenza, si è confessato non abbastanza competente per giudicare di suo la riforma. Ma voterà sì fidandosi -ha detto- delle idee del compianto Giovanni Falcone e delle convinzioni maturate da Antonio Di Pietro.
Con quella voce meravigliosa e possente ma con quelle lenti scure a protezione degli occhi che non vedono più anche Bocelli finirà nel museo lombrosiano gestito da Travaglio.
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