Con la franchezza che lo distingue nel guardare sia al passato, compreso il suo di militanza comunista, sia al presente e al temibile futuro Claudio Velardi ha fatto barba e capelli al Corriere della Sera oggi sul suo Riformista.
La combinazione fra una pagina di Milena Gabanelli sui costi economici della riforma costituzionale della magistratura, con lo sdoppiamento del Consiglio Superiore e l’Alta Corte di disciplina , un’intervista del senatore a vita Mario Monti contro lo spirito autoritario, diciamo cosi, della stessa riforma, contro la quale l’ex premier ha annunciato il suo no e l’orchestra televisiva del comune editore Urbano Cairo ha ispirato a Velardi la rappresentazione della “saldatura definitiva di un blocco di potere mediatico-giudiziario che difende se stesso”. Un blocco nel quale “le poche voci garantiste rimaste nel quotidiano”, come quelle di Paolo Mieli, Antonio Polito, Angelo Panebianco, “faticano a emergere” e a superare il “fuoco di sbarramento” del no in una partita giocata “come un vero e proprio partito politico schierato a difesa dello status quo”.
Più che il vero, più che centenario Corriere della Sera quello di via Solferino è diventato insomma -aggiungo io- il Corriere dei nostri ayatollah. Che non hanno il turbante e la violenza terroristica di quelli iraniani, ma la sicumera e la sfacciataggine sì. A difesa della casta più casta d’Italia che è diventata la magistratura associata, decisa a non mollare la conquista, se non addirittura il sequestro, del Consiglio Superiore della Magistratura in edizione unica. Con tutto ciò che ne consegue.
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