Dopo le accuse di “fuga” dal Parlamento, per avervi mandato a riferire più volte su guerre e dintorni i ministri degli Esteri e della Difesa, Giorgia Meloni si è procurata l’accusa di essere stata scombinata, a dir poco, presentandosi ieri prima al Senato e poi alla Camera su posizioni opposte. Opposte, ripeto, non sulle guerre e dintorni, per le quali ha detto le stesse cose, ma nei rapporti con le opposizioni vanificando così -hanno scritto e detto i critici su giornali e nelle trasmissioni televisive- quel clima unitario consigliabile, anzi necessario nei passaggi più difficili e drammatici. E questo è sicuramente uno di quelli.
In particolare, la premier avrebbe “aperto” al Senato e chiuso alla Camera, gonfiando le vene e buttandola quasi a rissa.
A questa rappresentazione schizofrenica, da manicomio più che da Parlamento, manca quella che potremmo chiamare completezza. Sì, al Senato la premier si è effettivamente offerta allo spirito unitario con parole anche accorate, e richiami a precedenti consolanti nella storia politica della Repubblica. Ma le opposizioni le hanno risposto a pesci in faccia, direbbero alla Garbatella, ma anche a Milano. Le hanno contestato rapporti di sudditanza al presidente americano Donald Trump e ambiguità nella formula del né con te né contro di te, o qualcosa di simile. Francesco Boccia, la prolunga della segretaria del Pd a Palazzo Madama come capogruppo, essendo la Schlein alla Camera, ha quasi irriso alla premier vedendo e denunciando nella sua apertura alle opposizioni una dimostrazione di debolezza, di paura, procuratale anche da una campagna referendaria sulla riforma costituzionale della magistratura segnata dalla rimonta del no.
Finito il turno del Senato, la Meloni ha semplicemente tratto alla Camera le conseguenze dalle risposte ottenute dalle opposizioni, arrivate peraltro divise come al solito alle votazioni sul documento conclusivo della discussione. La premier ha detto alle e delle opposizioni quel che esse si erano meritate a Palazzo Madama.
Il bicameralismo, sopravvissuto alla riforma costituzionale del governo di Matteo Renzi dieci anni fa, è fatto appunto per questo. Non solo per ripetersi, a prescindere. Le opposizioni hanno ottenuto alla Camera quello che avevano chiesto al Senato. Tutto qui, né di meno né di più.
Lascia un commento