L’America amata da Oriana Fallaci e quella di Donald Trump

       Nelle mostre stampate dei suoi tesori offerti dal Corriere della Sera nel compimento del primo secolo e mezzo della sua vita nelle edicole ho trovato e appena riletto le meravigliose pagine scritte tra rabbia e orgoglio da Oriana Fallaci e pubblicate il 29 settembre 2001. Diciotto giorni dopo quel tragico 11 settembre in cui vide dalle finestre di casa della sua New York le due torri gemelle che bruciavano come “fiammiferi”, incendiate e sventrate dai terroristi islamici impossessatisi di aerei civili e dei suoi passeggeri per assaltare gli Stati Uniti e tutto ciò che rappresentavano, almeno allora. Poi vi dirò il perché di quell’”allora”, un pò meno di 25 anni, che sono comunque un quarto di secolo: tanto, anche per i secoli che passano ora  più velocemente o meno lentamente del passato.

       Di fronte allo spettacolo di resistenza e di reazione degli americani seguito a una tragedia superiore a quella militare di Peal Harbor del 1941, nel lontano Pacifico, la Fallaci scrisse di loro e su di loro cose mirabili. “Il fatto è che l’America -spinse Oriana sui tasti della macchina da scrivere, che credo preferisse ai computer, rivolgendosi al direttore Ferruccio de Bortoli che le aveva chiesto di sfogarsi liberamente in un intervento senza limiti di spazio- è un paese speciale, caro mio. Un paese da invidiare, di cui   essere gelosi, per cose che non hanno nulla a che fare con la ricchezza eccetera. Lo è perché è nato da un bisogno dell’anima, il bisogno di avere una patria, e dall’idea più sublime che l’Uomo abbia mai concepito. l’idea della Libertà, anzi della Libertà sposata all’idea dell’uguaglianza. Lo è anche perché a quel tempo”, in cui sorsero gli Stati Uniti, “l’idea di libertà non era di moda. L’idea di uguaglianza, nemmeno. Non ne parlavano che certi filosofi detti illuministi, di queste cose, Non li trovavi che in un costosissimo librone a puntate detto l’Encyclopedie, questi concetti”. E via a raccontare, spiegare, inorgoglirsi del paese che l’ospitava e inveire contro i nuovi barbari arrivati non a pisciare contro le sue chiese ma ad assaltare le loro torri abitate da decine di migliaia di persone ciascuna.

       Grandissima Oriana, ad averne ancora. Ma scriveva queste, o quelle, cose a 72 anni avendone ancora da vivere solo cinque, destinata a morire nella sua Firenze, di un cancro che si portava dentro da un bel po’, fra le mani e le preghiere di un monsignore di Curia già allora autorevole, Rino Fisichella, pur essendo lei un’atea. Grandissima Oriana anche nel modo di andarsene, dopo essere scampata da giornalista a guerre che era andata volontariamente a seguire per poterle raccontare.  

       Mi chiedo ora con profonda tristezza che cosa scriverebbe oggi Oriana degli Stati Uniti di Donald Trump e degli americani che lo hanno mandato al potere per sfasciare ogni tipo di ordine diverso dai suoi affari personali. Americani che gli stanno togliendo il consenso solo ora che lui ha fatto la cosa più giusta o meno sbagliata: un attacco vero, non un’esercitazione, con gli israeliani alla Monarchia -altro che Repubblica- islamica, o islamista, di tagliagole e di fomentatori dei terrorismi che insanguinano il mondo.

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