Il tentativo di Marina Berlusconi di spersonalizzare la riforma

Marina Berlusconi, 60 anni da compiere in agosto, è la sorella maggiore, ma in tutti i sensi, non solo anagrafici, di Pier Silvio, 56 anni da compiere il mese prossimo. Ha più fiuto politico dell’altro, più consapevolezza dell’opportunità dei tempi e dei contenuti degli interventi in politica. Diciamo pure, con la consapevolezza dei limiti del campo che sto per indicare o adottare, è più a sinistra del fratello. E penso, per come e quanto abbia avuto occasione di conoscerlo e frequentarlo, più in linea col padre, finito nel tritacarne della politica più a destra di quanto non meritasse, anche con quella sua quasi maniacale abitudine, prima da imprenditore e poi da politico, di vedere comunismo e comunisti anche dove non c’erano più, nè il primo e né il secondo, dopo la caduta del muro di Berlino e la trasformazione del Pci in Pds, Ds e infine Pd. Lui stesso del resto ne parlava ma alla fine sorridendovi, se non ridendovi sopra, smaltito il furore iniziale dello sfogo per qualcosa che da quelle parti gli avevano appena fatto o detto.

       D’altronde, del post-comunista Massimo D’Alema –alimentando la leggenda del “Dalemoni” confezionata dall’indimenticabile Giampaolo Pansa-   il Cavaliere di Arcore era arrivato non dico a perorare ma a farsi pacere anche una candidatura al Quirinale. D’altronde, lo aveva già preferito ad altri della sinistra alla presidenza della più famosa, forse, fra le commissioni bicamerali per le riforme costituzionali. Il progetto quirinalizio di “Dalemoni” non andò in porto per la paura dell’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi di rimanerne schiacciato. E decollò la candidatura di Sergio Mattarella.

       Col tempismo e l’astuzia professionali di un politico di lungo corso, non improvvisato, Marina Berlusconi ha scritto non al solito -per lei- Corriere della Sera ma all’insolita Repubblica di carta una lettera a favore del si referendario alla riforma costituzionale della magistratura cercando di svelenire la campagna elettorale. Condotta da molti, a sinistra, ma un po’ anche nell’’area dell’ormai fantomatico centro, demonizzando la riforma come un lascito del compianto fondatore di Forza Italia, ancor più di Licio Gelli e della loggia massonica speciale creata come una consorteria di affari, forse anche di trame più o meno eversive. Un tentativo, questo, di una quasi sberlusconizzazione della riforma della magistratura compiuto anche dal favorevole, favorevolissimo Antonio Di Pietro, sempre ruspante nel linguaggio e nella mimica.

       In un contesto di astuzia e serenità di visione e discussione la Repubblica di carta scelta da Marina Berlusconi, ha opposto un commento non del direttore destinatario della lettera, come forse sarebbe stato opportuno per ragioni non foss’altro di cavalleria, ma dell’esperto giudiziario Carlo Bonini, a dir poco, liquidatorio. Che potrebbe tuttavia ritorcersi contro il no referendario, già incorso in gravi infortuni maneggiando morti o manifesti menzogneri che hanno creato disagi anche nell’associazione nazionale delle toghe.

“La Repubblica– ha scritto Bonini rispondendo a Marina Berlusconi- ha con coerenza, convinzione e necessaria durezza avversato ieri il disegno politico di suo padre e si oppone oggi alla riforma costituzionale che di quel disegno è il compimento”. La Repubblica di carta al netto -direi senza perfidia ma per dovere di cronaca e rappresentazione- di qualche firma anche famosa che non ha scambiato la magistratura associata, e contraria alla riforma sotto procedura referendaria, per una divinità. 

Pubblicato sul Dubbio

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