Fra le ragioni invocate dai signornò referendari alla riforma costituzionale della magistratura c’è la violazione che si sarebbe compiuta in Parlamento, e andrebbe respinta dagli elettori fra 25 giorni, del “patto” -lo ha chiamato Massimo D’Alema parlandone con Corrado Augias alla televisione- sottoscritto dai partiti rappresentati nella Costituente eletta nel 1946 in contemporanea con la scelta repubblicana.
Per quanto approvata con una maggioranza qualificata com’è quella assoluta prescritta dall’articolo 138 della Costituzione, diversa da quella semplice dei votanti sufficiente per le leggi ordinarie, la riforma sotto procedura referendaria avrebbe violato quel patto, secondo l’ex premier, il primo e sinora unico post-comunista che abbia guidato un governo, anzi due, fra il 1998 e il 2000. E questo patto infranto, secondo lui, non andrebbe bene, neppure se confermato dal referendum. Sarebbe stato e sarebbe più di una mancanza di galateo: un tradimento.
Non lo sarebbe stato, presumo, a meno di dare una interpretazione troppo generosa del pensiero sottinteso alle parole di D’Alema, un’approvazione parlamentare della riforma della magistratura con la maggioranza ancora più qualificata di due terzi dei voti dei componenti della Camera e del Senato. Che non a caso preclude la strada referendaria. “Non si fa luogo”, dice sempre l’articolo 138.
Col suo ragionamento di critica o denuncia D’Alema ha sostanzialmente riproposto o è tornato, come preferite, alla formula dell’”arco costituzionale” con la quale Ciriaco De Mita negli anni Sessanta del secolo scorso, prima ancora di diventare segretario della Dc, teorizzò la discriminazione della destra allora missina e cercò di ridurre o superare quella dei comunisti nella formazione delle maggioranze di governo. Comunisti che ne seppero profittare con Enrico Berlinguer quando, nella situazione emergenziale creata nel 1976 dall’intreccio fra crisi politica, economica e d’ordine pubblico, proposero il famoso “compromesso storico” alla Dc pur ad essi “alternativa” -parola di Aldo Moro- sul piano elettorale.
Il limite del ragionamento di D’Alema, non avvertito da Corrado Augias che non glielo ha contestato, sta nella sua appartenenza all’antiquariato, più che all’attualità. Dei partiti protagonisti della Costituente e della Costituzione che ne uscì non ce n’è più nessuno. Non c’è più neppure la destra missina discriminata dall’”arco costituzionale” perché nostalgica del fascismo, anche se a sinistra lo avvertono ancora, o fingono di avvertirlo, ma non all’unisono, dietro la forza politica principale del centrodestra. E persino in Giorgia Meloni in persona, per quanto abbia appena compiuto solo 49 anni. Ma forse sono temuti di più i 50, che dall’anno prossimo la renderanno quirinabile, con l’età costituzionalmente giusta per succedere eventualmente a Sergio Mattarella come presidente della Repubblica. Anche se, a dire il vero, non ci sono precedenti nella storia repubblicana di passaggi diretti dal vertice del governo al vertice dello Stato. Sarebbe anche questa, per la Meloni, una prima volta.
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