Da una parte promosso al Gianni Letta della Meloni -promosso perché a sinistra l’ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio era l’unica cosa, diciamo così, che invidiavano a Silvio Berlusconi- e dall’altra trasformato nel piccione di giornata contro cui sparare. Così Giovanbattista Fazzolari, il sottosegretario “braccio destro” della Meloni, essendo evidentemente Alfredo Mantovano il braccio sinistro, ha trascorso ieri il suo 54.mo compleanno. Egli è entrato nel mirino dei cacciatori simpatizzanti di Putin per averlo trascinato in qualche modo nella campagna referendaria in corso in Italia sulla magistratura, dicendo che lo zar di turno, ormai, al Cremlino avrebbe votato no, non essendo in Russia separate le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, unite come in Italia dai tempi del fascismo, senza alcun imbarazzo degli antifascisti in servizio permanente effettivo del nostro stivalone.
Fazzolari, che ha peraltro il torto, sempre agli occhi dei cacciatori putiniani, di conoscere ed amare l’Ucraina per motivi familiari, ha trascinato il presidente russo nella polemica referendaria nel quarto anniversario della guerra in corso in quel paese invaso dalle truppe di Mosca per un’operazione di conquista materiale e politica programmata per durare quattro, cinque giorni, massimo quindici. Non ne sono bastati neppure 1460. E chissà quanti altri ancora dovranno trascorrere prima dell’esaurimento, in qualsiasi modo, di quella operazione dichiaratamente “speciale” che a chiamarla guerra in Russia si finisce in galera. O almeno si finiva, se vi sono ancora posti liberi nelle carceri russe.
Più che il no referendario sulla magistratura italiana riformata, Fazzolari voleva forse rimproverare, o avrebbe dovuto, a Putin il no nella silenziosa, virtuale campagna referendaria in Russia sulla pace, negata agli ucraini quanto agli stessi russi e alla manovalanza asiatica o africana arruolata o associata alla operazione, ripeto, speciale. Specialissima per lunghezza e ferocia.
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