Di quanto sia cambiata in soli dieci anni socialmente e politicamente l’Italia -fra il referendum sulla riforma costituzionale del governo Renzi nel 2016 e quello del prossimo 22 marzo, e 23, sulla riforma costituzionale della magistratura proposta dal governo Meloni e approvata dalle Camere con una maggioranza insufficiente ad evitare il passaggio referendario di conferma, o bocciatura- lo si capisce dai sondaggi che si sovrappongono, tutti dello stesso tenore, da qualche settimana.
La riforma di Renzi, chiamiamola così, che peraltro non riguardava la magistratura ma parti più consistenti della Costituzione e, più in generale, del sistema, fu bocciata con una decina di punti di distacco dal sì grazie all’alta affluenza alle urne. Che fu del 65,5 per cento: un dato quasi stratosferico rispetto alle abitudini che ha ormai preso l’elettorato non di andare alle urne, ma di disertarle. Quello astensionista è diventato il partito di maggioranza persino assoluta, non più relativa.
Se l’affluenza alle urne -peraltro in un referendum costituzionale senza il cosiddetto quorum, diversamente da quello abrogativo di leggi ordinarie, o parti di esse- fu decisiva dieci anni fa per bocciare la riforma Renzi, ripeto, questa volta è previsto che risulti decisiva per il risultato opposto. Cioè per confermare la riforma Meloni, o Meloni-Nordio.
La maggior parte dei sondaggisti, anche se il ministro della Giustizia dice spesso, quasi sempre, che non se ne fida e punta di più sul suo naso, è convinta che solo sopra il 46 per cento dell’affluenza alle urne la riforma della magistratura avrà concrete possibilità di essere confermata. Quanto più alta sarà l’affluenza tanto più la riforma voluta dal governo potrà essere confermata. L’opposto, ripeto, di dieci anni fa con Renzi, che peggiorò le cose con una sfida spavalda, delle sue, impegnandosi non solo a dimettersi da presidente del Consiglio, ma a ritirarsi dalla politica se gli elettori non ne avessero approvato la riforma. Che, fra l’altro, prevedeva il ridimensionamento del Senato, togliendogli la partecipazione alla fiducia e sfiducia al governo, e l’abolizione del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro. Entrambi salvati dal 51,9 per cento dei no contro il 40,9 dei sì.
Renzi poi ripiegò, lesto com’era già allora, e anche prima, quando da segretario del Pd aveva scalzato Enrico Letta da Palazzo Chigi per sostituirlo e conservare la guida del partito; ripiegò, dicevo, rimanendo in politica solo come segretario del partito, sostituito al vertice del governo da Paolo Gentiloni. E da segretario del Pd lo portò in un anno al minimo dei voti, come l’aveva portato al massimo, quasi di memoria democristiana, nelle elezioni europee del 2014. Un risultato, quello delle elezioni politiche del 2018, caratterizzate dalla sostanziale vittoria a sorpresa di Beppe Grillo e delle sue 5 stelle, che spinse Renzi di fatto fuori dal Pd e a inseguire con i suoi nuovi partiti risultati da prefissi telefonici, o quasi, senza tuttavia perdere visibilità.
Cosa è successo nel mondo o nelle acque dell’astensionismo, e anche fuori, per rovesciare le prospettive referendarie in soli dieci anni, ripeto? Lo ha praticamente spiegato, forse più da saggista che da politico, restituito alla professione e passione giornalistica, Walter Veltroni scrivendone di recente sul Corriere della Sera. E’ successo che l’astensionismo ancora minoritario di dieci anni fa era fatto più di radicalizzati -non potendo essere chiamati radicali per rispetto a Marco Pannella- che di moderati. Ora invece è fatto più di moderati, delusi dall’animosità sia del centrodestra sia, o ancor più, del centrosinistra e perciò disaffezionati alle urne, che di irriducibili estremisti, o “fanatici”, come li chiama il mio amico Pigi Battista.
Appartiene, credo riflettendo sull’analisi di Veltroni, al mondo moderato dell’astensionismo reale o potenziale la sinistra del sì referendario di marzo che contesta il no sbandierato dal Pd della Schlein.
Pubblicato sul Dubbio
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