Uno strano referendum appeso all’astensionismo, pur senza quorum

       A 29 giorni dal voto referendario sulla riforma costituzionale della magistratura mi ha incuriosito l’esplorazione del mondo dell’astensionismo che ha voluto fare sul Corriere della Sera Walter Veltroni. Che, dopo esperienze di governo con Romano Prodi, fu il primo segretario del Pd poi restituito- grazie a Dio- al giornalismo, alla letteratura, al cinema e alla televisione. Da cui ricaverà, sulla strada dei 71 anni da compiere ancora, più soddisfazioni della politica che non ha voluto o saputo trattenerlo, temo facendo un pessimo affare.

       E’ nell’area ormai maggioritaria, e consolidata, dell’astensionismo che Veltroni vede quella decisiva per la sorte del referendum del 22 marzo. Anche dai sondaggi, del resto, è emerso che la vittoria del sì dipende dall’affluenza alle urne. Che quanto più sarà bassa tanto più favorirà il no, piuttosto che il sì.

       La ragione l’ha spiegata Veltroni, appunto, vedendo e raccontando l’area dell’astensionismo assai diversamente dal passato, quando era decisamente minoritaria e composta o da indifferenti incalliti o da fanatici estremisti, neppure interessati ad una loro rappresentanza in Parlamento.

       Ora, forse non a caso dopo la caduta della cosiddetta prima Repubblica e le edizioni che ne sono seguite in un percorso non ancora completato, anche perché sono mancate riforme organiche della Costituzione o di sue parti importanti, l’astensionismo non sarebbe più espressione di radicalità, o di crisi identitarie che la Schlein, per esempio, ha ritenuto di superare spostando a sinistra il Pd ereditato da Enrico Letta ma anche dai suoi predecessori, sino a Veltroni appunto. Sarebbero i moderati ad alimentare l’astensionismo, insoddisfatti di una lotta politica troppo aspra prodotta dal bipolarismo in Italia. E infatti gli aspiranti alla riedizione di un centro che mancherebbe, o sarebbe insufficiente, sia alla sinistra sia alla destra, pur vantandosi entrambe di contenerne uno, è proprio nelle acque dell’astensionismo che si propongono pubblicamente di pescare voti: sia Carlo Calenda sia Matteo Renzi, per esempio, in odine rigorosamente alfabetico, e contrapposto.

       Una riforma costituzionale della magistratura come quella sotto procedura referendaria sembra fatta apposta per piacere più ai moderati che ai radicalizzati: non radicali, per carità, perché faremmo rivoltare Marco Pannella nella tomba a quasi dieci anni dalla morte. Più ai moderati, ai quali non dispiacerrebe vedere la magistratura contenuta nelle sue pratiche e abitudini esondanti, che ai radicalizzati -ripeto- del no. Che vedono la magistratura già nella fossa della subordinazione alla politica, per quanto rimanga costituzionalmente “autonomia e indipendente da ogni altro potere”. Così dice l’articolo 104 anche nel testo modificato dalle Camere.

       E’, o quanto meno sembra paradossale, anche nella logica che certamente  non manca alla riflessione o previsione di Veltroni,  che finisca per dipendere dall’astensionismo anche un referendum che per la sua natura confermativa anziché abrogatrice, dovendo confermare o bocciare una modifica della Costituzione e non abolire o confermare una legge o norma ordinaria,  non deve superare alcuna soglia di partecipazione alle urne: il cosiddetto quorum. E’ un referendum, questo sulla riforma della magistratura, davvero complesso e singolare.

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