Irrompe anche l’indecenza nella campagna referendaria sulla magistratura

       Nella campagna referendaria sulla riforma costituzionale della magistratura, oltre al fascismo evocato spesso da almeno una parte dei sostenitori del no lamentando o denunciando “l’autoritarismo” della premier Meloni che uscirebbe rafforzato da una vittoria del sì, è entrato anche il tema della indecenza, sollevato dal presidente emerito della Corte Costituzionale Augusto Barbera. O, se preferite, della decenza mancata, per esempio, al capo della Procura di Napoli Nicola Gratteri quando ha criminalizzato, almeno nella Calabria che forse conosce meglio della Campania dove adesso lavora, il sì sostenuto, secondo lui, da indagati, imputati, condannati di indrangheta,  massonici deviati e simili. Siamo “ai limiti dell’indecenza”, ha detto testualmente Barbera superando “l’eclissi del diritto” lamentato dal ministro della Giustizia Carlo Nordio. Che poi se l’è presa, giustamente, anche col Consiglio Superiore, cosiddetto, della Magistratura di cui la maggioranza composta di 20 su 30 dei componenti ha sottoscritto un documento contro un interessamento -solo un interessamento- dell’organismo di autogoverno della magistratura al caso Gratteri, appunto.

Il presidente emerito della Corte Costituzionale Barbera, così severamente intervenuto invece, è stato notoriamente e orgogliosamente anche militante e parlamentare comunista, del quale Massimo D’Alema non può dire -come ha fatto di altri, intervistato dal Corriere della Sera– di essere  “un compagno che non sbaglia, ma ha cambiato idea”.

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