Hanno dietro di sé una storia che non va dimenticata, o che va raccontata a chi non la conosce, quelle 872 cause tentate negli ultimi cinque anni contro magistrati accusati di avere procurato al prossimo ingiusti danni, di cui 375 ammesse e andate a sentenze. Delle quali solo 15 (quindici, in lettere come negli assegni bancari) di condanna. Altro che responsabilità civile delle toghe. Mi sembra piuttosto una impunità legalizzata.
La storia risale al 1987, quando sotto l’ultimo governo di Bettino Craxi arrivò il momento di indire il referendum promosso da radicali e socialisti per abolire la protezione di ferro dei magistrati sottoponendo anche loro alla responsabilità civile prevista per tutti gli altri cittadini, professionisti eccetera. Il risultato della prova referendaria era scontato, scontatissimo per la impopolarità procurata alle toghe dalla vicenda di Enzo Tortora, gestita orrendamente da magistrati che poi avevano o avrebbero fatto tranquillamente carriera, sino a qualcuno arrivato al Consiglio Superiore della Magistratura. Il presentatore televisivo accusato di camorra uscì alla fine assolto, ma con la salute compromessa irrimediabilmente, morendo nel 1988.
Piuttosto che fare svolgere quel referendum il segretario della Dc Ciriaco De Mita, già sofferente politicamente per la presenza da quattro anni di un socialista a Palazzo Chigi, e che socialista, provocò la crisi di governo per provocare le elezioni anticipate. E con le elezioni il rinvio del referendum. Che avrebbe dovuto essere di un anno, ma che Craxi, sostituito al governo da Amintore Fanfani, riuscì a contenere in un semestre con l’aiuto, al Quirinale, di Francesco Cossiga. Un semestre durante il quale i comunisti, sostenitori degli interessi dei magistrati, si accordarono segretamente con la Dc per introdurre dopo il referendum una nuova legge, sfrontatamente scrittasi dagli stessi magistrati al Ministero della Giustizia pur guidato dal socialista Giuliano Vassalli, che rendesse la responsabilità civile di fatto impraticabile. O praticabile con le già ricordate 15 sentenze di condanna in questi ultimi cinque anni su 872 cause tentate.
Fra gli inconvenienti temuti dai magistrati e, più in generale, dal fronte del No, con la maiuscola, nella campagna referendaria in corso sulla riforma costituzionale della magistratura, c’è il sostanziale impegno preso dal ministro della Giustizia Carlo Nordio di rimettere testa e mani mani, dopo una vittoria del sì, a quella legge della sostanziale impunità legalizzata, più e meglio di quanto non si sia già fatto precedentemente.
Forse Nordio è stato imprudente ad annunciarlo o a lasciarlo capire, ma l’uomo, grazie a Dio, per quanto sfottuto come “mezzolitro”, “fiasco” e simili del dizionario etilico di Marco Travaglio, è schietto come solo un politico non professionista potrebbe essere.
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