Ah, potenza dei ghiacci e ghiacciai, anche o soprattutto perché insidiati dall’aumento delle temperature naturali, in aggiunta a quelli delle guerre che continuano a prevalere nel mondo sulle tregue e le ombre di trattative di pace. Ombre o poco più, purtroppo.
Sui ghiacci e ghiacciai della Groenlandia, che il presidente americano Donald Trump, avvolto prudentemente nei suoi cappotti di cashmer, vorrebbe acquistare o conquistare alle sue maniere, distribuendo dazi come sberle a chi non condivide la sua visione del mondo e soprattutto degli affari, sono scivolati anche i rapporti con la premier Giorgia Meloni. “La fantastica” Meloni da lui apprezzata tante volte a casa e fuori casa. Che ha trovato invece la voglia, il tempo e quant’altro, fra una missione e l’altra all’estero, di telefonare all’amico della Casa Bianca e dissentire dall’”errore”, poi lamentato anche in pubblico, di avere scambiato per truppe d’assalto agli Stati Uniti quelle decine di militari europei disarmati inviati dai loro governi in Groenlandia, in una spedizione liquidata come una “barzelletta” dal ministro della Difesa Guido Crosetto. Spedizione alla quale lo stesso Crosetto ha voluto sottrarsi, forse godendo della “vigilanza sull’Italia” appena auspicata di Bettino Craxi, sulla cui tomba il ministro era accorso in Tunisia a ventisei anni dalla morte. Guadagnandosi, naturalmente, la derisione di quanti ancora considerano il primo e unico presidente socialista del Consiglio nella storia d’Italia soltanto un “pregiudicato” e “latitante”.
Naturalmente la tempestività della dissociazione della Meloni da Trump da almeno l’ultima delle sue rappresentazioni politiche non è stata colta dalle opposizioni. Che continueranno a indicare la premier “a disposizione” del presidente americano per non rinunciare ai vantaggi che essi ritengono di poter trarre da questa raffigurazione nel faticoso tentativo di costruire un’alternativa di governo dopo l’inusuale durata di quello in carica guidato dalla leader della destra italiana.
Sceneggiata per sceneggiata, ciascuno porta avanti la sua, come del resto sta accadendo anche in quella specie di prova generale dello scontro elettorale del 2027 che è la campagna referendaria in corso sulla riforma della magistratura, più che della giustizia pubblicamente declamata.
Pubblicato sul Dubbio
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