La lettura realistica di Veltroni delle elezioni americane vinte da Trump

Dal Corriere della Sera

Penso che a sinistra in Italia chi ha studiato di più la politica, la cultura e altro ancora degli Stati Uniti sia il primo segretario del Pd Walter Veltroni. Di cui personalmente condivido la realistica analisi fatta sul Corriere della Sera sia della vittoria di Donald Trump nella corsa alla Casa Bianca, sia della sconfitta della concorrente Kamala Harris sia infine delle lezioni che dovrebbe trarne anche la sinistra italiana, oltre a reagire delusa, infastidita, impaurita, direi pure ossessionata dal voto americano. Come lo è ancora dalla vittoria di Giorgia Meloni più di due anni fa nel nostro Paese.

Veltroni su Corriere della Sera

         “Si può dire quello che si vuole, ma l’inedita destra -ha scritto Veltroni- ha immaginato una risposta strategica al malessere di questo tempo. Risposte estreme, semplificate, sottratte all’onere della coerenza, della realizzabilità, come la promessa dell’arrivo imminente del “l’età dell’oro”, capaci di cavalcare rancore sociale e desiderio di riscatto da una condizione di precarietà che ha diffuso nella società il più temibile dei sentimenti: la paura”.

         E’ difficile contestare questa constatazione, come anche che “la destra, la nuova destra ha un’idea, racconta che la sinistra è il potere, il passato, l’estabilishment”, pur se “a incarnare la nuova figura di difensori del popolo solo multimiliardari”. Il fatto è che “il novecento”, al minuscolo nella prosa disincantata di Veltroni, “è finito, con il suo bagaglio organicistico e i suoi vincoli di credibilità e coerenza”. E che “ora il tempo è solo il presente”.

Veltroni sul Corriere della Sera

         Alla sinistra, che in Italia egli cercò di guidare assegnando al “suo” Pd ancora in fasce una “vocazione maggioritaria”, Veltroni ha proposto, sia pure forse troppo genericamente, “un progetto di ridefinizione, facendo leva su diritti e opportunità di come deve essere organizzata, socialmente e democraticamente, la società digitale”. E ha ricordato che “non sarà difendendo la Fortezza Bastiani del “deserto dei tartari” che la sinistra saprà, come è stata capace di fare nei suoi momenti migliori, convertire la paura popolare in speranza di riscatto e garantire le libertà individuali e collettive”. E neppure, penso, sarà utile alla sinistra inseguire il segretario generale della Cgil Maurizio Landini- peraltro in un mondo sindacale spaccato quasi come nel referendum del 1985 contro i tagli antinflazionistici alla scala mobile dei salari lasciato in eredità dall’ormai compianto segretario del Pci Enrico Berlinguer- sulla strada della “rivoluzione sociale” a suon di scioperi generali. A cominciare da quello indetto con la Uil, e senza la Cisl, per il 29 novembre contro il governo Meloni.

         Eppure è proprio a quest’ultimo e, più in particolare alla premier, che il senatore a vita ed ex presidente del Consiglio Mario Monti ha appena riconosciuto di potere supportare al meglio, nella crisi del marconismo in Francia e della socialdemocrazia in Germania, il compito della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen di rafforzare l’Ue nel confronto difficile che l’aspetta con Trump per scongiurare all’economia del vecchio continente il rischio di venirne sopraffatta. Un rischio che francamente mi pare avvertito in modo assai marginale da Landini nelll’inseguimento, ripeto, di una “rivoluzione sociale” mossa dalle stesse difficoltà delle classi meno abbienti che hanno portato Trump alla vittoria in concorso paradossale con i miliardari finanziatori della sua campagna elettorale, cui ha alluso Veltroni sul Corriere della Sera.

         Direte che Mario Monti non è di sinistra, non lo è mai stato e non ha nessuna voglia di diventarlo adesso, alla sua età, sulla strada degli 82 anni, come il meno anziano o più giovane Mario Draghi.  Ma di certo il polso dell’Europa lo avvertono entrambi meglio di Landini e dei suoi emuli più o meno occasionali: da Elly Schlein a Giuseppe Conte. 

Pubblicato sul Dubbio del 9 novembre

A Bologna tra camicie nere e zecche rosse, aspettando il voto di domenica

Dalla Stampa

         Flavia Perina, già direttrice del Secolo d’Italia della destra di Gianfranco Fini, nella sua nuova vita di editorialista della Stampa ha definito “una parodia di guerra civile, dalla quale gli adulti dovrebbero prendere le distanze in blocco”, non solo o non tanto gli scontri verificatisi a Bologna fra gli antagonisti sociali e le forze dell’ordine, frappostesi alla loro volontà di scontrarsi con un corteo di destra autorizzato, quanto le polemiche politiche che sono seguite. Con la sinistra che ha accusato “il governo” di avere non permesso ma addirittura “mandato” per le strade bolognesi trecento “camicie nere”, come ha detto in particolare il sindaco della città Matteo Lepore, e il vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini che ha dato delle “zecche rosse” a quelli dei centri sociali che la premier Giorgia Meloni aveva definito solo dei “facinorosi”. Dei quali ha mostrato di non accorgersi la segretaria del Pd Elly Schlein addebitando responsabilità e cause dei disordini di Bologna solo alle sunnominate camicie nere.

Sempre dalla Stampa

         Si potrebbe considerare esagerata la “parodia di guerra civile” lamentata dalla Perina sulla Stampa considerandola più semplicemente o banalmente un eccesso di campagna elettorale, dovendosi votare domenica prossima proprio a Bologna per le elezioni regionali dell’Emilia-Romagna abbinate a quelle dell’Umbria, a meno di un mese da quelle clamorosamente perdute in Liguria dalla sinistra. Il guaio è però che, sempre a Bologna, e ancora più a ridosso del voto di domenica, è stata programmata per venerdì una manifestazione nell’ambito dello sciopero nazionale studentesco contro la premier Meloni e la ministra della Pubblica Istruzione Anna Maria Bernini imbrattate di sangue, pur cromatico, nei manifesti già affissi nella città. A questo punto la guerra civile diventa un po’ meno una parodia, di fronte alla quale appare francamente pretestuosa la provocazione vista dalla sinistra, e condivisa da Pier Luigi Bersani rimasto senza metafore, nel corteo della destra di Casa Pound e dintorni autorizzato contro la droga, la violenza e  la prostituzione presumibilmente prodotte da una cattiva “integrazione” dei migranti.

         Gli “adulti”, di sinistra e di destra, o viceversa, per tornare alla Perina, si sono davvero ben guardati a Bologna, ma non solo a Bologna, dall’ abbandono nelle loro polemiche, tra camicie nere e zecche rosse “, di quelle che sono “sceneggiate muscolari” e “ parole-feticcio di stagioni lontane, riabilitate come sistemi sbrigativi per segnalare una posizione di principio”. Ma di quale principio, poi?

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