Addio a Lino Jannuzzi, maestro di giornalismo e di vita

Mi mancava già da tempo per una di quelle malattie che ci sottraggono gli amici già in vita, ma la notizia della morte di Lino Jannuzzi, procuratagli da una polmonite a 96 anni, non è per questo meno dolorosa anche per il giornalismo. Che Lino ha onorato come pochi altri, non lasciandosene distrarre anche quando è stato parlamentare. E ha saputo essere trasversale pure in Parlamento, come un buon radicale, di scuola pannelliana e autenticamente garantista, della cui radio non a caso fu il primo direttore.

Giuliano Ferrara sul Foglio di oggi

         Grazie, Lino, di tutte le cose, a cominciare dall’arguzia e dall’ironia, che ci hai insegnato. Grazie del tuo calore, del tuo intuito, dei fatti e delle passioni, delle ossessioni civili che hanno fatto di te “un caso unico”, come ti ha riconosciuto in un breve, toccante ricordo sul Foglio Giuliano Ferrara. Che ha saputo accettare da te anche i rimproveri non permessi ad altri se non al prezzo di durissime reazioni e della interruzione dei rapporti personali, in una logica totalizzante della sua originaria formazione culturale e politica.

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La politica in vacanza, non la fantasia nelle redazioni dei giornali

         La politica in vacanza, anch’essa sotto l’ombrellone, ora che le Camere hanno smaltito gli arretrati, o ne hanno rinviato la gestione all’autunno, è quanto di più illusorio si possa annunciare. La politica e le sue propaggini, o origini, informative continuano inesorabilmente a lavorare, diventando magari ancora più fantasiose del solito. Supplendo appunto l’immaginazione a ciò che potrebbe mancare per motivi stagionali.

Giorgia Meloni

         Ne ha dato un esempio ieri un giornale quasi di nicchia, come si dice nel nostro ambiente per la sua limitata diffusione nelle edicole, peraltro sempre meno numerose, ma di buona risonanza come Il Foglio. Al cui direttore Claudio Cerasa deve essere sfuggito il piede non so se più sulla frizione o sull’acceleratore facendo del dichiarato “pettegolezzo” su un argomento non da poco come quello delle elezioni americane e di ciò che si aspetta la premier italiana. O comunque le conviene.  

Claudio Cerasa sul Foglio di ieri

         “Tra i meravigliosi pettegolezzi estivi che animano da giorni i sonnolenti palazzi della politica -ha scritto testualmente Cerasa- ce n’è uno che riguarda una convinzione profonda maturata dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.  Una convinzione non virgolettabile, come si dice, neppure attribuibile, neppure confessabile ma che spiega bene qual è il bivio internazionale di fronte al quale si trova il capo del governo italiano: che fare con Donald Trump?”.

         Il dichiaratamente “non virgolettabile”, e quindi non dimostrabile, sarebbe la propensione della Meloni per una vittoria di Kamala Harris, la vice presidente uscente, sull’ex presidente ma nuovamente aspirante Trump nella corsa alla Casa Bianca.

Giorgia Meloni al settimanale Chi

         Sentite, anzi, rileggete con me invece il virgolettato della Meloni, comprensivo di maiuscole, minuscole e punteggiature, in una intervista al settimanale mondadoriano Chi uscito ieri ma noto già il giorno prima al Foglio che ne aveva anticipato una parte:   “Tutti sanno che sono presidente dei Conservatori europei, e che tra i partiti esterni all’Europa che aderiscono ai conservatori ci sono anche i repubblicani americani, quindi le mie preferenze sono note”. Cioè sono per Trump, il candidato dei repubblicani. Non c’è pettegolezzo che possa smentire una così chiara preferenza, ripeto, della Meloni per Trump.

Kamala Harris

         E’ una “preferenza”, quella della Meloni per l’ex presidente di nuovo in corsa, e aiutato paradossalmente anche dal cecchino che lo ha mancato di qualche millimetro, completata ma non smentita dalla successiva precisazione della premier: “Questo però non mi ha impedito di lavorare bene con l’amministrazione democratica di Biden perché tra grandi Nazioni alleate i rapporti non cambiano con il mutare dei governi. Saranno gli americani a scegliere”. E se sarà eletta invece Kamala Harris la premier italiana saprà o vorrà andare d’accordo anche con lei, pur se “non la conosco”, ha avvertito lei stessa, pur essendo da quasi due anni la prima alla Casa Bianca, con Biden, e l’altra a Palazzo Chigi.  Capito, Cerasa?  

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La democrazia sulfurea delle bollicine contrapposta a quella delle urne

Da Libero

Provate a chiudere gli occhi e ad immaginare la Camera e il Senato, con tutti gli altri palazzi politici intorno, ma anche sopra, sino al Quirinale, poggiati come i Campi Flegrei su quel vulcano che da Napoli raggiunge Monte di Procida, al centro del quale c’è quel Lago d’Averno che Virgilio avvertì come la bocca degli Inferi. E’ quello che ho fatto dopo avere letto una lunga intervista al Fatto Quotidiano rilasciata da Gustavo Zagrebelsky, presidente della Corte Costituzionale per nove mesi nel 2004, e perciò tuttora emerito.

Il duello televisivo fra Zagrebelsky e Renzi nel 2016

Egli si porta così bene i suoi 81 anni da poterne prevedere la guida della campagna referendaria contro il premierato, quando vi si arriverà, come già fece nel 2016 contro la riforma costituzionale voluta dal governo di Matteo Renzi. Il quale si confrontò con lui in televisione battendolo, secondo il giudizio espresso da Eugenio Scalfari su Repubblica fra la sorpresa di buona parte della redazione e dei collaboratori esterni, ma venendone battuto poi nelle urne.

Sc coppia d’archivio Scalfari-Renzi

         Definita quella derivante da un’elezione diretta del presidente del Consiglio una “politica autoritaria”, che “scende dall’alto e si stende sulla società, sugli individui e i loro diritti, e le loro diverse articolazioni economiche e culturali, associazioni, partiti, sindacati….insomma un potere conformativo, per non dire repressivo, a cascata, dall’alto verso il basso”, il professore di scuola giuridica e storica rigorosamente torinese le ha contrapposto e preferito “la politica partecipata”. Che “si muove dal basso e procede verso l’alto…come una corrente alimentata da tante bolle sorgive che confluiscono e producono energia, ciascuna secondo la propria consistenza”.  Siamo a Procida, appunto.

Gustavo Zagrebelsky al Fatto del 6 agosto

         Come con le ciliegie, che purtroppo sono verso l’epilogo della loro stagione, e di cui si dice che a mangiarle l’una tira l’altra, il professore ha proposto la politica “come l’arte non del comando ma della sintesi”. Ed ha riconosciuto con un certo dispetto, dall’alto della sua sapienza e dottrina, che “la democrazia del vincitore è bella perché è semplice”, ma troppo semplice, e naturalmente pericolosa. “La democrazia della sintesi -ha avvertito- è ancora più bella perché è difficile, complicata, faticosa”. Di una fatica e complessità che tuttavia andrebbero, anzi sono preferite, come dimostra la bocciatura referendaria della riforma costituzionale di Renzi, e domani di Meloni chissà,  da chi “teme l’arrivo dei vincitori, quali che siano le loro bandiere”.

         Lui, intanto, il professore, pur sapendosi districare per dottrina tra tanta confusione e complessità scrivendone o parlandone ai lettori, come prima facendo le sue lezioni agli studenti, che cosa fa nella pratica elettorale, quando è chiamato a votare non contro una riforma ma per un partito o per l’altro della democrazia delle bollicine, chiamiamola così?  Par di capire che si astenga. O comunque riconosca le ragioni di chi appunto si astiene.

         “Come tanti astenuti, anche Lei è perplesso, professore?”, gli ha chiesto l’intervistatrice Silvia Truzzi. “Certo che sì”, ha risposto. E aggiunto, sempre all’insegna delle bollicine: “Amiamo i perplessi. Solo che le perplessità devono essere momenti di passaggio alle convinzioni…..Atrimenti sono astenie, pericoli mortali per la democrazia”, cui si approda -temo-  proprio ragionando e indottrinando come il professore.

Il compianto Francesco Cossiga

         Ricordo ancora con nitidezza una chiacchierata verso la fine degli anni Ottanta al Quirinale con Francesco Cossiga. Che si sfogò con me contro la “superbia scientifica”- la chiamava così- del presidente da poco emerito della Corte Costituzionale Leopoldo Elia. Cui in fondo non aveva mai perdonato di avergli, volente o nolente, conteso dietro le quinte la Presidenza della Repubblica alla scadenza del mandato di Sandro Pertini. “Ma ve n’è uno ancora più superbo di lui”, mi disse facendomi il nome di Gustavo Zagrebelsky. Che nel 1995 sarebbe stato nominato giudice costituzionale dal suo successore Oscar Luigi Scalfaro sul Colle più alto di Roma. Che acume, oltre che passione per la politica, non credo del modello Procida, quello del mio compianto amico Cossiga.

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