Gli italiani purtroppo mostrano di avere sempre meno voglia di votare

         Scriveva ieri sulla Stampa Alessandra Ghisleri, a conclusione di un articolo illustrativo di sondaggi effettuati dalla sua Euromedia sugli ottimisti e pessimisti, che “il giudizio degli italiani sul governo è più severo rispetto ad un anno fa (35,5%). E mentre Giorgia Meloni sfiora il 40% nell’indice di fiducia (39,7%), nulla di importante ancora si muove nelle intenzioni di voto dei partiti tranne il crescere della percentuale dell’astensione”. Crescita che poi non sono riuscito a quantificare rileggendo bene lo stesso articolo e le tabelle di accompagnamento.

         In una di queste tabelle tuttavia ho visto che i più ottimisti, fra gli elettori dichiarati dei vari partiti, sono quelli di Forza Italia col 57,7 per cento, fedeli pertanto allo stato d’animo fiducioso che caratterizzava il fondatore del partito Silvio Berlusconi. Del quale ricorre oggi il primo semestre dalla morte commentato ottimisticamente -e come sennò?- dal direttore del suo ex Giornale di famiglia, ora posseduto anche dagli ex forzisti Angelucci. Seguono per ottimismo i fratelli d’Italia della Meloni col 51,7%, i centristi di Matteo Renzi col 50,1 , i leghisti di Matteo Salvini col 48,2. Gli elettori del Pd della Schlein si fermano al 38, visto anche -presumo- il modo col quale la segretaria sta guidando il partito, e quelli di Giuseppe Conte al 33,9: ancora meno, quindi, nonostante il passo sempre più veloce dell’ex premier per sorpassare gli ex alleati di governo.

         Il primato del pessimismo ce l’hanno gli elettori genericamente degli “altri partiti”, cioè i minori, col 56,5 per cento, e quelli che la Ghisleri ha definito “Indecisi/astenuti”, col 53,7 per cento. Di costoro -ripeto, gli indecisi/astenuti- solo il 20,5 per cento è risultato ottimista, forse incline -deduco- ad andare la prossima volta alle urne, anzichè restarsene a casa tra dubbi e indifferenza.

         Vedremo la prossima volta come varierà la percentuale dell’affluenza, ferma -mancando dati più recenti della Ghisleri- al 63,90 per cento delle elezioni politiche dell’anno scorso, a livello nazionale, e al 47,95 per cento delle elezioni molisane di giugno scorso, a livello regionale, con un astensionismo quindi maggiore dell’affluenza o partecipazione.

         Apparentemente, almeno rispetto al meno del 48 per cento dei votanti in Molise, il 63,90 per cento dell’affluenza alle elezioni politiche dell’anno scorso potrebbe sembrare un affare. Ma non lo è per niente, considerando i 9 punti percentuali in meno rispetto alle precedenti elezioni del 2018, Va infine precisato, poco ottimisticamente, che dei 26 milioni di elettori su oltre 51 milioni recatisi l’anno scorso ai seggi,  ben 493 mila vi andarono solo per deporre scheda bianca nell’urna e più di 793 mila per deporvi schede risultate nulle allo scrutinio o per errori commessi involontariamente dai cittadini o per parolacce preferite ad un segno di croce su un simbolo di partito, o su una coalizione.

         Per tornare alla scelta fra ottimismo e pessimismo, da cui si è mossa nei sondaggi la Ghisleri, il quadro complessivo non mi sembra francamente consolante, a dispetto di certe apparenze fra gli elettori della maggioranza, non a caso relativa. 

Gianni Letta smentito da Fedele Confalonieri sul no al premierato

Sorpreso dalle recenti cronache parapolitiche della Scala -credetemi- più che per quel grido contro il fascismo levatosi dal loggione con allusione al presidente del Senato Ignazio La Russa ospite del palco reale, per l’indifferenza ostentata invece nel foyer da Fedele Confalonieri parlando dell’’assenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, di cui ha tenuto a dire che non gli mancava per niente, ne ho capito la ragione due giorni dopo leggendo il Corriere della Sera. Dove si è raccontato di un incontro riservato avuto dal fraterno amico del compianto Silvio Berlusconi la settimana precedente con la premier Giorgia Meloni. Un incontro riferito dal solitamente ben informato Francesco Verderami, in effetti non smentito, anche alla esternazione di Gianni Letta contro il premierato proposto dal governo perché destinato a ridimensionare, quanto meno, la figura del Capo dello Stato, a cominciare da quello in carica.  Che l’ex sottosegretario e braccio destro di Berlusconi stima moltissimo,  al pari di tutti i predecessori, compresi quelli che procurarono più grattacapi o delusioni al fondatore di Forza Italia e quattro volte presidente del Consiglio, dopo la sua sorprendente vittoria elettorale del 1994.

         Verderami, a dire la verità, non si è dilungato molto su quell’incontro, pur guadagnatosi il richiamo in prima pagina e, all’interno, anche un catenaccio, come lo chiamiamo noi giornalisti, sul fatto che “il manager sul premierato non la pensa come Letta”. Cioè,  al presidente di Mediaset non crea preoccupazione, ansia e quant’altro che Mattarella nel proseguimento del suo secondo mandato e i successori eletti dal Parlamento finiscano ridimensionati, o compromessi, davanti ad un presidente del Consiglio eletto direttamente dal popolo. Un presidente del Consiglio che, con gli umori correnti nel Paese, potrebbe essere dopo la riforma anche la Meloni. Della quale  Confalonieri già prima delle elezioni dell’anno scorso,, avvertendone il risultato anticipato da tutti i sondaggi e l’approdo a Palazzo Chigi, aveva pubblicamente esortato amici, conoscenti e altri a fidarsi.

         “Sebbene l’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio e il patron di Mediaset -ha raccontato Verderami nel suo scoop- siano stati i due autentici pilastri di Silvio Berlusconi, politicamente appartengono a chiese diverse. Il primo è di “rito ortodosso romano”, il secondo è di “rito federalista ambrosiano”. Due scuole di pensiero che -ha insistito Verderami, conoscitore di entrambi, avendone ripetutamente raccolte interviste, telefonate e simili- mole volte hanno avuto opinioni diverse. Sta accadendo di nuovo sul progetto di riforma costituzionale del governo”. Racconto, conclusione, sintesi -come preferite- dal sapore tacitiano, dal nome del leggendario storico romano Tacito, mitico per la sua precisione pari alla concisione.

         Prima difeso dentro Forza Italia per la sua sortita contro il premierato in quanto “strumentalizzato” dalle opposizioni -disse, per esempio, la vice presidente del Senato Licia Ronzulli- e poi ridimensionato politicamente a “uomo Mediaset”, come lo definì in una imbarazzata intervista al Fatto Quotidiano Nazario Pagano, presidente della Commissione Affari Costituzionali della Camera, Gianni Letta si è trovato spiazzato nel racconto del Corriere della Sera anche come eminenza aziendale, o di gruppo. Ne sarà rasserenata la Meloni, che ha notoriamente definito quella del premierato “la madre di tutte le riforme”, spalleggiata dal presidente del Senato, anche lui convinto della sua priorità rispetto anche a quella della giustizia, più cara ai forzisti, o delle autonomie differenziate care ai leghisti.

         Non dico che siamo ad un letticidio, sinonimo del famoso Conticidio coniato da Marco Travaglio quando fu sfrattato da Palazzo Chigi il primo e unico inquilino pentastellato, ma ci stiamo vicino. Del resto, questa è la fase che ho già definito del dopo-berlusconismo, e non solo nel centrodestra, o destra-centro ch’esso è diventato.

Pubblicato sul Dubbio

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