La Meloni ride in India anche dei sondaggi che la danno in calo personale in Italia

         Non credo che Giorgia Meloni, in India per il G20, abbia smesso di ridere apprendendo del calo dei consensi al governo e a lei personalmente attribuitogli in Italia dall’Ipsos in un sondaggio condotto per il Corriere della Sera. E analizzato da Nando Pagnoncelli con una certa enfasi scrivendo di “crollo” nella sintesi pubblicata in prima pagina. In particolare, il gradimento per il governo risulta sceso al 42 per cento e il non gradimento salito al 47. E “per la prima volta” dal suo arrivo a Palazzo Chigi, l’anno scorso, la premier si è visto assegnare uno sgradimento personale superiore al gradimento: 52 per cento contro il 49 di luglio.

         Non credo neppure che la Meloni sia rimasta male più di tanto leggendo nella rassegna stampa mandatale da Roma il “populismo da zeru titoli”, in rosso, dedicatole dal Foglio con questa spiegazione sommaria del direttore Claudio Cerasa: “Prima la guerra agli extraprofitti (e alle multinazionali). Poi contro la Bce (e Gentiloni). Quindi la deriva securitaria. Perché la politica dello scalpo di Meloni & Co. è un segno non di forza ma di impotenza. Indizi su una deriva”. Un po’ più a destra, sotto il titolo “I ragazzi della 3° C”, Il Foglio fa oggi le pulci ai parlamentari della maggioranza per le loro distrazioni e assenze, pur da “euforia” più che da svogliatezza o dissemso, che farebbero “preoccupare” una Meloni un po’ pentita, in particolare, di avere portato il cognato Francesco Lollobrigida al governo sostituendolo come capogruppo del suo partito alla Camera con Tommaso Foti. Che, imponente nella sua andatura e nell’eloquio, non si nega a nessun telegiornale per raccontare le buone cose fatte dal governo e le cattive dette e fatte dalle opposizioni. Evidentemente parla troppo e vigila poco le sue truppe.  

         La mia sensazione che la Meloni in India non sia rimasta turbata si basa soprattutto sulla “visione di legislatura” propostasi dalla premier dal suo insediamento, quando avvertì che non avrebbe inseguito i voti immediati, dei sondaggi e delle elezioni locali o parziali, mirando a quelli finali, appunto, della legislatura destinata a durare -viste anche le condizioni delle opposizioni- sino all’epilogo ordinario del 2027. E poi, è vero anche in politica, come avverte oggi in prima pagina Mattia Feltri sulla Stampa scrivendo dell’Atlanta e dei rapporti fra dirigenti e tifosi con questa citazione dell’ex direttore sportivo Pier Paolo Marino: “Chi governa non può appoggiarsi sul consenso.  Altrimenti significa che sta governando male”.

         Ma soprattutto penso che la Meloni, preferita a Macron in Francia addirittura da Le Monde, si sarà compiaciuta del 30,2 per cento delle intenzioni di voto attribuito dal sondaggio di Ipsos al suo partito, dell’8,1 alla Lega, del 6,6 a Forza Italia, i suoi alleati, contro il 19,5 del Pd, il 16,4 dei grillini, il 3,5 dell’Azione di Carlo Calenda e il 3,3 di Matteo Renzi: entrambi, questi ultimi, sotto la soglia di accesso al Parlamento europeo da rinnovare l’anno prossimo.

Ripreso da http://www.starmag.it e http://www.policymakermag.it

L’autorete di Renzi sparando troppo su Tajani nella corsa al Centro

Il Centro, doverosamente al maiuscolo, dove Matteo Renzi si è collocato nella sua quarta o quinta “vita politica” -lui stesso a 48 anni compiuti ne ha perso il conto in una intervista ad Avvenire- per ora è solo una postazione mobile d’artiglieria. più ricca però di ambizioni, o di obbettivi da colpire, che di munizioni. E gli obbiettivi vanno dall’Europa in Italia e viceversa, anche se la maggiore e insieme più vicina scadenza elettorale è quella europea fra un anno. Durante il quale chissà quante cose potranno accadere e sorprendere anche Renzi, che pure si mostra sicuro del fatto suo, cioè della sua forza o delle debolezze degli altri, tanto sprovveduti da non temerlo, o addirittura da deriderlo, a cominciare naturalmente da quell’ingrato -il più ingrato di tutti- che sarebbe l’ex ministro e socio fondatore del cosiddetto terzo Polo Carlo Calenda. Uno -ha detto Renzi, sempre ad Avvenire- che lascerebbe sempre “le cose a metà”. Ma cui, nonostante questo, egli sarebbe disposto a riaprire le porte se ci ripensasse sulla praticabilità e sulle presunte, grandi prospettive del nuovo progetto politico propostosi dall’ex presidente del Consiglio.

         Come già gli è accaduto in passato, in particolare quando ripetette l’errore dei democristiani Amintore Fanfani e Ciriaco De Mita di rivestire il doppio ruolo di segretario di un partito composito come la Dc e presidente del Consiglio, temo -per lui- che Renzi anche stavolta stia cedendo alla tentazione di giocare una partita a scacchi da solo, facendo a meno dell’avversario e sostituendolo nelle mosse. O addirittura fornendogli, cioè  fornendosi da solo l’occasione dello scacco matto, come quando personalizzò a tal punto il referendum cosiddetto confermativo della sua pur pregevole riforma costituzionale, che personalmente votai, da appendervisi al pari di un cappio, cioè preannunciando addirittura la sua rinuncia alla politica se fosse stato sconfitto. Poi, a sconfitta puntualmente rimediata, rinunciò solo alla guida del governo conservando quella del Pd nel frattempo spaccatosi, e quindi perdendo poi anche quella.

         Anche se continua a parlare di voti e forse anche di qualche parlamentare da sottrarre al suo ex partito grazie al rischio che esso starebbe correndo con Elly Schlein al Nazareno di diventare la sesta stella del movimento grillino, Renzi punta soprattutto non dico a destra, dove sa che Giorgia Meloni è molto meno debole di quanto lui cerchi di far credere, ma all’elettorato di Forza Italia ormai irreparabilmente orfana di Silvio Berlusconi, per quanto ancora finanziata dai suoi eredi.

Appena si distrae dalla concentrazione della partita solitaria e gli scappa di dire o far capire, direttamente o attraverso il mezzo comunicativo a disposizione, quello che veramente pensa e insegue, Renzi tuttavia fa la classica frittata.

         Sul “suo” Riformista, messogli a disposizione dall’editore ora anche dell’Unità Alfredo Romeo, non più tardi di giovedì scorso 7 settembre a un tale misterioso Phil impegnato a rappresentare come peggio non si poteva il governo e la maggioranza è scappato di scrivere del “famelico” leghista Matteo Salvini e di “uno alla canna del gas come Antonio Tajani”, vice presidente del Consiglio anche lui, ministro degli Esteri e segretario di transizione congressuale di Forza Italia. Uno che, per carità, non avrà i mezzi e il magnetismo pur calante, negli ultimi tempi, del compianto Berlusconi; uno che la premier non ha sicuramente rafforzato parlandone di recente come di una persona da tenere prudentemente all’oscuro della decisione di tassare i superprofitti bancari, ma che è pur sempre il successore del Cavaliere contro il quale nessuno è ancora riuscito ad organizzare o solo a proporre un’alternativa dentro il partito: né l’insofferente Giorgio Mulè né il compassato Renato Schifani.

         Un Tajani liquidato così grossolanamente da Renzi, per giunta dopo essere stato corteggiato, contattato, sondato e quant’altro dietro le quinte sull’ipotesi di una lista comune alle elezioni europee per mettersi entrambi al riparo dalla soglia del 4 per cento per l’accesso al Parlamento europeo da rinnovare l’anno prossimo; un Tajani non così sprovveduto da cadere nella trappola di mettersi un altro generale in casa, secondo dichiarazioni attribuitegli e non smentite, potrebbe riuscire nel miracolo, o comunque nell’imprevisto di fare scattare in Forza Italia l’orgoglio indentitario, e non solo l’istinto della conservazione.

         Fatte le debite proporzioni, naturalmente, al netto del paradosso addirittura tragico che potrebbe sembrare, Renzi rischia di compiere con Tajani l’errore di Putin con Zelensky. Che grazie alla guerra scatenatagli addosso è stato promosso da un comico prestato alla politica come un Beppe Grillo ucraino ad un campione della sovranità del suo paese, a un leader mondiale, ad un patriota dell’Occidente. E Tajani forse ad un teatro non c’è mai più andato da quando, giovanissimo, ne frequentò uno di dimensioni assai modeste come sede di un circolo monarchico.  

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 10 settembre

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