Di Maio si appella alla piazza contro la “restaurazione” alzando la tensione nel governo

            Due titoli della Repubblica di carta -uno grande, a caratteri di scatola, e un altro piccolo ma, credo, di voluto complemento- riflettono come meglio non si potrebbe la paradossale e caotica situazione del governo e della maggioranza giallorossa che dovrebbe sostenerlo ma, in realtà, lo trascina al fondo.

            “Ora per questo governo l’odio è un’emergenza”, è il titolo grande, fatto con le parole della ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, intervistata anche per commentare lettere ed altro di minacceRepubblica.jpeg pervenute al giornale fondato da Eugenio Scalfari e ora diretto da Carlo Verdelli. “Se Di Maio va in piazza”, è il titolo sottostante di un editoriale sull’iniziativa assunta dal Repubblichina.jpegministro degli Esteri ed ex capo politico del Movimento grillino e della relativa delegazione al governo. Che si è affacciato a Facebook, in stile Salvini, per promuovere e motivare una manifestazione di piazza il 15 febbraio contro gli “osceni” tentativi di “restaurazione” in corso, dopo le realizzazioni del precedente governo a partecipazione leghista, di cui lui era vice presidente: carica non a caso negatagli, evidentemente, nel successivo presieduto dallo stesso uomo, Giuseppe Conte, ma con alleati diversi e tuttora in carica fra tensioni continue.

            E’ proprio a queste tensioni, con l’uso di aggettivi non certo pacifici e pacificanti come “osceni” agli occhi di di chi è invitato a scendere in piazza, che Di Maio ha deciso di dare il suo contributo dismettendo feluca.jpegmetaforicamente questa volta non solo la cravatta, come fece annunciando la rinuncia alla guida del movimento grillino, ma anche la feluca che gli spetterebbe come ministro degli esteri e capo quindi della diplomazia italiana.

            I tentativi “osceni” di restaurazione in corso sarebbero, fra gli altri, quelli della competente commissione del Senato per ripristinare la consistenza dei vitalizi parlamentari, decurtati l’anno scorso stappando bottiglie di champagne in piazza, e quelli in atto con operazioni più o meno combinate, secondo i pentastellati, fra renziani, leghisti, berlusconiani e parti consistenti del Pd, dove pure c’è una certa insofferenza per l’ex segretario scissionista, per ripristinare la prescrizione. Che è stata abolita nei tribunali oltre il primo grado di giudizio dal 1° gennaio scorso, per i reati compiuti da quella data,  senza la promessa e compensativa riforma del processo penale, necessaria a fissarne davvero, non a parole, la “ragionevole durata” imposta dall’articolo 111 della Costituzione.

            Di Maio, anche a costo di compromettere l’esito dell’intervento operatorio annunciato di recente da Beppe Grillo per risparmiarsi le pericolose apnee notturne di cui soffriva, con effetti anche sul lavoro, di spettacolo e non, da svolgere durante il giorno, è sceso in campo tutto Belpietro.jpegsommato anche contro Conte, come gli attribuisce sulla Verità Maurizio Belpietro.  Il presidente del Consiglio sta infatti cercando silenziosamente da giorni di fare breccia fra i grillini per ammorbidire le resistenze del guardasigilli Alfonso Bonafede, peraltro nuovo capo della delegazione pentastellata al governo, a sospendere almeno per sei mesi la nuova disciplina della prescrizione, in attesa di una riforma del processo penale pienamente condivisa dai partiti della maggioranza, e possibilmente anche messa al sicuro con un voto parlamentare.

            Di Maio ricorre alla piazza perché non si fida evidentemente né di Conte né dei suoi compagni di partito, che non a caso del resto hanno rinviato i cosiddetti Stati Generali, cioè congressuali, del movimento da lui annunciati per le pur infauste idi di marzo, pagate da Cesare ai suoi tempi con la vita.

 

 

 

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Le sardine sono diventate indigeste ai grillini già gastrosofferenti per il Pd

            Chi ha fatto indigestione di sardine comincia a subirne o temerne gli effetti.

            Luigi Di Maio quando era ancora il capo del Movimento 5 Stelle confessò di essere stato tentato di mescolarsi nella piazza romana di San Giovanni con le sardine che a metà dicembre la riempirono per esportare il loro fenomeno antileghista dall’Emilia-Romagna, dove avevano esordito per cercare di impedire che Matteo Salvini conquistasse la regione più rossa, o fra le più rosse, d’Italia. Il ministro degli Esteri se ne trattenne all’ultimo momento per non creare fra il pubblico più imbarazzo che interesse. E fece bene, anche perché soltanto il giorno dopo dovette dichiararsi sorpreso dalla decisione di Mattia Santori e amici di scambiarsi le idee e preparare altre iniziative in un palazzo occupato, come adepti di un qualsiasi centro sociale come quello storico degli anni Novanta a Milano in via Leoncavallo. Dove peraltro si era fatto le ossa da giovanissimo proprio Salvini, non immaginando evidentemente in quale altra direzione la politica lo avrebbe portato.

            Ora che non è più capo del movimento grillino, e neppure capo della delegazione pentastellata al governo, e si sta forse godendo le difficoltà dei suoi successori alle prese col Pd e gli altri scomodi alleati di sinistra, Di Maio deve essere rimasto silenziosamente esterrefatto di fronte alla seconda foto a sorpresa delle sardine: seconda dopo quella del passaggio romano sotto lo striscione inneggiante alle occupazioni abusive degli stabili.

          Santori e amici, ospiti di Oliviero Toscani, si sono lasciati riprendere stavolta per niente imbarazzati in festosa Oliviero Toscani.jpegcompagnia proprio con quel Benetton al quale i grillini, per vendicare i morti  del crollo del ponte Morandi a Genova, non vedono l’ora di togliere tutte le concessioni autostradali cui partecipa con guadagni secondo loro immeritati e sporchi di sangue. E’ peraltro proprio di questi giorni e di queste ore il timore dei pentastellati  di ricevere dal presidente del Consiglio, nonostante l’aiuto, diciamo così, prestatogli per rimanere a Palazzo Chigi cambiando maggioranza, sorprese su Benetton analoghe a quelle sulla Tap e sulla Tav subite nel precedente governo a partecipazione leghista. Allora essi dovettero ingioiare i rospi, rispettivamente, del gasdotto marino con terminale in Puglia e della linea ferroviaria ad alta velocità per il trasporto delle merci fra l’Italia e la Francia.

            Adesso le sardine sono diventate decisamente e definitivamente indigeste per i grillini di ogni tendenza e venatura, da Di Maio a Roberto Fico.  Che, vista la popolarità da esse guadagnatesi dopo l’esordio in Emilia-Romagna, cominciano a temerle elettoralmente. Da simpatiche sardine possono diventare sanguisughe sul corpo già anemico di un movimento sceso a livello nazionale, secondo i sondaggi più ottimistici, al 14 per cento dei voti dal 32 delle elezioni politiche del 2018.

            Le sardine d’altronde, anche a costo di dividersi come in tutte le comunità politiche, specie dopo l’infortunio della foto con Benetton, non nascondono le loro ambizioni elettorali, forse esordendo direttamente o indirettamente  già nelle prove regionali della primavera prossima. L’unica speranza o consolazione coltivabile a questo punto dai grillini è che a fare le spese delle cresciute ambizioni delle sRepubblica.jpegardine possa essere anche il Pd, dopo e a dispetto dei vantaggi ricavati in Emilia-Romagna: il “pesce grosso” forse al quale ha pensato, sotto sotto, anche il direttore di Repubblica scrivendo dei seimila “pesci piccoli” ai quali qualche giorno aveva voluto dare voce raccomandandoli a Giuseppe Conte e a Nicola Zingaretti.   

 

 

 

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Polvere di cinque stelle sull’associazione nazionale dei magistrati

Ha giustamente colpito il disagio, direi anche fisico, in cui si è trovato il ministro della Giustizia Adolfo Bonafede nelle cerimonie d’inaugurazione dell’anno giudiziario cui ha assistito sentendo contestare dai procuratori generali la sua cosiddetta riforma della prescrizione in vigore dal 1° gennaio: cosiddetta, perché in realtà si tratta della sua soppressione all’arrivo della prima sentenza, dopo la quale il processo potrà continuare negli altri due gradi di giudizio all’infinito, diventando in qualche modo per l’imputato un surrogato dell’ergastolo.

Ad uno dei procuratori generali critici degli effetti di questa pseudo-riforma, in particolare a quello di Milano, Roberto Alfonso, il guardasigilli ha voluto pubblicamente reagire ribadendo la sua linea e cogliendo significativamente l’occasione per dolersi anche dell’”etichetta di manettaro” che gli viene sempre più di frequente affibbiata nelle polemiche.

Probabilmente il ministro pensava anche a quegli avvocati  che – non a Milano, in verità, dove si erano limitati a innalzare cartelli e ad allontanarsi quando aveva preso la parola Piercamillo Davigo in rappresentanza del Consiglio Superiore della Magistratura- ma in altre sedi avevano protestato contro la politica giudiziaria del governo giallorosso ammanettandosi, appunto, davanti a fotografi e telecamere.

            Ma più ancora forse del ministro Bonafede, del suo movimento politico 5 Stelle che, per quanto lacerato per tantissime ragioni, lo sostiene fortemente in questa partita della prescrizione sventolandola come una bandiera: più ancora di Davigo, che nella “sua” Milano ha dovuto sorbirsi, diciamo così, una relazione del procuratore generale anche contro le sue convinzioni su questo tema, dalle inaugurazioni dell’anno giudiziario è uscita malconcia l’Associazione Nazionale dei Magistrati, con tutte le maiuscole, per carità, che le spettano. La sua rappresentatività, dopo il consenso dato alla cosiddetta o presunta riforma della prescrizione, è uscita maluccio dalle opinioni di segno opposto espresse dai procuratori generali.

Il più sensibile e toccato, diciamo così, da questo scenario è stato sul Fatto Quotidiano, schieratissimo per l’abolizione della prescrizione, l’infaticabile o incontenibile Marco Travaglio. Che in un editoriale in cui ha storpiato già nel titolo, secondo le sue abitudini, il nome delle Camere penali in Camere penose, perché appunto contrarie alla norma che sopprime la prescrizione con l’esaurimento del primo dei tre gradi giudizio, ha voluto contestare al procuratore generale di Milano la dissonanza dal sindacato, o associazione, di cui fa parte. Questa, in verità, non si era mai vista e sentita, ma c’è sempre una prima volta per le cose alle quali non si è abituati.

Non immaginavo che un procuratore generale di Corte d’Appello, la prima autorità, diciamo così, del distretto giudiziario in cui opera, avrebbe dovuto preoccuparsi in primo luogo, facendo il proprio lavoro, esprimendo le proprie valutazioni e avvertendo dei guasti in arrivo per il funzionamento della giustizia con certe norme decise “per sentito dire”, come ha osservato abrasivamente Luciano Violante in una intervista al Dubbio, dovesse farsi carico della posizione del sindacato o associazione di appartenenza.

In un clima politico, mediatico, e persino culturale, così arroventato si moltiplicano naturalmente le difficoltà del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, appena sollecitato dal segretario del Pd Nicola Zingaretti a farsi carico del problema della prescrizione mediando fra le parti della maggioranza, specie dopo che Matteo Renzi ha praticamente avvertito di essere pronto ad una crisi, se le cose non cambieranno.

Il capo del governo sa che sul tema della prescrizione, per quanto credito si sia guadagnato a Palazzo Chigi riuscendo a trasformare, almeno sino ad ora, in un successo anche la disinvoltura con la quale qualche mese fa ha cambiato alleati e maggioranza, la sua verifica, già mutuata dal poco popolare linguaggio della cosiddetta prima Repubblica, rischia di tradursi non in quella che lui stesso ha chiamato e chiama “agenda 2023”, con l’obiettivo di durare fino alla fine ordinaria della legislatura,  ma in un’agendina di pochi mesi.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

La sempre più rischiosa partita di Conte sul terreno della prescrizione

            Nonostante il combinato disposto del Coronavirus e del festival canoro di Sanremo, che in questi giorni fanno notizia più di ogni altra cosa, sarà difficile a Giuseppe Conte, nella sua doppia veste di presidente del Consiglio e di professore di diritto, sottrarsi alle sollecitazioni a “prendere la palla” della prescrizione, comeAvvenire.jpeg dice un titolo di Avvenire, il giornale dei vescovi italiani. E a giocarsela lui per evitare che finisca nel peggiore dei modi lo scontro già latente da tempo ma alla fine esploso a Cinecittà, nell’assemblea nazionale di Italia Viva, fra Matteo Renzi e il guardasigilli grillino Alfonso Bonafede. Che, sostenuto anche come nuovo capo della delegazione pentastellata al governo dal reggente del movimento Vito Crimi, non vuole saperne, almeno sinora, di ripristinare il conteggio della prescrizione dopo il primo grado di giudizio in attesa della riforma del processo penale, necessaria a garantirne concretamente, e non solo a parole, la “ragionevole durata” stabilita dall’articolo 111 della Costituzione.

            Conte, sollecitato a gran voce ad occuparsene anche dal segretario del Pd Nicola  Zingaretti, peraltro infastidito dalla concorrenza di Renzi sul terreno del garantismo, se dovesse continuare a prendere o perdere tempo rischierebbe di concludere la verifica di governo, formalmente già cominciata dopo le elezioni regionali del 26 gennaio, non con la desiderata “agenda 2023”, per durare sino alla fine ordinaria della legislatura, ma con una più modesta agendina di non so quanti altri mesi o settimane di questo 2020.

            Le difficoltà del presidente del Consiglio sul terreno della prescrizione nascono dal marasma in cui si trova il principale partito di riferimento personale e di governo, quello delle cinque stelle, dove si vive fra il terrore delle elezioni anticipate e la paura di sembrare a rimorchio anche dei nuovi alleati di governo, dopo l’esperienza dimagrante con i leghisti, e dalla modestia, a dir poco, del primo tentativo di mediazione non si sa se più compiuto davvero da lui o soltanto attribuitogli.

            Si è scoperto, strada facendo, che il cosiddetto lodo Conte, offerto a Bonafede per limitare alle sole sentenze di condanna la sostanziale soppressione della prescrizione con una norma in vigore dal 1° gennaio, in modo da lasciare le cose come stavano per le sentenze di assoluzione, era né più né meno che una proposta già formulata da un omonimo del presidente del Consiglio: il deputato Federico Conte, del gruppo di Liberi e uguali, in prevalenza provenienti con Pier Luigi Bersani dal Pd.

            La praticabilità di questa soluzione è stata ridotta a zero da un intervento recentissimo dell’ex Flick.jpegministro della Giustizia e presidente emerito della Corte Costituzionale Giovanni Maria Flick. Il quale ha ricordato, in particolare, la sentenza da lui stesso redatta con la quale i giudici del Palazzo della Consulta bocciarono a suo tempo la legge approvata dall’allora maggioranza di centrodestra per rendere inappellabili le sentenze di assoluzione.

            Quella legge, per Flick analoga in linea di principio al cosiddettoAmadeus.jpeg lodo Conte, aveva il torto di violare la parità di trattamento garantita dalla Costituzione a tutti i cittadini, compresi gli imputati condannati, sino a sentenza definitiva di condanna. Neppure Amadeus, dal palco di Sanremo, riuscirebbe a convincere del contrario Flick e gli attuali giudici costituzionali. 

 

 

 

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Dallo Spallanzani a Cincecittà, il percorso di guerra del governo Conte

            Come le tre ricercatrici all’ospedale Spallanzani di Roma col Coronavirus, facilitando diagnosi e terapia, si spera nel più breve tempo possibile, così i renziani a Cinecittà hanno Spallanzani.jpegisolato, selezionandolo fra i tanti problemi aperti nella maggioranza giallorossa, la questione più urgente e importante su cui il governo si gioca la vita nelle prossime settimane. E’ naturalmente il problema della prescrizione nella versione introdotta dalla precedente maggioranza gialloverde nel codice e targata Bonafede, il ministro grillino della Giustizia, e ora anche capo della delegazione del Movimento 5 Stelle nel governo.

         Il guardasigilli, peraltro reduce dalle cerimonie d’inaugurazione dell’anno giudiziario in cui ha sentito con le proprie orecchie le preoccupazioni e le critiche dei procuratori generali, per  nulla condizionati dalla posizione assunta dall’associazione nazionale dei magistrati, alla sostanziale soppressione della prescrizione con l’esaurimento del primo dei tre gradi di giudizio, è stato direttamente e personalmente invitato da Renzi, in apertura e chiusura della prima assemblea nazionale del suo nuovo partito, a cambiare registro. Cioè, ad accettare quanto meno la sospensione per un anno del nuovo sistema per lasciare alla maggioranza il tempo necessario a definire una vera e vincolante riforma del processo penale, che ne specifichi e garantisca al tempo stesso la “ragionevole durata” imposta dall’articolo 111 della Costituzione. Diversamente avremmo processi infiniti, l’ergastolo in tribunale come in cella, senza peraltro una condanna definitiva.

            Incurante anche dei numeri ricordatigli da Renzi, che grazie proprio ai suoi parlamentari diventerebbero insufficienti al Senato per garantire la sopravvivenza algoverno, ma potrebbero riservare sorprese anche alla Camera, Bonafede ha reagito alle solite maniere grilline, in una cBonafede.jpegomposizione improvvisa, almeno nelle apparenze, delle tensioni che lacerano su più fronti il suo movimento. Egli ha liquidato come “ricatti” moniti e richieste dell’alleato di governo, e di quanti nel Pd dovessero decidere di dargli una mano nonostante la scissione renziana subìta nei mesi scorsi. Ed ha allungato sul fondatore e leader di Italia Viva  l’ombra dei vecchi alleati, o quasi, di governo come Angelino Alfano e Denis Verdini, considerati dai grillini il peggio del peggio.

            Nella stessa logica della difesa di Bonafede il giornale che più ne condivide e sostiene la linea, naturalmente Il Fatto.jpegIl Fatto Quotidiano, alle ombre di Alfano e Verdini ha aggiunto quella di Matteo Salvini, in soccorso dei cui interessi e progetti politici, a cominciare da una crisi ministeriale, Renzi si starebbe muovendo, pur essendo stato proprio lui nella scorsa estate non ad aprire ma a spalancare le porte ad un cambiamento di maggioranza per mandare la Lega all’opposizione e sostituirla, in un nuovo governo guidato da Giuseppe Conte, coll’ancòra suo Pd e con la sinistra di Bersani, D’Alema e Grasso, in ordine alfabetico.

            Salvini è stato evocato e rimesso anche sulla prima pagina di Repubblica per un’intervista al vecchio Umberto Bossi nella sua casa, tra le immagini televisive dell’amato basket e i familiari, finalizzata Repubblica.jpegnelle domande e nelle risposte biascicate, ma ben tradotte e stampate in frasi dalla facilissima lettura, contro il  nuovo leader della Lega, troppo estremista, nazionalista, sovranista e quant’altro anche per uno come il “senatur”, con i suoi trascorsi da aspirante secessionista e da procacciatore di fucili e proiettili con cui sbaragliare gli avversari politici, ed anche qualche alleato scomodo. Siamo al solito giornalismo che non racconta, ma fa o partecipa alla politica.  

 

 

 

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Un pò fallimentare la missione di Davigo al Palazzo di Giustizia della “sua” Milano

            Piercamillo Davigo ha dunque ottenuto quello che francamente gli spettava, una volta designato dal comitato di presidenza a rappresentare il Consiglio Superiore della Magistratura all’inaugurazione dell’anno giudiziario nella “sua” Milano. Sua, perché vi ha lavorato per tanti anni guadagnandosi, fra l’altro, negli uffici della Procura della Repubblica all’epoca di Mani pulite la fama di “dottor Sottile”, in concorrenza con l’omonimo della politica che era l’ex braccio destro di Bettino Craxi a Palazzo Chigi Giuliano Amato, destinato pure lui in qualche modo a diventare magistrato, facendo ora parte della Corte Costituzionale. Che di uomini può giudicare solo il presidente della Repubblica, se accusato di alto tradimento della Costituzione, ma di leggi può giudicarle tutte smentendo spesso il Parlamento: cosa che l’allora costituente Palmiro Togliatti, convinto com’era della sacralità parlamentare, e della politica,  aveva previsto maturando il sospetto, quanto meno, che la Corte Costituzionale non fosse un affare per la democrazia, almeno come lui l’intendeva.

            Piercamillo Davigo, dicevo, ha potuto fare quel che doveva, sino a prendere la parola, pur fra le proteste di 120 avvocati che contemporaneamente lasciavano la sala innalzando cartelli inneggianti agli articoli della Costituzione secondo loro minacciati, o addirittura calpestati, dalle frequenti esternazioni dello stesso Davigo. Secondo il quale, per esempio, gli avvocati tirerebbero troppo a lungo i processi per scommettere sulla prescrizione e insieme guadagnare di più, per cui si sono meritati la legge in vigore dal 1° gennaio, che abolisce sostanzialmente la prescrizione con l’esaurimento del primo dei tre gradi di giudizio.

            Questo è anche il trofeo politico del ministro grillino della Giustizia Alfonso Bonafede, strappato agli improvvidi leghisti ai tempi della maggioranza gialloverde e ora difeso dalle pressioni di alcuni partiti della nuova maggioranza giallorossa. Che vorrebbero una rapida e sicura definizione dei tempi del processo penale per renderli davvero e sicuramente “ragionevoli” come stabilito dall’articolo 111 della Costituzione. Diversamente avremmo processi simili ad ergastoli.

            Davigo tuttavia ha pagato a caro prezzo il suo diritto di partecipazione all’inaugurazione dell’anno giudiziario a Milano per conto del Consiglio Superiore della Magistratura di cui fa parte. E che, a conti fatti, potrebbe essere perfidamente sospettato nelle sue posizioni Davigo.jpegapicali di avergli voluto fare più un dispetto che un favore. Egli ha dovuto non solo assistere personalmente alla contestazione promessa e attuata nei suoi riguardi dagli avvocati ambrosiani, ma per non esasperare animi e situazioni si è tenuto alla larga, nel suo intervento, dai temi che con tanta sicurezza aveva sollevato rilasciando interviste e frequentando salotti televisivi fra lo sbigottimento appunto degli avvocati, e non solo. Davigo ha preferito occuparsi dei problemi interni alla magistratura parlando del lavoro del Consiglio Superiore e dell’aumento dell’attività di sorveglianza e di sanzione delle toghe.

            Oltre ad accantonare i suoi abituali e urticanti argomenti, l’ultimo dei quali è stata la convenienza teorica dell’uccisione del coniuge rispetto ai tempi della separazione legale, Davigo ha dovuto ascoltare il procuratore generale della Corte d’Appello Roberto Alfonso. Che, dopo avergli espresso “solidale amicizia”, ne ha smontato l’opinione sulla nuova disciplina, diciamo così, della prescrizione denunciandone il contrasto con i principi e le norme della Costituzione. Il ministro Bonafede, presente e dichiaratamente stanco di sentirsi etichettato da altri come un “manettaro”, non ha gradito e lo ha detto. Neppure Davigo deve avere gradito, ma una volta tanto ha dovuto tacere.

            Sul piano mediatico il bilancio della missione, chiamiamola così, di Davigo a Milano è stato ancora più negativo. Sulla prima pagina del Corriere della Sera, per esempio, egli ha dovuto incassare un urticante commento di Aldo Grasso, che gli ha contestato di essere ormai passato dalle sottigliezze ai “paradossi”, tanto da meritare un cambiamento del vecchio soprannome guadagnatosi da semplice sostituto procuratore negli anni Novanta del secolo ormai trascorso.

            Sulla prima pagina del Fatto Quotidiano Davigo si è visto difendere nel peggiore dei modi, con articoli Il Fatto.jpege titoli di dileggio degli avvocati, ambrosiani e non, che hanno disseminato di proteste contro le posizioni davighiane un po’ tutte le cerimonie giudiziarie delle Corti d’Appello, in un caso ammanettandosi in pubblico, Questi avvocati sono stati bollati come quelli “delle cause perse” dal giornale dove Davigo è sostanzialmente di casa per le interviste che gli concede e per gli elogi che gli rivolgono. E il direttore Camere penose.jpegMarco Travaglio, con la mania che ha di storpiare i nomi alle cose e agli uomini quando non gli piacciono, ha fatto diventare “penose” le Camere penali già nel titolo dell’editoriale scritto intingendo più del solito il metaforico pennino nel veleno.   

 

 

 

 

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Cronache di un governo sulla via improvvisamente interrotta della seta

            Anche lui ispirato, condizionato e quant’altro dallo scenario di un Paese nel panico, specie dopo lo stato di emergenza proclamato dal governo per sei mesi di fronte all’interruzione della famosa  e decantata Via della Seta -ricordate?- a causa del coronavirus che la minaccia, il bravo Emilio Giannelli ha confermato ancora una volta quanto e come un vignettista riesca a raccontare, spiegare e commentare la politica italiana meglio non dico di un politico, che è sempre stato il meno indicato a farlo, ma di un politologo di professione e -ahimè- di un giornalista.

            E’ letteralmente impagabile quel reggente del movimento grillino e vice ministro dell’Interno Vito Crimi immaginato sulla prima pagina del Corriere della Sera in un vertice della maggioranza giallorossa di governo che dice ai suoi interlocutori, tutti già protetti dalla mascherina: “Nei cinque stelle  non siamo in salute ma, vi assicuro, niente di contagioso”. Invece il contagio, quello politico naturalmente, c’è e si vede.

            Spostati in aprile e forse anche oltre i cosiddetti e annunciati Stati Generali del movimento ancora maggiormente rappresentato in Parlamento -per quel 33 per cento dei voti conseguiti nel 2018, e passati al 14 con l’ultimo sondaggio, quindi al di sotto anche del 17 cui lo aveva ridotto l’allora alleato Matteo Salvini nelle elezioni europee di fine maggio dell’anno scorso-  si sono allungati anche i tempi della cosiddetta verifica di governo pur avviata dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Non mancheranno riunioni, incontri e quant’altro, per carità, ma saranno sempre, giocoforza, interlocutori perché bisognerà attendere di sapere, capire, intuire cosa vorranno fare da grandi i pentastellati, oltre che litigare o scannarsi ogni giorno più di quanto volessero e sapessero fare ai loro peggiori tempi i democristiani, di cui d’altronde i grillini hanno finito per prendere il posto “centrale” con quella smisurata e ormai artificiale presenza nelle Camere.

             Vorranno -sempre i grillini- continuare a stare insieme da separati o separarsi davvero? Ma in quanti per trasformare in fatti concreti la nostalgia che sembrano avere dei mesi di collaborazione pur suicida con la Lega di Salvini? E in quanti invece per partecipare al polo dei progressisti, come lo chiama il segretario del Pd Nicola Zingaretti, che generosamente lo immagina guidato da quel grillino di complemento che è Conte, tanto bravo peraltro da far sognare anche i veterani della Dc desiderosi di un ritorno alla grande alla politica? E in quanti infine  per non stare organicamente da nessuna parte, né a destra né a sinistra, sognando a loro volta di essere in questa legislatura e in quella ancora successiva, sia pure a ranghi ridottissimi, anche per le dimensioni che avrà  il nuovo Parlamento, il cosiddetto ago della bilancia, come capitò a suo tempo  con un massino del 14 per cento dei voti a Bettino Craxi? Il quale per questo fu paragonato da un severissimo Eugenio Scalfari a Ghino di Tacco, che nella roccaforte di Radicofani taglieggiava i pellegrini diretti a Roma, o di ritorno.

            In attesa di poter rispondere a tutte queste domande o curiosità il governo con mascherine incorporate, come Stefano Rolli.jpeglo rappresenta anche Stefano Rolli  sul Secolo XIX, prosegue il suo cammino tortuoso, preoccupato solo di una cosa che non è il contagio da polmonite cinese ma uno scioglimento anticipato delle Camere per qualche incidente scappato al controllo dopo il termine o scadenza che sembra avere messo in sicurezza queste Camere: lo svolgimento, davvero difficile da evitare a questo punto, del referendum del 29 marzo confermativo del taglio di 345 seggi parlamentari su meno di mille.

            Nel frattempo, detto per inciso, il guardasigilli Alfonso Bonafede, diventato anche capo della delegazione grillina al governo al posto del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, si terrà stretta la “sua” prescrizione conteggiabile solo sino all’emissione della prima sentenza. E farà spallucce, tra un incontro e l’altro  sulla materia con chi dissente all’interno della maggiorana, anche al rischio appena denunciato dal primo presidente della Corte di Cassazione, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, che per effetto della sua presunta riforma maturino 25 mila processi in più l’anno, se non si è capito male: processi che per i reati commessi dal primo gennaio scorso potranno durare all’infinito, magari con qualche sanzionetta disciplinare per i magistrati troppo pigri.

            Senza volergli mancare di rispetto, per carità, maBonafede.jpeg parlando solo in termini politici, per niente personali, quel Bonafede in blu neppure a doppio petto nel cosiddetto Palazzaccio romano, tra gli ermellini della Cassazione alle prese con le temute conseguenze dei suoi progetti, sembrava un marziano più che un ministro della Repubblica.

 

 

 

 

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