Due titoli della Repubblica di carta -uno grande, a caratteri di scatola, e un altro piccolo ma, credo, di voluto complemento- riflettono come meglio non si potrebbe la paradossale e caotica situazione del governo e della maggioranza giallorossa che dovrebbe sostenerlo ma, in realtà, lo trascina al fondo.
“Ora per questo governo l’odio è un’emergenza”, è il titolo grande, fatto con le parole della ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, intervistata anche per commentare lettere ed altro di minacce
pervenute al giornale fondato da Eugenio Scalfari e ora diretto da Carlo Verdelli. “Se Di Maio va in piazza”, è il titolo sottostante di un editoriale sull’iniziativa assunta dal
ministro degli Esteri ed ex capo politico del Movimento grillino e della relativa delegazione al governo. Che si è affacciato a Facebook, in stile Salvini, per promuovere e motivare una manifestazione di piazza il 15 febbraio contro gli “osceni” tentativi di “restaurazione” in corso, dopo le realizzazioni del precedente governo a partecipazione leghista, di cui lui era vice presidente: carica non a caso negatagli, evidentemente, nel successivo presieduto dallo stesso uomo, Giuseppe Conte, ma con alleati diversi e tuttora in carica fra tensioni continue.
E’ proprio a queste tensioni, con l’uso di aggettivi non certo pacifici e pacificanti come “osceni” agli occhi di di chi è invitato a scendere in piazza, che Di Maio ha deciso di dare il suo contributo dismettendo
metaforicamente questa volta non solo la cravatta, come fece annunciando la rinuncia alla guida del movimento grillino, ma anche la feluca che gli spetterebbe come ministro degli esteri e capo quindi della diplomazia italiana.
I tentativi “osceni” di restaurazione in corso sarebbero, fra gli altri, quelli della competente commissione del Senato per ripristinare la consistenza dei vitalizi parlamentari, decurtati l’anno scorso stappando bottiglie di champagne in piazza, e quelli in atto con operazioni più o meno combinate, secondo i pentastellati, fra renziani, leghisti, berlusconiani e parti consistenti del Pd, dove pure c’è una certa insofferenza per l’ex segretario scissionista, per ripristinare la prescrizione. Che è stata abolita nei tribunali oltre il primo grado di giudizio dal 1° gennaio scorso, per i reati compiuti da quella data, senza la promessa e compensativa riforma del processo penale, necessaria a fissarne davvero, non a parole, la “ragionevole durata” imposta dall’articolo 111 della Costituzione.
Di Maio, anche a costo di compromettere l’esito dell’intervento operatorio annunciato di recente da Beppe Grillo per risparmiarsi le pericolose apnee notturne di cui soffriva, con effetti anche sul lavoro, di spettacolo e non, da svolgere durante il giorno, è sceso in campo tutto
sommato anche contro Conte, come gli attribuisce sulla Verità Maurizio Belpietro. Il presidente del Consiglio sta infatti cercando silenziosamente da giorni di fare breccia fra i grillini per ammorbidire le resistenze del guardasigilli Alfonso Bonafede, peraltro nuovo capo della delegazione pentastellata al governo, a sospendere almeno per sei mesi la nuova disciplina della prescrizione, in attesa di una riforma del processo penale pienamente condivisa dai partiti della maggioranza, e possibilmente anche messa al sicuro con un voto parlamentare.
Di Maio ricorre alla piazza perché non si fida evidentemente né di Conte né dei suoi compagni di partito, che non a caso del resto hanno rinviato i cosiddetti Stati Generali, cioè congressuali, del movimento da lui annunciati per le pur infauste idi di marzo, pagate da Cesare ai suoi tempi con la vita.
Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it
compagnia proprio con quel Benetton al quale i grillini, per vendicare i morti del crollo del ponte Morandi a Genova, non vedono l’ora di togliere tutte le concessioni autostradali cui partecipa con guadagni secondo loro immeritati e sporchi di sangue. E’ peraltro proprio di questi giorni e di queste ore il timore dei pentastellati di ricevere dal presidente del Consiglio, nonostante l’aiuto, diciamo così, prestatogli per rimanere a Palazzo Chigi cambiando maggioranza, sorprese su Benetton analoghe a quelle sulla Tap e sulla Tav subite nel precedente governo a partecipazione leghista. Allora essi dovettero ingioiare i rospi, rispettivamente, del gasdotto marino con terminale in Puglia e della linea ferroviaria ad alta velocità per il trasporto delle merci fra l’Italia e la Francia.
ardine possa essere anche il Pd, dopo e a dispetto dei vantaggi ricavati in Emilia-Romagna: il “pesce grosso” forse al quale ha pensato, sotto sotto, anche il direttore di Repubblica scrivendo dei seimila “pesci piccoli” ai quali qualche giorno aveva voluto dare voce raccomandandoli a Giuseppe Conte e a Nicola Zingaretti.
dice un titolo di Avvenire, il giornale dei vescovi italiani. E a giocarsela lui per evitare che finisca nel peggiore dei modi lo scontro già latente da tempo ma alla fine esploso a Cinecittà, nell’assemblea nazionale di Italia Viva, fra Matteo Renzi e il guardasigilli grillino Alfonso Bonafede. Che, sostenuto anche come nuovo capo della delegazione pentastellata al governo dal reggente del movimento Vito Crimi, non vuole saperne, almeno sinora, di ripristinare il conteggio della prescrizione dopo il primo grado di giudizio in attesa della riforma del processo penale, necessaria a garantirne concretamente, e non solo a parole, la “ragionevole durata” stabilita dall’articolo 111 della Costituzione.
ministro della Giustizia e presidente emerito della Corte Costituzionale Giovanni Maria Flick. Il quale ha ricordato, in particolare, la sentenza da lui stesso redatta con la quale i giudici del Palazzo della Consulta bocciarono a suo tempo la legge approvata dall’allora maggioranza di centrodestra per rendere inappellabili le sentenze di assoluzione.
lodo Conte, aveva il torto di violare la parità di trattamento garantita dalla Costituzione a tutti i cittadini, compresi gli imputati condannati, sino a sentenza definitiva di condanna. Neppure Amadeus, dal palco di Sanremo, riuscirebbe a convincere del contrario Flick e gli attuali giudici costituzionali.
isolato, selezionandolo fra i tanti problemi aperti nella maggioranza giallorossa, la questione più urgente e importante su cui il governo si gioca la vita nelle prossime settimane. E’ naturalmente il problema della prescrizione nella versione introdotta dalla precedente maggioranza gialloverde nel codice e targata Bonafede, il ministro grillino della Giustizia, e ora anche capo della delegazione del Movimento 5 Stelle nel governo.
omposizione improvvisa, almeno nelle apparenze, delle tensioni che lacerano su più fronti il suo movimento. Egli ha liquidato come “ricatti” moniti e richieste dell’alleato di governo, e di quanti nel Pd dovessero decidere di dargli una mano nonostante la scissione renziana subìta nei mesi scorsi. Ed ha allungato sul fondatore e leader di Italia Viva l’ombra dei vecchi alleati, o quasi, di governo come Angelino Alfano e Denis Verdini, considerati dai grillini il peggio del peggio.
Il Fatto Quotidiano, alle ombre di Alfano e Verdini ha aggiunto quella di Matteo Salvini, in soccorso dei cui interessi e progetti politici, a cominciare da una crisi ministeriale, Renzi si starebbe muovendo, pur essendo stato proprio lui nella scorsa estate non ad aprire ma a spalancare le porte ad un cambiamento di maggioranza per mandare la Lega all’opposizione e sostituirla, in un nuovo governo guidato da Giuseppe Conte, coll’ancòra suo Pd e con la sinistra di Bersani, D’Alema e Grasso, in ordine alfabetico.
nelle domande e nelle risposte biascicate, ma ben tradotte e stampate in frasi dalla facilissima lettura, contro il nuovo leader della Lega, troppo estremista, nazionalista, sovranista e quant’altro anche per uno come il “senatur”, con i suoi trascorsi da aspirante secessionista e da procacciatore di fucili e proiettili con cui sbaragliare gli avversari politici, ed anche qualche alleato scomodo. Siamo al solito giornalismo che non racconta, ma fa o partecipa alla politica.
apicali di avergli voluto fare più un dispetto che un favore. Egli ha dovuto non solo assistere personalmente alla contestazione promessa e attuata nei suoi riguardi dagli avvocati ambrosiani, ma per non esasperare animi e situazioni si è tenuto alla larga, nel suo intervento, dai temi che con tanta sicurezza aveva sollevato rilasciando interviste e frequentando salotti televisivi fra lo sbigottimento appunto degli avvocati, e non solo. Davigo ha preferito occuparsi dei problemi interni alla magistratura parlando del lavoro del Consiglio Superiore e dell’aumento dell’attività di sorveglianza e di sanzione delle toghe.
e titoli di dileggio degli avvocati, ambrosiani e non, che hanno disseminato di proteste contro le posizioni davighiane un po’ tutte le cerimonie giudiziarie delle Corti d’Appello, in un caso ammanettandosi in pubblico, Questi avvocati sono stati bollati come quelli “delle cause perse” dal giornale dove Davigo è sostanzialmente di casa per le interviste che gli concede e per gli elogi che gli rivolgono. E il direttore
Marco Travaglio, con la mania che ha di storpiare i nomi alle cose e agli uomini quando non gli piacciono, ha fatto diventare “penose” le Camere penali già nel titolo dell’editoriale scritto intingendo più del solito il metaforico pennino nel veleno.
lo rappresenta anche Stefano Rolli sul Secolo XIX, prosegue il suo cammino tortuoso, preoccupato solo di una cosa che non è il contagio da polmonite cinese ma uno scioglimento anticipato delle Camere per qualche incidente scappato al controllo dopo il termine o scadenza che sembra avere messo in sicurezza queste Camere: lo svolgimento, davvero difficile da evitare a questo punto, del referendum del 29 marzo confermativo del taglio di 345 seggi parlamentari su meno di mille.
parlando solo in termini politici, per niente personali, quel Bonafede in blu neppure a doppio petto nel cosiddetto Palazzaccio romano, tra gli ermellini della Cassazione alle prese con le temute conseguenze dei suoi progetti, sembrava un marziano più che un ministro della Repubblica.