I primi passi falsi del nuovo governo, e anche dei giornali che lo seguono

            D’accordo, per un governo nominato da pochi giorni, peraltro in un sistema che è ancora parlamentare, l’esordio che vale dovrebbe la presentazione alle Camere per chiedere la fiducia, con tanto di discorso del presidente del Consiglio. E anche di cronache di cosiddetto colore sui ministri nuovi di zecca, o quasi, che siedono ai loro banchi, felici come una Pasqua, dopo avere già scatenato la curiosità e la fantasia di giornalisti e fotografi nella cerimonia del giuramento al Quirinale.

            Eppure la presentazione di Giuseppe Conte, e della sua “squadra” gialloverde, o pentaleghista, al Senato è stata preceduta da scelte, annunci e quant’altro alquanto infelici. Che si spera siano rapidamente corretti da istruzioni e richiami quanto meno all’opportunità, che deve pur essere compatibile con il “cambiamento” propostosi dai promotori del “contratto” che ha portato alla pur accidentata soluzione della lunga crisi di governo.

            Un governo, e più in particolare un presidente del Consiglio, tanto per dirne una, che non ritiene di mandare uno straccio di ministro in Calabria nel giorno in cui esplode giustamente la rabbia degli immigrati per lo sfruttamento al quale sono sottoposti, a tre l’euro l’ora, e per la fucilazione -ripeto, la fucilazione- di un poveraccio sorpreso fra le lamiere arrugginite di un deposito più abbandonato che sequestrato, un governo, dicevo, e un presidente del Consiglio, che ritiene di disinteressarsene non offre uno spettacolo civile.

            E non è da meno una stampa, aggiungo, che fa lo stesso, espellendo generalmente un fatto del genere dalle prime pagine, a cominciare dal principale giornale del Mezzogiorno, Il Mattino. Il cui direttore Alessandro Barbano, distintosi per la sua linea garantista ma ultimamente anche per la diffidenza verso il governo che stava nascendo, è stato appena rimosso dall’editore. Che stampa giornali nello spazio libero lasciatogli dalle attività di costruttore, finanziere e non so cos’altro.

            Non è uno spettacolo incoraggiante, per quanto il quotidiano Libero abbia smesso per questo di rimproverargli l’intesa di governo con i grillini e lo abbia applaudito con un titolone su tutta la prima pagina, un ministro dell’Interno che comincia creando un incidente diplomatico con la Tunisia. E si fa giustificare dall’ambasciatore italiano con la solita scusa di essere stato frainteso a causa degli altrettanto soliti giornalisti. Che avrebbero riferito “fuori dal contesto” in cui sarebbero state pronunciate le sue parole contro “l’esportazione di galeotti” tunisini in Italia come migranti.

            Nossignore, ministro Salvini, e vice presidente del Consiglio. Continui pure ad andare in giro per uffici, piazze e salotti più o meno televisivi in maniche di camicia per difendersi dal caldo, e dal sudore non contenibile di un fisico che risente, secondo le sue stesse spiegazioni, dei menù elettorali non proprio dietetici, ma cerchi di riflettere di più prima di continuare a comiziare. E, visto che c’è, cerchi anche di coordinare meglio quanti parlano di fisco a nome del partito che guida, visto che nelle ultime ore hanno fatto un po’ troppa confusione tra la famosa flat tax sulle imprese o sulle famiglie.

            Tra i leghisti, a dire il vero, sembra essersi un po’ scatenata una gara con i grillini a chi la spara più grossa contro gli avversari di turno. Roberto Calderoli, per esempio, se l’è presa con le conferenze all’estero che ha  fatto o prenotato Matteo Renzi, tra Cina, Stati Uniti e chissà dov’altro, e ne ha chiesto le dimissioni da senatore per il troppo tempo che sottrarrebbe all’attività parlamentare, ben remunerata, per la quale si è fatto eleggere nella sua Firenze. Ora che l’ex segretario del Pd, ed ex presidente del Consiglio, gli ha rinfacciato la circostanza di non essere mancato a una sola delle sedici votazioni svoltesi nell’aula di Palazzo Madama dall’inizio della diciottesima legislatura, e ha voluto partecipare alla discussione sulla fiducia al nuovo governo, Calderoli dovrebbe quanto meno chiedergli scusa. O dimettersi lui.

            In questa panoramica poco consolante sull’esordio del nuovo governo, e della maggioranza che lo sostiene, ha sorpreso piacevolmente il nuovo guardasigilli Alfonso Bonafede, che ha annunciato al personale del Ministero della Giustizia di non voler disfare per partito preso tutto quello che è stato fatto dai suoi predecessori. Lo dimostri allora con la riforma penitenziaria lasciatagli in eredità dal piddino Andrea Orlando.

 

 

 

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Il commissario europeo Moscovici resiste alla corte contro il governo italiano

            A suo modo è stato uno spettacolo quello offerto dalla terza rete televisiva della Rai con l’intervista del pomeriggio domenicale di Lucia Annunziata al commissario europeo agli affari economici e monetari Pierre Moscovici, collegato da Parigi sullo sfondo della solita torre Eiffel.

            Per mezz’ora, che è poi anche il titolo della trasmissione, al netto di quel “più” dedicato ad altri e altro, il povero Moscovici ha dovuto resistere, con un garbo pari alla fermezza, ai tentativi della intervistatrice di metterlo in rotta di collisione col nuovo governo appena formatosi a Roma.

            Più l’intervistato ne parlava con compiacimento e interesse, smanioso di conoscere i nuovi ministri, a cominciare naturalmente da quello dell’Economia, che sarà il suo più diretto e frequente interlocutore, più l’Annunziata -nomen omen, verrebbe da dire- lo incalzava perché esprimesse qualche dubbio, qualche preoccupazione, qualche riserva sul governo Conte. O perché avvertisse qualche prurito o altro fastidio.

            Ad un certo punto, la stessa giornalista ha riconosciuto di esagerare scusandosene e procurandosi da Moscovici come risposta l’assicurazione di essere bene attrezzato e allenato a questo tipo di rapporti, diversamente -aggiungo io- da altri esponenti della Commissione Europea di Bruxelles. Come ha fatto recentemente il commissario tedesco al bilancio, che col primo giornalista a portata di mano  si è lasciata scappare, poi scusandosene senza tuttavia dimettersi perché superprotetto da Berlino, la speranza che gli elettori italiani imparino finalmente a votare bene dai mercati, dubbiosi dell’affidabilità dei nostri titoli di Stato.

            “Ma ci dica allora -ha chiesto alla fine l’Annunziata- quale sarà la linea rossa”, oltre la quale il nuovo governo italiano non potrà evidentemente spingersi senza procurarsi chissà quali ritorsioni e altri tipi di disgrazie. E Moscovici, sempre paziente, le ha spiegato che non c’è alcuna linea rossa e che le cose italiane “si decidono a Roma”, non a Bruxelles o altrove, dove comunque -ha assicurato il commissario europeo- si hanno da tempo, e insieme, la consapevolezza e la comprensione necessarie per i problemi dell’Italia. Che -aggiungerei- non sono i soli dell’Unione, essendovene anche altri, compresi quelli della Francia. Il cui presidente Emmanuel Macron, peraltro e non a caso, è stato il primo a contattare con interesse e cordialità il nuovo presidente  italiano del Consiglio, prima ancora che Giuseppe Conte fosse costretto dal presidente della Repubblica Sergio Mattrella a rinunciare, volendo nominare Paolo Savona ministro dell’Economia. E poi richiamato e nominato grazie allo spostamento strategico -pensate un po’- concordato fra leghisti e grillini, o viceversa, del presunto e pericoloso nemico dell’euro Savona al Ministero -udite, udite- degli affari europei. E’ stato, secondo la logica dell’impuntatura iniziale, come mettere la volpe a guardia del pollaio.

            Lo spettacolino televisivo appena raccontato, con la sommaria ricostruzione delle circostanze conclusive della lunga crisi di governo con cui si è aperta la diciottesima legislatura uscita dalle urne del 4 marzo scorso, è la dimostrazione del ruolo a dir poco improprio che svolge l’informazione in Italia. Essa ha ormai scambiato il vecchio e doveroso compito del “cane da guardia” di fronte al governo di turno, ma anche all’opposizione, per quello del piromane. E’ un po’ come ciò che accade con certe guardie forestali, che appiccano il fuoco per potere poi avere il bisogno di spegnerlo.

            Ed è un po’ quello che stanno facendo anche molti ministri, quelli più in vista, nominati per spegnere i fuochi della campagna elettorale chiusasi a marzo, e finalmente governare, ma ne stanno accendendo altri, oltre ad alimentare i vecchi, partecipando alla grande all’ultima settimana di campagna per le amministrative di domenica prossima in circa 800 Comuni. Cui forse seguiranno dopo quindici giorni una ventina di  ballottaggi.

            Poi arriveranno gli incendi estivi. Non c’è proprio pace in questo povero Paese.

Le telefonate continue di Salvini a Berlusconi. Che non lo dice ma gradisce

            Ho saputo da buona fonte che, per quanto gli impegni di lavoro siano aumentati ora che deve dividersi anche tra gli uffici del Viminale e di Palazzo Chigi, senza rinunciare a quelli della Lega e alle piazze, Matteo Salvini non lasci praticamente trascorrere giorno senza fare almeno un colpo di telefono a Silvio Berlusconi. Che, d’altronde, gli avrebbe dato come a pochi altri il numero del suo cellulare personale, dove ha smesso da tempo di inserire quelle curiose schede anti-intercettazione fornitegli dall’amico Walter Lavitola prima di doversi rifugiare all’estero e finire in galera.

            Nelle telefonate, pur rammaricandosi ogni tanto di questa o quella dichiarazione diguerra rilasciata dall’ex capogruppo forzista alla Camera Renato Brunetta e simili, Salvini cerca di rassicurare il Cavaliere. Di confermargli non solo l’amicizia e la simpatia personali ma anche la fedeltà, nonostante le apparenze, all’alleanza di centrodestra. Alle cui finalità e ai cui programmi egli ritiene di non avere rinunciato, come dimostrerebbero del resto le comuni campagne in corso per le consistenti elezioni amministrative di domenica prossima, pur essendosi momentaneamente messo con i grillini per governare a livello nazionale. Ma lo ha fatto al termine di una lunga trattativa -ricorda sempre  Salvini all’amico- che non avrebbe mai cominciato se non ne fosse stato autorizzato da lui in persona: circostanza, questa, alla quale Berlusconi non oppone mai smentita o precisazione, arrivando qualche volta solo ad ammettere di avere creduto che Altan.jpg sarebbe uscita fuori solo la rottura della frittata. Che invece è riuscita ed è sttaa servita agli italiani tra la delusione, le protesta e gli allarmi a sinistra di Altan su Repubblica: non certo un vignettista di simpatie forziste.

            Ostinato come un mulo, peraltro ingrassato negli ultimi mesi, come gli ha appena rimproverato con poca grazia Giampaolo Pansa contestandogli anche l’uso delle camicie bianche, che non ne affinano di certo la linea, Salvini è convinto che prima o dopo riuscirà a convincere del tutto Berlusconi delle proprie ragioni, come ha già fatto con Giorgia Meloni. Che, passata dal voto contrario all’astensione sulla imminente fiducia parlamentare al governo legastellato di Giuseppe Conte, ha detto urbi ed orbi che “il Cavaliere ha torto” a non dare una mano a Salvini nell’azione di contenimento e, tutto sommato, anche di contrasto ai grillini. I quali di voti ne stanno perdendo e non guadagnando dalla firma del “contratto” con i leghisti.

            Vedrete -si è avventurato a prevedere il vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno agli amici-che i parlamentari di Forza Italia finiranno per approvare più provvedimenti del governo di quelli che bocceranno. Se sono rose, fioriranno. D’altronde, la vocazione all’opposizione non è irresistibile ai congiunti e agli amici che amministrano le aziende del Cavaliere, per quanto la figlia più ascoltata e più alta in grado, Marina, non si lasci scappare occasione per sostenere che il famoso conflitto d’interessi contestato al padre dagli avversari è vero al contrario. Esso gioca, cioè, più per fermare il Cavaliere che per fargli rincorrere il governo contrastando quelli in carica.

            Il telefono di Berlusconi in questi giorni è molto caldo. Chissà se riuscirà a trovarlo libero l’ormai ex ministro degli Esteri Angelino Alfano, scomparso dai radar politici. Egli ha lasciato la Farnesina esprimendo un solo desiderio: di tornare ad avere “un rapporto affettuoso” col Cavaliere, a dispetto del quid negatogli quando ancora apparteneva a Forza Italia e ne sembrava il delfino. Altro che “diversamente berlusconiano”, come Alfano si sarebbe  definito improvvisando un nuovo partito di centrodestra per restare nel governo di Enrico Letta, cui l’uomo di Arcore aveva tolto l’appoggio come ritorsione per la decadenza da senatore, a scrutinio per giunta inusualmente palese, votatagli dal Pd dopo la condanna definitiva per frode fiscale. E in applicazione retroattiva della cosiddetta legge Severino.

L’Italia che ride e quella che piange per il governo gialloverde di Giuseppe Conte

            Di tutte le foto scattate tra il Qurinale, per il giuramento del nuovo governo davanti a un presidente della Repubblica finalmente rinfrancato, e Palazzo Chigi, per l’insediamento del presidente del Consiglio, quella politicamente ma anche emotivamente più significativa l’ho trovata sulla prima pagina de La Stampa. Dove Giuseppe Conte, il campanella.jpgmuovo premier, rimasto solo dopo il commiato dal conte (al minuscolo) Paolo Gentiloni, ormai nel cortile per gli onori militari e gli applausi del personale affacciato alle finestre, chiama a sé, felice e contento, i due vice presidenti Luigi Di Maio e Matteo Salvini, in ordine rigorosamente alfabetico. Che hanno assistito in prima fila al passaggio della campanella d’argento del Consiglio dei Ministri dalle mani del vecchio a quelle del fresco inquilino del Palazzo.

           Vauro.jpg Quel furbacchione di Vauro Senesi nella vignetta di giornata sul Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, che sta digerendo a fatica il nuovo governo perché ne avrebbe preferito uno concordato fra i grillini e un Pd pur sconfitto e vituperato sino al giorno delle elezioni, quasi tre mesi fa, ha tradotto la situazione del nuovo presidente del Consiglio in quella collodiana di Pinocchio fra due Carabinieri. Nei quali sono riconoscibili con la matita di Vauro sia Di Maio sia Salvini. E questo senza tener conto della quarta figura in campo al vertice del nuovo governo. Che è il sempre importante e decisivo sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e segretario dello stesso Consiglio: in questo caso il leghista Giancarlo Giorgetti, tanto alto e imponente quanto giulivo ed efficace nell’arte dei rapporti umani e politici. E anche in quella della distribuzione dei posti del sottogoverno, come si diceva una volta e non so come si debba dire in questa epoca di vero o presunto “cambiamento”.

            Passato indenne, per influenza e bravura, attraverso tutti gli avvicendamenti anche drammatici intervenuti ai vertici della Lega, da Umberto Bossi a Roberto Maroni e infine a Salvini, che ha deciso di rimanere segretario anche ora che è pieno di impegni di governo, fra il Viminale e Palazzo Chigi, Giorgetti nella lunga crisi appena conclusa è stato sul punto di arrivare lui al posto di Conte. Ed è comparso nelle cronache dei totoministri più volte al posto del controverso o contestato Paolo Savona al Ministero dell’Economia. Dove egli si troverebbe sicuramente adesso se non avesse rifiutato per convinta e dichiarata solidarietà con l’anziano economista scambiato anche da Sergio Mattarella, a torto o a ragione, per il nemico pubblico dell’euro, dell’Unione e di chissà quant’altro. Ma non a tal punto, evidentemente e paradossalmente, da precludergli il Ministero degli affari europei, al cui vertice Savona è stato nominato con tanto di giuramento, firma, controfirma del presidente della Repubblica sotto gli stucchi del Quirinale e scambi di ringraziamenti.

            La politica, per fortuna o per disgrazia, secondo le opinioni, è anche questa: l’arte del compromesso, delle soluzioni a sorpresa, o -come mi diceva il compianto Sandro Pertini-  del “resistere fino a un momento prima di cedere”, da una parte o dall’altra, o da entrambe contemporaneamente.

            Ora con un governo in cui la Lega di Salvini, con quella ciliegina sulla torta che è Giorgetti al posto chiave di sottosegretario alla Presidenza, come fu il giovane Giulio Andreotti agli albori della Repubblica con Alcide De Gasperi, ha di fatto azzerato, o quasi, le pur notevoli distanze elettorali dal più votato Movimento delle 5 stelle. Di riflesso la sinistra politica e mediatica è allarmata o addirittura piange.

           Biani.jpg L’allarme è stato gridato dal direttore della Repubblica, quella di carta, Mario Calabresi, che nel titolo del suo editoriale ha “allacciato le cinture” chiedendo ai lettori di fare altrettanto. Il pianto è quello nel quale il vignettista del Manifesto Mauro Biani ha sorpreso un’Italia tricolore ammanettata. Eppure oggi è una giornata di festa: quella della Repubblica. E della Repubblica, ripeto, vera, nata col referendum popolare del 1946 e vestita alla fine del 1947 della Costituzione ancora in vigore, tante volte venduta come “la più bella del mondo”: una Costituzione sopravvissuta alla riforma tentata da Matteo Renzi e bocciata dal sessanta per cento dell’elettorato il 4 dicembre 2016, non so francamente -a dir poco- se per fortuna o sfortuna.

 

 

 

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Mattarella riesuma il governo Conte e salva la festa della Repubblica

            Se Dio vuole è fatta, almeno per ora. Se non la Repubblica, quella vera, non quella di carta di Eugenio Scalfari, il presidente Mattarella è riuscito a salvare la sua festa, che ricorre il 2 giugno. Lo ha fatto congedando con tanti ringraziamenti Carlo Cottarelli, richiamando Giuseppe Conte al Quirinale e accettandone la lista dei ministri appena concordata su una terrazza della Camera dai leader dei due partiti che compongono il nuovo esecutivo:  il Movimento 5 stelle e la Lega. Due leader che “affiancano” il presidente del Consiglio come vice e ministri di grandissimo peso:  il leghista Matteo Salvini al Viminale, cioè all’Interno, e il grillino pentastellato Luigi Di Maio allo scatolone dove confluiscono i dicasteri dello Sviluppo Economico e del Lavoro.

            Il contestatissimo Paolo Savona, che proposto al Ministero dell’Economia aveva fatto tremare le vene e i polsi a Mattarella per i pericoli che avrebbe potuto rappresentare per l’Unione Europea, la moneta unica e i risparmi degli italiani, è diventato ministro degli “affari europei” nel governo infine partorito. Se non sarà zuppa, sarà pan bagnato.

            A Bruxelles e dintorni, d’accordo, non si troveranno il “rompiscatole” Savona nelle riunioni dell’’Ecofin, una specie di Consiglio dei Ministri dell’Economia dell’Unione, ma lo avvertiranno spesso come un convitato di pietra perché i loro dossier finiranno lo stesso nelle sue mani in Italia.

            Ma soprattutto i signori dell’Ecofin non tarderanno ad accorgersi che l’economista Giovanni Tria, proposto a Mattarella, e accettato, al posto di Savona al dicastero in cui sono confluiti  da tempo i vecchi Ministeri del Tesoro, del Bilancio e della Finanze, è un osso duro, per niente convinto che l’Unione e l’euro siano gestiti al meglio.  Non casualmente egli è di casa alla Fondazione Bettino Craxi, sino a poco tempo fa presieduta dalla figlia dello scomparso leader socialista, Stefania, e ora dall’ex ministra Margherita Boniver, da quando Stefania è tornata in Parlamento con Forza Italia, al Senato.

            Fra i lasciti politici di Bettino Craxi c’è il monito sull’”inferno” che sarebbe diventata l’Unione Europea, e la sua moneta unica, senza modificare le regole dei vecchi trattati del 1992. Che lui, da segretario del Psi, accettò nella dichiarata convinzione che dovessero servire solo a far partire l’Unione.

            La formazione del governo Conte ha rispettato anche il vecchio detto popolare che “né di Venere né di Marte ci si sposa né si parte”. E’ nato infatti di giovedì, in tempo anche per permettere al presidente del Consiglio di correre dagli amici che lo aspettavano nella solita pizzeria, e ristorante, del centro storico di Roma.

           Giannelli.jpg Giuramento dei ministri e partecipazione all’abituale ricevimento nei giardini del Quirinale  per la festa della Repubblica sono invece l’antipasto della rassegna militare e civile del 2 giugno ai Fori Imperiali, dove il vignettista del Corriere della Sera ha già immaginato svettare come jet Conte, Di Maio e Salvini, sopra un canuto e assordato Mattarella. Che in questa lunghissima crisi di governo ne ha viste e tollerate un po’ di tutti i colori, lasciandosi in verità sorprendere troppe volte da fatti e attori dell’inusuale e un po’ sismico scenario politico prodotto dalle elezioni del 4 marzo scorso.

            Alla fine il presidente della Repubblica ha avuto anche la possibilità di giovarsi, personalmente e istituzionalmente, di una crisi apertasi più o meno sotto traccia in entrambi i partiti del “governo del cambiamento”, avendo prima Di Maio e poi anche Salvini incontrato resistenze alla originaria linea dello sfondamento verso le elezioni anticipate, per giunta d’estate.

            Ciò ha permesso a Mattarella, minacciato per 48 ore anche di cosiddetto impeachment,  di tirare un sospiro di sollievo e di esprimere quella che il quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda, con il sapiente gioco di parole che è abituato a cogliere, e qualche volta anche a conciliare, fra gli arazzi e i tappeti del palazzo dove trascorre buona parte della sua giornata, ha definito “soddisfazione senza trionfalismi”. Cui invece si sono un po’ goffamente abbandonati politici, costituzionalisti, editorialisti e cronisti affetti da quella che chiamerei la sindrome della Corte.

            Come potrà lavorare e quanto potrà durare il governo dell’”avvocato difensore del popolo” Giuseppe Conte nessuno può onestamente sapere e ragionevolmente prevedere anche perché la sua nascita, pur fortunosa, ha abbozzato nuovi equilibri e distrutto o lesionato altri. Siamo all’ennesima scomposizione e ricomposizione delle forze politiche e degli equilibri: un fenomeno ciclico che nella lontana e cosiddetta prima Repubblica aveva un regista eccezionale: Aldo Moro. Ad averne un altro all’altezza in questa incipiente e proclamata “terza Repubblica”: quella “dei cittadini”, come la vorrebbe chiamare con troppa enfasi Di Maio, non proprio un monumento alla chiarezza e alla linearità di posizioni e comportamenti.

 

 

 

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L’album di famiglia dei giustizialisti consultabile al Corriere della Sera

Angelo Panebianco con la consueta lucidità, e il pessimismo della ragione felicemente contrapposto da Antonio Gramsci nel secolo scorso all’ottimismo della volontà, ci ha appena ammonito sul Corriere della Sera  a non farci illusioni su un “rapido declino” dei “partiti antisistema”. Che erano giunti già cinque anni fa sulla soglia del governo, nella diciassettesima legislatura, varcandola in questa diciottesima con l’incarico conferito da Sergio Mattarella all’”avvocato difensore del popolo” Giuseppe Conte. Un popolo, secondo Conte e i due partiti –5 stelle e Lega– suoi sostenitori nel viaggio per Palazzo Chigi, vessato troppo a lungo da caste e quant’altro rappresentate o protette dai partiti avvicendatisi al potere.

La Lega, in verità, è un movimento antisistema atipico, sdoganato poco dopo la sua nascita, in tandem col più vecchio Movimento Sociale, da un Cavaliere  -Silvio Berlusconi- riuscito, pur tra alti e bassi, a farne un partito di governo, a livello locale e nazionale. E anche di buon governo, bisogna ammetterlo. Ma nella versione salviniana, premiata dagli elettori, il partito che fu di Umberto Bossi è destinato forse a riservare sorprese ancora maggiori di quelle che ha già procurato in questi ultimi tempi, prima e dopo le elezioni politiche del 4 marzo scorso facendo venire i capogiri al vecchio sdoganatore.

Secondo Panebianco lo scenario populista e quant’altro nel quale ci stiamo muovendo è il frutto di “una trentennale, martellante propaganda che ha dipinto la politica rappresentativa come un verminaio, il concentrato di tutte le lordure e le brutture, e i suoi esponenti come gente per la quale vale l’inversione della prova: è ciascuno di loro che deve dimostrare di non essere un corrotto”.

Cito ancora di Panebianco, condividendolo, “il lavaggio del cervello a cui il “circo mediatico giudiziario” ha sottoposto per decenni tanti italiani”: un lavaggio del cervello che ha funzionato “complice la tradizionale debolezza della cultura liberale”, per cui “molti si sono convinti che questo è, a causa della politica, il Paese più corrotto del mondo, o giù di lì, e che bisogna innalzare (per ora solo metaforicamente, poi si vedrà) la ghigliottina”.

Parlare di un trentennio, come ha fatto l’editorialista del Corriere della Sera, significa risalire anche a prima del ciclone giudiziario di “Mani pulite”, che travolse la cosiddetta prima Repubblica e ribaltò i rapporti tra i poteri a vantaggio della magistratura. In effetti, già prima del 1992 la politica aveva cominciato a perdere terreno. Risale addirittura al 1978, l’anno del sequestro e dell’assassinio di Aldo Moro, la sensazione avvertita dall’allora segretario del Pci Enrico Berlinguer, pur di fronte alla sopravvivenza della legge sul loro finanziamento pubblico al referendum abrogativo promosso da Marco Pannella, che i partiti stessero perdendo credibilità, compreso il suo. E, facendo parte della cosiddetta maggioranza di solidarietà nazionale, pretese come segnale di svolta e di riconciliazione col pubblico, ottenendole, le dimissioni da presidente della Repubblica di Giovanni Leone, oggetto di una campagna scandalistica poi naufragata nelle aule dei tribunali. Per cui seguirono, ma a distanza di vent’anni, in tempo comunque per cogliere ancora Leone in vita, le scuse di quanti avevano contribuito alla sua sostanziale rimozione dal Quirinale, quando peraltro mancavano solo sei mesi alla scadenza del mandato.

Tuttavia, pur potendo risalire a trenta e persino a 40 anni fa, quanti ne sono trascorsi dalla vicenda Leone, la “martellante propaganda” contro la politica inevitabilmente o generalmente corrotta raggiunse il suo apice mediatico e culturale nel 2007. Fu allora che, anche sull’onda -come ha giustamente ricordato ieri sul Dubbio Angelo Bandinelli prendendo spunto, fra l’altro, da un editoriale di Giovanni Orsina di due anni fa sulla Stampa- venne pubblicato e fece testo il libro di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo dal titolo “La Casta- Così i politici italiani sono diventati intoccabili”. Un libro che in soli sette mesi vendette un milione e  duecentomila copie, ristampato più volte e seguito da altri di tipo analogo, degli stessi autori e imitatori.

Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo erano la coppia di punta degli inviati e degli autori di inchieste del Corriere, destinata a separarsi dopo dieci anni, quando  Rizzo  è passato a Repubblica diventandone vice direttore. “Ci siamo formati alla loro scuola”, si vantò qualche settimana fa una matricola parlamentare dei grillini.

L’appartenenza di Stella e Rizzo al Corriere, due giornalisti -per carità- di indiscussa bravura, ma spesso lasciatisi prendere la mano nella loro campagna contro “la casta”, ha dato un po’ il sapore froidianamente autocritico al titolo assegnato all’editoriale di Panebianco: “Album di famiglia”. Come quello storico dell’altrettanto storico articolo sul Manifesto scritto da Rossana Rossanda sui brigatisi rossi che avevano sequestrato Moro sterminandone la scorta e diffondendo il primo dei loro truculenti comunicati o proclami.

Per carità, non facciamo confusione fra giornalisti d’inchiesta e terrositi. Ma quell’”album di famiglia” per altri versi centra un problema reale dell’informazione in Italia e di ciò che, volente o nolente, essa ha quanto meno contribuito a creare di questo cupo scenario che ci avvolge. E che ha fatto saltare tutti gli schemi, tutte le abitudini della politica e dintorni, investendo di una certa confusione persino il Quirinale nella gestione della lunga crisi di governo apertasi con le elezioni del 4 marzo scorso.

 

 

 

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