Il contropiede della Meloni nella corsa al tribunale dei ministri per l’affare Almasri

Dalla Stampa

         Sul putiferio provocato dalla notizia, diffusa dalla stessa premier Giorgia Meloni, dell’iniziativa giudiziaria su di lei, sui ministri dell’Interno e della Giustizia e sul sottosegretario alla Presidenza del Consiglio delegato ad occuparsi dei servizi segreti, si ha solo l’imbarazzo della scelta fra chi ha compiuto per primo o di più falli di reazione, chiamiamoli così cercando di essere equanimi. Che è cosa francamente difficile nell’ossimoro di questa calda stagione politica d’inverno.

Dal Foglio

         Ha sbagliato di più la premier a esibire in un video quello che ha definito un “avviso di garanzia”, con tanto di reati ipotizzati a carico suo e dei colleghi di governo per il rimpatrio in Libia del generale Almasri,del quale la Corte penale internazionale dell’Aja aveva chiesto e per qualche ora anche ottenuto la carcerazione in Italia dopo averlo lasciato viaggiare liberamente fra Gran Bretagna e Germania? Un generale accusato di gravissimi reati nel trattamento degli immigrati in Libia, dei quali sono aumentate le partenze per l’Italia dopo il suo arresto, in una coincidenza a dir poco significativa. 

L’avvocato Luigi Li Gotti

         O hanno sbagliato l’associazione nazionale dei magistrati e tutti quelli che le sono andati appresso contestando alla Meloni la natura dell’atto ricevuto dalla Procura della Repubblica di Roma? Che sarebbe non un avviso di garanzia ma una semplice e “dovuta” comunicazione di inoltro al competente tribunale dei ministri, composto per sorteggio, di un esposto delll’avvocato Luigi Li Gotti. Che ciascuno colloca politicamente dove vuole riferendosi alle varie tappe del suo impegno politico: a destra e a sinistra, essendo lui passato per il Movimento Sociale, Alleanza Nazionale e Italia deivalori di Antonio Di Pietro, guadagnandosi in quest’ultima collocazione un sottosegretariato nel secondo governo di Romano Prodi.

Dal manifesto

         Esiste sul piano logico, mediatico, percettivo una differenza fra indagini in corso, impedite per legge alla ordinaria Procura della Repubblica di Roma in materia di reati ministeriali, o indagini imminenti, dati i tempi ristretti lasciati al tribunale dei ministri per valutare la situazione? Dubito che esista, per quanto importante, persino vitale, sembri apparire all’associazione nazionale dei magistrati in un momento in cui essa è impegnata in un duro scontro con il governo sulla riforma della giustizia all’esame del Parlamento. Uno scontro che non è arrivato all’improvviso, ma rientra in un conflitto fra giustizia e politica in corso da una trentina d’anni se vogliamo risalire alle inchieste giudiziarie note col nome di “Mani pulite”. O da una quarantina se vogliamo risalire al 1985, quando l’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga impedì al Consiglio Superiore della Magistratura, da lui stesso presieduto, di processare a suo modo il capo del governo Bettino Craxi. Che aveva criticato come riduttivo il trattamento giudiziario riservato ai terroristi assassini del giornalista Walter Tobagi, del Corriere della Sera.

Il De Bello… Italico tra la magistratura e la politica

Da Libero

Altro che la trentina d’anni cui viene spontaneo pensare lì per lì per ricostruire questa specie di guerra fra giustizia e politica, anzi fra giustizia e governo in cui viene spontaneo iscrivere, per clima e circostanze, gli avvisi di garanzia ricevuti dalla premier Giorgia Meloni, dai ministri dell’Interno e della Giustizia, Matteo Piantedosi e Carlo Nordio, e dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega ai servizi segreti Alfredo Mantovano.  Che sono divisi ora fra le incombenze parlamentari e quelle giudiziarie per l’affare del generale libico Almasri. Il quale ha potuto viaggiare libero per un po’ di giorni in Europa prima di essere raggiunto in Italia da un ordine di arresto internazionale, eseguito il quale sono partiti appunto dalla Libia altri barconi di immigrati clandestini destinati in direzione del nostro Paese. Sino a quando il generale da persona pericolosa quale è stata considerata anche dal nostro governo non è stato rispedito a casa sua.

Francesco Saverio Borrelli, che da procuratore della Repubblica a Milano bloccò il primo governo Amato

         La guerra dei 30 anni, dicevo. O dei 32, pensando a quando la Procura della Repubblica di Milano contestò pubblicamente due decreti legge emessi dal primo governo di Giuliano Amato per una cosiddetta uscita politica da Tangentopoli, e dalle conseguenti indagini giudiziarie “Mani pulite”. Una protesta che fermò al presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro la mano per la firma, pur dopo che i decreti erano stati approvati dal Consiglio dei Ministri fra interruzioni della seduta necessarie alle consultazioni fra gli uffici di Palazzo Chigi e quelli del Quirinale.

         Un analogo intervento della Procura ambrosiana avrebbe colpito l’anno dopo un decreto legge, quella volta del governo di Silvio Berlusconi, che pure era già stato controfirmato dal capo dello Stato, per limitare il ricorso alle manette prima del processo, nella fase delle indagini preliminari. Quando gli stessi magistrati si difendevano dall’accusa di abusare degli arresti dicendo che non arrestavano gli indagati per farli parlare, ma li liberavano quando parlavano. Se lamentò Bettino Craxi in una lettera quasi aperta al presidente della Repubblica Scalfaro, sempre lui, che rimase senza risposta. Ed è stata pubblicata solo di recente, fra ottanta selezionate nel suo archivio nel venticinquesimo anniversario della morte.

Francesco Cossiga e Bettino Craxi

         Ma già prima di questi episodi non idilliaci, diciamo così, nei rapporti fra magistratura e governo, si era verificato nel 1985 il clamoroso intervento dell’allora capo dello Stato Francesco Cossiga sul Consiglio Superiore della Magistratura, da lui stesso presieduto, per la pretesa di censurare il presidente del Consiglio Craxi. Che aveva espresso valutazioni critiche sulle agevolazioni giudiziarie concesse ad aspiranti terroristi che si erano guadagnati l’arruolamento uccidendo come un cane sotto casa a Milano il giornalista Walter Tobagi, del Corriere della Sera.

         Cossiga sconfessò il vice presidente del Consiglio Superiore, il collega di partito Giovanni Galloni, che si era prestato alla confezione di un ordine del giorno così invasivo, gli ritirò la delega per l’occasione e mobilitò una brigata di Carabinieri per fare rispettare la sua diffida. Il presidente del Consiglio -ricordò il capo dello Stato- risponde delle sue opinioni al Parlamento che gli ha concesso la fiducia, non all’organo di autogoverno della magistratura. E finì lì, tra le proteste naturalmente di toghe che poi avrebbero avuto occasioni per rifarsi contro Craxi. Così come fecero le opposizioni in Parlamento tentando l’impeachment di Cossiga per le sue esternazioni, cioè per le sue opinioni.

         Nel contesto di una storia così lunga, che non ho voluto estendere ulteriormente risalendo nei particolari al pericolo  di una “Repubblica giudiziaria” avvertito già agli inizi degli anni Settanta del Novecento dall’allora sottosegretario repubblicano al Ministero dell’Industria e Commercio, Oscar Mammì; nel contesto, dicevo, di una storia così lunga le notizie appena arrivate da Palazzo Chigi e dintorni sono solo le ultime in ordine di tempo. Cioè, le penultime.

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Daniela Santanchè in trincea, anzi all’attacco anche dei “fratelli” in…sofferenti

Dal Corriere della Sera

         Daniela Santanchè, la ministra del Turismo rinviata a giudizio per falso in bilancio e a rischio anche di un processo per truffa all’Inps, ma naturalmente innocente sino a eventuale condanna definitiva, si era in fondo proposta di sorprendere chiamando Visibilia la più nota delle sue società o attività. E ha mantenuto la promessa anche gestendo il passaggio politico delle polemiche su di lei: interne anche al suo partito, oltre a quelle provenienti dalle opposizioni con richieste di dimissioni e presentazione delle solite mozioni parlamentari  di sfiducia personale.

Dal Secolo XIX

         Stanca evidentemente di aspettare che la sua amica, collega di partito e premier Giorgia Meloni si chiarisca le idee -come ha pubblicamente dichiarato- sulla posizione della ministra, più in particolare sui riflessi che le vicende giudiziarie potrebbero avere sulla sua attività di governo, la Santanchè ha rotto gli indugi. E, riuscendo a guadagnarsi un po’ di spazio anche nelle prime pagine dei giornali dove si parla di memoria dell’Olocausto, deportazioni di immigrati in catene dagli Stati Uniti, fughe o tentativi di ritorno a Gaza eccetera, ha annunciato con linguaggio un po’ fascistico – bisogna ammetterlo- che “se ne frega” dei dubbi della Meloni e del malumore avvertito anche da lei fra i suoi “fratelli d’Italia”.

Da Repubblica

In particolare, la Santa…nchè ha  avvertito che a decidere del suo destino di ministro sarà lei, e solo lei, sicura -ha detto a Repubblica- di potere contare sulla solidarietà, condivisione, aiuto e quant’altro del presidente del Senato Ignazio La Russa. Oltre che di quella specie di certificazione che perfidamente il solito Fatto Quotidiano nella “cattiveria” di giornata ha attribuito a Paolo Berlusconi con queste parole: “Mio fratello Silvio sarebbe orgoglioso della Santanchè”.

Dal Fatto Quotidiano

In effetti la signora è sostenuta apertamente in questi giorni dal segretario forzista, vice presidente del Consiglio, ministro degli Esteri, ex presidente del Parlamento europeo e quant’altro Antonio Tajani. Nonché dall’altro vice presidente del Consiglio, ministro delle Infrastrutture, ex ministro dell’Interno e leader della Lega Matteo Salvini.

Meloni e Santanchè d’archivio

         L’artiglieria, diciamo così, c’è tutta. Ed ha comprensibilmente inorgoglito la ministra. O il ministro, se l’interessata -come la Meloni per le sue cariche istituzionali- preferisce il genere maschile scambiandolo per quello che secondo altri linguisti non è, cioè neutro, in un mondo e in una società dove le donne contano sicuramente più del passato. Per quanto anche nella storia non siano mancate donne di grande rilievo, e di forza superiore ai maschi disciplinatamente sottoposti.    

Duello al Centro tra Franceschini e Prodi sognando una vittoria improbabile

Dal Dubbio

In altre parole, per restare al titolo della trasmissione televisiva di cui è stato ospite, Romano Prodi ha rivendicato orgogliosamente il suo “metodo” di tessitore, diciamo così, preferendolo a quello proposto da Dario Franceschini nell’officina romana, all’Esquilino, adottata come ufficio con una fantasia da romanziere, quale lui è con un certo successo che gli va riconosciuto. E che potrebbe costituire, male che vada in politica, la stessa uscita di sicurezza che è stato il giornalismo misto alla Tv e al cinema per Walter Veltroni. Di cui Franceschini fu a suo tempo vice segretario nel Pd.

Romano Prodi

         Di fronte allo scontro ormai in corso al Nazareno e dintorni fra l’andare divisi alle elezioni, nell’area del cosiddetto centrosinistra, per raccogliere più voti e cercare di allearsi dopo, a tavolino, come vorrebbe Franceschini, e l’andare invece uniti già alle elezioni con tanto di programma concordato, fossero pure le 300 pagine dell’Unione del 2006, come ha riproposto Prodi dicendo che divisi non si va lontano, si rischia di giudicare con criteri morali che Benedetto Croce contestò in politica con l’autorevolezza che si era già conquistato.

         Il metodo Prodi è trasparente di sicuro. Ed anche coerente con lo spirito maggioritario della riforma elettorale che segnò il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica non meno del ciclone giudiziario di “Mani pulite”.

         Il metodo Franceschini sa più di furbizia che di trasparenza. E si sarebbe perciò portati a non preferirlo a quello di Prodi. Ma è anche vero che il metodo Prodi non gode di buona storia.

Francesco Cossiga e Massimo D’Alema d’archivio

         Il professore   emiliano, è vero, vinse due volte -nel 1996 e nel 2006- su Silvio Berlusconi e il centrodestra, ma in entrambe le occasioni i suoi governi durarono o poco più o poco meno di due anni. La seconda volta la sua crisi si trascinò appresso la legislatura con le elezioni anticipate. E in quella precedente la legislatura si era salvata, arrivando addirittura alla scadenza ordinaria del 2001, non per una ricomposizione miracolosa dell’Ulivo, ma grazie alla fantasia, chiamiamola così, dell’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Che aveva improvvisato dal suo seggio di diritto e a vita al Senato un partito di transfughi dal centrodestra per permettere l’arrivo di Massimo D’Alema a Palazzo Chigi, poi sostituito da un Giuliano Amato di seconda edizione, dopo quella voluta o permessa da Bettino Craxi nel 1992.

         Con quell’operazione, che forse Franceschini sogna immaginando una rottura del centrodestra con la fuoruscita di Antonio Tajani, la buonanima di Cossiga andò ben oltre la elasticità, diciamo così, attribuita alla lontana e immeritatamente odiata prima Repubblica. Quando, diversamente dalla storia percepita, gli elettori erano sempre andati alle urne, dal 1948 al 1992, sapendo cosa avrebbero fatto i loro partiti dopo il voto. Persino la cosiddetta “solidarietà nazionale” fra Dc e Pci nel 1976 era nel conto dopo il rifiuto del Psi di Francesco De Martino di fare maggioranza con i democristiani senza i comunisti.

Pubblicato sul Dubbio

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A ottant’anni dalla fine…provvisoria dell’orrore dell’olocausto

         Avevo capito, sperato e quant’altro, non foss’altro per lo spazio e la visibilità offertagli, che Il Foglio condividesse la proposta del suo Pierluigi Battista di disertare la giornata odierna della memoria dell’Olocausto per denunciare il tradimento di chi da qualche tempo accusa Israele di essersi praticamente nazificata -come dice Putin dell’Ucraina di Zelensky- praticando il genocidio contro i palestinesi. In difesa dei quali i terroristi di Hamas hanno compiuto il 7 ottobre del 2023 un pogrom di cui ancora si vantano, tra bandiere e ostentazioni di forza, nello scambio fra i loro ostaggi e i detenuti strappati alle carceri israeliane che sta contrassegnando la tregua in corso -si fa per dire- a Gaza.

Liliana Segre oltraggiata a Milano

         Avevo capito, sperato e quant’altro, ripeto. Ma, pur dopo la diserzione di protesta annunciata dalle comunità ebraiche di Milano e di Bologna temendo una giornata della memoria alla rovescia, sostanzialmente antiebraica e filopalestinese anche nell’accezione terroristica di Hamas, Il Foglio ha mostrato qualche ripensamento. Forse indotto da dubbi o contrarietà espresse dalla pur dichiaratamente pessimista senatrice a vita Liliana Segre in un impeto sorprendentemente fiducioso: lei, sopravvissuta   alla shoah e insultata per le strade di Milano come “spia” di Israele da manipolatori della storia e dell’attualità.

Dal Foglio del 25 gennaio

         Riconosciuto  che la comunità ebraica bolognese, in particolare,  “ha ragione a dire che è diventata la giornata degli smemorati che piangono gli ebrei morti e che spesso difendono quelli che vorrebbero fare le pelle a quelli vivi”, è stato scritto in uno degli editoriali del Foglio di sabato 25 gennaio: “Resta il dilemma: se anche fosse ragionevole, è efficace disertare e lasciare il campo della memoria a chi vorrebbe svuotarla per riempirla, nel migliore dei casi, di mezze verità ipocrite, e nel peggiore, di menzogne antisemite?”.

         Per “battersi per la memoria viva” sostenuta nella conclusione di quell’editoriale impegnativo anche per l’anonimato che lo attribuisce tutto alla testata, credo che ci si debba sottrarre alla celebrazione di una memoria tradita, o traditrice, secondo la posizione dalla quale la si osserva.. E lasciare tutta intera ai responsabili la scena indecente che ne resta in questa giornata della smemoratezza.  Non è un Aventino. E’ una sfida. E il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha fatto bene a decidere di celebrare l’Olocausto ad Aushwitz, dove avrebbe dovuto finire per sempre 80 anni fa.  

Il curioso galateo dell’associazione nazionale dei magistrati italiani

Il presidente della Repubblica l’altro ieri in Cassazione

         Il programma associativo o sindacale o protestatariochiamatelo come preferite- è stato quindi realizzato nelle cerimonie d’inaugurazione dell’anno giudiziario svoltesi nelle Corti d’Appello d’Italia. Lo sgarbo evitato il giorno prima in Cassazione al Presidente della Repubblica, e del Consiglio Superiore della Magistratura, non è stato risparmiato ai rappresentanti del Governo, con la maiuscola riservatogli dalla Costituzione nella intestazione del terzo dei suoi sei titoli.

La vignetta del Corriere della Sera

Ministri e sottosegretari che hanno preso la parola senza la presenza di Mattarella, non ancora ubiquo, sono stati contestati dai magistrati iscritti all’associazione di categoria esibendo con una copia della Costituzione, come per difenderla dall’attacco che sarebbe la riforma della giustizia al libero esame dell’altrettanto libero Parlamento.

Il provvedimento proposto dal governo  per separare, fra l’altro,  le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, ormai intestato al guardasigilli Carlo Nordio, ha  superato di recente il primo dei quattro passaggi della doppia lettura prescritta per questo tipo di interventi legislativi dalla Costituzione. E anche quando avrà completato il suo percorso tra i due rami del Parlamento seguirà una verifica referendaria nel caso probabile di una maggioranza inferiore ai due terzi dei componenti di ciascuna Camera raggiunta nella seconda votazione. Eventualità messa nel conto dal governo e per la quale si è già allertata l’associazione nazionale dei magistrati scommettendo sulla mancata conferma anche per il fatto che il risultato della prova referendaria prescinderà dalla partecipazione alle urne, diversamente dal referendum di tipo abrogativo.  

Giorgia Meloni

La premier Giorgia Meloni ha voluto difendere dall’”Apocalisse” avvertita dall’associazione dei magistrati la legittimità del tentativo del governo di riformare la giustizia nei termini concordati fra i partiti della maggioranza ricordando l’articolo 49 della Costituzione. Che dice. “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. E il carattere politico della riforma della giustizia attraverso modifiche alla Costituzione è evidente.

Di fronte alla durezza delle proteste e delle critiche dell’associazione nazionale dei magistrati alla riforma della giustizia, il cui carattere pregiudiziale è dimostrato dall’ormai sistematico no del sindacato delle toghe a interventi sulle materie che lo toccano, si potrebbe richiamare anche l’articolo 54 della Costituzione. Che dice: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”. La buona educazione è rimasta nella penna dei costituenti, lo so, ma è ugualmente dovuta, non solo al presidente della Repubblica, nelle inaugurazioni dell’anno giudiziario se non si vuole ridurle ad oscenità.   

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Quel senso comune preferito da Donald Trump al buon senso….

         Donald Trump, il quarantasettesimo presidente   americano che sta producendo decreti come funghi nel bosco dopo una pioggia, probabilmente non ha letto in nessuna lingua i Promessi Sposi di Alessandro Manzoni. E non li ha letti neppure Elon Musk. Sennò forse -ripeto, forse- Trump non avrebbe insistito con quel “senso comune” che ritiene di rappresentare e si è proposto di ripristinare nei suoi Stati Uniti e altrove, con le buone o le cattive. Ma prevalentemente con le cattive, si ha la sensazione sentendone o leggendone le parole, in originale o nelle traduzioni di cui si deve accontentare chi non capisce l’inglese e vive quindi in condizioni di handicap.

Alessandro Manzoni

         Quell’ingenuo, sprovveduto, arcaico, cavernicolo romanziere milanese, alla cui lettura si sono formate generazioni di italiani, compreso il presidente della Repubblica Sergio Mattarella che lo cita ogni volta che può, scrisse dei disordini, delle paure e d’altro ancora cresciuti a Milano ai tempi della peste, nel Seicento, addebitandoli proprio al “senso comune”, che aveva sostituito il “buon senso”.

         Personalmente credo più al “buon senso” rimpianto dal Manzoni che al “senso comune” cavalcato da Trump, per cui sono rimasto di stucco nel leggere il politologo Giovanni Orsina, addirittura, che sulla Stampa di ieri ha optato più o meno consapevolmente pure lui più per Trump che per Manzoni.

Giovanni Orsina

         “La politica del senso comune- ha scritto Orsina- non tutelerà magari i “veri” interessi dei cittadini, ma guarda al mondo così come lo guarda la maggioranza di loro, prova a rispondere ai loro bisogni così come li pensa la maggioranza di loro, prova a rispondere così come li pensa la maggioranza di loro. Chiunque, in maniera del tutto legittima, detesti Trump e voglia vederlo sparire il prima possibile, dovrà confrontarsi col senso comune al quale lui parla, dovrà trovare dei modi alternativi per entrare nella concreta vita quotidiana dell’elettore medio. Ma, ad ascoltare il diluvio di parole che si stanno producendo in questi giorni contro il nuovo presidente, mi pare che quell’obiettivo sia ancora molto lontano”.

         Leggo e rileggo queste parole di Orsina, professore di storia contemporanea  alla Luiss, e non riesco a condividerle. Preferisco quelle di Manzoni. E vorrei che qualcuno trovasse il tempo e avesse la possibilità di tradurle a Trump sfidando anche i suoi sberleffi. E i cappelli della moglie.

L’anticraxismo resistente a tutti i solventi, anche a quelli del Quirinale

Dal Dubbio

A una settimana ormai dalle celebrazioni della morte di Bettino Craxi mi sono rimasti impressi due interventi che hanno entrambi dimostrato purtroppo -l’uno in via diretta e l’altro per le reazioni che ha suscitato- il rancore ancora duro a morire verso quella “personalità rilevante degli ultimi decenni del Novecento italiano” che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha voluto indicare appunto in Craxi.

Un intervento significativo sul versante di sinistra è stato quello di Goffredo Bettini, che segna quasi fisicamente la continuità fra quello che fu il Pci e quello che è il Pd, inclusivo anche di una buona parte della sinistra di provenienza democristiana. L’altro intervento è proprio quello di Mattarella per le reazioni, ripeto, che ha provocato.

Goffredo Bettini

         Bettini, scrivendone sull’Unità in un articolo affiancato a quello del figlio di Craxi, Bobo, cui ha espresso “amicizia”, ha ancora rimproverato al padre di non avere saputo, col suo anticomunismo, “misurare e indagare con la necessaria serenità le peculiarità del Pci e le ragioni storiche della sua forza”. Che risalirebbero addirittura al 1920, quando sarebbero stati i socialisti e non i comunisti a spingere l’Italia verso il fascismo praticando violenza e disordini. “Chi se non il partito socialista -ha praticamente riproposto Bettini citando un editorialista del Corriere della Sera scoperto leggendo Antonio Scurati- aspira alla guerra civile?” in una situazione in cui “la battaglia trova necessariamente i suoi combattenti anche dall’altra parte”.

         Sul Craxi del discorso del 3 luglio 1992 alla Camera, di fronte al primo governo di Giuliano Amato, sul fenomeno generalizzato del finanziamento pubblico della politica entrato nel mirino della Procura della Repubblica di Milano, Bettini ha riconosciuto all’allora segretario del Psi di avere “colto un nucleo di verità ma fuori tempo massimo perché esplicitato per allontanare le accuse che in quel momento gli piovevano sulla testa”. Eppure Craxi fu coinvolto nelle indagini famose come “Mani pulite” solo cinque mesi dopo, a dicembre. Nel frattempo il Pds-ex Pci si era già adoperato, supportando i dubbi e le paure del capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, perché a Craxi fosse negato il ritorno a Palazzo Chigi concordato con la Dc. “Il Pds -ha ammesso Bettini contraddicendosi clamorosamente nell’attacco a Craxi- rispose in modo “povero” e opportunista: no, noi siamo i “buoni” e voi “i cattivi”. E ciò -ha disinvoltamente aggiunto Bettini- “intravedendo la possibilità di accelerare un ricambio politico”,  avvenuto curiosamente a sinistra con Achille Occhetto segretario prima del Pci e poi del Pds, destinato ad essere sostituito da un Massimo D’Alema non certo nuovo alle cronache politiche. 

Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella

         Di Mattarella, per tornare alla “personalità rilevante degli ultimi decenni del Novecento italiano” riconosciuta in Craxi, è a dir poco sorprendente come sia bastato questo apprezzamento per esporre il capo dello Stato a quel mezzo processo storico, politico e morale fatto, per esempio, da quel primatista dell’anticraxismo che vuole essere considerato Marco Travaglio. Per nulla trattenuto nelle sue reazioni da due prudenze mostrate dal presidente della Repubblica nel contesto di altri giudizi positivi sul fronte della politica estera. Una prudenza è stata quella di accoppiare la “spiccata determinazione” di Craxi nella promozione di “cambiamenti…nel campo sociale e sindacale catalizzando sentimenti contrastanti nel Paese”. E’ chiara l’allusione alla diesa controvesa della televisione commerciale e ai tagli alla scala mobile dei salari apportati per contenere un’inflazione due cifre.

         L’altra prudenza avuta da Mattarella è quella di non avere ripetuto “la durezza senza uguali” contro Craxi nei processi mediatici e giudiziari lamentata dal predecessore Giorgio Napolitano al Quirinale dieci anni dopo la morte del leader socialista scrivendo una lettera pubblica alla vedova. Né il “brusco cambiamento” indicato da Napolitano nei rapporti fra giustizia e politica, intervenuto a favore della prima contro la seconda, ai tempi delle indagini su Tangentopoli.

Pubblicato sul Dubbio

Franceschini rottama Prodi e spinge i moderati fuori dal Pd

Da Libero

Come meccanico quale forse si sente, oltre che politico e romanziere, dall’autofficina romana dove ha sistemato il suo ufficio, e si è lasciato intervistare da Repubblica, l’ex ministro della Cultura Dario Franceschini ha destinato alla rottamazione Romano Prodi. Sia quello dell’Ulivo sia quello dell’Unione con le sue “300 pagine di programma assemblato prima delle elezioni” vinte nel 2006 ma vanificate dalla caduta e dal ritorno alle urne in meno di due anni. Un Prodi ripropostosi e riproposto nel metodo in queste settimane, fra convegni, interviste e altro, ad una segretaria del Pd, Elly Schlein, impegnata solo a parole, senza iniziative concrete e realistiche, a costruire prima delle elezioni un’alleanza alternativa al centrodestra.

Franceschini e Prodi d’archivio

         Resosi finalmente conto della velleità della “vocazione maggioritaria” assegnatasi nella nascita dal Pd, incapace secondo lui di superare il minoritario 30 per cento dei voti, Franceschini ha proposto di rinviare a dopo le elezioni la ricerca e la formalizzazione delle alleanze. Lasciando che prima ciascun partito ostile al centrodestra raccolga per conto suo il massimo dei voti e mettendo nel conto, se non addirittura auspicando, che per aumentare la loro presa riformisti, moderati e quant’altri insoddisfatti della pur “generosa” Schlein, escano dal Pd e si mettano in proprio. Evidentemente senza di lui, Franceschini, che rimarrebbe al Nazareno a presidiarlo, magari tessendo la tela di un nuovo segretario se la Schlein fosse travolta da un insuccesso. Ma questo lo penso per la solita, professionale malizia di chi segue la politica e ne scrive.

Giuseppe Conte e Dario Franceschini d’archivio

         A proposito di malizia, non so se la segretaria del Pd abbia apprezzato la sortita del suo sostenitore o non si sia interrogata pure lei sui rischi che potrebbe correre accogliendone proposte e suggerimenti, non foss’altro rispetto al traguardo propostosi di Palazzo Chigi, per quanto cerchi a parole di non dirlo, o lasci che lo dica e lo ripeta Matteo Renzi da quando si è proposto al cosiddetto “campo largo”. Che invece Giuseppe Conte gli ha sbarrato o ridotto senza allarmare Franceschini. Che, sempre nella sua officina, ha sostenuto che ormai il presidente delle 5 Stelle,  o di ciò che ne è rimasto, si è spinto troppo avanti dalle posizioni del 2018 per sottrarsi, quando sarà, ad un’alleanza col Pd.

         Il “meccanico” Franceschini si è spinto anche nella diagnosi di altri motori, come quello di Forza Italia del fu Silvio Berlusconi e dell’ora vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani. Che, secondo lui, avrebbe inconsapevolmente, e forse immeritatamente, in tasca un biglietto della lotteria che Berlusconi non si sarebbe lasciato scappare se avesse avuto la fortuna di vivere ancora. Sarebbe una rottura con Giorgia Meloni, l’uscita dal centrodestra e un’autonoma , solitaria partecipazione alle elezioni per diventare in Parlamento l’ago della bilancia di qualsiasi maggioranza: il famoso “forno” unico  rimproverato a suo tempo da un Giulio Andreotti avventuratosi a immaginare per la sua Dc, e a sinistra, il forno alternativo dell’allora Pci. Quello, a destra, dei liberali si era già disattivato da solo.

Ma poi lo stesso Andreotti, arrivato a guidare su designazione o rassegnazione di Aldo Moro due governi interamente democristiani appoggiati dai comunisti di Enrico Berlinguer, si rese conto della provvisorietà e dei rischi di quel secondo forno. Cone Franceschini adesso della già ricordata vocazione maggioritaria del Pd da lui fondato nel 2007, ormai 18 anni fa, con Piero Fassino, Franco Marini e Walter Veltroni segretario. Che tuttavia nelle elezioni dell’anno dopo era già così poco convinto di quella vocazione da avere cercato di evitare lo scontro diretto ed esasperato con l’avversario Silvio Berlusconi, mai facendone il nome e chiamandolo solo “il principale esponente del campo avverso”. Che infatti vinse le elezioni del 2008 realizzando il suo quarto, pur ultimo governo.

Pubblicato su Libero

Franceschini spiazza Prodi nel Pd con la proposta delle mani libere alle elezioni

Dalla prima pagina di Repubblica

         Scoperto da Repubblica nel suo nuovo ufficio ricavato bizzarramente da un’autofficina romana all’Esquilino, di cui ha lasciato insegne e attrezzature aggiungendovi qualche poltrona, Dario Franceschini ha sorpreso forse ancora di più proponendo una svolta nel Pd. Dove si è guadagnata la fama non dico di burattinaio ma di regista di operazioni destinate a lasciarlo sempre in maggioranza, pur nei cambiamenti di segretari e persino di linee politiche. Una specie insomma di regolo del partito che contribuì a fondare con Walter Veltroni, Piero Fassino e Franco Marini mettendo insieme resti del Pci, della sinistra democristiana e persino liberali.          Rimastosene in disparte mentre moderati e simili del Pd si dividevano la settimana scorsa in convegni fra Milano e Orvieto per chiedere di contare praticamente di più, sentendosi emarginati dalla segretaria Elly Schlein, l’ex ministro della Cultura Franceschini ha scartato l’idea, visto l’ambiente in cui adesso lavora, di riparare le cose come la biciletta appesa al soffitto della sua ex officina. No, ha riconosciuto il carattere velleitario della “vocazione maggioritaria” del Pd perseguito anche da lui” e ha esortato gli amici che reclamano una pratica correzione di linea di andarsene pure dal partito per metterne su uno proprio. Lasciare alla segretaria del Nazareno il suo “generoso tentativo” di recuperare elettori a sinistra e/o astensionisti, partecipare “divisi” alle elezioni, senza inseguire programmi comuni come chiede Romano Prodi riproponendo i suoi vecchi modelli, e  cercare poi, a volti raccolti da divisi, un’intesa di governo alternativa al centrodestra. E ciò “valorizzando le proprie proposte e “l’aspetto proporzionale della legge elettorale”, salvo un accordo di desistenza per “un terzo dei seggi uninominali”, sufficiente ad evitare l’autosufficienza del centrodestra.

Franceschini a Repubblica

         Di dubbi su Giuseppe Conte ed ex o post-grillini Franceschini ha mostrato di non averne considerando quanto essi siano diventati diversi dalle posizioni di partenza del 2013 e del 2018. Piuttosto, da diavolo tentatore, egli si è chiesto perché mai i forzisti di Antonio Tajani rimangano nel centrodestra, diversamente da quanto avrebbe fatto forse Silvio Berlusconi se ancora vivo, per usare “il biglietto della lotteria che non sanno di avere in tasca”. Essi infatti diventerebbero l’ago della bilancia di ogni governo e maggioranza. Potrebbero farlo i figli di Berlusconi scendendo loro in campo al posto del padre, e prepensionando l’attuale vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri? “Non lo so ma il fiuto mi dice di no”, ha risposto Franceschini all’intervistatore Stefano Cappellini, facendo un po’ il politico e un po’ il romanziere, anche di successo.

Elli Schlein e Romano Prodi

         Il soccorso alla Schlein che si può intravedere nelle parole di Franceschini, liberandola dall’accerchiamento dei moderati, non è naturalmente scontato. Il destino della segretaria del Pd dopo le elezioni potrebbe diventare più precario sulla strada di Palazzo Chigi.  

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