Il dialogo fra governo e magistrati boicottato dalle opposizioni

Dal Dubbio

Mi è sembrato evidente l’interesse della premier Giorgia Meloni ad una riduzione, quanto meno, della conflittualità esplosa con i magistrati. Evidente, per esempio, con la rapidità usata nel raccogliere la richiesta di un incontro col governo avanzata dal nuovo presidente dell’associazione delle toghe, Cesare Parodi, pur con lo sciopero confermato per il 27 febbraio:  ma “non contro” l’esecutivo, ha cercato di attenuare lo stesso Parodi. E allora contro chi, essendo sempre uno sciopero una protesta contro qualcuno o qualcosa? Contro il Parlamento, addirittura, per il percorso della riforma della giustizia?  Dalla quale i magistrati sotto la presidenza di Giuseppe Santalucia hanno ritenuto minacciata persino la Costituzione, ostentadola mentre abbandonavano di recente le cerimonie di inaugurazione dell’anno giudiziario quando toccava parlare a un ministro o sottosegretario.

Cesare Parodi alza il dito

         Anche su questo punto, comunque, il nuovo presidente dell’associazione si è distinto dal precedente dicendo in una intervista al Giornale che “non tocca a noi scrivere le leggi”. E riconoscendo che nella progettata separazione delle carriere fra giudici e inquirenti “i pubblici ministeri non sono a rischio.

Ci sono insomma, bene o male, elementi per sperare, se non addirittura per scommettere su una nuova fase dei rapporti fra governo e toghe. Che potrebbe procurare un respiro di sollievo anche al silente e prevedibilmente preoccupato presidente della Repubblica e del Consiglio Superiore della Magistratura.

Giuseppe Conte

         Non mi è sembrato evidente, tuttavia, un analogo interesse delle opposizioni a un cambiamento di clima. Esse hanno continuato ad accusare il governo di “bullonismo” contro la magistratura -come ha fatto Giuseppe Conte in una intervista al Corriere della Sera- anche dopo la disponibilità della Meloni ad un incontro pur con la conferma di uno sciopero.

         Se non collaborano anche le opposizioni all’abbassamento dei toni, e continuano invece a fare da sponda alle parti o aree, come preferiscono chiamarsi, più integraliste e corporative dell’associazionismo giudiziario, non vi saranno incontri sufficienti fra Parodi e Meloni per cambiare davvero clima. O almeno invertire una marcia allo scontro permanente che si trascina da ben prima della stagione di “Mani pulite”, cui generalmente si fa risalire il conflitto fra la politica e la giustizia.

Già nel 1985, cioè 40 anni fa, il presidente della Repubblica Francesco Cossiga mobilitò una brigata dei Carabinieri perché fosse pronta a intervenire per interrompere una seduta del Consiglio Superiore dove si voleva censurare il presidente del Consiglio in carica Bettino Craxi. Non ce ne fu il bisogno, per fortuna, ma Cossiga tolse platealmente una parte delle deleghe al vice presidente del Consiglio Superiore e collega di partito Giovanni Galloni, che aveva aperto a quello scenario considerato al Quirinale eversivo, dipendendo un capo del governo dalla fiducia o sfiducia del Parlamento.

Pubblicato sul Dubbio 

Il sentiero stretto su cui si muove il novo capo del sindacato delle toghe

I toni, certo, sono cambiati ai vertici dell’associazione nazionale dei magistrati con l’avvicendamento alla presidenza, passata da Giuseppe Santalucia a Cesare Parodi, di opposta appartenenza politica nella toponomastica correntizia del sindacato delle toghe.

Giuseppe Santalucia

         Santalucia era -parlandone al passato per essersi spontaneamente ritirato– di Area, che divide la collocazione a sinistra con Magistratura Democratica, disponendo insieme di 15 seggi nel comitato direttivo appena eletto, contro gli undici raggiunti da sola da Magistratura Indipendente. Che è la corrente di destra cui appartiene il nuovo presidente, affermatasi col maggiore numero dei voti nelle elezioni associative.

         Parodi tuttavia è arrivato al vertice del sindacato grazie alla sua maggiore discrezione rispetto ad un collega di corrente che si era esposto prima delle elezioni con critiche alla durezza dello scontro col governo gestito da Santalucia, fra lo sciopero proclamato per il 27 febbraio e   l’abbandono delle cerimonie di inaugurazione dell’anno giudiziario durante gli interventi di ministri o sottosegretari.

Dal Giornale

Una volta eletto, tuttavia, il nuovo presidente, pur confermando uno sciopero curiosamente non interpretabile secondo lui “contro il govermo”, ha chiesto un incontro alla premier che si è immediatamente chiamata disponibile. E ha rilasciato al Giornale un’intervista in cui riconosce che “non tocca a noi scrivere le leggi”.

Dal Corriere della Sera

Resta evidentemente da verificare se, come e quanto potranno davvero cambiare, nei fatti e non solo nelle parole, i rapporti fra il governo e l’associazione dei magistrati. Ma è una verifica che deve fare i conti anche con le opposizioni politiche. Che hanno continuato a contestare parole e atti della premier e dei ministri in materia di giustizia anche dopo la richiesta di incontro avanzata da Prodi e apprezzato dalla Meloni. Oggi sul Corriere Giuseppe Conte parla ancora di “bullismo” governativo contro le toghe. Se le opposizioni politiche continueranno ad avere più interesse per la contrapposizione che per un accordo, compromesso e quant’altro, temo che potranno aumentare e non diminuire i problemi di Parodi in un’associazione che sotto la precedente gestione ha praticato opposizione giudiziaria.

Per quanto calata di voti e postazioni, la sinistra nel sindacato delle toghe resta forte. E spera di guadagnarne proprio dal soccorso che potrà venirle dalla sinistra politica, mediatica e culturale, che continua ad assegnare alla magistratura funzioni che non ha, pensando di potersene avvantaggiare. E’ una storia che si trascina da più dei trent’anni trascorsi dal “brusco cambiamento” nei rapporti fra politica e giustizia che nel 2010 ’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ricondusse alla stagione di “mani pulite”. Abbattutasi con “durezza senza uguali” su Bettino Craxi, come Napolitano scrisse alla vedova nel decimo anniversario della morte del marito, scampato all’arresto in Italia rifugiandosi nella sua casa in Tunisia.

Ripreso da http://www.startmag.it

L’associazione dei magistrati un pò come la Cgil nel 1984 con Lama

Da Libero

Cesare Parodi, 63 anni da compiere a maggio, procuratore aggiunto a Torino, appena salito al vertice dell’associazione nazionale dei magistrati succedendo a Giuseppe Santalucia, si trova un po’ nelle condizioni di Luciano Lama alla segreteria generale della Cgil nel 1984. Quando il retroterra politico prevalente di quel sindacato, che era costituito dal Pci, di cui il Pd oggi è un pallido, pallidissimo e pasticciato erede, gli impose una linea durissima di scontro con il governo di Bettino Craxi. Che aveva osato intervenire con un decreto legge consentitogli dell’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini, socialista pure lui, sulla scala mobile dei salari, riducendola per fermare l’inflazione a due c cifre che danneggiava il valore dei salari. Un po’ come oggi il governo di Giorgia Meloni ha osato intervenire, con la riforma costituzionale della giustizia all’esame delle Camere, sulla separazione delle carriere fra pubblici ministeri e giudici, e altro ritenuto l’Apocalisse dal sindacato delle toghe, secondo un’espressione usata dalla stessa Meloni reagendo alle polemiche esasperate dell’associazione magistrati.

Cesare Parodi, il nuovo presidente dell’associazione nazionale dei magistrati

         Lama, sia pure con un disagio uguale a quello che ho avvertito nel nuovo presidente del sindacato delle toghe chiedendo un incontro col governo, sia pure senza annullare o sospendere lo sciopero ereditato dal suo predecessore, si piegò una quarantina d’anni fa alla ragione politica della sua parte. Che prima oppose l’ostruzionismo all’intervento sulla scala mobile e poi, sempre sottovalutando la forza politica di Craxi, impose alla Cgil l’iniziativa referendaria conclusasi, l’anno dopo la morte di Berlinguer, con la più clamorosa sconfitta di quel sindacato e, più in generale, della sinistra. Una sconfitta da cui l’uno e l’altra non si sono più ripresi, consolandosi solo con la drammatica conclusione dell’avventura politica e umana di Craxi, come hanno dimostrato le recenti celebrazioni del venticinquesimo anniversario della morte in terra tunisina.

Enrico Berlinguer e Luciano Lama

         A parte o al di là del pur significativo ricordo della vicenda sindacale e politica della scala mobile, si consumò nel 1987 uno scontro diretto fra i magistrati e il governo Craxi sulla responsabilità civile delle toghe. Craxi perse Palazzo Chigi anche per questo, avendo preferito la Dc di Ciriaco De Mita piuttosto le elezioni anticipate che il referendum. Che tuttavia essa non riuscì a rinviare di un anno per il sopraggiunto rinnovo del Parlamento, essendone stato spostato lo svolgimento solo di qualche mese, entro lo stesso 1987. Referendum perso, anzi straperso dai magistrati.

Bettino Craxi e Giuliano Vassalli

         Quella sconfitta non produsse tuttavia i risultati politici che meritava perché i magistrati riuscirono a strappare ad un ministro della Giustizia pur socialista come Giuliano Vassalli, al quale Craxi non seppe dire no per la stima reverenziale che ne aveva, una legge di disciplina della responsabilità civile studiata per vanificarla. Craxi pagò anche quell’errore nell’epilogo della sua vicenda politica per mano giudiziaria, con la complicità dei partiti che vollero o seppero cogliere quell’occasione per liberarsene.

         Diversamente dal 1987, come sarà facile al nuovo presidente dell’associazione dei magistrati avvertire considerando gli attuali equilibri politici nel bivio in cui egli si trova, in caso di sconfitta referendaria sulla riforma della giustizia che porta il nome del guardasigilli Carlo Nordio, le toghe non possono contare in recuperi successivi. Il governo Meloni ha una solidità e una prospettiva ben superiori a quelle che le attribuiscono i sognatori della crisi: da Elly Schlein e a Giuseppe Conte, uniti solo nei sogni, appunto. Che però non possono spingersi oltre una crisi perché il cosiddetto “campo” dell’alternativa al centrodestra rimane diviso su tutto il resto. A poco varrà, credo, l’autofficina romana dove l’ex ministro del Pd Dario Franceschini ha sistemato il suo ufficio e spera di fare tutte le improbabili riparazioni e restauri necessari per evitare la rottamazione.

Pubblicato su Libero

Il fallimento…. del genocidio attribuito a Netanyahu dalla Corte penale internazionale

         Almeno come genocida, quale viene considerato dalla Corte penale internazionale da quando ha spiccato contro di lui un mandato di cattura che lo obbliga a selezionare bene i suoi viaggi per non finire in manette, e non solo per scampare a qualche attentato di chi lo vuole morto, non bastandogli una prigione, il premier israeliano Benjamin Netanyahu è un fallimento.

Da Repubblica

         A Gaza nei bombardamenti eseguiti da Israele dopo il pogrom del 7 ottobre 2023 sono morti più di 40 mila palestinesi, peraltro vittime anche dei terroristi che erano nascosti sotto le loro case, i loro ospedali, le loro scuole, i loro mercati, le loro strade e piazze con tanto di arsenali di guerra, ma ne sono per fortuna sopravvissuti molti di più. E soprattutto i terroristi sono spuntati dalle rovine più baldanzosi e agguerriti di prima, esibendo la loro forza e le loro provocazioni nella consegna degli ostaggi che via via, durante la tregua in corso, scambiano con i ben più numerosi detenuti liberati dalle prigioni israeliane.  Dove  erano finiti per avere fatto generalmente qualcosa, e non il niente degli  ebrei catturati dai terroristi di Hamas nell’irruzione del 7 ottobre 2023 in territorio israeliano mentre cantavano, suonavano o semplicemente cercavano in casa  di  scampare alla morte o al rapimento.

         Gli spettacoli provocatori predisposti da Hamas per la consegna degli ostaggi sono stati di tale sfrontatezza e disumanità, con uomini ridotti a pelle e ossa come quelli esibiti  ieri, che la Croce Rossa incaricata di raccoglierli si è decisa, finalmente, a organizzare diversamente le prossime consegne.

Trump e Netanyahu

         Le immagini giunte da Gaza, e che il premier israeliano dagli Stati Uniti ha promesso di vendicare prima o dopo, scommettendo probabilmente anche sull’aiuto del presidente americano Donald Trump di cui era ospite, potrebbero comunque bastare ed avanzare per essere trasmesse e consegnate in un macabro dossier alla Corte penale internazionale dell’Aia. Dove i 15 giudici, e i loro ben 900 dipendenti, potrebbero e dovrebbero guardarsele e riguardarsele per arrossire di vergogna- spero- del mandato di cattura ancora pendente sul premier israeliano. Ma dovrebbero farlo anche i governi dei 79 paesi, fra i quali per fortuna non quello italiano, che hanno appena sottoscritto all’Onu -e dove sennò?- un documento di solidarietà e sostegno della Corte criticata e sanzionata da Trump. Che rischia di  finirvi indagato pure lui, con l’aria  -.anzi con l’Aja, come ha titolato ieri il manifesto- che tira.   

Ripreso da http://www.startmag.it

L’assist di Trump ricambiato da Meloni contro la Corte penale internazionale

Da Repubblica

         Se è stato anche un assist all’Italia l’ordine annunciato dal presidente americano Donald Trump di sanzionare la Corte penale internazionale dell’Aia, peraltro non riconosciuta dagli Stati Uniti, come dalla Russia e dalla Cina, il governo di Giorgia Meloni ha ricambiato. Non ha fatto sottoscrivere dal suo rappresentante una dichiarazione di sostegno alla Corte depositata alle Nazioni Unite per conto di 79 Paesi, fra i quali quasi tutti quelli dell’Unione Europea.

Dal Messaggero

“Una follia vergognosa”, ha reagito a Roma il presidente del MoVimento 5 Stelle ed ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che aveva già criticato con le altre opposizioni in Parlamento i rilievi mossi dal ministro della Giustizia Carlo Nordio alla Corte dell’Aia per i documenti “pasticciati”, e poi corretti, relativi al mandato di cattura per crimini di guerra e contro l’umanità emesso contro il generale libico Almarsi al suo arrivo in Italia, dopo essere stato lasciato viaggiare libero per giorni fra la Gran Bretagna, il Belgio e la Germania, limitandosi a farne controllare  i movimenti, particolarmente in territorio tedesco.

Dall’Unità

  Quella scelta di tempi e di luoghi è apparsa sospetta al governo per la particolare esposizione dell’Italia nei rapporti con la Libia considerando le forniture energetiche, la presenza di molti italiani in quelle terre e la provenienza dalle loro coste di buona parte dell’immigrazione clandestina gestita dagli scafisti. Tutte circostanze che hanno indotto, in particolare, il vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani a prospettare un’inchiesta a carico della Corte dell’Aia, visto che essa non ha ritenuto opportuno fornire chiarimenti sui tempi del suo intervento contro il generale responsabile della polizia giudiziaria libica. E quindi sostenuto, protetto e quant’altro in Libia, dove non a caso è stato accolto festosamente al rimpatrio disposto per ragioni di sicurezza dal Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.

  Eppure i gravissimi delitti contestati dalla Corte dell’Aia sono stati compiuti da Almarsi nel suo Paese controllandone prigioni e simili, per cui il mandato di cattura avrebbe dovuto riguardare anche quelli che li hanno quanto meno permessi o comunque coperti.

L’asse critico Trump-Meloni verso la Corte penale internazionale è stato tradotto in una Italia che “tradisce l‘Europa” dalla Repubblica, in una “sfida all’Aia” dal Messaggero, in una “Italia fuori dall’Europa?” dall’Unità di Piero Sansonetti. Arguto e canzonatorio, come al solito. il titolo del manifesto –“L’Aja che tira”- su una foto d’archivio di Trump e Meloni compiaciuti l’uno  dell’altra.

Ripreso da http://www.startmag.it

Le critiche convergenti alla Corte penale internazionale dell’Aia

Dal Dubbio

“Il triangolo no. Non l’avevo considerato”, cantava nel 1978 Renato Zero sommerso dagli applausi del suo pubblico. Che nel 1981 sarebbe diventato “dei sorcini” per un’altra canzone dello stesso artista sui “figli della topa”

         Ridiamoci pure sopra, come farebbe per primo proprio lui, Renato Zero, se gli chiedessi di poter usare le sue parole di fronte alla triangolazione galeotta, a dir poco, che si è realizzata nelle ultime 24 ore fra Washington, Roma e l’Aia..

La sede della Corte penale internazionale all’Aia

         Da Washington è partito l’ordine del presidente americano Donald Trump di sanzionare la Corte penale internazionale per un mandato di cattura contro il premier israeliano Benjamin Netanyauh. Difeso dal presidente americano come “alleato” dall’accusa di genocidio mossagli per la guerra a Gaza, provocata dal podrom del 7 ottobre 2023 dei terroristi palestinesi di Hamas. Che avevano fatto strage di bambini, giovani e anziani in territorio israeliano catturandone altri per usarli come ostaggi. Quali d’altronde sono diventati anche i palestinesi abitanti a Gaza avendo sotto le loro case, le loro scuole, i loro ospedali, i loro mercati gli arsenali militari della loro guerra agli ebrei.

         L’Aia è la sede di quella Corte, cui aderisce l’Italia, diversamente dagli Stati Uniti e da molti altri paesi fra i quali la Russia e la Cina, che ha scelto  nei giorni scorsi il nostro Paese per chiedere l’arresto di un generale libico accusato di crimini di guerra e contro l’umanità, dopo essere stato lasciato viaggiare libero fra la Gran Bretagna, il Belgio e la Germania. Ne è nato un caso che ha terremotato la politica italiana per le accuse di complicità con quel generale che il governo si è procurato nelle aule parlamentari e nel teatro mediatico avendolo rimandato in Libia con un aereo di Stato, per ragioni di sicurezza e di urgenza, dopo una scarcerazione disposta dalla Corte d’Appello di Roma.

         Il vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha reclamato un’inchiesta contro la Corte penale internazionale per avere scelto per l’arresto del generale il paese più esposto nei rapporti con la Libia com’è l’Italia. Che ne dipende per le forniture energetiche, per la presenza di molti italiani che vi lavorano in proprio o alle dipendenze di imprese di rilievo come l’Eni e per il controllo delle coste da cui partono molti degli mmigrati clandestini gestiti da criminali.

         All’inchiesta reclamata da Tajani si sono aggiunte, questa volta davanti al Parlamento, i rilievi mossi dal ministro della Giustizia Carlo Nordio ai documenti della Corte penale internazionale, tanto “pasticciati” da dover essere corretti e sostituiti alla fonte.

         All’Aia, infine, per tornarvi, si sta cercando in questi giorni, con mezzi palesi come una denuncia privata e sotterranei, di fare promuovere un’azione giudiziaria contro il governo italiano per avere rimpatriato il generale libo Almasri.

         Washington, Roma e l’Aia. Una triangolazione, dicevo, galeotta. E nel  contesto di uno scenario internazionale dagli imprevedibili sviluppi, anche se formalmente è in corso una tregua a Gaza e se ne insegue un’altra, o ancora di più, nell’Ucraina messa a ferro e fuoco dalla Russia di Putin con una invasione cominciata quasi due anni fa.

Pubblicato sul Dubbio

Vanno bene i Fratelli di chat, ma di tutti colori. Sennò è solo spionaggio di parte

Da Libero

Vorrei complimentarmi anch’io, davvero e non per scherzo, col giovane collega Giacomo Salvini, come ha fatto Monica Guerzoni nel salotto televisivo di Lilli Gruber, su la 7, per i “fratelli di chat”. Che egli ha saputo ricavare -non gli chiedo come, bastandomi la generica “fonte interna” da lui indicata- con le incursioni fra le conversazioni elettroniche di cento e più esponenti del partito della premier Giorgia Meloni. Compresa naturalmente la stessa Meloni, che altrettanto naturalmente non ha gradito.

         Giacomo Salvini, per carità, ha fatto il suo mestiere. Non hanno saputo fare il loro quelli che gli hanno fornito il materiale, diciamo così, su cui lavorare, e anche divertirsi. Che è il massimo che possa desiderare chi lavora appunto: stancarsi divertendosi.

Il libro di Giacomo Salvini

         Sì, lo so. L’articolo 15 della prima parte della Costituzione italiana, sui diritti e doveri dei cittadini, dice che “la libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili”. E “la loro limitazione può avvenire soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge”.

         So anche dell’articolo 49 della Costituzione che dà a tutti i cittadini il diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale, senza per questo dovere rinunciare alla già ricordata e tutelata segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione.

         Ma se sono gli stessi interessati, nell’uso peraltro di strumenti neppure immaginati dai costituenti un’ottantina d’anni fa come i telefonini e simili che sono diventati prolunghe dei nostri sensi, ora addirittura col supporto dell’intelligenza artificiale; se sono, dicevo, gli stessi interessati a non sapere o non volere custodire la loro riservatezza, è ridicolo prendersela col giornalista che fa il suo mestiere, anche di intrigante.

         Riconosciuto tuttavia a Giacomo Salvini tutto quello che gli spetta, debbo dire che ora da collega anziano, e di una certa esperienza, diciamo così, di cronaca politica, anche a costo di incorrere qualche volta in supplementi di fatica come imputato, per esempio, di violazione di segreto di Stato o di diffamazione, mi aspetto da lui ben più del libro che ha appena prodotto sui “fratelli di chat”. Mi aspetto uguale curiosità, e capacità di soddisfare quella dei lettori, sul conto di altri che popolano la foresta politica italiana. Dove crescono, spesso loro malgrado, i funghi non solo della destra meloniana, ma anche di altri partiti o aree. Se curiosità, attenzione, dovere di cronaca, o di retroscena, come ormai si spaccia anche ciò che viene semplicemente inventato, o desiderato, si limitano solo a una parte, il gioco cambia. La partita si fa diversa. E cambiano naturalmente i voti, pure quelli che ho appena assegnato a Giacomo Salvini, specie considerando la sua meritoria decisione, appresa navigando in internet, di ispirarsi alla scuola del compianto Walter Tobagi. Che ho avuto la fortuna di conoscere e di frequentare fino a quando i terroristi non lo ammazzarono sotto casa, a Milano, nel 1980. Quando egli aveva solo 33 anni e si era già guadagnato l’invidia dei colleghi e l’odio irriducibile dei brigatisti rossi, o solo aspiranti, come fu il caso dei suoi assassini.

Walter Tobagi, del Corriere della Sera

Ciò che Walter non sopportava del nostro mestiere, come anche l’indimenticabile Giampaolo Pansa, è quando lo avvertiva preso da una curiosità a senso unico, come la chiamava quando ci incontravamo a Roma e parlavamo, appunto, del nostro lavoro.

Pubblicato su Libero

Assist di Trump alla Meloni contro la Corte penale internazionale dell’Aia

         Il presidente americano Donald Trump ha sferrato un duro attacco, con sanzioni, alla Corte penale internazionale dell’Aia in coincidenza -non so francamente quanto casuale e quanto invece voluta, essendo nota la sua simpatia per la premier Giorgia Meloni- mentre in Italia, che ne fa parte dalla fondazione nel 2002, se ne contesta a livello di governo la correttezza, a dir poco.

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha dato alla Corte della pasticciona riferendo alle Camere sul mandato di cattura per crimini di guerra e contro l’umanità emesso contro il generale libico Almasri, contenente tali errori da vanificarlo e farlo seguire da un altro. Intanto maturavano le condizioni procedurali per il rilascio del generale, riportato in Libia con volo di Stato per ragioni di sicurezza e di urgenza valutate dagli organismi preposti.

Antonio Tajani

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani parlandone con i giornalisti per strada, non avendo le competenze del Guardasigilli e del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi intervenuti in Parlamento, ha reclamato un’inchiesta su quella Corte. Che curiosamente, diciamo così, ha spiccato il mandato di cattura contro il generale libico, di cui si occupava da ottobre, solo quando egli è arrivato in Italia dopo essere stato in Gran Bretagna, in Belgio e in Germania, aderenti anch’essi alla Corte. Proprio in Italia, aggiungo, che è il paese più esposto nei rapporti con la Libia per forniture energetiche, presenze di connazionali e di aziende come l’Eni e soprattutto per l’immigrazione clandestina che proviene da quelle parti. E la cui intensità dipende dalla sorveglianza libica delle coste. Altro che l’indagine all’Aia da qualcuno contro la Meloni.

L’autorevolezza e l’efficacia della Corte dell’Aia dipende nel bene dall’alto numero dei paesi che vi aderiscono: 123. Nel male, sino a farle rasentare l’inutilità, direttamente proporzionale ai suoi costi, dai paesi che non vi aderiscono, fra i quali gli Stati Uniti d’America, la Russia, la Cina.

Il massino dello scetticismo -anche qui, a dir poco- che la Corte dell’Aja ha recentemente provocato si è avuto con l’ordine di cattura contro il capo del governo israeliano Benjamin Netanyauh per il genocidio dei palestinesi che avrebbe ordinato e attuato a Gaza dopo il pogrom del 7 ottobre 2023. Quando i terroristi di Hamas irruppero ferocemente in territorio israeliano facendo strage di bambini, giovani, vecchi, uomini, donne e sequestrandone altri per farne scudi umani, come la stessa popolazione palestinese, nella prevedibile reazione militare israeliana. E scambiarli al tempo stesso con ben più numerosi detenuti palestinesi in Israele.

Trump e Netanyahu

E’ proprio, o soprattutto, al mandato di cattura che impedisce al capo del governo di Israele di muoversi nei paesi aderenti alla Corte dell’Aia  -Italia compresa, ripeto-  che Trump si è richiamato per attaccarla. E avendo lo stesso Netanyahu ospite negli Stati Uniti, anzi il primo ospite della sua seconda presidenza americana.

Ripreso da http://www.startmag.it

Anche in Parlamento non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire….

         Non vi è peggior sordo -dice un vecchio proverbio- di chi non vuol sentire, come hanno dimostrato i discorsi preconfezionati dei parlamentari di opposizione dopo le comunicazioni dei ministri della Giustizia e dell’Interno sull’affare del generale libico Almarsi. Che, accusato di crimini compiuti nelle prigioni da lui comandate e arrestato in Italia su ordine di cattura della Corte penale internazionale dell’Italia, dopo essere stato lasciato libero di viaggiare fra Gran Bretagna, Belgio e Germania, è stato prima liberato dalla magistratura e poi rimpatriato dal governo con un volo di Stato per ragioni di sicurezza e di urgenza.

Schlein e colleghi di partito alla Camera

         Neppure le circostanze dettagliate riferite, in particolare, dal ministro della Giustizia Carlo Nordio sugli errori ammessi dalla Corte dell’Aia nella stesura dei primi documenti, poi corretti in altri, hanno indotto, per esempio, la segretaria del Pd Elly Schlein alla Camera ad aggiornare il discorso già scritto prima della seduta. Ridotte quelle circostanze a “cavilli” e il ministro della Giustizia a “difensore” del generale libico, la Schlein ha ripetuto in aula quello che da giorni diceva contro la premier Gorgia Meloni per non aver voluto riferire lei direttamente al Parlamento. E le ha dato della presidente non del Consiglio ma del coniglio, con tanto di cartelli alzati a sinistra.

Giuseppe Conte

Una volta tanto la segretaria del Pd ha  dettato la linea  a Giuseppe Conte. Che di suo ha aggiunto gli insulti alla Meloni di viltà, fuga, obbedienza agli ordini di Tripoli, di Bruxelles e di Washington. Dove peraltro è appena tornato alla Casa Bianca quel Donald Trump al quale proprio lui, come gli ha ricordato Maurizio Lupi, era riuscito la prima volta a diventare così simpatico e disponibile, mentre a Roma cambiava disinvoltamente maggioranza per restare a Palazzo Chigi, da guadagnarsi il nome al plurale: Giuseppi.

         Di tutto il dibattito svoltosi sul caso Almarsi fra Camera e Senato quello che è destinato a rimanere nella politica non riguarda la Libia e il generale che le è stato restituito, ma l’impegno ribadito dal Guardasigilli di portare in porto la riforma della giustizia che ne porta il nome. La cui necessità è stata confermata dall’uso che nella magistratura si è fatto anche del caso Almarsi per fare opposizione al governo.

Carlo Nordio

         Accusato sarcasticamente fuori dall’aula, in particolare dal capo della Procura di Napoli Nicola Gratteri nel salotto televisivo di Lilli Gruber, di avere compattato i magistrati contro il governo, Nordio li ha ringraziati di avere compattato sulla separazione delle carriere e il resto della sua riforma la maggioranza di centrodestra. A brigante, brigante e mezzo, diceva l’indimenticabile presidente della Repubblica Sandro Pertini ripetendo un proverbio non meno efficace di quello sul sordo peggiore che non c’è di chi non vuol sentire. Proverbio applicabile, ripeto, alle reazioni alle conunicazioni del governo sul caso Almarsi.  

Ripreso da http://www.startmag.it

Dietro la facciata della compattezza della magistratura provocata dal governo

         L’associazione delle toghe si rassegnerà prima o poi alla fine di ciò che nega a parole di avere mai voluto o volere ma è realtà da almeno una trentina d’anni: il primato del potere giudiziario sugli altri.  

         Più degli strilli dell’associazione, dello sciopero già indetto, con l’impegno di farne altri, e della mobilitazione annunciata per il referendum che concluderà il percorso della riforma Nordio, chiamiamola così, col nome del ministro della Giustizia, conta la maggiore consapevolezza che si avverte fra i magistrati non mobilitati. O hanno smesso di mobilitarsi in attività sindacali dopo averci provato e toccato con mano più danni che altro.

Antonio Di Pietro

         Ha fatto rumore in questi giorni, come al solito, con quella mimica inconfondibile dell’uomo che vuole prendere a calci anche le parole che pronuncia verso la controparte di turno, l’indimenticato ex magistrato ormai Antonio Di Pietro. Che ha condiviso la riforma Nordio e, precedendo persino le domande di Massimo Giletti in televisione, ha criticato l’amico avvocato Luigi Li Gotti, da lui fatto nominare sottosegretario alla Giustizia nel secondo governo di Romano Prodi, per l’esposto contro il governo per l’affare del rimpatrio del generale libico Asmarsi girato rapidamente al tribunale dei ministri dal capo della Procura della Repubblica di Roma Francesco Lo Voi.

Dal Foglio di oggi

         Ma, pur senza avere la mimica e la notorietà di un Di Pietro riuscito a piacere persino a Giuliano Ferrara, avendo tuttavia il vantaggio di essere un magistrato ancora operativo alla guida della Procura della Repubblica di Padova, Antonello Racanelli, già segretario di Magistratura Indipendente, ha avvertito e denunciato in una intervista al Foglio di ieri la “strategia suicida” dei suoi colleghi ostili alla separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri e alle altre novità della riforma Nordio.

Dal Foglio di ieri

         “Ci troviamo di fronte a una forte maggioranza parlamentare, legittimata dal voto popolare, che ha un preciso programma politico in tema di giustizia e magistratura”, ha osservato Racanelli.  Che ai colleghi rifiutatisi di ascoltare i rappresentanti del governo uscendo per protesta quando parlavano alle inaugurazione dell’anno giudiziario, ha chiesto: “Cosa avremmo detto noi magistrati se di fronte a presidenti di Corti di appello o a procuratori generali che legittimamente nei loro interventi hanno avanzato argomentate critiche tecniche alla riforma i parlamentari o gli esponenti governativi presenti si fossero alzati per non ascoltarli?”.

         Racanelli ha indicato nel referendum su cui ha scommesso l’associazione nazionale delle toghe l’occasione di una verifica della “fiducia o no nella situazione attuale della giustizia”. Ed ha detto: “E’ facile prevedere la risposta e sappiano tutti che molte sono le cause di questa sfiducia, alcune imputabili alla politica ma altre imputabili a noi magistrati”, “Corrisponde a verità -ha insistito Racanelli- che i peggiori nemici dei magistrati sono alcuni magistrati”.

Ripreso da http://www.startmag.it

Blog su WordPress.com.

Su ↑