Quel rapporto speciale anche di Francesco con Giorgia Meloni

A ogni morte di Papa, si diceva una volta per contrassegnarne l’eccezionalità in senso soprattutto temporale, tanto lunghi erano di solito i Pontificati. E quanto brevi i governi che dall’altra parte del Tevere si susseguivano per le loro precarie condizioni di salute politica. Alcuni dei quali nascevano o morivano appesi anche ai rosari, diciamo così, del Papa di turno.

Del Pontefice bastava un sopracciglio soltanto mormorato nei palazzi romani di pasoliniana memoria per accelerare o scongiurare una delle crisi cicliche di cui vivevano i partiti. E non solo quelli di governo, ma anche di opposizione, perché spesso fra pezzi degli uni e degli altri si intrecciavano dialoghi, manovre e persino intrighi dei quali il presidente del Consiglio di turno spesso era uno degli ultimi ad accorgersi, e finirne travolto.

La prima morte di Papa che io ricordo intrecciata in qualche modo con le cronache politiche di cui mi occupavo già da tempo fu quella di Giovanni XXIII, all’anagrafe Angelo Roncalli, avvenuta il 3 giugno 1963, dopo meno di cinque anni di Pontificato però intenso di novità, e meno di due mesi dopo le elezioni politiche ordinarie del 28 e 29 aprile. Alle quali la Dc, il partito cattolico guidato da Aldo Moro, si era presentato avendo già tracciato per la nuova legislatura il completamento del percorso del centro-sinistra, col trattino, lasciato dallo stesso Moro sperimentare da Amintore Fanfani alla guida governativa delle cosiddette “convergenze parallele”, senza spingersi ad un’alleanza “organica” con i socialisti al posto dei liberali. Che Moro si era riservata per sé.

Giovanni XXIII aveva abbastanza pubblicamente incoraggiato sia Fanfani che Moro, spintosi dal canto suo a promuovere una specie di consultazione di tutti i vescovi italiani per coprirsi, diciamo così, le spalle. Alla morte del Papa i settori ancora contrari della Dc, e ma anche di altri partiti, a quella svolta politica sperarono di trovare qualche sponda oltre Tevere con l’arrivo di un altro Pontefice. Ma Paolo VI, all’anagrafe Giovanni Battista Montini, peraltro legato da un’amicizia personale con Moro, di cui era stato negli anni giovanili anche uno dei confessori, deluse aspettative di quel senso.

Il pontificato di Paolo VI durò più di 15 anni, interrompendosi il 6 agosto 1978 per una specie di colpo di grazia inferto alle sue condizioni di salute dalla morte orrenda di Moro nelle mani delle brigate rosse. Alle quali il Papa si era inginocchiato in un pubblico messaggio per sollecitarne il rilascio, dopo il tragico sequestro compiuto il 16 marzo fra il sangue della sua scorta. E, non avendolo ottenuto, anche perché  chiesto “senza condizioni”, con una formula criticata dallo stesso Moro nel covo dove era rinchiuso ma presumibilmente concordata con l’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti, il Papa ne celebrò la solenne messa funebre, nella Basilica di San Giovanni, prendendosela con Dio che non aveva ascoltato le sue preghiere.

Giovanni Parolo II, il papa polacco venerato come santo, sulla cui statua al Policlinico Gemelli si affacciano le stanze dove i suoi successori sono stati ricoverati al bisogno, morì nel 2005 governando Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi. In difesa della cui esperienza politica dal primo momento, nel 1994, il papa “straniero” aveva lasciato carta bianca al cardinale Camillo Ruini, arrivato ad uno scontro diretto nel 1994 con l’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro in azione contro il primo governo Berlusconi, già pochi mesi dopo la formazione.

Papa Francesco, ancor più di Giovanni Paolo II e poi del tedesco Benedetto XVI, ha cercato di tenersi alla larga, diciamo così, dalla politica italiana, ma non abbastanza per nascondere e trattenere una simpatia ricambiata con Giorgia Meloni, la prima donna, e di destra, a Palazzo Chigi. Una simpatia della quale la sinistra italiana, o quel che ne è rimasto dopo il suicidio giustizialista di una trentina d’anni fa, ha naturalmente sofferto, sino a farsene un altro motivo di ossessione nella pratica della sua opposizione.   

Pubblicato su Libero

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Quella sala del Campidoglio sognata europeisticamente dalla Meloni

Pur nella penombra, chiamiamola così, imposta dalla scomparsa di Papa Francescoalle cronache politiche italiane, dalle quali peraltro questo Pontefice aveva cercato di tenersi estraneo o lontano, come i suoi più diretti successori Benedetto XVI e Giovanni Paolo II, si continua a lavorare dietro le quinte per la realizzazione dell’ambizioso progetto della premier Giorgia Meloni di fare svolgere a Roma l’incontro fra i vertici europei e il presidente americano Donald Trump.

Le opposizioni, o almeno quelle più consistenti e rumorose, riconducibili al Pd di Elly Schlein e al MoVimento 5 Stelle di Giuseppe Conte, non condividono questa prospettiva. Esse sono unite dalla convinzione che dell’Europa e dei suoi rapporti con gli Stati Uniti, su uno sfondo che ormai non è più solo quello dei dazi, essendo in gioco ben altro e di più, la sede più idonea sia quella di Bruxelles. “A casa mia”, ha aggiunto con sarcasmo Pier Luigi Bersani, come per esprimere la banalità, addirittura, di una simile precisazione.

Ma Roma non è solo la Capitale d’Italia dove ha sede il suo governo guidato dalla Meloni, come a Bruxelles la Commissione europea presieduta nel suo secondo mandato dalla tedesca Ursula von ver Leyen. Roma, dove probabilmente la stessa von der Leyen verrebbe volentieri per un vertice e una circostanza così eccezionale se proposto da un’amica com’è la Meloni, peraltro affettatasi a tenerla al corrente prima e dopo la sua recente missione alla Casa Bianca; Roma, dicevo, è la citta dove il 25 marzo 1957 furono firmati i trattati istitutivi della Comunità europea e dell’Euratom. “I trattati europei”, sono ormai definiti.

La cerimonia della firma, conclusiva di una trattativa fra i sei paesi fondatori di quella che sarebbe poi diventata l’Unione attuale di ventisette paesi, si svolse esattamente nella Sala capitolina degli Orazi e Curiazi. Il governo italiano era rappresentato dal presidente democristiano del Consiglio Antonio Segni e dal ministro liberale degli Esteri Gaetano Martino, personalmente orgoglioso di avere fatto partire i negoziati due anni prima nella sua Messina.

E’ proprio in quella sala che – con l’ospitalità anche del sindaco della città Roberto Gualtieri, non credo disposto a rinunciarvi solo per non mettere di cattivo umore la segretaria del suo partito- la Meloni, secondo indiscrezioni di buona fonte, vorrebbe fare svolgere un evento così importante in questi tempi con un vertice euro-americano.  Mentre, ripeto, si gioca non solo e non tanto la partita intestata ai dazi, ma anche o soprattutto quella di un nuovo equilibrio geopolitico dopo le carte, diciamo così, disegnata a Jalta ottant’anni fa dai vincitori della seconda guerra mondiale.

L’Europa non è più riconoscibile in quelle carte. E probabilmente non sarà neppure quella che persegue la Russia post-sovietica di Putin non solo e non tanto dall’inizio della cosiddetta “operazione speciale” contro L’Ucraina, annunciata poco più di tre anni fa, ma ancora prima con l’annessione della Crimea, nel 2014.

Pubblicato sul Dubbio

In memoria di Papa Francesco, morto in servizio come voleva

A 88 anni compiuti il 17 dicembre scorso, e a 12 anni dalla sua elezione a 266.mo Pontefice di Santa Romana Chiesa, Papa Francesco è morto in servizio, come voleva. E, credo, abbia anche consapevolmente accelerare non risparmiandosi nella convalescenza seguita al lungo ricovero nel Policlinico Gemelli per una polmonite bilaterale,

Espostosi ancora ieri nella benedizione pasquale Urbi et Orbi dalla Basilica di San Pietro, pur con un filo di voce che ne rivelava il grave quadro fisico nella visione doverosamente ottimistica dei suoi medici, dei suoi collaboratori e dei milioni e milioni di fedeli che hanno potuto sentirlo e scorgerlo guardando la televisione, Papa Jeorge Mario Bergoglio, argentino ma di origini italiane, ha voluto andarsene, “tornale al Padre”, come è stato annunciato, a modo suo. Così come volle fare il Papa polacco Giovanni Paolo II, e in fondo anche il Papa tedesco Benedetto XVI. Che preferì morire da Papa emerito, dimettendosi quando valutò le proprie condizioni di salute inadeguate all’esercizio delle sue funzioni.

I fedeli, ma non solo loro, si erano affezionati a questo Papa sotto tanti aspetti più imprevedibile dei suoi predecessori. Che è morto, purtroppo, nell’angoscia delle tante guerre ereditate e cresciute sotto il suo Pontificato: E da lui paragonate a tante pillole di una guerra più grande in corso nel mondo. Una guerra che lui non distingueva fra giusta e ingiusta considerandola semplicemente offensiva per la vita. E persino inutile per le ambizioni di chi l’aveva voluta, non importa in quale parte del mondo e in quale dimensione.

La politica italiana- se è consentito scendere così tanto nell’analisi della morte di un Papa- rimpiangerà la scomparsa di un Pontefice che ha saputo tenersene lontano. Ma non credo indifferente, tuttavia.

Dietro, sotto e sopra la tregua pasquale, e oraria, di Putin all’Ucraina

Come tutte le cose di Putin, al quale Ellekappa su Repubblica ha felicemente allungato il naso sino a farlo diventare un missile, la tregua di 30 ore annunciata nella guerra all’Ucraina un po’ fa ridere ma ancor più inorridire per quello che rivela delle sue concezioni, delle sue abitudini e della sua politica.

Fa ridere per la disinvoltura di una tregua annunciata come una concessione-  magari agli ortodossi e ai cattolici che in Russia e in Ucraina festeggiano una volta tanto la Pasqua nella stessa domenica-  dopo averla fatta intravvedere per 30 giorni continuando a fare stragi. Fa inorridire perché, limitata ad una festa speciale come una Pasqua comune -ripeto- per ortodossi e cattolici, la tregua significa che la guerra è ordinaria nella concezione che Putin ha della vita sua e degli altri. Ordinaria a dispetto anche dell’aggettivo “speciale” assegnato per legge alla “operazione” contro l’Ucraina ordinata più di tre anni fa.  

Chi fra i sudditi del Cremlino -perché così i russi sono considerati fra quelle mura, come ai tempi sovietici e prima ancora zaristi- osava chiamarla guerra, cioè col suo nome vero, finiva arrestato. In un paese peraltro dove dal carcere si finisce più facilmente morti che vivi. Lo sanno proprio i dissidenti in generale, non solo sulla guerra a quel nazista ed ebreo rinnegato che Putin considera il presidente ucraino Zelensky. Sul quale il presidente americano in carica parlandone anche con o davanti alla premier italiana Giorgia Meloni, che ne sottolineava il ruolo di aggredito confermando quello di aggressore a Putin; sul quale, dicevo, Trump non ha cambiato il suo giudizio duramente critico.

Poco importa a questo punto se  Trump non lo ha cambiato idea su Zelensky perché davvero convinto che al presidente ucraino piaccia giocare con una guerra persino mondiale, come gli ha gridato in faccia pur avendolo ospite alla Casa Bianca, o per potere continuare ad attaccare e offendere come un mezzo criminale e tutto scimunito predecessore Joe Biden. Che di Zelensky è stato sostenitore convinto e decisivo per la lunga resistenza opposta dagli ucraini ai russi, avventuratisi nella già ricordata “operazione speciale” con la presunzione di poterla concludere in una quindicina di giorni arrivando a Kiev ed ammazzando o mettendo in fuga Zelensky.

 Già questo obiettivo così tanto mancato, e a così alto costo per i russi, basta e avanza per dare di Putin, dei suoi generali e dei suoi alleati, persino sul campo, il giudizio che meritano.  

La partita un pò truccata, francamente, della missione di Vance a Roma

Giusto in tempo per Giorgia Meloni  di tornare da Washington a Roma, cambiare abito, da bianco a rosa, e ricevere a Palazzo Chigi il vice presidente americano Vance, pure lui reduce dall’incontro alla Casa Bianca fra la premier italiana e il presidente americano Trump, assistiti dai principali collaboratori. C’è qualcosa che francamente non va. Non torna nella logica del buon senso, o senso comune come Alessandro Manzoni chiamava quello di moda al momento, e quindi variabile.

Immagino che cosa si saranno detti la Meloni e Vance salutandosi alla Casa Bianca all’arrivo e alla partenza dell’ospite italiana. Semplicemente: a domani. Dio mio, perché non sono state evitata queste troppo ravvicinate missioni di Meloni a Roma e di Vance, e famiglia, in Italia? Separate solo dal fuso orario, o quasi.  

La risposta l’ha data quel sornione di Paolo Mieli, due volte direttore del Corriere della Sera e tanto altro, raccontando ieri sera nel salotto televisivo di Lilli Gruber, con l’aria di chi la sa lunga, che la missione della Meloni alla Casa Bianca era stata anticipata a passo velocissimo per ridurre, con l’aiuto quindi di Trump, la portata di quella di Vance vissuta con un certo imbarazzo dalla premier per l’abilità del suo vice presidente leghista Matteo Salvini di intestarsela in qualche modo, stabilendo un rapporto diretto e sbandierato proprio con Vance. Verosimile, direi.

Contro la missione di Vance a Roma ha giocato anche l’intervento, peraltro programmato, al quale il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è sottoposto nell’ospedale Santo Spirito per stabilizzare il suo cuore con un pacemaker. Per quanto dimesso rapidamente, il capo dello Stato si è risparmiato da convalescente di ricevere al Quirinale il vice presidente americano. Di cui Mattarella non aveva condiviso alcune dichiarazioni fatte sull’Europa di recente da Vance parlandone in Germania. Lo ha sottolineato -sornione, informato ed altro come Paolo Mieli dalla Gruber- l’ex segretario generale della Camera dei Deputati Mauro Zampini scrivendone sull’Alto Adige della sua Trento.

L’ossimoro del nazionalismo occidentale per aiutare l’Ucraina

Il “nazionalismo occidentale” che la premier italiana Giorgia Meloni ha tirato fuori dal metaforico uovo di Pasqua aperto alla Casa Bianca, fra l’incontro col presidente americano Donald Trump e la conferenza stampa che ne è seguita, è in natura un ossimoro. L’Occidente è lontano ancora di più dal concetto e dalla pratica della Nazione di quanto non sia l’Europa pur nell’involucro dell’Unione delle 27 Nazioni che la compongono, direbbe la Meloni per il fastidio, o quasi, che avverte parlando o sentendo parlare di Paesi. Nazioni Unite, d’altronde, è anche l’ossimoro dell’omologa, enorme organizzazione mondiale che ha sede a New York.

Ma l’ossimoro adottato dalla Meloni è funzionale alla priorità che costituisce per lei la questione ucraina. Anche rispetto ai dazi che fra minacce, annunci, sospensioni e altro hanno prevalso nella rappresentazione dei rapporti fra l’America a gestione trumpiana e il resto del mondo, oltre all’Europa.

L’Occidente anch’esso “great again”, e “più forte”, che persegue la Meloni, ben oltre gli Stati Uniti promessi da Trump ai suoi elettori, è oggi minacciato dal rischio concretissimo di una pace in Ucraina più favorevole a Putin che a Zelensky. Del quale il presidente americano ha ribadito di non essere “un fan”, senza tuttavia insultarlo, come fece direttamente, sempre alla Casa Bianca., e soprattutto senza contestarne il ruolo di “aggredito” riconosciutogli dall’ospite. Aggredito, in particolare,  dalla Russia di Putin tornata all’imperialismo zarista, dopo il fallimento di quello sovietico. 

Una Ucraina umiliata da una pace più imposta che trattata, non certo garantibile da una forza di interposizione delle Nazioni Unite, con tanto di caschi blu, vista l’esperienza del Libano e dintorni in Medio Oriente, sarebbe una spina troppo grande nel fianco europeo.  

Se ne dovranno, o dovrebbero rendersene conto prima o dopo -speriamo più prima che dopo- i vari esperti o inviati di Trump nelle aeree geografiche e politiche dove gli Stati Uniti hanno incontrato più difficoltà del previsto sulla strada non della pace ma solo di una tregua. Esperti -temo anche per le storie che ne hanno raccontato i giornali- più di affari immobiliari e finanziari che di affari politici, o addirittura geo-politici.

In questa situazione, essendo in programma, dopo l’incontro alla Casa Bianca fra Trump e Meloni, un viaggio del presidente americano a Roma in cui potere inserire un incontro anche fra lui e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, come la premier italiana sembra avere proposto direttamente a Putin dietro le quinte, la questione ucraina potrebbe trovare finalmente l’occasione e la sede appropriate in cui essere trattata, diciamo pure negoziata, coniugando davvero pace e sicurezza. E mettendo un po’ d’ordine anche in un certo disordine avvertito nel vecchio continente con iniziative sovrapposte e persino concorrenti, alle quali ha partecipato anche la Meloni avvertendone e lamentandone i limiti.

Pubblicato sul Dubbio

Il Colosseo che Giuseppe Conte temeva di perdere….

Superato, per ora, solo da Nicola Fratoianni, al quale il bianco dell’abito indossato nell’occasione da Giorgia Meloni ha ispirato addirittura l’accusa di essere andata e arrivata alla Casa Bianca per fare “la cameriera” del presidente americano, Giuseppe Conte sul fronte delle opposizioni si è improvvisato questa volta arbitro, addirittura. Ed ha assegnato la vittoria della partita con due a zero a favore di Donald Trump. Il vecchio amico Trump, che nel 2019, anche allora alla Casa Bianca, pluralizzandone generosamente il nome, da Giuseppe a Giuseppi, lo aiutò a modo suo a restare a Palazzo Chigi, a Roma, pur cambiando, anzi rovesciando la maggioranza. Col Pd di Nicola Zingaretti, spinto da Matteo Renzi ancora domiciliato politicamente al Nazareno, al posto della Lega di Matteo Salvini. Il cui errore principale fu quello di avere preso sul serio Zingaretti, che si era impegnato fuori e dentro il suo partito a non muoversi dall’opposizione, nei rapporti con Conte, senza passare per le elezioni.

I debiti si pagano, diciamo così. E Conte ha pagato il suo assegnando appunto con un netto risultato la vittoria a Trump nella partita con la Meloni. Che tuttavia non è andata alla Casa Bianca per segnare alla porta del presidente, e in qualche modo ammiratore, americano ma semplicemente e più costruttivamente per preparare altre partite. Soprattutto quella fra lo stesso Trump e l’Unione Europea, magari con un incontro, a Roma o dintorni, fra il presidente degli Stati Uniti e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Dove penso -ad occhio e croce, magari sbagliando, ma spero di no- più ancora dei dazi, pur con tutta l’importanza che hanno, per carità, si possa parlare dell’Ucraina. E del rischio che corre di dovere subire una pace utile più all’imperialismo zarista, o post-sovietica, della Russia di Putin che alla sicurezza dell’Europa. E, più in generale, dell’Occidente che Meloni si è augurata alla Casa Bianca “grande di nuovo” -come Trump si è proposto di fare soprattutto per gli Stati Uniti- e “più forte”.

Sicuro com’è di essere anche spiritoso, oltre che ambizioso, pure di tornare a Palazzo Chigi dove ritiene ancor di essere stato tradito anche dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella mandando al suo posto Mario Draghi; sicuro, dicevo, com’è di essere anche spiritoso, Conte ha riconosciuto alla Meloni solo i merito avere evitato alla Casa Bianca di vendere “un pezzo del Colosseo” a Trump. Magari per lasciarlo tutto in intero a disposizione del presidente del MoVimento 5 Stelle, o di ciò che ne rimane, per altri raduni e comizi contro il governo in carica. Come quelli svoltisi il 5 aprile scorso.

In fondo la politica è fatta anche di qualche piccola soddisfazione, diciamo così, come quella presasi da Conte, appunto, tornando dalle parti del Colosseo non per andare a trovare Beppe Grillo, quando era ancora il garante e insieme fondatore del movimento pentastellato, e riceveva i suoi ospiti in un albergo con vista sui fori imperiali, ma per prenotare da solo e direttamente questa volta Palazzo Chigi, se e quando dovessero riuscire quelli che allo stato delle cose, per ammissione di alcuni anche nel Pd, sono solo i miracoli attesi da un fronte unitario di alternativa al centrodestra e di una sua vittoria in elezioni politiche, anticipate o ordinarie.

Poi, si sa, dal Colosseo alla sede della Presidenza del Consiglio si può anche correre a piedi, senza neppure la macchina, magari sognando anche la soddisfazione di passare davanti alla Meloni che chiede l’elemosina sotto  il balcone fatidico dell’altrettanto fatidico Palazzo Venezia. 

Un sogno, questo, che fa il paio con quello di Stefano Rolli che in una vignetta sul Secolo XIX ha fatto di un corrucciato e riconoscibilissimo Conte, al singolare, che vede e ascolta corrucciatissimo in televisione un Trump che moltiplica questa volta il nome della Meloni: Giorgi…

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I “great again” conciliabili di Trump e Meloni alla Casa Bianca

Agli Stati Uniti “di nuovo grandi” promessi, proposti, rivendicati e quant’altro da Donald Trump, che anche o soprattutto per questo ha riconquistato la Casa Bianca accusando i suoi predecessori di avere fatto regredire il loro paese, Giorgia Meloni nello studio ovale ha preferito la formula dell’Occidente” di nuovo grande”. Un obbiettivo da perseguire insieme: Trump e Meloni, gli stessi Stati Uniti e gli alleati fra i quali l’Italia è “speciale” per riconoscimento del presidente americano.  Great again.

Rientra in questa prospettiva dell’Occidente di nuovo grande il viaggio in Italia proposto dalla premier al presidente degli Stati Unii per avere, fra l’altro, l’occasione intravista nelle sue parole di un incontro anche con la presidente della Commissione dell’Unione Europea. Un viaggio a breve, si è capito delle intenzioni della Meloni, anche se sulla data l’entourage di Trump non ha voluto sbilanciarsi. 

Un Occidente di nuovo grande significa un Occidente più deciso a restare unito nella sua difesa. Cosa, questa, che non è minacciata tanto dai dazi quanto dal rischio, alimentato dall’approccio di Trump alla questione, di una pace in Ucraina, dopo più di tre anni di guerra, favorevole più a Putin che a Zelensky Più all’aggressore che all’aggredito, nella distinzione che la premier italiana ha tenuto a ribadire nella parte pubblica del confronto col presidente americano, quando entrambi si sono offerti alle domande dei giornalisti.

Di fronte alla distinzione fra aggressore e aggredito parlando della Russia e dell’Ucraina Trump si è guardato bene dal replicare contro la sua “fantastica” ospite, fra i pochi “leader mondiali” da lui apprezzati, la scenata riservata clamorosamente nella stessa Casa Bianca al presidente ucraino. Di cui tuttavia Trump ha ribadito la convinzione che abbia sbagliato. Ma ancora più sbaglierebbe Trump, nella convinzione della Meloni,  se davvero consentisse a Putin di praticare un imperialismo non più sovietico ma addirittura zarista contro una  terra che si sente europea, con una procedura in corso di adesione all’Unione, e che ha pagato con l’invasione  l’aspirazione ad entrare anche nella Nato.

La missione della Meloni alla Casa Bianca è stata compiuta con “disciplina e onore”, si potrebbe dire parafrasando l’articolo 52 della Costituzione un po’ troppo abusato nelle polemiche politiche quando viene imbracciato come un’arma contro il presidente del Consiglio e i ministri di turno.

Gli effetti dell’incontro alla Casa Bianca si vedranno nei fatti, hanno detto con un certo scetticismo i meno aggressivi degli oppositori o critici del governo, considerando anche l’imprevedibilità di Trump. Ma la presidente del Consiglio è stata della schiettezza necessaria in un passaggio così difficile della congiuntura internazionale. Non è fuggita, come l’accusano nei giorni pari e dispari Giuseppe Conte ed Elly Schlein rincorrendosi nell’aspirazione a Palazzo Chigi, né si è nascosta dietro formule evanescenti.

Le dimissioni improbabili, a dir poco, del presidente della Repubblica

Diavolo di un Messaggero che pure si scrive e si stampa a due passi dal Quirinale. “Mattarella verso le dimissioni già oggi”, hanno titolato in prima pagina pur risparmiando all’evento i caratteri di scatola che avrebbe meritato un annuncio del genere se vero, non nel contesto di un breve ricovero del Capo dello Stato all’ospedale Sant Spirito di Roma per l’impianto di un pacemaker di ormai ordinaria amministrazione per chi ha il cuore dai ritmi un po’ troppo imprevedibili.

Tranquilli, il Capo dello Stato ha continuato sì a “lavorare anche dall’ospedale”, sempre nel titolo del Messaggero, ma non per firmare le ultime carte della sua seconda Presidenza, dopo la prima del 2015-2022., ma per proseguire, non interrompere per chissà quale ragione un mandato che scadrà solo nel 2029.

I critici di Mattarella, che non mancano neppure in un quadro generalmente favorevole a lui, e gli aspiranti alla successione, anch’essi presenti fra quelli che sistematicamente gli fanno gli auguri per le feste comandane o personali, debbono pazientare. Soprattutto dopo e grazie al pacemaker appena installato.

Alla prova dei fatti la missione di Giorgia Meloni alla Casa Bianca

Non so se Emilio Giannelli volesse più fare ridere o inorridire i lettori del suo Corriere della Sera proponendo, per la visita odierna alla Casa Bianca, una Giorgia Meloni al bacio dei glutei ricavati sulla faccia del presidente americano allungando le sue guance. Uno spettacolo più osceno che ridicolo.

La missione della premier italiana in America ha scatenato anche la fantasia all’indietro dei cosiddetti analisti. Alcuni dei quali si sono avventurati a paragonarla a quella di Alcide Gasperi nel gennaio del 1947, avvolto in un cappotto prestatogli da amici e deciso a portare a casa un assegno di 50 milioni di dollari.  In cambio, fra l’altro, dell’impegno, mantenuto quattro mesi, di scaricare dal governo  socialisti e comunisti. I primi vi sarebbero tornati col centro-sinistra “organico”, e Aldo Moro presidente del Consiglio, nel 1964. Gli altri invece non vi sarebbero tornati mai più, rappresentando il Massimo D’Alema del 1998 a Palazzo Chigi non il Pci, finito tra le macerie del muro di Berlino, ma la seconda delle sue varie, successive edizioni.

Giorgia Meloni al ritorno da Washington non dovrà scaricare nessuno dei suoi alleati di governo. Né il vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini, più trumpiano o trumpista della premier, né il vice presidente forzista del Consiglio Antonio Tajani. Che è sì insofferente per ragioni di stile e di contenuto alle marce, retromarce, sceneggiate ed altro di Trump, ma altrettanto all’idea che si possa fare a meno degli Stati Uniti, pur nella versione trumpiana.

Per quanto difficile se finalizzata ad una mediazione fra le due rive dell’Atlantico, comunque coperta da un assenso della presidente della Commissione dell’Unione Europea Ursula von der Leyen, la missione della premier italiana è di per sé un passaggio importante per l’Italia in un momento non certo ordinario: nel bel mezzo di guerre che continuano e di un tentativo che accomuna un po’ Trump e Putin di ridisegnare spartizioni e influenze a 80 anni da quelle concordate a Jalta alla fine della seconda guerra mondiale.

Solo un autolesionismo da vignetta -magari di un’altra di Giannelli sul Corriere della Sera- potrebbe fare sognare in Italia  un fallimento della Meloni a Giuseppe Conte e ad Elly Schlein, che si inseguono nella corsa a Palazzo Chigi come candidati alla guida della pur improbabile alternativa al centrodestra.

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