La premier Giorgia Meloni incoronata regina…di Rimini

         Solo il mio amico Piero Sansonetti, riportando la sua Unità molto indietro negli anni, anche a quelli che spesso egli  ha mostrato di non rimpiangere, ha liquidato il discorso pronunciato da Giorgia Meloni al raduno annuale  e riminese di Comunione e Liberazione – di ritorno da vacanze che non l’hanno mai allontanata in verità dall’attività politica, specie di natura internazionale- ha avvertito, lamentato, denunciato nelle sue parole, e negli applausi raccolti, una “Italia reazionaria, autoritaria e bigotta”.

         Magari, Piero avrà trovato una conferma al suo giudizio nei “brividi” avvertiti da Antonio Polito sul Corriere della Sera” riferendo dell’accoglienza riservata dai “ragazzi” ciellini ad una Meloni ormai avviata sulla strada di una sostanziale democristianizzazione, in una marcia di avvicinamento ai “popolari europei”. Con i quali non a caso si è ritrovata appoggiando la presidente della Commissione dell’Unione, Ursula von der Leyen, e instaurando con lei un rapporto privilegiato, un po’ come quello stabilito oltre Oceano col presidente americano Donald Trump.

         Ma fra tutte le reazioni politiche e mediatiche, che lui di solito riesce ad esprimere al massimo essendo fra i giornalisti il più politico per provenienza e quasi indole, quella più rilevante è di Giuliano Ferrara. Che sul Foglio fondato negli anni del berlusconismo, cui contribuì consigliando il Cavaliere, scrivendogli i discorsi, tentando rapporti dove non arrivava Gianni Letta, cioè a sinistra, ha riconosciuto nella Meloni di Rimini “la donna giusta al posto giusto”, specie nella politica estera italiana. Una donna “pragmatica”, ostinata, preparata, moderata più che conservatrice, proiettata verso una “egemonia” diversa naturalmente da quella teorizzata a sinistra dalla buonanima di Antonio Gramsci, ma pur sempre indicativa di una vera forza politica.

         “Non la voto ma mi adeguo”, ha concluso Giuliano, che temo preferisca nella cabina elettorale la segretaria del Pd Elly Schlein, perdonandole anche quella Europa “comunità hippy” che a lui non piace. O ne diffida. Ma alla Meloni, di cui hanno incuriosito il già ricordato Polito “i nuovi mattoni” con i quali ha raccontato a Rimini di volere costruire in Europa, compresa l’Italia, “una casa che non abbiamo iniziato noi” della destra; alla Meloni, dicevo,  quel Giuliano Ferrara che comunque si “adegua” potrebbe andare bene lo stesso. Forse anche meglio di quel suo vice presidente leghista del Consiglio, Matteo Salvini, che sotto sotto, nonostante le frenate che ogni tanto concede, si adegua meno, e le procura più danni o problemi.

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L’opposizione della Schlein che non c’è, e che Romano Prodi reclama

Giorgia Meloni, si sa, avvertì la sua vocazione politica ad appena 15 anni per la morte di Paolo Borsellino, un magistrato orgogliosamente di destra ucciso nel 1992 nella strage mafiosa di via d’Amelio a Palermo. Seguita a quella di Capaci, sempre di mafia, in cui era stato ucciso il collega ed amico Giovanni Falcone. 

         Elly Schlein, l’antagonista in concorrenza con l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte, nostalgico di Palazzo Chigi da quando dovette lasciarlo a Mario Draghi, è stata meno precoce di Giorgia Meloni. Non a 15 ma a 23 anni, già munita di tre passaporti,  s’invaghì della campagna elettorale di Barak Obama a Chicago, nel 2008, partecipando anche a quella successiva per la conferma del presidente americano.

         In Italia Elly, per gli amici, dovette accontentarsi di Romano Prodi. Che nel 2013, reduce da due governi di breve durata a dieci anni di distanza l’uno dall’altro, e da un mandato consolatorio, rimediatogli da Massino D’Alema che lo aveva sostituito nel 1998 a Palazzo Chigi, di presidente della Commissione europea a Bruxelles, tentò con apparente distacco anche fisico, non ricordo più bene se dall’Africa o dalla Cina, la scalata al Quirinale. Per quanto candidato dall’allora segretario in persona del Pd Pier Luigi Bersani col rito abbreviato dell’acclamazione, Prodi fu tradito dai cosiddetti, immancabili “franchi tiratori”. In guerra lo chiamano “fuoco amico”.

         La Schlein, reduce a 28 anni dai fasti americani e ormai decisa a contenersi nei confini italiani, rimase basita. La delusione di Prodi, che fingeva rassegnazione e indifferenza, procurò la tarantola alla Schlein. Che lanciò una campagna di occupazione di protesta delle sezioni del Partito Democratico, con l’obiettivo forse anche di arrivare sino al Nazareno, la sede nazionale. Con quella vicinanza fisica al Quirinale che poteva rendere l’occupazione in qualche modo riparatrice, sul piano simbolico, del torto subito da Prodi.

         Paolo Borsellino dall’aldilà, cui credeva da buon cristiano, credo abbia  buone ragioni per essere soddisfatto di quella ragazza inconsapevolmente avviata alla politica e arrivata in soli 30 anni a Palazzo Chigi, la prima donna nella storia d’Italia, e di destra, dopo essere stata anche vice presidente della Camera e ministra, O ministro, come probabilmente preferirà leggere per la sua nota preferenza al genere maschile di queste cariche istituzionali.

         Non così Prodi, felicemente vivo e in salute a 86 anni compiuti il 9 agosto scorso, nei riguardi della “sua” Elly Schlein. Alla quale non può non avere pensato, con quella memoria peraltro di elefante che gli attribuiscono anche gli amici, dicendo non più tardi dell’altro ieri, in una intervista pubblicata il giorno dopo su Repubblica, che manca in Italia un’opposizione. “Il centrosinistra- gli ha chiesto Claudio Tito- che cosa dovrebbe fare in Italia per fermare questa deriva” appena lamentata da Prodi in senso e segno autoritario, sul modello trumpiano? Senza avere naturalmente, a livello italiano ed europeo, i soldi e tutto il resto di Trump. “Esistere, basterebbe esistere”, ha laconicamente, tragicamente risposto Prodi, immagino contorcendo il viso come solo lui sa fare quando è giù di corda e cerca di trascinarsi appresso nello sconforto l’interlocutore di turno.

         La povera Schlein salta da una piazza all’altra, da un corteo all’altro, da un convegno all’altro, da un microfono all’altro, da una telecamera all’altra, non cambiando mai soltanto la sua addetta ai colori del proprio abbigliamento, e quel distratto, ingrato di Prodi le dà praticamente del fantasma, come a tutti gli altri inutilmente aspiranti all’alternativa di cosiddetto centrosinistra. Che come definizione peraltro va troppo stretta o troppo larga, secondo i giorni e gli umori, al già ricordato Conte. Che vorrebbe una carovana di “progressisti indipendenti” l’uno dall’altro, dipendenti solo dal caso in una eventuale, improbabile vittoria elettorale.

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L’affollatissima festa…anche politica del cane

         Ciascuno ha partecipato ieri a suo modo, consapevole o non, alla giornata mondiale, cioè alla festa del cane. La deputata ed ex fidanzata, quasi moglie di Silvio Berlusconi diffondendone per internet una fotografia festosa con i suoi Dudù, chiamiamoli così tutti col nome del più celebre o fortunato. Che fu trattato giocosamente una volta a Roma persino da Putin, prima che l’ospite si scoprisse Pietro il Grande e facesse concorrenza anche a Stalin inghiottendo i vicini. E riuscendo per un po’ a convincere della loro pericolosità anche l’amico Berlusconi. Che cominciò a parlare pure lui del presidente ucraino Zelensky, tra l’imbarazzo di amici e alleati,  come di un “signore” troppo agitato che poteva essere sostituito rapidamente da “qualcun altro” , lasciato magari scegliere dallo stesso Putin risparmiandogli la fatica di una guerra di conquista troppo lunga e sanguinosa.

         Non so se Prodi  -Romano Prodi, 86 anni compiuti in questo agosto, due volte ex presidente del Consiglio  per breve tempo e una volta ex presidente della Commissione europea per  più tempo- abbia o abbia avuto un cane pure lui. Ma egli  ha partecipato alla festa con una intervista alla Repubblica, quella di carta, una volta tanto equanime considerando la sua abitudine di pensare, dire male e preoccuparsi solo o prevalentemente della destra. Una volta tanto, bontà sua, nel confermare la sensazione o, direttamente, “lo slittamento autoritario” del governo in carica in Italia-  ispirato anche a quello di Trump negli Stati Uniti, amico del resto della premier Giorgia Meloni sedutagli accanto, a sinistra, nel recente vertice euro-americano alla Casa Bianca sull’Ucraina- lo ha attribuito anche alla “inesistente opposizione”: non proprio un complimento per la segretaria del Pd Elly Schlein, il suo concorrente Giuseppe Conte alla guida dell’improbabile governo alternativo e tutti gli altri aspiranti a partecipare al cosiddetto “campo largo” del cosiddetto, pur esso, centrosinistra prenotando o conquistando un posto nella “tenda” offerta ai moderati dall’infaticabile, generoso, ispirato Goffredo Bettini.

         “Esistere, basterebbe questo”, ha laconicamente e tragicamente detto Prodi dell’opposizione, per niente incoraggiato -credo- dalla esistenza che contemporaneamente la Schlein riteneva invece di costruire concedendo a Conte per il suo amico pentastellato Roberto Fico, già presidente della Camera, la candidatura al vertice della regione Campania, prossima alle urne.  E promettendo in cambio al presidente uscente, resistente e compagno di partito Vincenzo De Luca l’insediamento del figlio Pietro, già pieno di incarichi e competenze, vere o presunte, alla segreteria regionale del Pd tanto agognata dal padre.

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Le scuse ormai insufficienti di Israele per i troppi morti a Gaza

         Per gli amici di Israele, quelli veri, che non hanno commesso l’errore di difenderne il nome e la causa della sopravvivenza ignorando in prima pagina sui giornali la notizia, quella di ieri è stata una giornata durissima. Sotto certi aspetti persino peggiore del 7 ottobre di ormai due anni fa, quando tutto in un certo senso cominciò, o ricominciò, col pogrom osceno rivendicato dai terroristi di Hamas, che uccidono in Israele, stuprano, seviziano, sequestrano persone  e difendono i palestinesi – pensate un po’- usandoli come scudi umani contro Israele che reagisce.

         Il doppio attacco israeliano di ieri contro un ospedale della striscia di Gaza, provocando una ventina di morti fra cui cinque giornalisti che non vi erano ricoverati ma stavano facendo il loro mestiere di vedere e raccontare una guerra, è stato semplicemente orrendo. Persino il premier israeliano Netanyau, dopo un iniziale tentativo di negare l’evidenza, ha dovuto alla fine ammettere l’errore e scusarsi.

         Ma le scuse, certamente preferibili a quelle che, per esempio, Putin non è neppure tentato di chiedere per quello che sta facendo in Ucraina- di chiedere anche al suo interlocutore principale, il presidente americano Donald Trump, nella ricerca di una soluzione del conflitto- non sono sufficienti. Non lo sono più in questa fase della guerra. Non lo sono più se non accompagnate con lo svelamento dei responsabili e la loro punizione. Altrimenti sono solo chiacchiere, utili solo a danneggiare ulteriormente la causa pur tragicamente giusta della sopravvivenza di Israele.

Gli sminatori italiani in Ucraina annunciati da Antonio Tajani

         Nel rivendicare per l’ennesima volta da quando è alla Farnesina la titolarità, insieme con la premier Giorgia Meloni,  della politica estera contestando le intrusioni del collega leghista alla vice presidenza del Consiglio Matteo Salvini, il buon Antonio Tajani in maniche stagionali di camicia si è lasciata scappare una rivelazione. Uno scoop come ne avrebbe voluto fare quando era solo  un giornalista, prima che Silvio Berlusconi se lo portasse appresso in politica non immaginando forse neppure lui dove avrebbe saputo o voluto spingere. Addirittura alla figura che ogni tanto gli viene attribuita, fra cronache e retroscena, di concorrente forse della stessa Meloni alla Presidenza della Repubblica, quando finirà -fra quattro anni- anche il secondo mandato di Sergio Mattarella “il lungo”, come potrebbe essere chiamato il Capo dello Stato in carica per avere già battuto il primato dei 9 anni raggiunto a suo tempo da Giorgio Napolitano. Anche lui eletto due volte, ma con la riserva, non accettata invece dal suo successore, di accorciare il secondo mandato per stanchezza dichiarata ma opportunità nascosta, conoscendo la smania che spesso intossica la politica.

         Tajani ha rivelato, in particolare, che l’Italia non invierà truppe in Ucraina, a presidiarne con altri la sicurezza a guerra finita, come invece teme Salvini mandando “appeso al tram” il presidente francese Macron, e chiunque alto tentato dalla sua ida e voglia di intervento. L’Italia si limiterà ad offrire -forse l’ha già fatto- la sua competenza, specialità e quant’altro di sminare i territori disseminati di ordigni dagli invasori russi. O dagli stessi ucraini per difendersene scordandosene però la collocazione precisa.

         Il mestiere o la specialità degli sminatori, con la esse   che li distingue da quelli che lavorano sotto terra per ricavarne il necessario a vivere meglio sopra, o peggio come a Gaza con quello che hanno fatto i terroristi di Hamas, è sin troppo nota per avere bisogno di molte parole per spiegarla. Le tecniche moderne, grazie a Dio, hanno moltiplicato vantaggi ed opportunità degli sminatori non più in carne e ossa ma robot, senza tuttavia potere sostituire del tutto gli umani. Ai quali chissà se Salvini riuscirà, al momento opportuno, a concedere la possibilità di accedere senza attaccarli al tram.

Figuratevi se partecipo al rimpianto del Centro sociale Leoncavallo

Al rimpianto di Pippo Baudo si vorrebbe far seguire quello del Centro sociale milanese appena sgomberato e chiamato Leoncavallo dal nome della strada in cui sorse una cinquantina d’anni fa, occupando abusivamente un’area privata con relativa struttura industriale. Una strada intestata al musicista Ruggero Leoncavallo noto anche per il dramma lirico dei Pagliacci, ricavato da un fatto di cronaca nera realmente accaduto in un borgo della Basilicata a fine Ottocento.

         Questo Centro sociale prodotto dalle scorie della contestazione settantottina e del terrrorismo, che ne derivò spesso negli anni di piombo, crebbe anchenel mito da martiri di due militanti -Fausto e Iaio- uccisi in circostanze misteriose il 18 marzo 1978. Un delitto rimasto impunito ma del quale quella comunità ricavò un clima di solidarietà non so ancora, francamente, quanto meritata per la natura tuttora misteriosa di quel delitto, in un ambiente degradato anche dalla droga.

         Pur già noto anche a livello nazionale il mio primo contatto professionale, diciamo così, con quella comunità dichiaratamente alternativa nacque sfogliando nella primavera dl 1989 la posta dei lettori del Giorno, di cui ero stato appena nominato direttore dall’Eni. Lettori tutti indignati, e invocanti aiuto, per le condizioni difficili in cui abitavano in via Leoncavallo e dintorni. Dove non si poteva neppure dormire perché di notte venivano imposti, a volume altissimo, concerti non proprio di musica classica.  Di giorno le cose riuscivano ad andare anche peggio.

         I lettori che scrivevano si firmavano spesso con iniziali o nomi di fantasia, evidentemente per paura di ritorsioni. Alcuni però avevano anche il coraggio di firmarsi, per cui mi fu possibile rintracciarne qualcuno. E farmi accompagnare in qualche sopralluogo. Ne ricavai a prima vista la stessa impressione appena confessata da Vittorio Feltri scrivendone sul Giornale. Di “sfaccendati”, piuttosto che di “creativi”, come qualcuno li definiva già allora e continua ancora a considerarli richiamandosi anche al buon Vittorio Sgarbi. Che da assessore alla cultura di Letizia Moratti a Milano, scambiando i murales dei leoncavallini nella nuova sede, sempre abusiva, dove si erano trasferiti, li promosse generosamente ad opere d’arte, sproloquiando -scusami, Vittorio- persino di Cappella Sistina.

         Quando cominciai ad occuparmene scrivendo, e parlandone anche con l’amico Paolo Pillitteri nel suo ufficio di sindaco a Palazzo Marino, mi resi subito conto che i leoncavallini non fossero solo degli sfaccendati. E a un certo punto delle polemiche provocate dalla mia attenzione diedi loro dei Pagliacci nel titolo di un editoriale, con la maiuscola dell’opera lirica.

Dopo qualche giorno cominciarono ad arrivare a casa telefonate minatorie, su una linea peraltro riservata, la più laconica era l’annuncio che “il garofano sarà reciso”. Una notte nell’androne del palazzo dove abitavo fu infilata e accesa della benzina.  

Una richiesta della polizia di mettere sotto controllo il mio telefono per risalire alla provenienza delle minacce fu respinta dalla magistratura, che forse- pensai, lo confesso- di non avere condiviso quei Pagliacci nel titolo e mi voleva dare anch’essa una lezione lasciandomi indifeso. Provvidero le autorità competenti, diciamo così, assegnandomi una scorta.

         Confidenza per confidenza, alla fine di quell’anno -nel quale peraltro il povero Pillitteri aveva anche cercato di sgomberare il Centro antagonistico prodigandosi per l’assistenza della forza pubblica, pur fra dubbi e riserve del prefetto che temeva complicazioni sociali- pensai anche ai leoncavallini quando trovai nell’ascensore che portava al piano del Giorno, nel palazzo della stampa di Piazza Cavour, due fogli di carta affissi su una parete della cabina. Uno era la fotocopia di un’immagine del dittatore rumeno Ceausescu giustiziato, sull’altro si chiedeva quando sarebbe arrivato “il turno” del sottoscritto, immondo anche perché “craxiano”. Carini. Neppure su quell’episodio si ritenne opportuna una qualche indagine. Seguì solo un rafforzamento della scorta.

         Con questi precedenti, che riviviamo qui in qualche modo per la nostra linea politica, pensate che io possa ora partecipare al rimpianto del Centro sociale Leoncavallo finalmente sgomberato dal governo? Figuratevi. 

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In attesa delle scuse, altamente consigliabili, della Meloni a Macron

         La premier Giorgia Meloni, imbarazzata nella generale rappresentazione giornalistica per gli insulti del suo vice leghista Matteo Salvini al presidente francese Emmanuel Macron, che si è beccato anche del “troppo permaloso” per la protesta espressa in via diplomatica, si starà chiedendo se le intemperanze del suo collega di governo e amico, almeno a parole, siano notate più da sole o con una sua dissociazione. Cioè se lei traduce l’imbarazzo in una richiesta pubblica di scuse a Macron. Come, magari, le avrà già consigliato direttamente e riservatamente il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, imbarazzato più ancora della Meloni nel ruolo che ha di Capo dello Stato che “rappresenta l’unità nazionale”, cioè la Nazione, secondo l’articolo 87 della Costituzione.

         Visto che la situazione creata da Salvini con i suoi attacchi e insulti a un Macron guerrafondaio, che dovrebbe “attaccarsi al tram” piuttosto che pensare a interventi più concreti delle parole a favore dell’Ucraina dopo tre anni  e mezzo di guerra con la Russia di Putin, che ne ha invaso il territorio e continua a devastarlo con più morti e feriti di quanti se ne stiano contando a Gaza su un altro versante di fuoco; vista, dicevo, la situazione creata da Salvini nei rapporti con la Francia ancora nostra alleata atlantica e socia europea, sarebbe ora che la Meloni si scusasse. Anche a costo di provocare una crisi che però credo improbabile. Più probabile vedrei una crisi nella Lega, dove l’imbarazzo per le posizioni del segretario è forse maggiore di quello della Meloni nel governo per lo stile e a volte anche il contenuto dell’azione di Salvini. Questa volta, credo, per lo stile e il contenuto insieme.

Il funerale preterintenzionale dell’Europa celebrato da Draghi a Rimini

         Se l’intenzione di Mario Draghi, parlando al raduno annuale di Comunione e  Liberazione a Rimini, senza cravatta e occhiali d’ordinanza, era quella -come spero anche per i ruoli che ha avuto a vario livello, e ha tuttora con gli studi e altro affidatigli dalla presidente della Commissione di Bruxelles Ursula von der Leyen; se l’intenzione, dicevo, era di “strigliare”, “sferzare”, stimolare e quant’altro, come si si legge oggi nei titoli di molti giornali, l’effetto è stato opposto. Infelicemente opposto, direi.

Quella di Draghi è stata la celebrazione di un funerale preterintenzionale, diciamo così, dell’Unione europea. Di cui egli ha sostenuto con una certa, forse eccessiva, spietata durezza, che sia “evaporata la forza” che pure poteva provenirle dai quattrocento milioni e più di consumatori che popolano il suo mercato. Un’Europa evaporata, ripeto, e “immobile” di fronte alle guerre che la circondano e la coinvolgono: dall’Ucraina a Gaza. Eppure l’Ucraina, per esempio, se non è stata -o non è ancora stata- abbandonata dal presidente americano Donald Trump nelle fauci di un Putin trattato quanto meno con eccessiva indulgenza, da invaso e non invasore, lo si deve all’Europa pur “evaporata” nelle parole dell’ex presidente della Banca Centrale europea e poi anche ex presidente del Consiglio.

         Diciamo che è stata per Draghi,  quella trascorsa ieri a Rimini, una giornata sfortunata. Più da “funerale”, come ha titolato impietosamente qualche giornale, che da occasione ricostituente per l’Unione europea. Una giornata da dimenticare, più che ricordare.

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Tutti liberati a Milano gli arrestati nelle indagini sull’urbanistica

Tombola fuori stagione, diciamo così, a Milano. Dove nessuno, ma proprio nessuno degli arresti ottenuti dall’accusa nelle indagini sull’urbanistica chiamate in vario modo- Palazzopoli, Pirellinpopoli, Affaropoli, Lussopoli e via declinando- ha retto al passaggio del tribunale del riesame. Neppure quello del costruttore Manfredi Catella, liberato per ultimo ieri dalla custodia domiciliare come, prima di lui, l’ex assessore all’UrbanisticaGiancarlo Tancredi, Giuseppe Marinoni, Federico Pella, Alessandro Scandurra e Andrea Bizzicchieri, l’unico ad avere provato il carcere davvero.

         Salvo complicazioni, e nei tempi ordinariamente lunghi della giustizia di rito italiano, e non solo ambrosiano, i liberati riusciranno ad andare liberi al processo. Ma intanto hanno dovuto subire il bagno dello sputtanamento.   E chissà quale altro li aspetterà nell’espletamento delle loro professioni, per alcuni di loro già interdette con misure sostitutive dell’arresto.

         Manfredi Catella già di suo più elegante e aitante del suo amico Beppe Sala, si porterà addosso ormai per tutta la vita la leggenda, ricavata dalla solita intercettazione fuori contesto, al limite fra il reale e lo scherzo, di essere stato in pieno, clamoroso conflitto d’interessi il vero sindaco della Milano dei grattacieli, annessi e connessi. Con Sala, sinora fra i tanti indagati, ridotto ad un prestanome con la complicità di tutti gli elettori che lo hanno portato a Palazzo Marino.

         Chissà perchè, forse stimolato, dirottato o altro ancora da una intervista appena letta sul Corriere della Sera, e rilasciata nella sua residenza campestre in Molise, alla notizia della tombola, ripeto, al tribunale del riesame di Milano il mio pensiero è andato ad Antonio Di Pietro. Che, con l’esperienza fattasi a Milano e altrove come sostituto procuratore, all’esplosione delle indagini sull’urbanistica ambrosiana è stato il primo, o fra i primi, ad essere colto da dubbi e ad esprimerli pubblicamente col suo solito ricorso ad immagini o espressioni ruspanti, ad effetto come la domanda che opponeva ai suoi tempi giudiziari agli interlocutori: “Che ci azzecca?”. Stavolta egli ha opposto alla proliferazione della fantasia e dei sospetti sui grattacieli di Milano progettati ed eseguiti da architetti e costruttori di una certa dimensione e notorietà ricordando che certe imprese non sono da “geometra di Canicattì”.

         Prima ancora dell’esplosione urbanistica di o a Milano, quando neppure aveva dismesso la toga per farsi tentare dalla politica, nella quale il suo capo Francesco Saverio Borrelli si augurava più o meno pubblicamente che trovasse finalmente la pace, l’inquieto Di Pietro, Tonino per gli amici, era diventato guardingo verso i suoi colleghi. Aveva cominciato a chiamare sarcasticamente “dipietrini” i magistrati che lo imitavano un po’ dappertutto nella caccia alle tangenti nella quale lui si era specializzato a Milano. Moltiplicandone i risultati con le doti “informatiche” che sorpresero anche Borrelli. Non tutti insomma sono davvero Di Pietro, specie da quando lo stesso Tonino ha cominciato ad avvertire dubbi sulla sua epopea.

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Il bicchiere di Carlo Nordio e la paura dei suoi avversari

         Il maggior problema del guardasigilli Carlo Nordio- maggiore anche del processo che il tribunale dei ministri vorrebbe fargli per l’affare del generale libico Almasri, fatto rimpatriare e sfuggire all’arresto ordinato dalla Corte Internazionale Penale dell’Aja per crimini contro l’umanità- è il suo bicchiere secondo Marco Travaglio e imitatori, o seguaci, nel Fatto Quotidiano.  Dove preferiscono i sobri agli ubriachi, o alticci. Come lo stesso Nordio, con ironia pari alla sua serietà o severità, lascia benevolmente farsi rappresentare dagli avversari ricordando che la buonanima del primo ministro britannico Winston Churchill, che lui ha studiato scrivendone spesso, “salvò l’Europa pasteggiando champagne e brandy”.

         “Garrula” e “curiosa” è definita oggi sul Fatto Quotidiano, appunto, una lunga intervista quasi ferragostana concessa al Corriere della Sera da Nordio parlando anche dell’amicizia personale e familiare con Andrea Panatta, il campione dl tennis  orgoglioso anche della possibilità di congiurare il suo socialismo dichiaratamente nenniano col liberalismo di Nordio di tendenza malagodiana. I due -Nordio e Panatta in ordine rigorosamente alfabetico- potrebbero insomma definirsi liberalsocialisti come i Rosselli. O come gli scomparsi Enzo Bettiza e Ugo Intini discutendone in un libro a ridosso dei due governi di Bettino Craxi, in cui socialisti e liberali si ritrovarono insieme dopo essersi contrapposti nelle prime edizioni del centro-sinistra, col trattino di Aldo Moro.

         Sarà pure stata garrula e curiosa, ripeto, ma l’intervista di Nordio è rimasta sul gozzo a Travaglio e amici anche o soprattutto perché indicativa della tranquilla fermezza con la quale il ministro intende farsi approvare dal Parlamento la riforma della giustizia, comprensiva della separazione delle carriere di giudici e dei pubblici ministeri, e poi farla confermare dagli elettori nel referendum.

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