Gli insulti a Guido Crosetto per gli elogi a Bettino Craxi

       Il ministro italiano della Difesa Guido Crosetto – o della Guerra, con la maiuscola, come lo chiamerebbe il presidente american Donald Trump che ha già fatto così col suo al Pentagono- ha scandalizzato il solito Marco Travaglio, in attesa a Roma del ritorno del suo Giuseppe Conte a Palazzo Chigi, per avere promosso a “santo patrono” d’Italia Bettino Craxi. Che ha definito “statista” ed esortato a “vigilare” sull’Italia partecipando ad Hammamet alla celebrazione del 26.mo anniversario della morte in terra tunisino.

Craxi era un rifugiato, protetto in Tunisia,  per i processi subiti in Italia “con durezza senza uguali” – certificati dieci anni dopo dal presidente della Repubblica scrivendone pubblicamente alla vedova- avendo praticato il diffuso, generalizzato finanziamento illegale dei partiti. No, era un pregiudicato e latitante, continuano a scrivere e a dire gli avversari in Italia. E non solo Travaglio sul suo Fatto Quotidiano.

       Sono passati 33 anni dal formale coinvolgimento di Craxi nelle indagini di “Mani pulite” su “Tangentopoli”, nel linguaggio delle cronache politiche e giudiziarie dell’epoca, e 26, appunto, dalla sua morte, quando Bettino ne aveva solo 66, quattro in più di Crosetto oggi.  Ne sono passati sedici dalla lettera già ricordata dell’allora Capo dello Stato alla vedova dell’ex e primo presidente socialista del Consiglio nella storia d’Italia per restituirgli almeno una parte dei meriti e dell’onore dovutigli. Ma la demonizzazione di Bettino Craxi continua ad essere lo spartiacque – direbbe il presidente Sergio Mattarella, come della nascita della Repubblica italiana- fra la sinistra senza aggettivi e quella cinica e bara, legatasi mani e piedi ad una certa magistratura partigiana per una rivincita sulla sconfitta storica del comunismo avvenuta nel 1989 con la caduta del muro di Berlino. Quando a Craxi fu contestata l’offerta, proposta e quant’altro di costruire su basi nuove e moderne “l’unità socialista”, sbandierata dalle finestre della sede nazionale del Psi, a poca distanza dalla Camera e da Palazzo Chigi, e vissuta dal Pds già subentrato al Pci di Achille Occhetto come una provocazione, un progetto di odiosa annessione.

       La miseria di questa storia, appena tradotta onestamente e nuovamente  da Pierferdinando Casini con la formula del Craxi capo espiatorio, che doveva pagare “per conto di tutti”, e più di tutti; la miseria, dicevo, di questa storia è di una evidenza ormai tale che può essere difesa, rivendicata e quant’altro, deridendo il Crosetto di turno ospite ad Hammamet della figlia di Craxi, presidente della commissione Esteri e Difesa del Senato, e della  Fondazione intesta al padre, solo ubriacandosi di astio e malafede. E condannando tutta la sinistra, a questo punto, alla marginalità che si è meritata.  E ha portato la destra al primato.

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Il treno referendario dei magistrati del no deraglia sui binari della sicurezza

Potrebbe essere, anzi è la cronaca nera l’inconveniente più imprevisto e/sottovalutato dai magistrati nella campagna referendaria del no alla separazione delle loro carriere. E a tutto ciò che ne potrà conseguire davvero. Non la sottomissione, come sostengono gli interessati anche negli spot che vengono diffusi nelle stazioni ferroviarie, delle toghe “alla politica”, ma più semplicemente un ridimensionamento, credo, dei poteri e del ruolo conquistati dalle stesse toghe, requirenti e giudicanti, dopo il “brusco cambiamento” dei rapporti fra giustizia e politica, a favore della prima, intervenuto negli anni delle indagini e dei processi per il diffuso, sostanzialmente generalizzato finanziamento illegale di partiti.

Fu un brusco cambiamento -non smetto né smetterò mai di ricordarlo- in qualche modo certificato dieci anni dopo la morte di Bettino Craxi dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano scrivendone alla vedova in una lettera diffusa dallo stesso Quirinale. Quasi una lettera aperta quindi agli italiani: anche quelli che non perdonavano a Craxi neppure da morto di avere preferito spegnersi libero in Tunisia piuttosto che in una prigione dell’Italia ch’egli aveva orgogliosamente governato, a volte fra gli appezzamenti degli stessi avversari.

Ciò accadde, per esempio, nella famosa notte di Sigonella nella quale l’allora presidente del Consiglio difese la sovranità nazionale anche dai marines americani armati fino ai denti per eseguire l’ordine di Reagan, dalla Casa Bianca, di sequestrare  e sottrarre alla giustizia italiana i responsabili e autori del tragico dirottamento terroristico della nave Achille Lauro nel Mediterraneo.

La cronaca nera, anzi nerissima, dicevo, è l’handicap della campagna del no referendario perché da molto, troppo tempo essa è dominata da assassini che non dovevano essere liberi. O addirittura liberati dai magistrati competenti -si fa per dire- che ne avevano sottovalutato la pericolosità. Una cronaca nera, nerissima che, disgraziatamente per l’associazione nazionale dei magistrati, si aggiunge e sovrappone alla campagna referendaria per l’astuzia con la quale la premier Giorgia Meloni in persona ha riportato il tema della sicurezza al centro dell’attenzione del paese, oltre che del Parlamento, con un pacchetto di nuove misure di difesa dell’ordine pubblico e privato. Un’astuzia seguita ad un’altra: quella della stessa Meloni nella conferenza stampa d’inizio d’anno di protestare contro una magistratura -non tutta, certo, ma in parte sufficiente per creare danni- che “vanifica” l’azione del governo proprio in tema di sicurezza.

L’appello della Meloni, sempre in quell’occasione, a “remare tutti nella stessa direzione” è stato contestato dalla magistratura associata e dalla sua tifoseria come uno scandalo, una prova della volontà del governo di sottomettere alla sua politica e alle sue decisioni i tribunali. Argomento apparentemente forte ma solo per quella tifoseria, essendo probabilmente apparso ragionevole alla maggioranza dell’opinione pubblica nelle circostanze non proprio ordinarie in cui essa vive.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 22 gennaio

Il trappolone della Meloni in cui sono caduti i magistrati del no referendario

Come tattici lor signori del no referendario alla separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri ed altro ancora della riforma Nordio- chiamiamola così, col nome del ministro della Giustizia- si sentiranno bravi. Anzi, bravissimi. Direi anche geniali. Basta guardarli mentre si lasciano intervistare distribuendo più smorfie che parole,  

Essi cercano di disseminare di trappole la strada che porta al 22 e al 23 marzo, la data del referendum. Non disperano neppure, con l’aiuto dei ricorsi alla magistratura amministrativa, di allungare la strada per avere ancora più spazio a disposizione e sistemare altre trappole ancora. E infine godersi lo spettacolo di vedervi saltare sopra rovinosamente il governo promotore della riforma, immaginando chissà quali e quanti aiuti a livello alto, anzi altissimo, per vederlo addirittura cadere con meritata infamia, dal loro punto di vista.

       In questa opera di guerriglia, più ancora di guerra, a lor signori del no è sfuggito il trappolone teso loro dalla premier Meloni nella conferenza stampa d’inizio d’anno: non tanto con l’accusa alla magistratura più attiva, diciamo così, di vanificare con la sua discrezionalità scambiata per autonomia e indipendenza il contrasto al disordine e alla criminalità, quanto con la priorità assegnata a nuove misure urgenti per la sicurezza.  Una priorità condita, sempre astutamente, con l’appello a “remare tutti insieme” nella stessa direzione dell’interesse generale. Un appello al quale i signornò, sempre loro, si sono aggrappati come all’autorete di un governo inguaribilmente tentato dal mettere i magistrati al proprio servizio. Non si sono accorti, i poveracci, che alla maggior parte della gente comune quell’appello è suonato come ragionevolissimo, preceduto da tante occasioni di emergenza nelle quali la cooperazione istituzionale, come la chiamano i presidenti di turno della Repubblica, ha funzionato. Come all’epoca del terrorismo. E ditemi voi se non siamo in condizioni non ordinarie, con le guerre che ci circondano, ibride e non.  E con l’immigrazione che, se non controllata, rappresenta ne rappresenta l’aspetto più ibrido, ancor più della disinformazione.

       Chiusi nella torre della loro autonomia, indipendenza e quant’altro, a proposito o sproposito, i signornò non si sono accorti dell’ambiente tossico dell’autosufficienza, e persino della supremazia o spocchia, in cui si avvolgono screditandosi ulteriormente.

       Delle nuove misure di sicurezza che assorbiranno le cronache politiche e quelle parlamentari i magistrati finiranno da soli per diventare una specie di controparte vocata a vanificarle, per dirla alla e con la Meloni.  Quelle già lunghe dieci settimane di campagna elettorale programmate, direi con già troppa generosità per chi voleva guadagnare tempo, si riveleranno ancora più pesanti e pericolose per i signornò. Che non hanno messo nel conto, nella loro totale sprovvedutezza, quella che chiamerei la cronacaccia, inesorabile nella ripetitività di situazioni in cui c’è sempre un criminale di troppo che uccide per la distrazione o la superficialità con la quale qualche magistrato l’ha lasciato libero, o lo ha liberato dopo averlo malvolentieri arrestato. Sono fatti, anzi misfatti, dei quali sentiamo quasi ogni giorno alla televisione e leggiamo sui giornali. E ai quali il ministro della Giustizia, ma non solo lui, non può opporre alcuna sorpresa, a dir poco, senza essere attaccato dall’associazione nazionale dei magistrati per presunto sopruso, o deriso dalla tifoseria mediatica delle toghe come “mezzolitro” o “fiasco”.

       Pensare, in queste condizioni, di portare alla vittoria il no referendario, o solo di ridurre le distanze da un sì avanti di una decina di punti, mi sembra francamente dabbenaggine.

Pubblicato su Libero

Il no referendario dei magistrati inciampa nel tema della sicurezza

         A complicare ulteriormente la campagna referendaria del no alla riforma costituzionale della magistratura -già costretta nella difesa delle sue abitudini, più che prerogative, a ricorrere ad autentici falsi, come quello della sottomissione delle toghe al governo per effetto delle loro carriere separate- è il tema della scurezza tornato centrale nel dibattito politico, se mai se ne fosse allontanato, dalle nuove misure predisposte dal governo. Che magari adesso sarà accusato dai signornò di avere preso questa iniziativa apposta per mettere in maggiori difficoltà la magistratura, come se a rendere necessarie nuove norme in materia non fosse stata e non sia tuttora   la cronaca, la dannatissima cronaca, fatta anche di delitti commessi da sciagurati che avrebbero dovuto essere in prigione o, se immigrati clandestini, giù riportati a casa se non avessero trovato sulla loro strada magistrati troppo distratti o generosi.

         L’arresto in Italia, diversamente da altri paesi i cui regimi sono difesi in manifestazioni di piazza tipo quelle per la Gaza di Hamas, non dipende dal governo, ma solo dalla magistratura. E, più in particolare da un giudice che accoglie la richiesta di un pubblico ministero. O, accordatolo, ci ripensa in un secondo momento o grado procedurale, sempre in pendenza di indagini.

         Si è gridato allo scandalo quando, di recente, la premier Giorgia Meloni si è lamentata dell’azione di governo in tema di sicurezza, appunto. “vanificata” dalla magistratura nella discrezionalità con la quale interpreta e applica la legge. E l’ha esortata, con le altre istituzioni, a “remare insieme”. Remare insieme?, hanno gridato e protestato magistrati e loro tifosi, vedendo in questa esortazione della presidente del Consiglio un’altra prova, o indizio, della volontà, pretesa e quant’altro di sottomettere la magistratura alla “politica”, come dai cartelli di propaganda referendaria del no alla riforma approvata dal Parlamento. Eh sì, cari signornò. Remare insieme nel rispetto delle leggi, anziché contestandole persino con orgoglio. E quindi vanificandole, per tornare alla constatazione e alla denuncia della premier.

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Eppure c’è del metodo anche nella follia dei legulei del no alla riforma Nordio

         Come il metodo avvertito nella follia nello storico, tragico Amleto di Shakespeare, ce n’è anche nella contestazione della data fissata dal governo, col consenso del Capo dello Stato, per il referendum sulla riforma costituzionale impropriamente chiamata della giustizia, in realtà della magistratura a carriere auspicabilmente e finalmente separate. Che non pregiudicano, come temono, denunciano e quant’altro i sostenitori del no, l’indipendenza e l’autonomia dei magistrati separati, appunto, fra giudici e pubblici ministeri ma la confermano e persino rafforzano nel testo aggiornato dell’articolo 104 della Costituzione. E nella logica del processo penale a suo tempo riformato e tradotto nella modifica dell’articolo 111 della Costituzione, in cui si impone un “contraddittorio tra le parti in condizioni di parità davanti a giudice terzo e imparziale”. Che per essere davvero tale deve cominciare a non avere più la sua carriera dipendente dal pubblico ministero. O no?

       Ai signornò del leguleismo permanente e vigilante non piace la data del 22 e del 23 marzo fissata, ripeto, dal governo perché troppo vicina. O non abbastanza lontana per fare sperare in un recupero del no sul sì in vantaggio nei sondaggi.

       Di ricorso in ricorso, con l’aria di volere aspettare la raccolta delle firme promossa dai contrari alla riforma dopo che il referendum era già entrato in programmazione su iniziativa parlamentare, l’obiettivo finale è quello di far fissare la data, spostandola prevedibilmente di una quindicina di giorni, non dal governo ma dalla stessa magistratura imponendogliela.  Poi i signor no si offendono, si strappano capelli e abiti quando si lamenta la vocazione governativa assegnatasi di fatto dalla magistratura, specie negli ultimi 30 anni, da quando nella gestione delle inchieste sul diffuso finanziamento irregolare o illegale della politica essa straripò. O determinò, come preferì scrivere il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in una lettera alla vedova di Bettino Craxi, un “brusco cambiamento” degli equilibri costituzionali. Ripeto: non l’ormai defunto ex presidente del Consiglio socialista, rifugiatosi in Tunisia per non finire nelle prigioni del suo paese che aveva governato, ma il Capo dello Stato Giorgio Napolitano, l’unico post-comunista arrivato al Quirinale, come Massimo D’Alema a Palazzo Chigi.

       Di ricorso in ricorso e d’insulti in insulti, direi scrivendo della campagna referendaria di fatto in corso. Alla quale il solito Marco Travaglio dalle colonne del suo Fatto Quotidiano, occupandosi del ministro della Giustizia Carlo Nordio, che difende la sua riforma con la competenza acquisita anche da magistrato, ha appena rimproverato di dire e scrivere fesserie, cose demenziali, da ubriaco. “Dio e Bacco ce lo conservino in buona salute perché la campagna del no ha tanto bisogno di lui”, ha scritto il sapientone del no, appunto. Un no che solo per essere sostenuto in questo modo merita di finire sconfitto per presunzione di ironia o sarcasmo.  

Quei 50 anni, non ben portati, della Repubblica italiana di carta

       Il direttore Mario Orfeo, 60 anni da compiere fra due mesi, si è concesso ai lettori della sua Repubblica di carta, come raramente fa preferendo di solito restare in sala regìa piuttosto che in campo, per festeggiare i 50 anni che compie il giornale fondato da Eugenio Scalfari. Che con un quotidiano  fondò anche un partito orgogliosamente contrapposto ad uno analogo fondato due anni prima, a destra anziché a sinistra, da Indro Montanelli.

       Ma, diversamente da quello di Montanelli, il giornale di Scalfari ebbe subito problemi, diciamo così, nelle edicole vendendo meno copie di quelle necessarie a sostenerne le spese. A salvarlo fu involontariamente due anni dopo Aldo Moro col sequestro che subì la mattina del 16 marzo 1978 in via Fani, a Roma, a poca distanza da casa e fra il sangue della scorta decimata come in una mattanza, e con l’assassinio che ne seguì dopo 55 giorni di penosa prigionia in un covo promosso a sede di un fantomatico “tribunale del popolo” gestito dalle brigate rosse.

       A contribuire all’epilogo fatale di quel sequestro, che aveva -forse anche nella inconsapevolezza dei suoi autori-  colpito il personaggio davvero chiave di quella stagione politica, prossimo ad una elezione a Capo dello Stato che sembrava scontata alla fine del mandato di Giovanni Leone, fu anche la Repubblica di Scalfari. Che sostenne con astuzia pure imprenditoriale, pensando alle edicole più ancora che ai palazzi della politica, la cosiddetta “linea della fermezza” imposta alla Dc e al governo monocolore presieduto da Giulio Andreotti da un Pci -quello di Enrico Berlinguer- che si giocava nella partita la credibilità di forza aspirante al governo. Una forza che non doveva essere intimidita da una sinistra armata che ne contestava l’imborghesimento, il tradimento e quant’altro per l’ostinata ricerca di un compromesso più o meno storico col partito elettoralmente alternativo com’era lo scudo crociato.

       Moro perse la vita e il giornale di Scalfari salvò la propria. Sembra sconveniente scriverlo, ma questo fu ciò che accadde. La Repubblica di carta quasi si impadronì di quella turrita dei francobolli e delle mura quirinalizie e condusse, neppure tanto dietro le quinte, il gioco politico incoraggiando il Pci, accreditandolo e poi aiutandolo a ritirarsi anche dal pre-compromesso storico della cosiddetta “solidarietà nazionale”, troppo pesante elettoralmente per Berlinguer, raccogliendone e rilanciandone la campagna moralistica dall’opposizione. Alla quale il Pci fu costretto, dietro il pretesto di una “questione morale”, dal riarmo della Nato adottato dall’Occidente, Italia compresa, per riequilibrare i rapporti di forza militare col blocco sovietico. Producendone alla fine il collasso, prima ancora della storica caduta dell’antistorico muro di Berlino.

       Ora la Repubblica di Mario Orfeo ha altri problemi di sopravvivenza, procurati dall’imminente passaggio di proprietà ad un armatore greco dai molteplici interessi. Al quale magari interessano molto meno che ad Orfeo e ai lettori abituali del suo giornale la difesa referendaria  del potere acquistato dai magistrati in Italia con la loro discrezionalità travestita da indipendenza e autonomia, rimaste  intatte nell’articolo 104 della Costituzione modificato dalla riforma Nordio, chiamiamola così, per  aggiungervi  la divisione delle carriere togate fra giudici e pubblici ministeri. E altro ancora altamente nocivo alle abitudini dell’associazione nazionale dei magistrati e delle sue  correnti, riuscite ad avvolgere con i loro tentacoli l’omonimo, unico Consiglio Superiore, augurabilmente ancora per poco.     

Il no delegittimato della Schlein alla riforma della magistratura

La segretaria Elly Schlein ha un bel ripetere, ogni volta che qualche microfono o telecamera gliene dà l’occasione, il no del Pd alla riforma costituzionale della magistratura, più che della giustizia, sotto procedura referendaria. E’ un no contraddetto, smentito, delegittimato, come si preferisce, da esponenti del suo partito alquanto autorevoli che diffondono interviste, dichiarazioni e incontri, come quello appena svoltosi a Firenze,  per annunciare il loro sì. Più coerente, peraltro, del no della Schlein alla cronaca e alla storia del Pd e versioni precedenti.

       Il più illustre, e alto in grado sul piano istituzionale perché presidente emerito della Corte Costituzionale è Augusto Barbera. Il più significativo, diciamo così, sul piano politico è il quasi onnipresente Goffredo Bettini perché si tratta del più convinto, generoso, paziente sostenitore dell’alleanza con le 5 Stelle di Giuseppe Conte sulla strada dell’alternativa al centrodestra di Giorgia Meloni.   Sono le stesse stelle del medesimo Conte nel cui inseguimento la Schlein ha schierato il Pd sul fronte referendario del no, anche a costo di contraddirne il passato e metà nomenclatura.

       Il cosiddetto cerchio magico della segreteria piddina, di cui il più loquace è il capogruppo al Senato Francesco Boccia, che ne sembra il corazziere senza divisa nelle foto e nelle riprese televisive, accarezza la prospettiva della vittoria referendaria del no per godersi l’indebolimento, se non addirittura la caduta del governo, che dovrebbe o poterne seguire, nonostante la Meloni abbia già avvertito che non si sentirebbe per niente obbligata a fermarsi, rallentare o dimettersi per un successo del no. Piuttosto, ci sarebbe da interrogarsi sugli effetti possibili di una vittoria referendaria del sì sulla segretaria del Pd. Che potrebbe esserne chiamata a rispondere, non penso facendola franca come l’anno scorso col fallimento del referendum abrogativo del jobs act, dei tempi del governo di Matteo Renzi, contestato dalla Cgil di Maurizio Landini.

       Non aiuta la Schlein e dintorni neppure la smentita apparentemente a lei favorevole opposta dal presidente della Repubblica al sì attribuitogli dall’ex senatore forzista Andrea Cangini. In e con questa smentita il Capo dello Stato ha sottolineato con forza il ruolo neutrale, fra il sì e il no, che gli impone il suo ruolo. Insomma il suo è stato un no al si non traducibile in un sì al no. Non siamo mica ai tempi quirinalizi del compianto Oscar Luigi Scalfaro, che accorreva deferente alle assemblee più o meno congressuali dell’associazione nazionale dei magistrati assicurando i suoi peraltro ex colleghi che mai e poi mai avrebbe controfirmato una legge che ne separasse le carriere.

       Sveglia, ragazzi, signore e signori del no, in toga e senza, molt’acqua è passata da allora sotto i ponti della giustizia, ma anche della politica, entrambe ad un minuscolo prudenziale. Che potrebbe tornare al maiuscolo proprio se dal referendum appena fissato per il 22 e il 23 marzo uscisse confermata la riforma in attesa di giudizio popolare.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 17 gennaio

I regolamenti referendari di conti nella storia della Repubblica

Nata quasi 80 anni fa dal referendum giustamente celebrato dal Capo dello Stato nel messaggio di Capodanno come uno spartiacque, La Repubblica si è sviluppata ed è destinata a svilupparsi ancora politicamente, culturalmente, direi anche moralmente attraverso altri referendum. In particolare, da quello abrogativo del 1974 contro il divorzio, perduto dalla parte più integralista del cattolicesimo politico promosso nel 1948 alla maggioranza elettoralmente assoluta. Poi dal referendum, anch’esso abrogativo, del 1985 contro i tagli alla scala mobile dei salari apportati dal governo di Bettino Craxi per salvare il valore reale dei salari dall’inflazione che galoppava a due cifre. Ora sta arrivando il referendum, non abrogativo ma confermativo, della riforma costituzionale troppo pomposamente chiamata, forse, della giustizia ma non per questo meno importante della riforma della magistratura, come giustamente preferisce chiamarla uno del mestiere come Antonio Di Pietro. Che è passato per i tribunali d’Italia, dopo una carriera in polizia, in tutti i ruoli possibili fuorchè quello di usciere: sostituto procuratore, imputato, avvocato. Neanche giudice è mai stato, ma lo chiamavano così lo stesso i soliti ignoranti che davano, e un po’ danno ancora dei giudici anche ai pubblici ministeri. E che anche per questo non gradiscono culturalmente, diciamo così, la separazione delle carriere fra gli uni e gli altri.

       Con la conferma, cioè la vittoria 52 anni fa del divorzio, strappato dai laici ai cattolici con i quali erano alleati di governo, ci fu un regolamento di conti nel Paese, più ancora che in Parlamento, fra la modernità di quella legge antesignana di tutti i diritti civili dei quali si riempiono la bocca ancora i progressisti, e l’arretratezza di una Dc non ancora secolarizzata. Che non seppe resistere -salvo la buonanima di Arnaldo Forlani, che alla guida della Dc volle evitare il referendum facendolo rinviare di due anni- alle pressioni, a dir poco, delle gerarchie d’oltre Tevere. Un Tevere troppo stretto, per dirla alla maniera del compianto Giovanni Spadolini, che ne prendeva continuamente le misure osservando da storico laicissimo gli avvenimenti politici dei suoi tempi.

       I conti furono regolati persino con spietatezza, anche con  quell’Amintore Fanfani segretario della Dc, subentrato all’ex delfino Forlani, che Giorgio Forattini fece saltare in una sua celebre vignetta dalla bottiglia di champagne del referendum vinto dai laici.

       Da quella sconfitta derivarono alla Dc la perdita dell’invincibilità, il rischio di un sorpasso del Pci evitato grazie al soccorso montanelliano dei voti laici a naso turato , e la ripresa dell’alleanza di governo con i socialisti, dopo il disimpegno del Psi di Francesco De Martino, al costo della presidenza del Consiglio, passata prima al già ricordato Spadolini e poi a Bettino Craxi.

       Col referendum sui tagli alla scala mobile arrivò il regolamento dei conti fra i comunisti che ritenevano di poter presidiare con un diritto di veto il fronte sociale e una sinistra che, pur ancora minoritaria in Parlamento, riteneva di potere presidiare meglio quel fronte su posizioni dichiaratamente, orgogliosamente riformiste. Nulla dopo quel regolamento di conti tornò più come prima, per quanti sforzi ogni tanto avessero fatto gli ancora dichiaratamente comunisti o post di fare rivivere una stagione tramontata

       Il referendum sulla riforma della magistratura potrà finalmente liberare gli italiani dalla gabbia nella quale, volenti o nolenti, da soli o con la complicità suicida di una parte consistente della politica, le toghe li hanno rinchiusi pretendendo di potere governare il paese applicando o facendo finta di applicare, con la loro discrezionalità travestita da autonomia e indipendenza, al posto delle maggioranze e degli esecutivi prodotti dalle elezioni.

       Forza, ci siamo. L’Italia evoluta ha già il vantaggio di vedere i magistrati associati e mobilitati sul fronte del no costretti ad erigere barricate di bugie e falsi per difendere le proprie postazioni di potere, come alcuni di loro segretamente ammettono scambiandosi messaggi di fumo che non riescono neppure a nascondere.  

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it il 18 gennaio

Cronache…di guerra dalla prima linea del fronte antimeloniano

         Basta. Vi prometto, doverosamente al futuro, che non tornerò più sulla conferenza stampa d’inizio d’anno di Giorgia Meloni dopo questa cronaca di guerra, diciamo così, che contesto al solito Fatto Quotidiano di Marco Travaglio. Che ha contato, scoperto, denunciato, deriso e quant’altro otto inviati “embedded” al seguito della Meloni in quella specie di guerra, appunto, che sarebbe stata la conferenza stampa della premier: contro la democrazia, la verità, i magistrati. Otto su quaranta che, per quanto fortunatamente in minoranza, avrebbero ricambiato la protezione della premier, diciamo così, facendole domande di comodo, funzionali al suo racconto del governo, del Paese, del mondo. Otto giornalisti di cui sono stati fatti i nomi, e quelli delle testate.

       Magari, proprio a qualcuno di questi otto “embedded” è capitato di fare autorete dando alla Meloni l’occasione di quelle “due sole condivisibili” riferite da Travaglio in persona, in un editoriale di commento, “tra decine di frasi inaccettabili e omissioni indecenti”.

Sarebbero, quelle due sole cose condivise dall’esigentissimo e attentissimo direttore del Fatto, il rifiuto di mandare truppe italiane in Ucraina e la necessità riconosciuta di trattare la pace con Putin “dopo quattro anni e centinaia di migliaia di morti”, forse anche milioni direi. Ai quali comunque si potrebbe arrivare con quelli che proprio Putin contribuisce a far salire ogni giorno dalla sua parte e dall’altra sottraendosi ad una trattativa vera, non alle sole condizioni di cosiddetta pace da lui concordate più o meno dietro le quinte col presidente americano Donald Trump.

       Per queste trattative che sarebbero state finalmente ritenute necessarie dalla premier Travaglio ha omesso di riferire la figura proposta di un “inviato dell’Unione europea”, che sappia, voglia e possa rappresentarla tutta, non potendo essere evidentemente la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, liquidata sullo stesso Fatto dal sempre presente, vigilante e stimolante Goffredo Bettini come troppo guerrafondaia per rappresentare l’Europa.

       Travaglio non si è addentrato nell’argomento dell’inviato, negoziatore e quant’altro forse perché, leggendo soprattutto gli altri giornali da lui considerati troppo meloniani, ha avuto il sospetto che la premier pensi di proporre e riesca a far passare un altro italiano molto indigesto al Fatto e dintorni, specie pentastellari: il predecessore della stessa Meloni a Palazzo Chigi e già presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi.  Una sciagura forse non per gli ucraini, non per i russi, neppure per il Trump dei giorni pari o dispari, ma sicuramente per i costanti, fermissimi umori, anzi malumori -e dintorni anche stavolta- di Travaglio.

Il processo continuo a Giorgia Meloni, silente o loquace che sia…..

Man mano che passavano i 180 minuti della conferenza stampa di inizio d’anno e la premier rispondeva alla quarantina di domande dei giornalisti parlamentari mi chiedevo giù scetticamente se e quanto sarebbe durata una pausa nel solito assalto mediatico e politico a Giorgia Meloni per i suoi rapporti con l’informazione. Dalla quale è solitamente descritta in fuga, o quasi. Non ho dovuto aspettare molto per avere conferma di quanto avessi sospettato.

       Dalle parti di Repubblica, quella di carta naturalmente, dove già si lavora in stato di agitazione per la vendita del giornale non in edicola ma dal notaio, diciamo così, non è stata gradita neppure la Meloni “fluviale”, come è stata definita con una certa insofferenza. Fluviale e anche svogliata, costretta a parlare dalla “liturgia” degli incontri una volta di fine anno e ora di inizio fra il capo del governo di turno e la stampa. Un turno che sta durando da parecchio per la Meloni e che già per questo crea, diciamo così, problemi di approccio da parte non della premier ma dei suoi interlocutori, abituati generalmente in passato a chiedersi se a Palazzo Chigi si sarebbe potuto mangiare il panettone, o la successiva colomba pasquale.

La Meloni, per gusti e abitudini, ripeto, di cronisti, retroscenisti, analisti eccetera eccetera sta facendo scorpacciate di panettoni, pandoro, colombe e simili. Quando riuscirà a saziarsi?, si staranno chiedendo i nostalgici delle crisi che non facevano a tempo a chiudersi con i decreti e i bolli del Quirinale e già si avvertivano le correnti della successiva.

       L’immagine                                     della Meloni “fluviale”, forse di cortesia rispetto ad una Meloni logorroica per poco non uscita dal salotto televisivo di Lilli Gruber discutendone più a caldo, sembra scelta piuttosto per la vicinanza fra il fiume e il suo straripamento. Come quello contestato alla premier duramente da critici ed avversari per essersi lamentata della “vanificazione” dell’azione insieme “del governo e del Parlamento” prodotta dalla magistratura nell’esercizio della sua notoriamente larga, anzi larghissima discrezionalità, più enfaticamente chiamata “autonomia e indipendenza da ogni altro potere”. Così sta scritto anche nel testo dell’articolo 104 della Costituzione modificato dalla riforma della giustizia sotto procedura referendaria solo per precisare che l’una e l’altra -autonomia e indipendenza- valgono per i magistrati anche a carriere separate, quindi giudici e pubblici ministeri.

       Invece, com’è noto, i signornò alle carriere separate stanno facendo la loro campagna referendaria chiedendo il no all’assoggettamento dei giudici “alla politica”. Un fiume davvero in piena, quello però dei magistrati associati e non. Altro che il fiume della Meloni. Alla quale si nega il diritto di quello che la buonanima di Sandro Pertini anche al Quirinale diceva, scherzando ma non troppo, di rispondere “a brigante, brigante e mezzo”.  

       Una Meloni da straripamento, da fiume troppo pericolosamente in piena, è stata avvertita da critici e avversari anche nei rapporti dichiaratamente e orgogliosamente “ottimi” col presidente della Repubblica Sergio Mattarella, puntuale -ha precisato la premier- nella difesa degli “interessi nazionali” ogni volta che ne sono o solo sembrano minacciati. Il fatto che la Meloni abbia voluto anche parlare, per rispetto del suo ruolo e di quello di Mattarella, delle “divergenze” di opinioni che ci sono state e potrebbero tornare ad esserci ha fornito ai soliti guardoni dal buco della serratura il pretesto per proporre e rappresentare lo spettacolo, per essi di comodo, di un Presidente contro l’altro. E questo sarebbe giornalismo politico. Un pettegolezzo diffuso, direi, travestito da giornalismo.

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