Il boicottaggio del cantiere politico del sindaco Beppe Sala

Non è un’altra Tangentopoli, come quella del 1992 esplosa con l’arresto di Mario Chiesa a Milano, ha precisato anche l’insospettabile Antonio Di Pietro dando una lettura diversa dalla Procura ambrosiana della politica urbanistica di Milano. Della quale già da qualche tempo si contendevano il controllo, la gestione e quant’altro gli uffici preposti dell’amministrazione comunale di Beppe Sala e quelli giudiziari, convinti che fossero illegali, e persino corruttivi, le interpretazioni e applicazioni di leggi e regolamenti per le ristrutturazioni edilizie, riqualificazioni di aree eccetera.

         A dire chi avesse ragione fra gli uffici comunali e giudiziari, senza lasciare degenerare il conflitto fra gli uni e gli altri in una mezza guerra che è scoppiata con una settantina d’indagati e le prime richieste d’arresti, avrebbe potuto e dovuto provvedere il Parlamento con una legge di interpretazione autentica delle norme in vigore. Ma il percorso dell’iniziativa assunta dal governo, la cosiddetta “legge salva Milano”, è stato interrotto dalla sinistra, che pure avrebbe dovuto avere interesse a completarlo essendo appunto di sinistra la giunta Sala. E’ qui, quindi, a sinistra, che si è verificato un corto circuito, a dir poco. Se non un complotto.

E’ a casa sua, politicamente parlando, che il sindaco coinvolto nell’affare ora giudiziario deve cercare il Bruto o i Bruti di turno. Non a destra, dove si sono levate richieste di dimissioni e quant’altro ma anche quali la precisazione responsabile di Giorgia Meloni. Che festeggiando i suoi primi mille giorni a Palazzo Chigi, ha preso le distanze persino dal presidente del Senato Ignazio La Russa dicendo che è Sala a dovere valutare la situazione.

         La segretaria del Pd Elly Schlein è rimasta per alcune ore, quasi un giorno, silenziosa. Ma alla fine si è decisa ad esprimere la solidarietà telefonica al sindaco condividendone -si deve presumere- la contestazione delle valutazioni dei magistrati inquirenti. Tutto chiaro allora dopo la pur lungamente attesa telefonata della Schlein? Per niente.

Di Sala, in questa vicenda esplosa a livello giudiziario con tutte le solite cadute politiche e mediatiche, non è più in gioco soltanto la prosecuzione del mandato di sindaco, ai fini della quale la solidarietà della segretaria del Pd può avere l suo significato e peso. E’ in gioco, ancor prima o di più, il percorso che Sala si era proposto, o si era lasciato attribuire, di federatore del progetto di alternativa al centrodestra. E di candidato a Palazzo Chigi, spinto da quello spirito “civico” visto al Nord in lui e al Sud nel sindaco di Napoli, e presidente dell’associazione nazionale dei Comuni, Gaetano Manfredi.

         Rispetto a questo percorso, legittimo per un politico, la telefonata della Schlein vale poco o niente, ripeto. Vale  di più quel “rifiuto di sconti” annunciato, commentando appunto la vicenda milanese, dall’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Che è un concorrente, nella corsa a Palazzo Chigi, della stessa Schlein e di Sala, deciso a sfruttare l’azione d’oro che ritiene di avere in mano considerandosi elettoralmente determinante nel campo dell’alternativa.

         E’ tutto a sinistra quindi, ripeto, il problema scoppiato a Milano. Come, del resto con la Tangentopoli di 33 anni fa, esplosa in sede giudiziaria e amplificata in sede politica e mediatica per liberarsi a livello nazionale di Bettino Craxi. Colpito peraltro proprio nella sua Milano perché ormai, finito il comunismo sotto il muro di Berlino, con lo slogan e le bandiere dell’”unità socialista” lui era diventato per il Pci e i suoi derivati, nominalistici e simbolici, con la falce e martello depositati sotto una quercia, ancora di più un’ossessione. Questa non è dietrologia. E non è più nemmeno cronaca. E’ storia. La sinistra ha finito per avvilupparsi nelle sue abitudini e angosce.

Pubblicato su Libero

                                   

Antonio Di Pietro -sì, proprio lui- prende le distanze dalla Procura di Milano

         Antonio Di Pietro, che fu il magistrato simbolo delle “mani pulite” dell’epoca di Tangentopoli, 33 anni fa, continua a smarcarsi. Quegli anni, per carità, gli sono rimasti nel cuore, più ancora forse dell’avventura politica che ne derivò come ministro di Romano Prodi, che pure aveva strapazzato interrogandolo sulla partecipazione dell’Iri al sistema del finanziamento illegale dei partiti e affini. Ma di quello che ì accaduto dopo di lui nelle stanze della Procura di Milano dove lavorò non gli piace per nulla. “Non c’azzecca nulla”, dice ripetendo, ma all’incontrario, le grida in tribunale contro i suoi inquisiti e imputati.

         Già delusi da lui per la difesa della separazione delle carriere di giudici e inquirenti, da cui i magistrati associati, diciamo così, si sentono minacciati, gli ex colleghi di Di Pietro lo vedono ora associato, a sua volta, alle critiche, perplessità e proteste contro la Milano minacciata, nel suo sviluppo, da un’inchiesta sull’urbanistica condotta col metodo dello “strascico”, buttando con “l’acqua sporca” anche il bambino.

Non si fa così, ha gridato Di Pietro, come lui e i colleghi di un tempo furono però accusati di fare più di trent’anni fa. No, noi -ha praticamente obbiettato Di Pietro parlandone al Foglio– buttavano le reti sui conti correnti bancari, cercavamo i soldi sporchi per risalire alle persone. Che tuttavia -andrebbe ricordato all’ex magistrato ed ex ministro- finirono in molte a torto nelle reti, arrestate magari all’alba, processate, e assolte. A volte neppure rinviate a giudizio.

Quello spettacolo degli arresti a grappolo, delle retate con preannuncio a fotografi e telecronisti stavolta non si ripete per fortuna solo perché nel frattempo Carlo Nordio è riuscito a fare modificare la legge, giustamente vantandosene e reclamando il ringraziamento da uomini e partiti interessati a questo turno giudiziario.

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Matteo Renzi, quasi un figliuol prodigo del Pd della Schlein e di Cuperlo

         Ho appreso da Matteo Pucciarelli, leggendone su Repubblica “il racconto” della festa dell’Unità a Melzo, nella “provincia profonda di Milano”, del nuovo, penultimo ritorno di Matteo Renzi fra il pubblico del Pd. Che lo ha accolto persino con ovazioni come ospite e interlocutore di Gianni Cuperlo. Il quale a suo tempo, ma sempre in questo secolo, non nell’altro, si dimise da presidente del partito non sopportando politicamente Renzi come segretario, e contemporaneamente anche presidente del Consiglio. Come nella Dc, da cui lo stesso Renzi proveniva con la famiglia, avevano voluto fare solo il corregionale Amintore Fanfani e l’irpino Ciriaco De Mita ricavandone alla fine, anche loro, più guai che altro.

         Poco è mancato che il pubblico e lo stesso Cuperlo non chiedessero all’ospite, e amico ritrovato, di tornare nel partito smettendola di contare i pochi, pochissimi decimali della sua nuova formazione politica. Magari, se si fossero spinti a tanto, Renzi pur di sorprenderli avrebbe accettato,

         Il caso ha voluto che il quasi figliol prodigo del Nazareno arrivasse a Melzo nello stesso giorno della rivolta giudiziaria contro l’urbanistica presuntivamente corruttrice e corrotta di Milano. E lui è riuscito a parlarne apprezzando acrobaticamente sia i magistrati inquirenti sia il sindaco milanese finito fra la settantina degli indagati, di cui ha personalmente garantito competenza, onestà e serietà.

Ma oltre alle notizie della Pirellinpoli seguita alla Tangentopoli di 33 anni fa, ha accompagnato Renzi a Melzo  l’eco, diciamo così, dei festeggiamenti a Roma e dintorni dei primi mille giorni trascorsi da Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, in fase ormai di sorpasso anche del suo governo -di Renzi- durato fra il febbraio del 2014 e il dicembre del 2016.

         Della Meloni ormai il predecessore toscano ha un’ossessione. Per quanto ne scriva e ne dica il peggio possibile, deridendone più o meno la stabilità istituzionale, elettorale e sondaggistica, la sente minacciosamente e concretamente lanciata verso il Quirinale Dove nessuna donna -come prima di lei a Palazzo Chigi- è mai riuscita ad arrivare nella storia della Repubblica.

“Non credete alle balle. Loro -ha gridato Renzi aspirando al massimo tutto il possibile- vogliono mettere le mani al Quirinale. Non con Ignazio La Russa, con Giorgia Meloni. Se prendono il Colle viene meno un sistema istituzionale”. Alla scadenza del secondo mandato di Sergio Mattarella, nel 2029, mancano tre anni e mezzo, pari a circa 1300 giorni. Un’eternità di angoscia per il senatore di Scandicci. 

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Delusioni e pene dei nostalgici delle manette nella Milano urbanistica sotto inchiesta

         La “sottocultura manettara”, come la chiama Giuliano Ferrara scrivendone sul Foglio, sta soffrendo questa specie di riedizione di Tangentopoli a Milano, limitata all’urbanistica, perché le manca lo spettacolo di 33 anni fa. Quando gli arresti cadevano come foglie dall’albero di autunno. E della loro esecuzione giornali e televisioni erano avvisati in tempo per poterli riprendere al meglio.

Di una settantina quanti sono diventati gli indagati di adesso, triplicandosi in ventiquattro ore, almeno una decina sarebbero finiti in manette, davanti a fotografi e telecamere, con le abitudini e le norme del 1992. Che il ministro della Giustizia Carlo Nordio si è vantato di avere fatto modificare dal Parlamento, per cui ora si può finire arrestati dopo e non prima di essere interrogati.

         In questa novità tuttavia i nostalgici delle manette facili e abbondanti, festeggiate e sollecitate da cortei di manifestanti in orgasmo metaforico, hanno subito ravvisato la prova di un ulteriore degrado della moralità e della politica. Per cui i post-grillini di tendenza e presidenza Conte hanno avvisato il sindaco di Milano Beppe Sala, “allucinato” nel sapersi indagato leggendo i giornali, che non deve aspettarsi “sconti” se e quando gli dovesse toccare anche un arresto. Così è stata avvertita anche la segretaria del Pd Elly Schlein che gli ha telefonato per solidarietà.

          Ancora più chiaramente di Conte e altri onorevoli dichiaranti, sul Fatto Quotidiano il direttore in persona Marco Travaglio ha indicato ciò che compromette di più, e definitivamente il sindaco di Milano: la sua origine di destra, provenendo dall’amministrazione milanese di Letizia Moratti, le sue conseguenti abitudini e frequentazioni di ricchi insaziabili, anche di cemento. E infine la sua fallace, arbitraria collocazione a sinistra, per giunta in gara con altri, magari della sua stessa stoffa sociale e culturale, possibili federatori di un’alternativa al centrodestra estesa da Matteo Renzi a Nicola Fratoianni attraverso il Pd e il MoVimento 5 Stelle.

La deTutto questo è qualcosa di indigeribile che Travaglio, sempre lui, rimprovera alla Schlein di non avere ancora capito, visto che ha telefonato a Sala, ripeto, per condividerne allucinazione, sorpresa e quant’’altro. Soprattutto il rifiuto esplicito del sindaco di Milano di “riconoscersi” nella rappresentazione urbanistica di Milano corrotta e corruttibile fatta dagli inquirenti nelle richieste dei primi arresti, bontà loro, domiciliari: una Milano opaca di affari, oltre che  di skyline.

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La vittima designata di Pirellinpopoli è il Beppe Sala federatore dell’alternativa

Chiamiamola pure impropriamente Pirellinopoli, dal nome dell’edificio di Milano attorno al cui ampliamento per sei anni si è svolta una guerra fatta di vari ingredienti: burocratici, politici e persino legislativi, con un tentativo fallito di darle una soluzione in Parlamento. La vicenda infine è esplosa giudiziariamente, mediaticamente e politicamente nel millesimo giorno della permanenza di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, per cui si è risolta in una partecipazione alla festa della premier e, più in generale, del centrodestra. Paradossale, incredibile, “allucinante”-  come ha detto il sindaco di Milano Beppe Sala apprendendo dai giornali e non dalla Procura di essere indagato come lui, con un’altra ventina di persone fra cui sei sotto richiesta di arresti domiciliari- ma fattualmente vero.

         Per quanto non sottoposto anche lui, almeno sinora, alla richiesta degli arresti domiciliari, Sala è quello destinato a pagare di più per Pirellopoli per il semplice fatto che era quello che aveva ed ha politicamente da perdere di più a livello politico per gli obiettivi che si era proposti. O si era lasciato attribuire nella previsione della scadenza del suo secondo mandato di sindaco, cui non può seguirne un terzo consecutivo. Avrebbe potuto invece seguire, prima di questa vicenda apparentemente urbanistica, la sua partecipazione alla gara a federatore dell’alternativa al centrodestra nelle elezioni del 2027 per il rinnovo del Parlamento.

         La sua corsa è finita qui, come si diceva e credo si dica ancora nelle selezioni di miss Italia. Più che la richiesta di dimissioni da sindaco levatesi dall’interno del centrodestra, dove il garantismo si prende forse troppe licenze, vale contro Sala e la sua corsa alla leadership di un centrosinistra pur improbabilmente esteso abbastanza per diventare competitivo, il muro levato da Giuseppe Conte: l’ex presidente del Consiglio e presidente per ora solo del MoVimento 5 Stelle, che celebra adesso, credo senza allegria, i 1500 giorni trascorsi dalla perdita di Palazzo Chigi.  Dove a sostituirlo fu chiamato Mario Draghi dal tuttora presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

         Conte ha gridato che sul piano morale non guarda in faccia nessuno, e tanto meno gli fa sconti. A cominciare da Sala, che fra i vari inconvenienti ha anche quello -si potrebbe scherzare- di essere chiamato Beppe come Grillo. E di essergli anche notoriamente amico, forse persino solidale nella disavventura della sostanziale defenestrazione da garante o dal “più elevato” del movimento fondato praticamente in piazza, fra grida e insulti, dopo avere inutilmente tentato di scalare addirittura il Pd all’indomani delle dimissioni a sorpresa del suo primo segretario Walter Veltroni. Era l’estate, come questa, del 2009. Il segretario della sezione piddina di Arzachena, sulla Costa Smeralda, aveva anche incassato la quota di iscrizione di Grillo al partito, non so se rilasciandogli pure la tessera, comunque costretto poi a restituire l’una e riprendersi l’altra su ordine del reggente nazionale del Pd. Che era Dario Franceschini.

Pubblicato sul Dubbio

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I primi 1000 giorni di Meloni a Palazzo Chigi e 1500 di Conte fuori

         I primi 1000 giorni trascorsi da Giorgia Meloni a Palazzo Chigi hanno contenuto non so quante ore o giornate in aereo pe le sue numerose missioni all’estero, ma anche all’interno del paese, essendo il volo il più rapido modo di spostarsi. Ma Meloni stessa ha raccontato di avere vissuto in volo metaforico ciascuno dei suoi giorni da premier buttandosi col paracadute sulla realtà. E mai fallendo un lancio, per fortuna sua e sfortuna degli avversari. Che credo abbiano anche smesso di sperare in un incidente, nella consapevolezza di non essere pronti all’alternativa pur orgogliosamente propostasi nel campo a grandezza variabile, secondo i giorni, le ore, i minuti e gli umori degli sconfitti nelle elezioni politiche di quasi tre anni fa.

         Conte, il Giuseppe dell’anagrafe di Volturara Appula, non quello al plurale promosso dal primo Trump alla Casa Bianca, quando l’allora presidente del Consiglio italiano rimaneva a Palazzo Chigi cambiando disinvoltamente maggioranza, cioè sostituendo la Lega di Matteo Salvini col Pd di Nicola Zingaretti, e ancora di Matteo Renzi al Nazareno e dintorni; Conte, dicevo, ha opposto all’immaginazione ottimistica e compiaciuta della Meloni quella di una catastrofe. In particolare, egli ha contrapposto al paracadute sempre sicuro della premier -apertosi puntualmente per farla rialzare a terra, salire il giorno dopo sull’aereo e ripetere il lancio-  alla condizione dei poveri e affamati d’Italia. Che senza di lui a Palazzo Chigi, che li riforniva di redditi di cittadinanza e simili, non hanno uno straccio di paracadute cui appendersi sognando di volare.  O lanciandosi nel vuoto da qualche dirupo.

         E’ apocalitticamente immaginario, come si vede, il presunto migliore ex presidente del Consiglio d’Italia dopo la buonanima di Camillo Benso di Cavour, secondo la certificazione di Marco Travaglio che lo rimpiange quotidianamente da 1500 giorni, quanti ne sono passati all’incirca dall’arrivo di Mario Draghi a Palazzo Chigi, il 13 febbraio 2021. E non si dà pace della dabbenaggine dell’allora e ancora oggi presidente della Repubblica Sergio Mattarella, quanto meno caduto nella trappola dei sostenitori dell’ex presidente della Banca Centrale Europea, se non promotore lui stesso di quel colpo di Stato attuato gestendo una crisi di governo che non a caso Conte aveva inutilmente cercato di ritardare, una volta persi per strada pezzi della sua seconda e ultima maggioranza.

Per convincere l’allora presidente del Consiglio a dimettersi, interrompendo la ricerca persino personale di nuovi apporti parlamentari, gli addetti ai lavori istituzionali sudarono le proverbiali sette camicie. Mancò solo l’invio di un carro attrezzi a Palazzo Chigi, come una volta un segretario della Dc minacciò parlando di un collega di partito arroccatosi nell’ufficio di presidente del Consiglio. Erano, rispettivamente, Arnaldo Forlani ed Emilio Colombo.

Il Trump visto da Mosca, ma un pò anche dalla moglie a casa

         Il massimo dunque che l’avvenente moglie slava e filo-ucraina è riuscita a strappare a Trump, contestandone fra le lenzuola ed altro i resoconti delle telefonate con Putin, è quella specie di equidistanza, indifferenza e simili espressa dal presidente americano dicendo di non stare “né  da una parte né dall’altra”. E ciò per quanto abbia ereditato dal predecessore Biden, trattato del resto da lui come uno scimunito, una guerra -quella appunto in corso da tre anni e mezzo in Ucraina- condotta da Zelensky per procura statunitense. Alla quale poi si sarebbero affiancati gli europei.

         Il né di là né di qua di Trump, al netto delle armi che egli fornisce o vende alla Nato con destinazione finale a Kiev, e persino dell’accordo così fortemente voluto e strappato a Zelensky per la partecipazione ai traffici delle cosiddette terre rare, o di quel che ne sarà rimasto alla fine della guerra, presumibilmente nelle mani di Putin; il né di lò né di qua di Trump, dicevo, avvalora la caricatura che del presidente americano è stata fatta a Mosca. Quella del personaggio da circo che spara bolle d’aria. Il primo a riderne, magari dopo avere personalmente ispirato quella megavignetta colorata, sarà stato al Cremlino Putin in persona, fra un ordine e l’altro di ulteriori attacchi all’Ucraina, ai suoi ospedali, alle sue scuole, alle sue case di abitazione, alle sue chiese, e non solo ai cosiddetti obiettivi militari.

         Non so se e sino a quando o come la moglie riuscirà a smuovere Trump da questa ignavia che gli avrebbe rimproverato Dante confinandolo nell’Antinferno. Ma è chiaro che il destino di un’Ucraina libera, e non so quanto integra, è ormai solo nelle mani degli stessi ucraini e degli europei. Di noi europei: volenterosi e non, convinti o scettici, se non addirittura più accondiscendenti di Trump con Putin. Quella dei dazi è solo una parte della guerra più generale che si sta combattendo  per la costruzione del nuovo ordine internazionale che ha in testa il presidente americano. Ammesso che abbia ancora una testa, e non sia davvero la caricatura di cui ridono a Mosca.

Il ministro dello Sport graziato per l’affronto a Re Sinner

Almeno sino al momento in cui scrivo, dalle opposizioni politiche e mediatiche intrecciatesi nella solita polemica di giornata, pur tra guerre militari e commerciali, e relativi ultimatum, non si è levata la richiesta delle dimissioni del ministro dello Sport Andrea Abodi. Che ha dichiarato, ammesso e quant’altro di avere preferito un impegno domenicale in famiglia a un viaggio a Londra per aggiungersi o sostituire l’ambasciatore d’Italia diligentemente presente alla finale di tennis a Wimbledon, vinta per la prima volta da un connazionale: l’ormai mitico Jannik Sinner.

         Il nostro campione è stato promosso dai giornali italiani a “Re di Wimbledon” o direttamente e completamente “d’Inghilterra”, alla faccia del regnante Carlo e del principe ereditario, che è forse andato a godersi la partita non solo per ospitare il Re di Spagna, quello vero e tifoso dello sconfitto Carlos Alcaraz, ma anche per non perdere il trono di là da venire.

  Nell’euforia della vittoria italiana chiunque non abbia saputo prevederla e apprezzarla anche a livello istituzionale – e per indifferenza più che per ragioni scaramantiche, temendo di portare “sfiga”, come si dice a Roma-  è finito nel tritacarne delle polemiche.

         Il ministro Abodi, poi. circondato da quelli che l’ex premier Matteo Renzi ha addirittura definito “sgherri”, aveva già i suoi guai per le contestazioni ricevute in occasione della recente elezione alla presidenza del Coni. Che, non avendo il diritto di parteciparvi, ha seguito dai suoi uffici e dintorni sponsorizzando il candidato sconfitto alla successione a Giovanni Malagò. Chissà se, scampato a questo infortunio, riuscirà a farla franca per quello di Wimbledon, chiamiamolo così.

         Stupisce, con le abitudini che ci hanno fatto prendere -ripeto- le concorrenti opposizioni politiche e mediatiche, che sia mancata, oltre alla richiesta di dimissioni, quella di un rapporto autocritico del ministro alle Camere, magari in seduta eccezionalmente congiunta per la gravità dell’accaduto. Stupisce anche sia stata risparmiata -almeno sinora, ripeto- una richiesta di rapporto e di scuse alle Camere e al Paese direttamente alla premier Giorgia Meloni. Che si è procurata solo una vignetta del Corriere della Sera, nella quale Emilio Giannelli l’ha proposta ai lettori dolente con se stessa, e magari anche con i suoi collaboratori, per l’occasione mancata di partecipare adeguatamente alla festa di Sinner associandola alla sua campagna per il premierato. Che è un po’ rallentata, in verità, non ho capito bene se più per stanchezza o furbizia, preferendo Meloni posticiparla alla riforma costituzionale per la separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, e altro ancora di ugualmente sgradito all’associazione nazionale dei magistrati.

         Tanta ironia di fronte alle cronache politiche e, più in generale, sociali vi sembrerà forse eccessiva. Ma ho e voglio mantenere il sospetto che al ridicolo contribuiscano   i politici più dei giornalisti che li scimmiottano.

Pubblicato sul Dubbio

Politici e politicanti disturbano anche la festa ….nazionale per Sinner

         Jannik Sinner, il primo italiano a vincere la finale di tennis a Wimbledon, “fa impazzire l’Italia”, ho letto su qualche prima pagina. Dopo che ieri gli stessi giornali lo avevano incoronato Re di Wimbledon, o d’Inghilterra detronizzando prima ancora di succedere al padre Carlo il principe ereditario William accorso ad assistere alla finale con la moglie come padroni di casa.

Tutta gioia comprensibile e condivisibile, per carità, in un contesto internazionale e nazionale peraltro di preoccupazioni e paure. Cui gareggiano a chi ne incute di più il presidente russo Putin e quello americano Trump firmando i suoi ordini ostentati davanti alle telecamere e lanciando ultimatum a destra e a sinistra. Chissà se riesce da solo, senza l’aiuto di qualche collaboratore, a ricordare le varie scadenze, prima di cambiarle.

         La festa nazionale non dichiarata, o non ancora, ma comunque in corso per la vittoria di Sinner è stata tuttavia disturbata dal tentativo di buttare anche le palline del campione mondiale di tennis nel tritacarne della politica. Si è contestato più o meno esplicitamente al presidente della Repubblica Sergio Mattarella di non avere avuto l’accortezza, la sensibilità, il coraggio e quant’altro di correre anche lui a Wimbledon, come il Re di Spagna ha fatto per incoraggiare il connazionale che tuttavia ha perso la partita. E poi si è sceso giù per i gradi, sino a lamentare l’assenza a Londra del ministro dello Sport o di qualche sottosegretario, non potendosi considerare sufficiente la presenza, fortunatamente assicurata, dell’ambasciatore d’Italia in Gran Bretagna.

         Emilio Giannelli si è divertito come al solito con la sua vignetta sul Corriere della Sera, immaginando e raffigurando la premier Giorgia Meloni, dietro la scrivania di Palazzo Chigi, pentita dell’”occasione perduta”. Vignetta a suo modo gustosa, per carità, al netto della paura che forse ha avuto la Meloni, e anche Mattarella e tutti gli altri, di portare sfiga, come si dice a Roma, a un Sinner che, per quanto bravissimo, non veniva dato vincente al cento per cento, essendo le palline anch’esse tonde come il pallone.

         Certo, se a Palazzo Chigi ci fosse stato la buonanima di Giovanni Spadolini, come accadde nell’estate del 1982 con i campionati mondiali di calcio vinti a Madrid dall’Italia, alla presenza coraggiosa del presidente della Repubblica Sandro Pertini, il presidente del Consiglio avrebbe fatto improvvisare qualche corteo festoso nelle piazze attigue di Chigi e Montecitorio, per mettervisi alla testa avvolto nella bandiera tricolore. Lui -osservò qualche malizioso, anche suo amico- che di calcio e di sport non sapeva certamente come di storia, sin forse a confondere tra un terzino e un attaccante.

         Scherzi a parte, mi sembra che la politica e dintorni mediatici azzuffandosi  anche sulle assenze italiani eccellenti, diciamo così, a Wimbledon abbiano perso anch’essi una buona occasione di misura, come Giannelli ha praticamente accusato la Meloni.

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Paolo Gentiloni torna a prendere le distanze dalla segretaria del Pd

         Paolo Gentiloni, già presidente del Consiglio, ministro degli Esteri e commissario europeo, ogni tanto indicato dai retroscenisti come una riserva del Pd in grado di assumerne la segreteria se gliene fosse offerta l’occasione, è tornato a suonare una musica diversa da quella di Elly Schlein, come sul problema del cosiddetto riarmo, di fronte ai dazi al 30 per cento sui prodotti europei programmati dal presidente americano Donald Trump. Le cui lettere “come temporali estivi possono produrre effetti disastrosi”, ma sono pur scritte da “un interlocutore tutt’altro che onnipotente”, giù spintosi tante volte troppo avanti per tornare poi sui suoi passi. “Al dunque fa sempre marcia indietro”, ha scritto l’ex presidente del Consiglio di Trump sulla Repubblica.

         Gentiloni ha preferito quindi “capire” la prudenza opposta all’ultima lettera, anzi penultima, del presidente americano dalle due donne dell’Europa che sono la presidente della Commissione Ursula von der Leyen e la premier italiana Giorgia Meloni. Le quali ritengono esistano margini di trattativa e sono decise a coltivarli, piuttosto che unirsi alla pratica d’assalto preferita, allo stato delle cose, dal presidente francese Emmanuel Macron in clima rievocativo della presa della Bastiglia del 14 luglio 1789.

         “L’Europa -ha concluso Gentiloni- finalmente si sta muovendo. Più che un bolide sembra una carovana. Ma è la nostra carovana”. Al di fuori della quale tutto diventerebbe per tutti ancora più difficile e rischioso. Una lezione, direi, di pragmatismo alla segretaria del Pd un po’ distratta, diciamo così, dall’inseguimento di Giuseppe Conte nella corsa a Palazzo Chigi per la pur improbabile alternativa al centrodestra.

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