Quella nostalgia democristiana di Pippo Baudo

Gli indizi, chiamiamoli così, erano già tanti, ma il senatore quasi a vita Pier Ferdinando Casini, il più democristiano di certo fra gli ospiti nelle liste elettorali del Pd, ha voluto testimoniarlo. Pippo Baudo, l’appena scomparso “Re della Tv” per riconoscimento generale, anche nella formula sarcastica di “Sua Puppità” affibbiatagli da Marco Travaglio sul Fatto quotidiano”, è rimasto democristiano sino alla fine.

         “Due anni fa -ha raccontato Casini ai giornali dell’amico Andrea Riffeser Monti- mi telefonò per dirmi: bisogna rifare la Democrazia Cristiana. Timidamente argomentai che mi sembrava impossibile, che i tempi erano passati. Per vigliaccheria alla fine gli dissi. Vediamoci e parliamone. Volevo buttare la palla avanti. Ma mi colpì la sua determinazione”. Vigliaccheria, l’ha chiamata Casini. Ma fu più generosità, per ridurre il peso dei rimpianti, delle delusioni, e non solo dei successi fra i quali Baudo ha trascorso i suoi ultimi anni. E dei quali la Rai ha ritenuto forse di scusarsi a morte avvenuta, celebrandolo su tutte le sue reti come a nessun altro, credo, sia mai accaduto. O accadrà di nuovo.

         Richiesto praticamente delle ragioni per le quali, viste la stima, l’amicizia e le affinità politiche appena vantate, non avesse mai offerto una candidatura parlamentare a Pippo Baudo quando poteva farlo disponendo di partiti e di liste, prima di accasarsi in qualche modo nel Pd, Casini ha risposto che in effetti “mai” gli aveva offerto ospitalità politica. “Né mai lo avrei fatto- ha aggiunto- perché lo avrei ritenuto inappropriato. I monumenti vanno rispettati”.

         Anche Fabio Fazio, sul versante televisivo e artistico, ha monumentalizzato  Pippo Baudo, sino ad avvertirne la mancanza adesso come se gli fosse crollato davanti “il Colosseo”. Non so se facendo più torto all’uno o all’altro. Il troppo, si sa, stroppia.

         Il ricordo della democristianità di Pippo Baudo è stato condiviso e al tempo stesso rilanciato sulla Stampa da Marco Follini evocando l’infelice esperienza vissuta da consigliere di amministrazione della Rai, per conto della Dc, quando un duro attacco rivolto all’artista e conduttore dal presidente socialista dell’azienda, Enrico Manca, creò le condizioni dell’”allontanamento” di Pippo Baudo. Che fu catturato da Silvio Berlusconi per la sua televisione commerciale come direttore artistico. Un ruolo però che Baudo non riuscì a svolgere per le resistenze dei cosiddetti colleghi del Biscione. Vi rinuncio abbastanza rapidamente,  e costosamente, non volendo aspettare i tempi di ambientamento e di convincimento invocati dall’editore. Un democristiano insomma, Pippo Baudo, di una risolutezza sottovalutata da un Berlusconi – “Sua emittenza”, come era chiamato indistintamente da avversari e amici- che riteneva di essere ineguagliabile nel giudizio sugli altri, e nella scoperta dei talenti.  Adesso avranno cose da dirsi quei due nel più misterioso degli spazi.

Pubblicato sul Dubbio

I palinsesti televisivi della Rai…sequestrati da Pippo Baudo

         I palinsesti della Rai sono stati inconsapevolmente sequestrati da Pippo Baudo, celebrato in morte su tutte le reti pubbliche con un sottinteso di pentimento, credo, per la solitudine alla quale era stato abbandonato in vita, prima ancora che le condizioni di salute lo avessero imprigionato.

Uno come Pippo Baudo, che Emilio Giannelli nella bellissima vignetta di prima pagina del Corriere della Sera ha messo oggi in groppa al cavallo della Rai per il suo ultimo viaggio, non lo si lascia invecchiare senza un ruolo, fosse anche simbolico, in un’azienda che aveva ricevuto da lui più di quanto non gli avesse dato.

         Marco Follini, militante, dirigente e infine storico della Democrazia Cristiana, ha voluto ricordare sulla Stampa l’esperienza amara, credo, vissuta da consigliere d’amministrazione della Rai quando Baudo di fatto “ne venne allontanato” perché “si era scontrato col presidente Manca”. Enrico Manca, socialista, ma non proprio di tendenza craxiana, avendo partecipato con Francesco De Martino, il predecessore di Bettino Craxi come segretario del Psi  alla riduzione del partito a forza subalterna al Pci, annunciando per esempio, sino a provocare le elezioni anticipate del 1976, che mai più i socialisti avrebbero partecipato a governi con la Dc senza l’appoggio dei comunisti. Eppure la Dc era ancora quella di Aldo Moro, presidente del Consiglio in quei tempi.

         Il povero Baudo, liquidato da Manca come “nazionalpopolare”, pur dopo un simile “allontanamento” -ripeto l’espressione di Follini- dalla Rai non trovò nelle televisioni di Silvio Berlusconi le condizioni per svolgere le funzioni di direttore artistico conferitegli dall’editore. E preferì allontanarsene subito e spontaneamente, piuttosto che farsi logorare dalle resistenze e dalle invidie dei colleghi cosiddetti artisti. E lo fece senza intentare cause che avrebbe probabilmente vinto, rimettendoci una ventina di milioni di euro, quanto lui stesso valutò il danno parlandone con distacco nel 2005.

         “Sua Pippità”, come oggi lo lascia sfottere Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano, lasciò di stucco con quel gesto di dignitosa insofferenza e protesta “Sua Emittenza” Silvio Berlusconi, come il Cavaliere di Arcore veniva chiamato da avversari, critici ed anche qualche amico spiritoso. Chissà se Pippo Baudo avrà modo di incontrarlo nell’aldilà, e di riceverne le scuse, prima ancora del benvenuto.

Ripreso da http://www.startmag.it il 23 agosto 

Il balenotto Pippo Baudo, di tendenza e amicizia andreottiana

Al pur bravissimo, inesauribile, poliedrico Pippo Baudo, “una persona gentile -ha scritto di lui Walter Veltroni, che di tv capisce forse ben più di politica che pure gli ha dato molto, ma non tutto quello che meritava, francamente- che entrava nelle case senza far rumore, che sapeva fare televisione e spettacolo senza gridare”, non è riuscito ciò che fu possibile invece nel cinema a Greta Garbo e lo è tuttora, per la televisione e la canzone, a Mina. Che a 85 anni di età, quattro in meno di quanti ne avesse compiuti il mio amico Pippo il 7 giugno scorso, riesce a incuriosire e piacere al pubblico per la bravura con la quale gestisce il suo ritiro, non solo la sua vecchiaia. 

         Il ritiro dalla scena è stato vissuto da Pippo con sofferenza, anche fisica. Walter Veltroni, sempre lui, ha raccontato sul Corriere della Sera di aver sentito dire qualche anno fa a Pippo, da lui richiesto come vedesse il futuro: “Domanda difficilissima che, fortunatamente, non mi pongo perché, guardando l’età, guardando il calendario e i giorni che passano, dico: che succede? Quando arriva?”. E Walter ha concluso con una sofferenza partecipe e liberatoria insieme, con sapienza di scrittore e di giornalista restituitoci dal Pd: E’ arrivata, purtroppo”.

         A proposito della politica, Baudo non è stato certo un agnostico: uno tutto spettacolo, studio televisivo, teatro, musica, scherzo, divertimento. E’ stato un figlio, diciamo così, della balena bianca, cioè della Democrazia Cristiana, con le sue correnti più o meno stabili. Alle quali capitava che anche uomini dello spettacolo, e non solo giornalisti, venissero iscritti d’ufficio da esperti veri o presunti di quel partito. Per qualche tempo Pippo si trovò attribuito alla corrente di Ciriaco De Mita, che ad un certo punto consigliò all’amico e potente Biagio Agnes, sopra al cavallo di viale Mazzini, di farla finita con un certo ostracismo al ritorno di Baudo, che aveva abbandonato la Rai per lasciarsi assumere come direttore artistico da Silvio Berlusconi. Il quale però non riuscì a imporlo, o a farlo ingoiare nel Biscione, da cui Pippo uscì anche a costo di rimetterci, per penali e simili, un palazzo che possedeva a Roma, in viale Aventino, a due passi dal centro di produzione Fininvest del Palatino.  Un danno poi calcolato da Baudo attorno ad una ventina di milioni di euro.

         Classificato in senso spregiativo come “nazional-popolare” dal presidente socialista della Rai Enrico Manca, che non gli perdonava di aver lasciato attaccare in una sua trasmissione i socialisti da Beppe Grillo come ladri,  a cominciare da Bettino Craxi, il povero Baudo -che, vi assicuro, personalmente apprezzava il leader del Psi- si fece un po’ tentare dalla politica solo una volta, corteggiato dagli amici di Giulio Andreotti che, a Dc bella che sciolta e sepolta, volevano allestire per un turno elettorale non ricordo più di quale livello, regionale o nazionale, una lista  di sapore terzopolista nella seconda Repubblica bipolare. Lo stesso Baudo mi confidò che, accertatosi personalmente di una certa freddezza di Andreotti per quella iniziativa, che pure gli veniva intestata da cronisti e retroscenisti di prima, seconda e terza fila, si risparmiò. E così rimase andreottiano davvero, come io penso che sia sempre stato fra i balenotti. Siciliano di nascita e andreottiano di spirito, direi. Dell’Andreotti noto per la sua convinzione che a pensare male si faccia peccato ma s’indovini con una certa frequenza. O che il potere logori chi non ce l’ha. O, quasi di conseguenza, che sia meglio tirare a campare che tirare le cuoia.

         La sicilianità o insulirità, diciamo così, irriducibile di Pippo deve avere contribuito a farlo apprezzare in modo particolare dal presidente, sicilianissimo, della Repubblica Sergio Mattarella, che si è detto addolorato della morte di “un protagonista e innovatore della televisione”, capace per professionalità, cultura e garbo di “interpretare i gusti e le aspettative dei telespettatori italiani”. E’ vero.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it il 30 agosto

In morte di Pippo Baudo, incoronato Re della Tv… pubblica

         In morte a 89 anni compiuti il 7 giugno scorso, spentosi all’ora giusta perché l’annuncio terremotasse le prime pagine dei giornali per lasciargli lo spazio dovuto, all’altezza della sua meritata popolarità, Giuseppe Raimondo Vittorio Baudo, Pippo per gli amici e per il pubblico che lo ha applaudito per una vita, è stato incoronato “Re della Tv”. In particolare, però, della Tv pubblica, della Rai, perché quando arrivò in quella commerciale, portato da Silvio Berlusconi in persona, lui non riuscì a superare resistenze, diffidenze, ostilità vere e proprie dei suoi colleghi, alla direzione dei quali l’editore lo aveva destinato in cuor suo.

         Colpito nell’orgoglio, che aveva e produceva in abbondanza senza bisogno di aiutarsi con qualche medicina, Pippo lasciò il Biscione, anche a costo di pagare una penale pari al valore di un palazzo che aveva all’Ostiense, a Roma, ad un Berlusconi esterrefatto. Che in vita sua, contrassegnata da tanti successi, oltre che guai giudiziari, ha mancato due soli obiettivi: il Quirinale e Pippo Baudo, appunto, alla direzione artistica della sua televisione.

         Quel passaggio, pur breve e sfortunato nella Tv commerciale, costò carissimo a Baudo anche per la fatica che dovette compiere per tornare alla Rai, che pure era destinata a trarne grandi vantaggi nella competizione artistica e commerciale. Quel pur simpatico testone di Biagio Agnes si mise a creagli problemi sino a quando non cedette agli umori e alle simpatie di Ciriaco  De Mita, il Re a suo modo della Dc in quegli anni. Tutto avvenne entro le mura di Roma, senza avventurarsi in Alaska, di attualità in questi giorni, diciamo così.

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La partita un pò (troppo) truccata di Trump e Putin in Alaska

         Tutto bene per Trump e Putin, ma solo per loro, anche il giorno dopo l’incontro in Alaska, dove si sono dati entrambi il massimo dei voti senza potere tuttavia annunciare un accordo, almeno nel senso comune, abitudinario, razionale di questa parola.

A meno che, come ha sospettato o intuito Maurizio Molinari parlandone in onda su la 7, senza lasciarsi distrarre dalle esegesi sulla parte mancante del tappeto rosso sotto le scarpe di Putin sceso dall’aereo russo; a meno che, dicevo, l’accordo appartenga alla cosiddetta diplomazia segreta Un accordo così poco conveniente all’Ucraina da più di tre anni e mezzo sotto il fuoco russo e ai paesi europei che la continuano a sostenere davvero, da non poter essere rivelato. O rivelato ancora, dovendosi fare evidentemente un duro, sotterrano lavoro ai fianchi di Zelensky e dei suoi perduranti alleati per convertirli. O piegarli con la forza e la logica del fatto compiuto. O della realtà del resto già ricordata, o rinfacciata, da Trump a Zelensky nella telefonata che si sono scambiati prima ancora di potersi vedere, delle dimensioni della Russia rispetto all’Ucraina. Che potrebbe pure rassegnarsi a perdere circa un quarto del suo territorio già occupato, conquistato e quant’altro pur non interamente dai russi e dai coreani che li hanno affiancati nella “operazione speciale” per la “denazificazione” dell’Ucraina.

Dell’accordo o della parte dell’accordo più segreta potrebbe far parte, sempre per l’ex direttore di Repubblica e della Stampa, che ha ora più tempo a disposizione per occuparsi della sua specialità, che è la geopolitica, la presenza nell’Ucraina non amputata di un contingente militare europeo, non delle ormai fantomatiche Nazioni Unite, garantito anche dagli americani attraverso la Nato.  Alla quale tuttavia l’Ucraina debitamente demilitarizzata, con un esercito cioè ridotto, potrebbe non più aspirare a partecipare. Potrebbe invece, con una pratica dl resto già avviata, all’Unione europea contrastata sinora soprattutto dall’Ungheria del filoputiniano Orban. Su cui lo stesso Putin potrebbe magari intervenire al tempo debito per chiedergli di non rompere più le scatole. Di non esagerare insomma, come già raccomandava ai suoi tempi a dipendenti e amici della Francia il cardinale Charles Maurice de Talleyrand-Perigord.

L’amarcord comunista di Chicco Testa e Claudio Velardi

Con tutto il caldo che fa, e giustamente per la stagione in cui ci troviamo, pur frammisto capricciosamente a piogge e grandinate, mi tolgo il cappello di paglia di ordinanza davanti a Chicco Testa e Claudio Velardi, nell’ordine assegnato loro dall’anagrafe, per l’amarcord della loro gioventù comunista che offrono da tempo scrivendosi sul Riformista. Una corrispondenza piacevolissima, che vedrei ben raccolta in un libro sul romanticismo comunista.

Il bergamasco Chicco Testa, 73 anni, che si autodefinisce “dirigente d’azienda, ex politico”, con una passione e una competenza d’ambiente e d’energia davvero eccezionale, e una scrittura fluente che manderebbe in brodo di giuggiole Indro Montanelli, ha una memoria inesauribile della sezione milanese del Pci intestata a Carlo Marx alla quale si iscrisse nel 1972. Un po’ perché “sotto casa” e un po’, forse ancora di più, per averla scoperta frequentata da “gente normale”. Che andava a letto presto perché la mattina dopo doveva alzarsi di buon’ora per andare a lavorare. E non alle manifestazioni post-sessantottine peggiori di quelle d’origine.

Il napoletano Claudio Velardi, 70 anni, ha una memoria altrettanto inesauribile della sua sezione, rigorosamente di Napoli, che tradiva già dal nome -1° maggio, festa del lavoro- “una certa propensione -ha scritto lui stesso- più al riposo che all’attivismo spinto”.  

         Diavolo di un simpaticamente, imprevedibilmente  rompiscatole, Velardi si è guadagnato via via, nella sua adolescenza, nella sua giovinezza, nella sua maturità e ora nella sua anticamera alla vecchiaia lo stupore, l’interesse, persino l’arruolamento e alla fine il disappunto, la delusione e il sarcasmo di uomini alquanto duri di esperienza o militanza. Compreso o a cominciare da Massimo D’Alema, 76 anni, che se lo portò appresso anche a Palazzo Chigi nell’unico passaggio di un comunista, pur a denominazione ormai cambiata del partito, nella sede della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Spintovi da un altro uomo imprevedibile, forse il più imprevedibile della politica italiana, che fu Francesco Cossiga prima di arrivare al Quirinale, rimanendovi per quasi tutta la durata del mandato e poi trasferendosi a Palazzo Madama come senatore di diritto, avendo peraltro già presieduto il Senato da parlamentare eletto.

         In particolare, Cossiga da presidente emerito della Repubblica improvvisò un partito e relativi gruppi parlamentari, prelevandoli in maggior parte dal centrodestra di Silvio Berlusconi, per mandare a Palazzo Chigi appunto D’Alema, al posto di Romano Prodi che, caduto col suo primo governo, avrebbe voluto strappare a Oscar Luigi Scalfaro le elezioni anticipate, propedeutiche ad un altro suo governo non più condizionato dalla sinistra “parolaia” di Fausto Bertinotti, come la chiamava impietosamente il carissimo Giampaolo Pansa.

         Cossiga s’inventò D’Alema presidente del Consiglio, con Velardi al seguito, scorgendo in lui l’unico uomo della sinistra capace di fare partecipare l’Italia all’operazione militare della Nato, chiamiamola pure guerra, nella Iugoslavia smembratasi alla morte di Tito. Ma fra i risultati indiretti di quella sponsorizzazione di D’Alema ci fu anche quello, diavolo di un Cossiga, di dare al centrosinistra della cosiddetta seconda Repubblica bipolare, nata con la vittoria elettorale di Berlusconi nel 1994, un assetto di instabilità quasi assoluta.

         Velardi, per tornare a lui e alla sua sezione comunista napoletana 1° maggio, dove non poteva neppure immaginare sin dove sarebbe arrivato,  pose in un’assemblea di iscritti onorata dalla presenza di un poi esterrefatto senatore Carlo Fermariello, che per poco non gli svenne accanto, il problema della “proletarizzazione della classe media”. Un problema eretico per i comunisti di quei tempi, ma destinato ad essere realizzato dalla sinistra dichiaratamente post comunista con i governi e le politiche condotte negli ultimi vent’anni, quando le è capitato di alternarsi al centrodestra o di partecipare ad esperienze tecniche ed emergenziali come furono quelle di Lamberto Dini, di Mario Monti e di Mario Draghi.

         Il problema – il dannato problema- del ceto medio proletarizzato, con stipendi e pensioni falcidiate dall’inflazione e simili, è stato ereditato non creato, come vorrebbe il solito racconto tossico delle opposizioni, dal governo in carica. Un problema impostato con quella inconsapevole, ripeto, eresia di Velardi. Che temo abbia perso via via i capelli, simpaticamente come al solito, vedendolo realizzare dai suoi amici e compagni.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it il 23 agosto

I consigli (non) richiesti di Pier Ferdinando Casini a Elly Schlein

         Con i suoi 42 anni ininterrotti vissuti fra Camera e Senato, dei 70 che compirà a dicembre, fra 4 mesi e mezzo, il mio amico Pier Ferdinando Casini può ben essere considerato il veterano del Parlamento. Il veterano forse più giovane o meno anziano, in un gioco di ossimori perfettamente compatibile con la politica.

         Democristiano sino al midollo pur con la Dc sciolta telegraficamente dall’ultimo segretario Mino Martinazzoli, rimproverato per questo persino da Umberto Bossi, che ne avrebbe ereditato con la Lega buona parte dell’elettorato al Nord, lasciandone le briciole alla Forza Italia di Silvio Berlusconi, il buon Casini ha mancato per poco, almeno in una occasione, l’obbiettivo del Quirinale.  Cui si era trovato candidato quasi inconsapevolmente, col solo precedente della presidenza della Camera, senza passaggio alcuno di governo, né come ministro né come segretario dei tanti alla nascita dei quali aveva pure contribuito sin dalla cosiddetta prima Repubblica.

         Come una volta si disse di Mario Monti arrivato a Palazzo Chigi, che fosse stato il genero ideale delle mamme tedesche per il credito guadagnatosi come commissario europeo designato dall’Italia sia di destra sia di sinistra, di Pier Ferdinando Casini si può dire che sia stato, e forse sia ancora, a quasi 70 anni di età e con più esperienze matrimomali, il genero ideale delle mamme italiane. Non gli manca di certo la simpatia, che sola può spiegare, senza le analisi politiche che forse lui preferirebbe, la capacità avuta di crearsi a Bologna e dintorni un elettorato personale che lo segue dappertutto, ovunque egli decida di chiedere o sentirsi offrire ospitalità, anche nel Pd di Matto Renzi, e poi di Enrico Letta e ora di Elly Schlein. Alla quale egli ha appena detto, in una lunga intervista ferragostana al Corriere della Sera, senza timore -credo- di rendersi irriducibilmente antipatico, se non menagramo, che non versa in buone condizioni di salute politica.

         In particolare, chiesto di quante possibilità ritenga di poter dare agli aspiranti all’alternativa al centrodestra nelle elezioni non più tanto lontane del 2027, Casini ha detto, fra l’analista e il consigliere capace di qualche utile suggerimento, ove fosse gradito: “Al momento poche, se non si cerca qualcosa di convincente”. Al prossimo Ferragosto, fra un anno, egli potrà forse dire di più, sempre che la Schlein rimanga al suo posto e non finisca per arrendersi a Giuseppe Conte prima ancora dell’ultima tappa della corsa alla leadership della coalizione di cosiddetto centro sinistra, o dei progressisti indipendenti, come lo stesso Conte preferisce chiamare quelli che furono i grillini. Indipendenti nel senso di non dipendenti dal Pd, nè alleati organici, come furono democristiani e socialisti nella cosiddetta prima Repubblica.

Trump si promuove da solo, con 10 su 10, dopo tre ore di vertice con Putin

         Tutto bene, sembra fra Trump e Putin dopo tre ore di incontro in Alaska, contro le sette programmate. E l’annuncio di un nuovo vertice, questa volta a Mosca, ha precisato Putin dopo avere accettato un territorio americano per il primo appuntamento.

Tutto bene anche nella prospettiva avanzata da Trump di una partecipazione del presidente ucraino Zelensky ai negoziati alla ricerca della pace- assunta come titolo del primo vertice-  a meno dei soliti dettagli, dove il diavolo preferisce nascondersi. Tali sono i “pochissimi problemi non risolti” ancora, annunciati dallo stesso Trump. Fra i quali si hanno buoni motivi di ritenere che ci sia quello delle garanzie all’Ucraina per la sicurezza, che non sia solo quella di un’Europa che non a caso ha chiesto di essere coinvolta anch’essa in un negoziato che per essere credibile, concreto avrebbe bisogno quanto meno di una tregua sul campo devastato da più di tre anni e mezzo di guerra d’invasione. O di “operazione speciale”, come Putin volle chiamarla facendo mettere in galera chiunque la chiamasse in Russia col suo vero nome di guerra.

         I dieci voti su dieci assegnatisi da solo da Trump in terra americana di Alaska fra sorrisi, strette di mano, occhiate e passi a tratti marziali, come per tradire una vocazione imperiale pari a quella di Putin, appartengono naturalmente più alla propaganda che alla storia, più alla scena che alla trama effettiva, più alle lucciole che alle lanterne.  

         Forse Trump, sorpreso -diciamo così- di recente nei retroscena a informarsi direttamente e personalmente della sua pratica in Norvegia, ha pensato di avere compiuto un passo, dei suoi abbastanza lunghi con questi due metri di altezza che ha, verso il premio Nobel della pace proposto per lui dal governo israeliano in guerra contro i palestinesi terroristi e, paradossalmente, quelli non terroristi che ne sono però ostaggi.  E sono più numerosi, sia vivi che morti, degli altri. Sono le tragedie delle guerre.

Le affinità elettive dell’Italia di Cavour e dell’Ucraina di Zelensky

La popolarità della causa ucraina in Italia, per quanto sommersa nelle piazze dalla impopolarità di quanto sta accadendo a Gaza, nasce da una certa affinità fra il carattere risorgimentale della lotta di Zelensky e il Risorgimento  italiano di due secoli fa.

L’Italia della “espressione geografica” alla quale era stata confinata dal ministro degli Esteri d’Austria alla Conferenza di Vienna, seguita alle guerre di Napoleone, aspirava alla sua unità tra le catene, gli intrighi e quant’altro delle potenze europee come l’Ucraina oggi, fatte naturalmente tutte le differenze dovute, difende il suo diritto all’esistenza. Un po’ come anche Israele in quella polveriera che è il Medio Oriente.

         L’Ucraina dispone oggi dell’ormai ex attore comico Volodymir Zelensky, non di Camillo Benso di Cavour dell’Italia risorgimentale. E neppure di un Giuseppe Conte in salsa ucraina, promosso in Italia dal generoso e immaginifico Marco Travaglio all’ex presidente del Consiglio secondo solo alla buonanima di Cavour, appunto.  Ma l’ostinazione, le difficoltà, le trappole fra le quali si muove Zelensky, specie in questo Ferragosto d’Alaska, dove Donald Trump e Vladymir  Vladimirovic Putin si sono dati appuntamento per cercare di spartirsi mezzo mondo, come fecero russi, americani e inglesi in Crimea ottant’anni fa, alla fine della seconda guerra quasi planetaria; l’ostinazione, dicevo, e tutto il resto di Zelensky sono pari a quelle pur meno cruente di Cavour. Che neppure poteva immaginare la bomba atomica, o soltanto i missili.

         Anche a costo di sconfinare nella ingenuità, non penso che le grandi potenze di oggi possano schiacciare il risorgimento ucraino, come quelle di due secoli fa non riuscirono a schiacciare quello italiano, finendo anzi per dividersi. Con la Francia, e sotto sotto anche la Gran Bretagna, che finirono per dare una mano agli taliani piuttosto che agli austriaci.

         Sono fiducioso nel risorgimento ucraino così come in quello europeo, visto che pure l’Unione si trova a dovere uscire da quella espressione, anch’essa geografica, o geografica ed economica, cui la confinano i pessimisti nello stesso vecchio continente. E vorrebbero confinarla, in fondo, anche Trump e Putin in un disegno imperialistico che non mi fa paura, lo confesso. Mi fa semplicemente ridere, pur con tutti i rischi nucleari, per la troppa considerazione che hanno di sé i presidenti americano e russo. Di sè e dei loro paesi in un mondo dove entrambi non possono cancellare dalle carte geografiche né la Cina né l’India e annessi o connessi. Ma che si sono messi davvero in testa, se ne hanno ancora una, quei due, pur con tutti gli arsenali atomici di cui dispongono, e dai quali sarebbero i primi ad essere distrutti se si lasciassero prendere dalla tentazione di usarli? Domanda, naturalmente, retorica.

Pubblicato sul Dubbio

Dalla Crimea all’Alaska in ottant’anni giocando al mappamondo

Risalente ai lontani, lontanissimi diciotto anni pima di Cristo, quando l’imperatore romano Ottaviano Augusto la istituì per celebrare le sue vittorie e insieme  il riposo dei lavoratori nei campi, dove tanto si era dovuto faticare nei raccolti, la festa di  Ferragosto divenne rapidamente popolare. Tanto lo divenne che la Chiesa a tempo debito, subentrata per certi versi all’Impero Romano, quello che ancora si scrive con le maiuscole nei libri di storia, ci mise sopra il cappello promovendola a festa dell’Assunzione di Maria Vergine al Cielo.

         La natura imperiale di quella, anzi di questa festa è tuttavia rimasta nella cultura e nell’immaginario collettivo. Anche in quello del presidente americano Donald Trump, che già dall’alto dei suoi 192 centimetri, solo otto meno di due metri, e con quelle scarpe arrivate chissà a quale numero per fargliele risultare comode davvero, giù si sente e si vede scultoreo per essere innalzato sulle terre che costruisce o dove gli capita di arrivare. La sua stessa firma, con quelle torri allineate con una penna, o un pennarello, rigorosamente nero usato con una forza che mette a dura prova la solidità della carta su cui l’appone, ha un che di imperiale. Come quella proiezione aurea da lui voluta sulla terra di Gaza ricostruita come una riviera ricca e festosa sulle ceneri alle quali sarà probabilmente ridotta alla fine, e insieme, dai terroristi di Hamas sbizzarritisi cinicamente nel trasformarne le viscere in arsenali militari, usando come ostaggi i palestinesi con le loro casa, le loro strade, le loro scuole, i loro ospedali, e dal governo israeliano sfidato col pogrom del 7 ottobre 2023, meno di due anni fa. Anche se molti cercano di farlo dimenticare come se fosse accaduto nel secolo scorso.  

         Tentato di celebrarlo a Roma, fra la Cupola di Michelangelo e il Colosseo, dove sicuramente la premier Giorgia Meloni l’avrebbe ospitato di cuore, l’imperatore immaginario Augusto Donald Trump ha dovuto scegliere per l’incontro con l’altro imperatore immaginario, o zar, Vlaidimir Vladimirovic Putin, in Alaska. Dove i due vorrebbero in cuor luogo giocar al mappamondo con al pallon. Ridisegnare le carte geografiche che fecero a Yalta, nella Crimea che la Russia si è ripresa con la forza strappandola all’Ucraina, i vincitori della seconda guerra mondiale. Ridottisi questa volta, senza un’altra guerra mondiale, ma con l’intreccio di tante guerre nominalmente locali o regionali, a due: Trump al posto di Franklin Delano  Roosevelt, senza la sua carrozzella, e Putin al posto di Josif Stalin.

         E l’Europa, di fatto rappresentata a Yalta dal premier inglese Winston Churchill, dove sarà in Alaska? Semplicemente non ci sarà, per quanto nel frattempo diventata Unione con la Gran Bretagna uscitane per tornare sulla soglia. E neppure l’Ucraina che pure se ne sente parte, combatte da tre anni e mezzo per sopravvivere ed è la preda che teme di essere sostanzialmente lasciata da Trump a Putin.  Un Ferragosto davvero poco festivo.

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