La Belloni smonta il giallo delle sue dimissioni dal vertice dei servizi segreti

Dal Corriere della Sera

         L’ambasciatrice Elisabetta Belloni non ha voluto continuare ad assistere in silenzio, che rischiava di apparire complice, alla rappresentazione giallistica, a dir poco, delle dimissioni dalla direzione dei servizi segreti, in anticipo di circa sei mesi rispetto alla scadenza del mandato. E ha voluto parlarne con la vice direttrice del Corriere della Sera Florenza Sarzanini, non casualmente reduce -credo- da una intervista alla premier Giorgia Meloni.

Dal Corriere della Sera

         Per capire il senso del “colloquio” della Belloni con Sarzanini potrebbe bastare la sintesi pubblicata sulla prima pagina del Corriere sotto il titolo già virgolettato di suo: “Sono stata sulla graticola ma lascio senza sbattere porte”.  “Una cosa -ecco la sintesi- ci tengo a dirla ed è l’unico motivo che mi fa rompere il riserbo che mi sono imposta in tutti questi mesi. Non vado via sbattendo la porta”.

Dal Fatto Quotidiano

         Ma la Belloni non ha voluto neppure forzare la porta dell’ufficio che forse già l’attende a Bruxelles, almeno nella rappresentazione, per esempio, del Fatto Quotidiano di “vice ministra all’immigrazione” nella Commissione dell’Unione Europea presieduta da Ursula von der Leyen.

Dal Corriere della Sera

         “Sarebbe un onore- ha confessato la stessa Belloni parlandone con la vice direttrice del Corriere della Sera- ma anche su questo voglio essere chiara nel dire che non c’è nulla di deciso. Al mio futuro comincerò a pensare il 16 gennaio”, cioè il giorno dopo la concreta conclusione del lavoro ancora in corso al vertice dei servizi segreti. Ma non credo che sia azzardato pensare che attorno a questa nuova destinazione della Belloni stiano lavorando le persone e le istituzioni qualificate, essendo maturata la decisione delle sue dimissioni, anticipata alla presidente del Consiglio e al sottosegretario con delega ai servizi, già prima della vicenda dell’arresto della giornalista Cecilia Sala in Iran e della sua problematica liberazione. Vicenda dalla quale, secondo i retroscenisti, la Belloni sarebbe stata esclusa.

         Se vi è stato un elemento scatenante, diciamo così, del disagio della direttrice dei servizi segreti questo andrebbe individuato, sempre stando al suo colloquio con Florenza Sarzanini, nel momento in cui sono uscite dalle stanze del potere, non certo le sue, voci, indiscrezioni e quant’altro sulla sua successione.

Ieri in via Acca Larenzia, a Roma

         Le parole della Belloni alla vice direttrice del Corriere della Sera presumibilmente non basteranno a far cessare polemiche e quant’altro in un clima politico tossico come quello attuale. Nel quale alla presidente del Consiglio e, più in generale, al suo governo si sta attribuendo la responsabilità persino del cameratismo ripetutosi in via Acca Larenzia, a Roma, nel ricordo dei due giovani di destra uccisi nell’assalto del 1978 all’allora sezione tuscolana del Movimento Sociale. Un cameratismo -è stato detto, per esempio, ieri sera nel salotto televisivo di Lilli Gruber- che senza la Meloni a Palazzo Chigi sarebbe stato meno numeroso ed eccitato.

Il ricordo di Aldo Moro ritorna sul percorso di Giorgia Meloni

Da Libero

Credo di non abusare dell’amicizia di Aldo Moro, specie considerando le drammatiche circostanze della sua morte nel 1978, se racconto di uno sfogo che raccolsi da lui dieci anni prima, quando era ancora a Palazzo Chigi, alla guida del suo terzo governo di centro-sinistra, col trattino, e già avvertiva la smania dei colleghi di partito, e di corrente, di disfarsene. Lo accusavano neppure tanto dietro le quinte, con Flaminio Piccoli fra i più insofferenti fra i dorotei, come si chiamavano gli esponenti di quel gruppo dello scudo crociato, di avere troppo pazientato con i socialisti. Anzi, di averli troppo favoriti propiziando l’elezione del socialdemocratico Giuseppe Saragat al Quirinale alla fine del 1964, in sostituzione dell’ormai impedito Antonio Segni, e poi l’unificazione con i socialisti di Pietro Nenni, vice presidente del Consiglio.

L’unificazione socialista nelle elezioni politiche del 1968 diede modestissimi frutti ma pima aveva creato una certa apprensione fra i dorotei. Che però quando si trattò di rinnovare nella nuova legislatura l’alleanza con i socialisti pur frustrati dal risultato elettorale furono con loro ancora più pazienti o generosi di Moro. Essi offrirono col segretario uscente della Dc Mariano Rumor, dopo un governo balneare di Giovanni Leone, una edizione “più incisiva e coraggiosa” -testuale- del centro-sinistra, cominciando col togliergli il trattino, sino a rinunciare alla “delimitazione della maggioranza” praticata sino ad allora per marcare le distanze dai comunisti a sinistra e dai liberali a destra. Doveva aprirsi una stagione di “apertura al contributo” dei comunisti, pur dall’opposizione. Una stagione che Moro, scavalcando i dorotei dalla posizione di minoranza in cui costoro l’avevano spinto nel partito, tradusse nella sua famosa “strategia dell’attenzione”. Ne nacque una rincorsa a sinistra destinata a sfasciare la maggioranza.

Moro, per tornare allo sfogo che raccolsi prima che la situazione precipitasse nei modi che ho sintetizzato, mi disse con una visione pessimistica di tutta la politica, e non solo del suo partito, di cui poi avrebbe ripreso il controllo pur dalla postazione defilata, statutariamente, di presidente del Consiglio Nazionale: “In politica”, appunto, “ti perdonano l’errore, non il successo”.

Giorgia Meloni, che ha saputo e voluto rifarsi anche a Moro di recente per spiegare la sua visione dell’Europa, a costo di spiazzare e scandalizzare la sinistra all’opposizione, ne sta sperimentando forse l’amarezza assistendo al bailamme inscenato attorno alla sua fulminante missione da Donald Trump, nella residenza privata del presidente che sta per tornare alla Casa Bianca.

Mattarella e Meloni nel 2022 al giuramento del governo

Diversamente da Moro, tuttavia, la premier guida una coalizione, ma soprattutto un partito, il maggiore di tale coalizione, più unito. Lei ha i suoi dorotei non in casa, nella maggioranza, ma tutti all’opposizione, nelle dimensioni più varie del cosiddetto “campo” dell’alternativa: “largo” sino a Matteo Renzi o ristretto come lo vorrebbe Giuseppe Conte. Che è preso come in una tenaglia da due paure: quella nei riguardi della segretaria di un Pd che per le sue dimensioni sta agli altri come un albero ai cespugli, e quella nei riguardi di Beppe Grillo. Di cui ora l’ex premier teme il silenzio sopraggiunto ai funerali improvvisati, pur senza bara e fiori, del MoVimento 5 Stelle, sapendo che nel prossimo, prevedibile scontro egli rischia di uscire male persino come avvocato, perché il terreno della battaglia sarà anche o soprattutto giudiziario.

In questa situazione, essendo queste le forze in campo e le loro condizioni, per quanto aiuto possano avere i suoi avversari da un’informazione che inventa più di raccontare, che aizza più di registrare, che partecipa più di osservare, che si avvolge più nei fantasmi che nella carta o nei tubi elettronici , la Meloni ha molti meno problemi di quanti non le attribuiscano gli avversari. E ancor meno ne avrà dopo l’insediamento di Trump alla Casa Bianca e le sorprese -credo- che ne deriveranno.

Pubblicato su Libero

In politica si può perdonare all’avversario l’ errore, non il successo

         In politica, ma anche nel giornalismo che ne fiancheggia o alimenta gli aspetti peggiori, è paradossalmente più facile perdonare all’avversario un errore che un successo. Se ne sta accorgendo -o ne sta avendo conferma- la premier Giorgia Meloni vedendo il fango sulla sua missione lampo da Donald Trump. Che l’ha accolta e trattenuta per alcune ore nella residenza privata di Mar-a-Lago, in Florida, apprezzandola.

Matteo Salvini

         Prima si è cercato di immiserire il viaggio in un sorpasso della Meloni sull’alleato e vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini, espostosi più di lei nella campagna elettorale americana per la vittoria di Trump e smanioso di correre alla cerimonia del giuramento e dell’insediamento cui la premier avrebbe problemi da cerimoniale per partecipare. Una cosa o circostanza risibile che pure ha fatto capolino nelle cronache e nei retroscena, tanto da indurre Salvini a smarcarsi da ogni sospetto apprezzando pubblicamente l’iniziativa della premier.

Joe Biden e Meloni d’archivio

         Si è cercato inoltre di costruire uno sgarbo inferto all’altro vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani, che sarebbe stato tenuto all’oscuro del viaggio sino ad apprenderne la notizia dal sito elettronico della Stampa, quando già la Meloni era decollata dall’Italia. Ma ancora più grave sarebbe stato lo sgarbo al presidente ancora in carica degli Stati Uniti Joe Biden, nella presunzione di tanta incompetenza e imprudenza della premier, dei suoi collaboratori, ma anche di Trump e relativo staff, da non avere saputo gestire nei modi dovuti, cioè educati, un passaggio della ordinaria, lunga transizione di quasi due mesi fra un presidente e l’altro.

Dal Corriere della Sera

         Sempre scambiando la Meloni per una imprudente, è stato messo nel conto della sua missione da Trump la stipula, o quasi, di un miliardario contratto di affari fra l’amico, consigliere, finanziatore, quasi ministro, o qualcosa del genere del presidente americano, Elon Musk, e l’Italia nel campo delle comunicazioni satellitari. Una cosa naturalmente smentita dalla Meloni ma sulla quale le opposizioni hanno già reclamato il solito rapporto e dibattito in Parlamento.

Elisabetta Belloni

         Pur non collegato direttamente al viaggio in Florida e all’incontro con Tramp è stata infine buttato tra le gambe della premier un presunto giallo delle dimissioni anticipate dell’ambasciatrice Elisabetta Belloni dalla direzione dei servizi segreti. Che, per quanto già apparsa in partenza ai suoi collaboratori il 12 dicembre scorso nello scambio degli auguri di fine anno, scadendo il suo mandato a maggio, si sarebbe dimessa il 23 dicembre contro il  presunto, mancato coinvolgimento nella vicenda del sequestro della giornalista italiana Cecilia Sala in un carcere iraniano e del modo in cui ottenerne il rilascio. Vicenda che è stata trattata  come la più urgente dalla Meloni con Trump perché collegata all’arresto in Italia di un iraniano a rischio di estradizione negli Stati Uniti per storie di droni e di terrorismo

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La Meloni “aggressiva” o “d’assalto” che piace tanto a Trump

Giorgia Meloni a Mar-a-Lago

         La Meloni “aggressiva” del racconto della stampa americana sembra essere proprio per questo piaciuta a Donald Trump nel lungo incontro avuto nella sua residenza privata, con i tempi e le procedure più di una incursione, o di un blitz, che di una visita. Come, del resto, fu il primo approccio diretto a Parigi fra i due il mese scorso, anch’esso improvvisato dalla premier italiana sorprendendo sia il padrone di casa, il presidente francese Emmanuel Macron, sia il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che l’aveva preceduta nei tempi e nel cerimoniale della riapertura della Cattedrale Notre Dame restaurata dopo l’incendio di cinque anni prima.

         Lo stesso Trump, del resto, ha accolto festosamente, e ammirato la Meloni  a Mar- a- Lago come la leader “d’assalto all’Europa”: lei, che in Italia era stata rappresentata dagli avversari come “isolata” rispetto al presidente francese e al cancelliere tedesco pur usciti entrambi malconci dalle elezioni continentali di giugno. Lei, che aveva osato dissentire dalla loro decisione di confermare alla presidenza della Commissione esecutiva dell’Unione Europea Ursula von ver Leyen ottenendo poi lo stesso il riconoscimento dovuto all’Italia con la nomina di Raffaele Fitto a commissario di peso, con un portafoglio fra i più gonfi, e vice presidente.

Dal Messaggero

         Ciò che la Meloni ha portato in Italia, di ritorno dalla sua missione lampo da Trump prima ancora dell’insediamento del presidente rieletto alla Casa Bianca, è un rapporto privilegiato con gli Stati Uniti della nuova amministrazione che si rivelerà utile non solo per la soluzione del problema che ha scavalcato per attualità, cioè per urgenza, tutti gli altri, cioè il caso della giornalista italiana Cecilia Sala arrestata in Iran. Che potrà ormai tornare libera solo se e quando gli iraniani riusciranno ad evitare l’estradizione negli Stati Uniti del loro “uomo dei droni”, arrestato in Italia su mandato di cattura d’oltre Oceano per reati di terrorismo, paradossalmente confermati proprio dalla difesa strenua che ha deciso di farne alla luce del sole il regime iraniano. Che pratica e alimenta il terrorismo in tutte le guerre alle quali partecipa direttamente o indirettamente: direttamente in Medio Oriente e indirettamente, per esempio, in Ucraina sostenendo l’aggressione russa in corso da quasi tre anni.

Sergio Mattarella a Caivano

         Nel ritorno in Italia dalla missione americana la Meloni ha trovato la sorpresa, felicemente riservatale dal presidente Sergio Mattarella improvvisando, pure lui, una visita di approvazione e di incoraggiamento nella Caivano risanata con una forte iniziativa del governo, e della premier in particolare, fra lo scetticismo e persino gli attacchi dei professionisti dell’anti-camorra. Che come i professionisti dell’antimafia e dell’antifascismo danno dei camorristi agli avversari o, semplicemente, indesiderati.

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Lo scacco matto della Meloni agli avversari con la missione lampo da Trump

Dal manifesto

         Non per distrarsi col classico dito che guarda la luna ma solo per contestualizzare meglio la missione a sorpresa di Giorgia Meloni da Donald Trump, cantando insieme l’only you immaginato dal manifesto nel titolo di copertina di oggi, è bene ricordare le circostanze di politica interna nelle quali è maturata l’iniziativa della premier italiana. Che ha fatto scacco matto agli avversari lasciatisi tentare, dietro le poche dichiarazioni di disponibilità ad un atteggiamento di responsabilità nazionale, chiamiamola così, dalla voglia o dall’interesse di sfruttare contro il governo la vicenda del sequestro della giornalista italiana Cecilia Sala a Teheran. Dove la giovane è stata rinchiusa in un carcere fra i più malfamati del mondo per cercare di scambiarla con un iraniano arrestato qualche giorno prima in Italia e a rischio di estradizione negli Stati Uniti. Non certo per le sue sole competenze “accademiche” -come lui ha detto attraverso i suoi legali- o tecniche nella confezione e nel traffico di droni, compreso quello costato la vita a militari americani in Giordania.

Da Repubblica

         Per avere un’idea della solita danza di politica interna attorno a questo problema basterà soffermarsi sul fuoco polemico aperto contro il governo, e la Meloni personalmente, da Matteo Renzi. Che ha voluto cogliere anche questa occasione, reclamando tavoli e cose del genere, per dimostrare a chi ancora resiste ad una sua partecipazione al progetto di alternativa al centrodestra la sua capacità di fare ora opposizione.

         Senza aspettare, per prudenza, diplomazia e altro, l’incontro già programmato a Roma nei prossimi giorni col presidente americano uscente Joe Biden, che ha prenotato una visita di commiato dal Papa, la premier italiana è volata dal presidente entrante anche per cercare di sciogliere la matassa Sala, chiamiamola così, forte di una lunga serie di precedenti in cui è già toccato agli stessi americani di accettare e persino promuovere scambi simili a quello preteso dagli iraniani per salvare il loro uomo dei droni.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani

         Nella sua mossa a sorpresa- ripeto, persino del ministro degli Esteri Antonio Tajani, secondo qualche ricostruzione giornalistica-  la Meloni ha dimostrato, anzi confermato un’agibilità e un’autorevolezza internazionali difficilmente attribuibili a quella disponibilità all’”obbedienza” attribuitale di recente con una certa spocchia dall’ex presidente del Consiglio ed altro ancora Romano Prodi. Che si è stupito, difeso dagli amici, delle reazioni comiziali della premier, a chiusura della recente festa della destra italiana al Circo Massimo. Seguite ora dai fatti, non da una seduta spiritica come quella nella quale Prodi nel 1978 dichiarò di avere appreso il none Gradoli a proposito del sequestro di Aldo Moro. La cui regìa operativa era stata allestita in un covo situato in quella strada di Roma, scambiata originariamente per un’omonima località del Viterbese.  

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I guai sardi della Todde nella topaia politica avvertita da Grillo

Dal manifesto

         A meno di un anno dalla sua elezione a governatrice della Sardegna, che fece sognare alle opposizioni un’alternativa al centrodestra anche a livello nazionale, poi scemata in altri passaggi elettorali, la pentastellata Alessandra Todde è in bilico, “inguaiata” -come dice il titolo del manifesto- dalla Corte d’Appello di Cagliari. Dove il collegio regionale di garanzia elettorale le ha contestato irregolarità nelle rendicontazioni delle spese elettorali per 90 mila euro ed ha innescato una procedura di decadenza che, fra ricorsi e voto conclusivo del Consiglio regionale, impiegherà un bel po’ di tempo per concludersi, pur nell’ottimismo, fiducia e quant’altro espressi dalla governatrice nella magistratura. E, si deve presumere, nella tenuta della sua maggioranza, per quanto dal momento della sua elezione siano intervenute novità non sempre incoraggianti, a cominciare dal suo partito, o movimento. Anch’esso destinato -dopo la rottura ormai completa, a pesci in faccia e a funerali improvvisati pur senza bara e corone di fiori, tra il fondatore ed ormai ex garante Beppe Grillo e il presidente Giuseppe Conte a vivere appeso più a vertenze giudiziarie che altro.

         Per curiosità mi sono appena affacciato al blog personale proprio di Grillo per verificare eventuali reazioni alle notizie giunte da Cagliari. Non ne ho trovate di dirette. E non so se si possa considerare indiretta la liquidazione che Grillo fa della politica come di una topaia, viste le delusioni che gli ha evidentemente procurate dopo gli iniziali successi delle 5 Stelle.

Dal blog di Beppe Grillo

         In particolare, Grillo ha riproposto in immagini e parole la “folkloristica” rappresentazione del “Re dei Ratti”, con le dovute maiuscole, “legati insieme dalla coda e ritrovati in questa posizione una volta deceduti o più raramente ancora in vita”.

Sempre dal blog di Beppe Grillo

         “Questa -ha scritto o lasciato scrivere Grillo- è la politica oggi. Questo è il risultato delle democrazie rappresentative. Se votare facesse qualche differenza non ce lo lascerebbero fare, diceva Mark Twain. E allora perché votare? Perché non lasciare”, pur senza un altro punto interrogativo. Come lo stesso Grillo ha fatto non andando a votare nelle ultime due occasioni offertegli dalle elezioni europee del 10 giugno e da quelle regionali ligure di ottobre scorso, vinte dal centrodestra pur dopo l’arresto e il non gratificante patteggiamento dell’ex governatore Giovanni Toti, sostituito dagli elettori col sindaco di Genova Marco Bucci.

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Meloni smentisce il disimpegno di Trump dal sostegno all’Ucraina

         In attesa della conferenza stampa tradizionale del presidente del Consiglio nel passaggio da un anno all’altro, annunciata per il 9 gennaio, Giorgia Meloni ha concesso una lunga intervista al supplemento 7 del Corriere della Sera della quale è particolarmente rilevante il passaggio riguardante la posizione italiana sulla guerra in Ucraina in relazione a quella del nuovo presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Giorgia Meloni al Corriere della Sera

         Le premier ha voluto smentire la rappresentazione di una possibile divaricazione con la Casa Bianca sulle prospettive del conflitto in corso da quasi tre anni in Ucraina dicendo: “Ho letto le ultime dichiarazioni del presidente eletto degli Stati Uniti Trump. Cito testualmente:: “Putin dovrebbe pensare che è arrivato il momento (per fare la pace) perché ha perso. Quando perdi 700 mila persone, è il momento”. “Voglio arrivare ad un accordo e il solo modo di arrivarci è quello di non abbandonare (l’Ucraina)”.

         “Sono parole – ha proseguito la premier italiana- totalmente sovrapponibili a quelle che ho ripetuto, a nome dell’Italia, in molte occasioni. Abbiano sempre detto che l’unico modo per giungere ad una pace è costringere la Russia in una situazione di stallo, perché non c’è alcuna possibilità di pace se non l’equilibrio delle forze in campo, e se la Russia ha campo libero nell’invasione dell’Ucraina. Questo è quello che sostiene l’Italia e che dicono anche gli Stati Uniti”.

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Le dannate e prevedibili complicazioni della vicenda di Cecilia Sala

L’ingegnere iraniano Adenini

         Prudenze, silenzi, reticenze e quant’altro anche dei giornali, e non solo delle cosiddette autorità, non sono dunque bastati -com’era del resto facile aspettarsi- ad evitare le complicazioni di ogni tipo della vicenda di Cecilia Sala. Che è la giornalista italiana sequestrata dal regime di Teheran per cercare di scambiarla con un iraniano arrestato in Italia su richiesta degli americani che ne vogliono l’estradizione negli Stati Uniti per terrorismo. E’ un ingegnere -Adenini, chiamiamolo così accorciando il suo lungo e complicato nome e cognome- che naturalmente contesta la qualifica di terrorista e vuole essere considerato solo “un accademico”, cioè un professore. Ma un professore, un super esperto di droni, delle loro confezioni, delle loro attrezzature, del loro commercio, del loro uso nelle varie guerre nelle quali è coinvolto il suo paese. La copertura che gli fornisce il regime iraniano dovrebbe quindi intendersi di carattere culturale, spettante appunto ad un “accademico”.

         Questo professore di droni ha già ottenuto in Italia qualche trattamento di riguardo per soddisfare il regime iraniano. In particolare, egli è stato trasferito da una iniziale destinazione carceraria di sicurezza  in Calabria a quella di Opera, in Lombardia, Dove le rappresentanze diplomatiche iraniane gli hanno già trovato un alloggio in cui aspettare l’espletamento delle procedure per una estradizione che esse naturalmente si aspettano alla fine negata dal governo nella persona del ministro della Giustizia. Che ha ancora l’ultima parola in una materia in cui ormai la magistratura può vedere contraddette le sue valutazioni da un’autorità politica.

la madre di Cecilia Sala all’uscita da Palazzo Chigi

         Se le pur perduranti condizioni di detenuto di Andini sono migliorate, quanto meno, anche ai fini della sua assistenza legale,  quelle di Cecilia Sala in Iran sono rimaste, a dir poco, preoccupanti. Tanto che le autorità politiche che seguono la vicenda non possono più contenere una situazione efficacemente descritta dalla madre di Cecilia uscendo da Palazzo Chigi dopo un incontro con la premier Giorgia Meloni, fra un vertice e l’altro operativo sulla vicenda. La signora ha reclamato la precedenza che spetta alle persone rispetto ai cotechini, ai vini e altri prodotti tipici italiani di cui proteggiamo il commercio. Un monito appropriato, per quanto educatamente accompagnato col riconoscimento e l’apprezzamento del lavoro a Palazzo Chigi.

Dal Foglio

         Purtroppo alla complicazione della situazione in cui si trova Cecilia Sala si è aggiunta quella del clima politico per una protesta levatasi, nella sua penultima sortita, da Matteo Renzi per non essere stato sufficientemente coinvolto nella consultazione delle opposizioni da parte del governo. Lui vuole un “tavolo” ben visibile in cui risulti anche la presenza e quant’altro del suo partito. “Parla Renzi”, ha titolato Il Foglio registrandone proteste, richieste, critiche e via opponendosi. Egli  parla forse un po’ troppo, come troppo è stato taciuto da troppi  all’inizio di questa vicenda.

Quando si moltiplicano i già numerosi specchi del Quirinale

Dal Dubbio

Per quanta tempestività e scaltrezza politica ci abbia messo la premier Giorgia Meloni per apprezzare pubblicamente il messaggio televisivo di Capodanno del presidente della Repubblica, nonostante il “dispiacere” attribuitole da Monica Guerzoni sul Corriere della Sera per “le ombre su sanità e detenuti”, l’intervento di Sergio Mattarella non ha potuto sottrarsi al gioco degli specchi. Che, già numerosi di loro al Quirinale sulle pareti alle quali sono appesi, si moltiplicano nelle interpretazioni mediatiche e politiche delle parole, dei gesti e, a volte, persino dei silenzi del Capo dello Stato.  E Mattarella è moroteo, di famiglia, anche in questo, cioè nella gestione dei silenzi quando decide di ricorrervi. O dei tempi, come quelli che, per esempio, dilata al massimo quando si tratta di controfirmare e promulgare provvedimenti che non lo convincono. La firma allora arriva davvero in extremis.

Dal manifesto

         Chi ha graffiato maggiormente con i titoli questa volta è stata probabilmente l’Unità del mio amico, ed ex direttore del Dubbio, Piero Sansonetti proponendo il messaggio di Mattarella come “sfida al governo”. Di fronte alla quale impallidisce “lo sprono” visto e proposto dal manifesto. Ma non ha scherzato neppure Domani, il giornale dell’irriducibile editore Carlo De Benedetti, indicando nel messaggio di Mattarella “il controcanto a Meloni”. Che pure assai prudentemente non solo ha apprezzato le parole di Mattarella ma ha anche rinviato al 9 gennaio, credo, la tradizionale conferenza stampa di fine anno, o inizio del nuovo, del presidente del Consiglio, rigorosamente al maschile neutro.

Giorgio Napolitano

         Mattarella, per come lo conosco, e credo di averlo capito in tanti anni di militanza politica, la sua, e di professione giornalistica, la mia, avrà fatto spallucce incurvandole ulteriormente. E magari si sarà pure divertito a immaginare le reazioni ai quattro messaggi augurali di San Silvestro che mancano all’epilogo del suo secondo mandato al Quirinale. Saranno alla fine quattordici: la durata più di un regno che di una Presidenza della Repubblica. Un regno peraltro neppure cercato, perché tutti ricordano le resistenze opposte da Mattarella alla rielezione: opposte sinceramente, non per finta o calcolo, come qualcuno pure riuscì a scrivere o insinuare quando maturò la sua conferma dopo inutili tentativi dei partiti di trovargli un successore. Come, del resto, si era già verificato due anni prima alla scadenza del primo mandato di Giorgio Napolitano, chiamato “Re Giorgio” per il suo dichiarato e orgoglioso interventismo nell’esercizio delle sue funzioni. Ho visto scrivere in questi giorni o ore anche di “Re Sergio”, ma non mi suona francamente bene come “Re Giorgio”.

         Il guaio di questo che sarei tentato di chiamare il tradizionale, ormai, gioco degli specchi attorno al Capo dello Stato, e ai suoi interventi, è che qualcosa alla fine resta, nell’immaginario politico., delle rappresentazioni finalizzate al perseguimento degli obiettivi di chi si spinge troppo oltre nelle interpretazioni. E nello stesso racconto. E ciò a detrimento, a mio avviso, della Politica, con la maiuscola. E della dialettica che l’accompagna e la caratterizza e si traduce prevalentemente in lotta. Nella quale invece dovrebbe essere interesse di tutti di non coinvolgere una figura di garanzia come quella del Capo dello Stato.

Pubblicato sul Dubbio

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La vigilanza continua dei professionisti dell’antifascismo

Da Libero

Altro che “gli 80 anni dalla Liberazione” che il Capo dello Stato verso la conclusione del suo messaggio televisivo di San Silvestro ha “evocato contro ogni amnesia definendola fondamento della Repubblica e presupposto della Costituzione”, come ha sottolineato il quirinalista principe Marzio Breda sul Corriere della Sera. Per Antonio Scurati, e la Repubblica, quella di carta, che li ha sparati sulla prima pagina del primo numero di questo 2025, debbono contare i 100 anni che trascorrono proprio oggi dal discorso alla Camera nel quale Benito Mussolini ai assunse tutta la responsabilità del delitto di Giacomo Matteotti e segnò “la nascita del fascismo”. Che tuttavia, sempre su Repubblica ma del 22 ottobre 2024, era già nato due anni prima con la marcia su Roma e la chiamata di Mussolini al Quirinale per la formazione del governo.

         Scurati non lo ha scritto ma i lettori ai quali egli ha voluto rivolgersi lo hanno capito o avvertito lo stesso. Quell’aula in cui Mussolini fece nascere o rinascere il fascismo esiste ancora. E vi prende ogni tanto la parola dallo stesso banco la premier Giorgia Meloni, con la sua vivacità oratoria e i numeri forti della fiducia che si fa confermare ogni volta che decide di chiederla, fortunatamente senza doversi assumere la responsabilità di qualche delitto. Ma vantandosi dei successi che il suo governo consegue e della miserabile fine di tutte le disgrazie pronosticate dalle opposizioni al suo arrivo a Palazzo Chigi.

Leonardo Sciascia

         Questa del fascismo per niente finito, anche nella coda più velenosa della guerra civile, con la Liberazione evocata da Mattarella ai dieci milioni di telespettatori che l’hanno visto e sentito la sera del 31 dicembre scorso, non è solo un’ossessione di chi lo vuole fare sopravvivere e lo intravvede ovunque. E’ qualcosa di più. E’ una professione, come quella dell’antimafia a suo tempo brillantemente denunciata e descritta da Leonardo Sciascia, che si rimediò per questo del mafioso, o quasi. Come oggi si rimedia del fascista chiunque dubiti -cominciano a vedersene e sentirsene anche fra le opposizioni- del fascismo evocato come attuale sul piano culturale e politico.

Carlo Donat-Cattin

         Fascista è stato sino alla caduta, diciamo così, spontanea del Muro di Berlino anche chi semplicemente era anticomunista. Come il mio compianto amico Carlo Donat-Cattin, la cui storia e formazione di sinistra venne soppressa nella rappresentazione politica e mediatica quando si mise di traverso sulla strada dell’”ineluttabile” accordo di governo -diceva Ugo La Malfa, propiziandolo- fra democristiani e comunisti. Lui, Carlo, fingeva di riderne spavaldamente, ma vi assicuro che ne soffriva nell’intimo quasi quanto della terribile avventura terroristica del figlio Marco.

Aldo Moro

         Se non avesse fatto in tempo a morire per mano dei brigatisti rossi, sarebbe finito a destra anche un altro mio amico, Aldo Moro. Vi sarebbe finito se nel 1979 e anni successivi avesse preso atto del ritiro dei comunisti dalla maggioranza di cosiddetta solidarietà nazionale e avesse concorso con Bettino Craxi -e gli stivaloni infilati ai suoi piedi nelle vignette di Repubblica– alla ripresa del centrosinistra, per giunta allargato ai liberali nella formula pentapartitica gestita dallo stesso Craxi e poi da Giulio Andreotti. Non parliamo poi del presunto fascismo di quest’ultimo, che nei primi anni Settanta guardava con indulgenza gli elettori democristiani “in libera uscita” -diceva- verso il Movimento Sociale di Giorgio Almirante: fiducioso, anzi certo, di poterseli riportare a casa.

         Per fortuna tutti costoro sono morti, ripeto, e sepolti. E persino sempre più spesso rimpianti. Sennò sarebbero finiti., nei e coi tempi di uno Scurati forse inconsapevole, in quel pentolone attorno al quale danzano come forsennati gli antifascisti di professione, che cercano di riprendersi così  del trauma di una destra al governo cento anni dopo il discorso di Mussolini del 3 gennaio alla Camera. Non poveretti, ma poveracci, come dicono a Roma.

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