La giustizia sbilenca dell’ineffabile Goffredo Bettini

Della riforma costituzionale della magistratura appesa al referendum del 22 marzo, salvo qualche rinvio giudiziario, chiamiamolo così, il buon Goffredo Bettini, guru o quant’altro del Partito Democratico, continua a condividere il contenuto. Non foss’altro per ragioni familiari, avendo avuto la fortuna di avere come padre un avvocato, anche di un certo nome e prestigio, consapevole per mestiere della sproporzione nei rapporti di forza in tribunale fra l’imputato e i magistrati che si occupano di lui. Quello che Bettini ora contesta o non condivide più, o ha sottovalutato scrivendone nei mesi scorsi, prima del ripensamento annunciato sull’Unità di qualche giorno fa, è la paternità istituzionale della riforma. Il fatto cioè che a promuoverlae a portarla all’approvazione del Parlamento, sia stato un governo di centrodestra, per giunta presieduto dalla leader della destra Giorgia Meloni, non del centro.

       Eh, questo poi il governo non doveva farlo né a Bettini né, più in generale, agli italiani. L’opposizione prevale sul merito del problema, o del quesito referendario. Che non potrà essere quello sventolato dall’associazione nazionale dei magistrati, fra le proteste di gente del mestiere come Antonio Di Pietro, a favore del no a giudici sottomessi alla politica. Questo può essere, al massimo, un timore, una paura, un’opinione, non un fatto.

       Fra un problema di contenuto e un problema di schieramento, come li distingueva ai suoi tempi con ostinazione la buonanima di Ugo La Malfa, peraltro amico di suo padre, Bettini ha scelto il secondo. Che comporta il no alla riforma, spero almeno sofferto, non entusiastico. Magari una testimonianza di identità politica nel caso in cui dovesse confermarsi la prevalenza netta del sì sul no emersa dai sondaggi. E talmente avvertita fra gli stessi magistrati, nella loro medesima associazione, che dietro, anzi alle spalle della campagna del no ora supportata anche da Bettini, i più avveduti fra loro già si predispongono a trattare col governo sui decreti di attuazione della riforma. In materia, per esempio, di sorteggio nella composizione dei due Consigli superiori della magistratura che deriveranno, uno per i giudici e l’altro per i pubblici ministeri, o di Alta Corte di disciplina destinata ad occuparsi dei magistrati senza più dipenderne con i meccanismi diretti o indiretti delle loro correnti, e sottocorrenti. E’ un’altra novità, forse la più sgradita o temuta dagli interessati: più della separazione delle carriere cui molti ancora intestano la riforma.

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Bettini in retromarcia verso il referendum sulla magistratura

         Non per la sua età perché 73 anni, per quanto compiuti già a novembre, non sono molti nei nostri tempi, ma per la sua stazza, fra altezza e peso, deve avere procurato una certa fatica arretrare, come del resto anche avanzare, a Goffredo Bettini. Eppure la retromarcia il brav’uomo l’ha fatta sulla strada del referendum sulla riforma costituzionale della magistratura. Chiamiamola solo così, come fa Antonio Di Pietro che ha frequentato i tribunali da pubblico ministero, imputato e avvocato. Gli è mancato di fare solo il giudice, pur chiamato così ai suoi tempi dai giornalisti che chiamano giudici anche i pubblici ministeri, e l’usciere.

       Mentre la riforma si discuteva ancora in Parlamento, ma era ormai scontata la sua approvazione con la coda referendaria di quando la maggioranza delle Camere non è stata abbastanza larga per evitarla, Bettini annunciò il suo favore per ragioni, diciamo così, familiari. Il padre era stato un avvocato, anche di grido e di peso politico, avvolto nell’edera del partito repubblicano di Ugo La Malfa e Oronzo Reale, e gli aveva bene inculcato una certa prudenza, diffidenza e simili di fronte alla soverchiante disparità di forze, in un processo, fra  magistrati e imputato. O anche imputati quando sono di più e appaiono più agguerriti nel recinto loro destinato.

       Non vi dico la delusione che Bettini con la sua scelta del procurò non tanto alla segretaria del suo partito Elly Schlein quanto al comune amico, chiamiamolo così, con tutte le imprecisioni della cronaca politica, Giuseppe Conte. Che Bettini si vanta, ingrassando vieppiù, di avere spinto con pazienza e astuzia verso la postazione di un “progressista”, per quanto “indipendente”, come precisa sempre l’ex premier. Indipendente anche da se stesso. Ma talmente sicuro del fatto suo da credere di potere tornare a Palazzo Chigi, dove ha lasciato il cuore, anche senza vincere o contribuire a far vincere la sinistra.

       Ora comunque la delusione di Conte per il referendario dell’amico, consigliere, affabulatore è superata. Bettini ci ha ripensato, annunciandolo sulla insospettabile Unità di Piero Sansonetti in un articolo disteso sotto la prima pagina. Dove Indro Montanelli sistemava sul suo Giornale quelli che definiva gli “editoriali di sotto”, appunto, magari trasformandoli in lettere quando non li condivideva del tutto.

       Ebbene Bettini, manovrando indietro, ha spiegato che, pur continuando, per carità di Dio o altro, a preferire le carriere separate fra giudici e pubblici ministeri, come avrebbe già voluto ai suoi tempi il padre, farà la crocetta sul no al referendum per non fare intestare la vittoria del a Giorgia Meloni e al suo governo.

       Ben tornato a casa, avranno detto in tanti di Bettini leggendolo direttamente o per cronaca interposta. Il poveretto -diciamo così a dispetto delle sue dimensioni fisiche- si è risparmiato così anche l’espulsione dal Pd di tutti i sostenitori del referendario raccomandata, anzi pretesa dal professore Tomaso Montanari, rivolto alla Schlein dai salotti televisivi dove troneggia, per restituire l’onore al Nazareno.

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Svanito il felice rosso di Valentino, ci rimane…quello di Landini

         Diavolo di un uomo, anzi di un imperatore, questa poi Valentino Garavani non ce la doveva fare morendo pur all’età veneranda e incontenibile di 93 anni. Egli si porta nella tomba, o lascia nei musei della sua arte, il rosso così splendidamente portato dalle sue modelle, per niente ideologico, e ci lascia al rosso di Maurizio Landini e accessori. Quali ormai sono diventati, inseguendolo negli scioperi, nei referendum, nelle piazze, nelle fiere gli aspiranti all’alternativa al governo di centrodestra di Giorgia Meloni: dal Pd di Elly Schlein al Movimento ancora  5 Stelle di Giuseppe Conte, alla sinistra radicale di Nicola Fratoianni  e Angelo Bonelli, alla neonata Casa Riformista del pluri-ex Matteo Renzi all’Azione, con la maiuscola, di Carlo Calenda.

L’elenco è incompleto o provvisorio perché non passa ormai giorno o settimana che non si facciano sentire e vedere sulla scena o nei retroscena altri aspiranti alla compagnia e persino a Palazzo Chigi, se dovesse mai liberarsi della presenza inusualmente “stabile”, come si sottolinea con ammirazione, in verità più all’estero che in Italia, della leader della destra Giorgia Meloni. Che intende raddoppiare fra due anni, alla scadenza ordinaria della legislatura, e magari anche cercare di succedere al Quirinale a Sergio Mattarella nel 2029, quando la prmeier avrà superato il minimo richiesto dei 50 anni, cui si è avvicinata qualche giorno fa compiendone 49, fra una missione e l’altra all’estero. Una prospettiva, questa, che naturalmente è vissuta come un incubo dalle opposizioni ma alla quale temo, diciamo così, che esse dovranno abituarsi per farvi i conti. E scommettere magari sulle divisioni del centrodestra per ripiegare su una candidatura, sempre di quelle parti politiche, meno di punta. Non ne mancano, naturalmente, e neppure tanto al coperto.

La lunga storia, ormai, delle corse al Quirinale è contrassegnata di candidature arenatesi per la troppa autorevolezza dei titolari e sorpassate all’ultima curva da altre di peso politico apparentemente inferiore. Ma solo apparentemente, come i fatti avrebbero poi rivelato, per esempio, con Sandro Pertini, Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napolitano e ora, in fondo, anche Sergio Mattarella, al suo secondo e solido mandato.

I ghiacci della Groenlandia raffreddano anche i rapporti fra Meloni e Trump…..

Ah, potenza dei ghiacci e ghiacciai, anche o soprattutto perché insidiati dall’aumento delle temperature naturali, in aggiunta a quelli delle guerre che continuano a prevalere nel mondo sulle tregue e le ombre di trattative di pace. Ombre o poco più, purtroppo.

       Sui ghiacci e ghiacciai della Groenlandia, che il presidente americano Donald Trump, avvolto prudentemente nei suoi cappotti di cashmer, vorrebbe acquistare o conquistare alle sue maniere, distribuendo dazi come sberle a chi non condivide la sua visione del mondo e soprattutto degli affari, sono scivolati anche i rapporti con la premier Giorgia Meloni. “La fantastica” Meloni da lui apprezzata tante volte a casa e fuori casa. Che ha trovato invece la voglia, il tempo e quant’altro, fra una missione e l’altra all’estero, di telefonare all’amico della Casa Bianca e dissentire dall’”errore”, poi lamentato anche in pubblico, di avere scambiato per truppe d’assalto agli Stati Uniti quelle decine di militari europei disarmati inviati dai loro governi in Groenlandia, in una spedizione liquidata come una “barzelletta” dal ministro della Difesa Guido Crosetto. Spedizione alla quale lo stesso Crosetto ha voluto sottrarsi, forse godendo della “vigilanza sull’Italia” appena auspicata di Bettino Craxi, sulla cui tomba il ministro era accorso in Tunisia a ventisei anni dalla morte. Guadagnandosi, naturalmente, la derisione di quanti ancora considerano il primo e unico presidente socialista del Consiglio nella storia d’Italia soltanto un “pregiudicato” e “latitante”.

       Naturalmente la tempestività della dissociazione della Meloni da Trump da almeno l’ultima delle sue rappresentazioni politiche non è stata colta dalle opposizioni. Che continueranno a indicare la premier “a disposizione” del presidente americano per non rinunciare ai vantaggi che essi ritengono di poter trarre da questa raffigurazione nel faticoso tentativo di costruire un’alternativa di governo dopo l’inusuale durata di quello in carica guidato dalla leader della destra italiana.

       Sceneggiata per sceneggiata, ciascuno porta avanti la sua, come del resto sta accadendo anche in quella specie di prova generale dello scontro elettorale del 2027 che è la campagna referendaria in corso sulla riforma della magistratura, più che della giustizia pubblicamente declamata. 

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Il suicidio della sinistra raccontato sulla Stampa da Federico Geremicca

La competizione ferocemente in corso nel campo presuntuosamente largo, anzi larghissimo, quasi infinito della improbabile alternativa al centrodestra di Giorgia Meloni fra gli “alternativi” Giuseppe Conte ed Elly Schlein, in ordine rigorosamente alfabetico? “Un suicidio”, ha diagnosticato impietosamente sulla Stampa il buon Federico Geremicca, ormai disamorato da tempo, credo,  della sinistra a lui davvero familiare, cresciuto quasi sulle ginocchia di Giorgio Napolitano amicissimo del padre.  Come Bettino Craxi mi diceva scherzando, ma non troppo, del comune amico Giuliano Ferrara sulle ginocchia addirittura di Palmiro Togliatti, di cui la madre era stata segretaria.

       “Lei -ha scritto Geremicca a proposito naturalmente della segretaria del Pd- è una donna dichiaratamente di sinistra, lui (Conte) fatica a dichiararsi progressista. Lei ha come bandiera la difesa di tutti i diritti civili, ai quali ha aggiunto battaglie sulla sanità e il salario minimo, lui è il premier dei decreti sicurezza e, più che promettere, ha già dato a milioni di italiani reddito di cittadinanza e superbonus edilizio” con “provvedimenti discussi, certo, ma dei quali chiunque ha potuto ha goduto”, ma spesso non avendone diritto e procurando buchi nei bilanci a futura memoria e incombenza. “Lei -ha continuato Geremicca salendo o scendendo di grado, come preferite- è schierata in difesa dell’Ucraina mentre lui chiede la fine dell’invio di armi, senza le quali la Russia avrebbe già finito il suo lavoro”. “Non precisamente dettagli”, ha infierito l’analista della Stampa.

       Come nelle bambole russe, un suicidio tira l’altro o sta nell’altro. Né Conte né Schlein, sempre in ordine rigorosamente alfabetico, che fa torto alla galanteria che potrebbe invocare la segretaria del Nazareno, hanno fretta di definire la loro partita della leadership, non importa con quali procedure e mezzi, per poter guidare il progetto di coalizione -nient’altro, per ora, che un progetto, per quanto sperimentato in qualche regione o città- in un arco di tempo sufficiente alla conoscenza o consapevolezza degli elettori. Lui ha rinviato all’autunno prossimo un confronto fra i programmi delle varie forze per tentare una sintesi di compromesso e poi passare finalmente alla definizione di una comune candidatura a Palazzo Chigi. L’altra gli è andata semplicemente dietro, accettandone non so se più la furbizia o l’avventatezza, mentre la prospettiva delle cosiddette primarie per venire a capo del problema si arricchisce  continuamente, si fa per dire, di candidature equivalenti spesso a trabocchetti , non si sa se più per lui che per lei, ma comunque per entrambi, al maschile ma anche al femminile.

       Geremicca ha attinto ai suoi ricordi di cronista  per spendere qualche rimpianto del modo col quale nell’ormai lontano 1995 la sinistra risolse il problema della leadership elettorale, e governativa, dopo l’irruzione vittoriosa nel campo politico, e non del pallone, di Silvio Berlusconi. Massimo D’Alema, inconsapevole della rottamazione che avrebbe praticato contro di lui un giovanotto di Firenze, scelse un papa cosiddetto esterno, che era Romano Prodi, e lo incoronò leader in un raduno cinematografico, nel senso di una sala di proiezione di film, a Roma. E Prodi infatti vinse l’anno dopo le elezioni, ma per governare solo un anno e tre mesi, sostituito con una sostanziale manovra di palazzo dallo stesso D’Alema. Che sarebbe durato poco anche lui, ritiratosi spontaneamente a favore di un Giuliano Amato inedito rispetto alla sua esperienza di braccio destro di Bettino Craxi, che lo aveva già mandato a Palazzo Chigi nel 1992.

       Forte in fondo anche di questi ricordi, come in un ripensamento rispetto a una prima tentazione di riproporli, Geremicca ha raccomandato piuttosto “una massima politica elementare ma non infondata: per molti cittadini e imprenditori, per la gente normale, la stabilità è già un valore in sé”. Ma la stabilità di Giorgia Meloni da quasi tre anni e mezzo a Palazzo Chigi.

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Ripreso da http://www.startmag,it il 24 gennaio

La misura di Donald Trump è ormai colma anche per Giorgia Meloni

         Quegli occhi diabolicamente predatori -riconosciamolo- del presidente americano Donald Trump sull’interlocutore di turno, fosse anche il semplice, magari occasionale lettore del giornale che ne fa magari la foto di cosiddetta copertina, hanno prodotto una confusione terribile nel mondo, compresa naturalmente l’Italia. Dove a trovarsi maggiormente a disagio di fronte alle iniziative costantemente spiazzanti dell’inquilino, anzi del padrone della Casa Bianca, considerandone lo stile e persino i lavori di ampliamento o ristrutturazione che ha imposto anche ad una moglie quasi pubblicamente contraria o perplessa: a trovarsi maggiormente a disagio, dicevo, sono più gli amici che gli avversari. Come, in dimensioni geopolitiche, diciamo così, sono più a disagio ormai gli alleati che i nemici storici, che si consideravano consolidati degli Stati Uniti. Si, proprio essi, gli Stati Uniti d’America le cui truppe salvarono più di 80 anni anche l’Italia dall’abisso in cui era caduta alleandosi con Hitler, e ora si sono stancati, a dir poco, dell’aiuto all’Ucraina aggredita dalla Russia di Putin..

       Anche Giorgia Meloni, la prima premier della storia d’Italia, forse anche per questo entrata subito nelle simpatie del…..predatore americano, che l’ha più vote definita “fantastica” parlandone davanti alle telecamere e sovrastandola negli incontri,  ha dovuto prendere le distanze da Trump alle prese con la Groenlandia, che un giorno vorrebbe acquistare e l’altro occupare più di quanto già non la occupi con postazioni militari.

       Pur rifiutatasi di partecipare a quella barzelletta -così definita dal ministro della Difesa Guido Crosetto- dello sbarco in Groenlandia di qualche decina di  militari europei disarmati, la Meloni questa volta è sbottata anche in pubblico rivelando di avere personalmente, direttamente comunicato a Trump il dissenso dal suo “errore” di condire dei soliti, immancabili dazi anche l’offensiva dei ghiacci, diciamo così.

       Trump, per carità avrà fatto spallucce e allungato le braccia e le mani nel vuoto da qualcuna delle sue torri americane per spaventarla, ma la premier il suo dovere l’ha fatto. I suoi avversari no continuando a scambiarla e a rappresentarla sottomessa al predatore a stelle e strisce.

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Gli insulti a Guido Crosetto per gli elogi a Bettino Craxi

       Il ministro italiano della Difesa Guido Crosetto – o della Guerra, con la maiuscola, come lo chiamerebbe il presidente american Donald Trump che ha già fatto così col suo al Pentagono- ha scandalizzato il solito Marco Travaglio, in attesa a Roma del ritorno del suo Giuseppe Conte a Palazzo Chigi, per avere promosso a “santo patrono” d’Italia Bettino Craxi. Che ha definito “statista” ed esortato a “vigilare” sull’Italia partecipando ad Hammamet alla celebrazione del 26.mo anniversario della morte in terra tunisino.

Craxi era un rifugiato, protetto in Tunisia,  per i processi subiti in Italia “con durezza senza uguali” – certificati dieci anni dopo dal presidente della Repubblica scrivendone pubblicamente alla vedova- avendo praticato il diffuso, generalizzato finanziamento illegale dei partiti. No, era un pregiudicato e latitante, continuano a scrivere e a dire gli avversari in Italia. E non solo Travaglio sul suo Fatto Quotidiano.

       Sono passati 33 anni dal formale coinvolgimento di Craxi nelle indagini di “Mani pulite” su “Tangentopoli”, nel linguaggio delle cronache politiche e giudiziarie dell’epoca, e 26, appunto, dalla sua morte, quando Bettino ne aveva solo 66, quattro in più di Crosetto oggi.  Ne sono passati sedici dalla lettera già ricordata dell’allora Capo dello Stato alla vedova dell’ex e primo presidente socialista del Consiglio nella storia d’Italia per restituirgli almeno una parte dei meriti e dell’onore dovutigli. Ma la demonizzazione di Bettino Craxi continua ad essere lo spartiacque – direbbe il presidente Sergio Mattarella, come della nascita della Repubblica italiana- fra la sinistra senza aggettivi e quella cinica e bara, legatasi mani e piedi ad una certa magistratura partigiana per una rivincita sulla sconfitta storica del comunismo avvenuta nel 1989 con la caduta del muro di Berlino. Quando a Craxi fu contestata l’offerta, proposta e quant’altro di costruire su basi nuove e moderne “l’unità socialista”, sbandierata dalle finestre della sede nazionale del Psi, a poca distanza dalla Camera e da Palazzo Chigi, e vissuta dal Pds già subentrato al Pci di Achille Occhetto come una provocazione, un progetto di odiosa annessione.

       La miseria di questa storia, appena tradotta onestamente e nuovamente  da Pierferdinando Casini con la formula del Craxi capo espiatorio, che doveva pagare “per conto di tutti”, e più di tutti; la miseria, dicevo, di questa storia è di una evidenza ormai tale che può essere difesa, rivendicata e quant’altro, deridendo il Crosetto di turno ospite ad Hammamet della figlia di Craxi, presidente della commissione Esteri e Difesa del Senato, e della  Fondazione intesta al padre, solo ubriacandosi di astio e malafede. E condannando tutta la sinistra, a questo punto, alla marginalità che si è meritata.  E ha portato la destra al primato.

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Il treno referendario dei magistrati del no deraglia sui binari della sicurezza

Potrebbe essere, anzi è la cronaca nera l’inconveniente più imprevisto e/sottovalutato dai magistrati nella campagna referendaria del no alla separazione delle loro carriere. E a tutto ciò che ne potrà conseguire davvero. Non la sottomissione, come sostengono gli interessati anche negli spot che vengono diffusi nelle stazioni ferroviarie, delle toghe “alla politica”, ma più semplicemente un ridimensionamento, credo, dei poteri e del ruolo conquistati dalle stesse toghe, requirenti e giudicanti, dopo il “brusco cambiamento” dei rapporti fra giustizia e politica, a favore della prima, intervenuto negli anni delle indagini e dei processi per il diffuso, sostanzialmente generalizzato finanziamento illegale di partiti.

Fu un brusco cambiamento -non smetto né smetterò mai di ricordarlo- in qualche modo certificato dieci anni dopo la morte di Bettino Craxi dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano scrivendone alla vedova in una lettera diffusa dallo stesso Quirinale. Quasi una lettera aperta quindi agli italiani: anche quelli che non perdonavano a Craxi neppure da morto di avere preferito spegnersi libero in Tunisia piuttosto che in una prigione dell’Italia ch’egli aveva orgogliosamente governato, a volte fra gli appezzamenti degli stessi avversari.

Ciò accadde, per esempio, nella famosa notte di Sigonella nella quale l’allora presidente del Consiglio difese la sovranità nazionale anche dai marines americani armati fino ai denti per eseguire l’ordine di Reagan, dalla Casa Bianca, di sequestrare  e sottrarre alla giustizia italiana i responsabili e autori del tragico dirottamento terroristico della nave Achille Lauro nel Mediterraneo.

La cronaca nera, anzi nerissima, dicevo, è l’handicap della campagna del no referendario perché da molto, troppo tempo essa è dominata da assassini che non dovevano essere liberi. O addirittura liberati dai magistrati competenti -si fa per dire- che ne avevano sottovalutato la pericolosità. Una cronaca nera, nerissima che, disgraziatamente per l’associazione nazionale dei magistrati, si aggiunge e sovrappone alla campagna referendaria per l’astuzia con la quale la premier Giorgia Meloni in persona ha riportato il tema della sicurezza al centro dell’attenzione del paese, oltre che del Parlamento, con un pacchetto di nuove misure di difesa dell’ordine pubblico e privato. Un’astuzia seguita ad un’altra: quella della stessa Meloni nella conferenza stampa d’inizio d’anno di protestare contro una magistratura -non tutta, certo, ma in parte sufficiente per creare danni- che “vanifica” l’azione del governo proprio in tema di sicurezza.

L’appello della Meloni, sempre in quell’occasione, a “remare tutti nella stessa direzione” è stato contestato dalla magistratura associata e dalla sua tifoseria come uno scandalo, una prova della volontà del governo di sottomettere alla sua politica e alle sue decisioni i tribunali. Argomento apparentemente forte ma solo per quella tifoseria, essendo probabilmente apparso ragionevole alla maggioranza dell’opinione pubblica nelle circostanze non proprio ordinarie in cui essa vive.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 22 gennaio

Il trappolone della Meloni in cui sono caduti i magistrati del no referendario

Come tattici lor signori del no referendario alla separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri ed altro ancora della riforma Nordio- chiamiamola così, col nome del ministro della Giustizia- si sentiranno bravi. Anzi, bravissimi. Direi anche geniali. Basta guardarli mentre si lasciano intervistare distribuendo più smorfie che parole,  

Essi cercano di disseminare di trappole la strada che porta al 22 e al 23 marzo, la data del referendum. Non disperano neppure, con l’aiuto dei ricorsi alla magistratura amministrativa, di allungare la strada per avere ancora più spazio a disposizione e sistemare altre trappole ancora. E infine godersi lo spettacolo di vedervi saltare sopra rovinosamente il governo promotore della riforma, immaginando chissà quali e quanti aiuti a livello alto, anzi altissimo, per vederlo addirittura cadere con meritata infamia, dal loro punto di vista.

       In questa opera di guerriglia, più ancora di guerra, a lor signori del no è sfuggito il trappolone teso loro dalla premier Meloni nella conferenza stampa d’inizio d’anno: non tanto con l’accusa alla magistratura più attiva, diciamo così, di vanificare con la sua discrezionalità scambiata per autonomia e indipendenza il contrasto al disordine e alla criminalità, quanto con la priorità assegnata a nuove misure urgenti per la sicurezza.  Una priorità condita, sempre astutamente, con l’appello a “remare tutti insieme” nella stessa direzione dell’interesse generale. Un appello al quale i signornò, sempre loro, si sono aggrappati come all’autorete di un governo inguaribilmente tentato dal mettere i magistrati al proprio servizio. Non si sono accorti, i poveracci, che alla maggior parte della gente comune quell’appello è suonato come ragionevolissimo, preceduto da tante occasioni di emergenza nelle quali la cooperazione istituzionale, come la chiamano i presidenti di turno della Repubblica, ha funzionato. Come all’epoca del terrorismo. E ditemi voi se non siamo in condizioni non ordinarie, con le guerre che ci circondano, ibride e non.  E con l’immigrazione che, se non controllata, rappresenta ne rappresenta l’aspetto più ibrido, ancor più della disinformazione.

       Chiusi nella torre della loro autonomia, indipendenza e quant’altro, a proposito o sproposito, i signornò non si sono accorti dell’ambiente tossico dell’autosufficienza, e persino della supremazia o spocchia, in cui si avvolgono screditandosi ulteriormente.

       Delle nuove misure di sicurezza che assorbiranno le cronache politiche e quelle parlamentari i magistrati finiranno da soli per diventare una specie di controparte vocata a vanificarle, per dirla alla e con la Meloni.  Quelle già lunghe dieci settimane di campagna elettorale programmate, direi con già troppa generosità per chi voleva guadagnare tempo, si riveleranno ancora più pesanti e pericolose per i signornò. Che non hanno messo nel conto, nella loro totale sprovvedutezza, quella che chiamerei la cronacaccia, inesorabile nella ripetitività di situazioni in cui c’è sempre un criminale di troppo che uccide per la distrazione o la superficialità con la quale qualche magistrato l’ha lasciato libero, o lo ha liberato dopo averlo malvolentieri arrestato. Sono fatti, anzi misfatti, dei quali sentiamo quasi ogni giorno alla televisione e leggiamo sui giornali. E ai quali il ministro della Giustizia, ma non solo lui, non può opporre alcuna sorpresa, a dir poco, senza essere attaccato dall’associazione nazionale dei magistrati per presunto sopruso, o deriso dalla tifoseria mediatica delle toghe come “mezzolitro” o “fiasco”.

       Pensare, in queste condizioni, di portare alla vittoria il no referendario, o solo di ridurre le distanze da un sì avanti di una decina di punti, mi sembra francamente dabbenaggine.

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Il no referendario dei magistrati inciampa nel tema della sicurezza

         A complicare ulteriormente la campagna referendaria del no alla riforma costituzionale della magistratura -già costretta nella difesa delle sue abitudini, più che prerogative, a ricorrere ad autentici falsi, come quello della sottomissione delle toghe al governo per effetto delle loro carriere separate- è il tema della scurezza tornato centrale nel dibattito politico, se mai se ne fosse allontanato, dalle nuove misure predisposte dal governo. Che magari adesso sarà accusato dai signornò di avere preso questa iniziativa apposta per mettere in maggiori difficoltà la magistratura, come se a rendere necessarie nuove norme in materia non fosse stata e non sia tuttora   la cronaca, la dannatissima cronaca, fatta anche di delitti commessi da sciagurati che avrebbero dovuto essere in prigione o, se immigrati clandestini, giù riportati a casa se non avessero trovato sulla loro strada magistrati troppo distratti o generosi.

         L’arresto in Italia, diversamente da altri paesi i cui regimi sono difesi in manifestazioni di piazza tipo quelle per la Gaza di Hamas, non dipende dal governo, ma solo dalla magistratura. E, più in particolare da un giudice che accoglie la richiesta di un pubblico ministero. O, accordatolo, ci ripensa in un secondo momento o grado procedurale, sempre in pendenza di indagini.

         Si è gridato allo scandalo quando, di recente, la premier Giorgia Meloni si è lamentata dell’azione di governo in tema di sicurezza, appunto. “vanificata” dalla magistratura nella discrezionalità con la quale interpreta e applica la legge. E l’ha esortata, con le altre istituzioni, a “remare insieme”. Remare insieme?, hanno gridato e protestato magistrati e loro tifosi, vedendo in questa esortazione della presidente del Consiglio un’altra prova, o indizio, della volontà, pretesa e quant’altro di sottomettere la magistratura alla “politica”, come dai cartelli di propaganda referendaria del no alla riforma approvata dal Parlamento. Eh sì, cari signornò. Remare insieme nel rispetto delle leggi, anziché contestandole persino con orgoglio. E quindi vanificandole, per tornare alla constatazione e alla denuncia della premier.

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