Emanuele Fiano meriterebbe un ufficio al Nazareno, se la Schlein avesse buon senso

Ancora scioccato dall’esperienza vissuta in una delle sedi dell’Università veneziana Cà Foscari, dove ragazzi dichiaratamente comunisti, con tanto di falce e martello sullo striscione di riconoscimento, avevano interrotto un suo intervento sul Medio Oriente e negato il diritto a parlare perché “sionista”, l’ex deputato del Pd orgogliosamente ebreo Emanuele Fiano, Lele per gli amici, ha raccontato la sua esperienza al Corriere della Sera. Un racconto dal quale non so francamente chi esca peggio fra i ragazzi “tecnicamente fascisti”, come ha dato ad uno di loro lo stesso Fiano, o i commessi universitari che si sono coperti dietro il pretesto dell’orario per promuovere l’uscita di tutti dalla sala: contestatori e contestati. Fra i quali Fiano ha dignitosamente preteso, riuscendovi, di essere l’ultimo ad allontanarsi, continuando nel frattempo a battibeccarsi con gli studenti ostili. Che si erano distinti opponendo il segno della P38 degli anni piombo a quanti protestavano contro il pubblico solidale con Fano.

         Dichiaratamente “socialdemocratico” perché sempre consapevole, anche quando il suo partito si chiamava comunista, del carattere criminoso del comunismo bolscevico, Lele Fiano ha voluto essere generoso col Pd. Dove ha assicurato che non esiste dell’antisemitismo, nè diretto né di riporto, neppure da parte di quanti hanno recentemente accettato di manifestare nelle piazze, particolarmente a Roma, in cortei aperti da uno striscione che equiparava alla Resistenza di memoria italiana il terrorismo praticato da Hamas in Medio Oriente per sostenere la causa della Palestina. Una terra i cui abitanti sono diventati a Gaza ostaggi dei loro presunti difensori che hanno costruito sotto le loro case, le loro scuole, i loro ospedali, le loro strade e piazze le postazioni militari della lotta a Israele. Che sono ancora operanti nella fragilissima tregua sopraggiunta agli accordi firmati in terra egiziana e intestatisi dal presidente americano Donald Trump.

         C’è molto da fare in questi giorni al Nazareno, seguendo eventi parlamentari, di piazza e di correnti più meno di partito.  Sarebbe bello se la segretaria del Pd si facesse venire l’idea di aprire un ufficio, con tanto di competenze adeguate ai problemi di cui si occupa Fano, affidandoglielo. Bello, perciò improbabile.

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Al Quirinale con vista…di controllo su Palazzo Chigi

Con un articolo di Giulia Merlo pur intriso di “voci”, “suggestioni” e persino “chiacchiere”, testualmente e onestamente, il Domani di Carlo De Benedetti ha fatto squillare a sinistra l’allarme di una “idea pazza” del centrodestra da realizzare fra quattro anni, alla scadenza del secondo mandato di Sergio Mattarella alla Presidenza della Repubblica. Una “idea pazza” per lo stesso centrodestra, dove sarebbero in agitazione più candidati alla successione a Mattarella, e a quella a Gorgia Meloni a Palazzo Chigi se la l’attuale premier raddoppiasse e andasse poi al Quirinale.  Ma un’idea ancor più “pazza” e devastante per la sinistra di qualsiasi campo, largo o stretto, lungo o corto, impegnata a costruire un’alternativa alla destra, tout court, per ora sperimentata e sperimentabile a livello locale.

         La Meloni al Quirinale, che non sarebbe solo la prima donna a salire così in alto, ma  il primo presidente del Consiglio  a trasferirsi direttamente al vertice dello Stato, come avrebbe voluto fare, senza riuscirvi, Giulio Andreotti nel 1992, sarebbe sostituita a Palazzo Chigi dall’attuale ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Ma in veste più di tecnico che di leghista, perché come uomo del Carroccio potrebbe magari aspirarvi Matteo Salvini direttamente, presumibilmente stanco di essere stato vice presidente del Consiglio, prima di Giuseppe Conte, nel governo gialloverde del 2018, e poi in quello, anzi nei due prevedibili della Meloni. Che gli stessi tramortiti di sinistra, pur aspirando alla già ricordata alternativa, temono di dovere subire.

         L’unica speranza degli alternativisti, di tendenza elliana, dalla segretaria del Pd Elly Schlein, o di tendenza contiana, da Giuseppe Conte appena confermato con dati bulgari presidente solo del Movimento 5 Stelle, o di qualsiasi altra natura dovesse aggiungersi, è riposta nell’implosione del centrodestra. Che, poveretti, lor signori cercano di favorire, o alimentare come un fuoco, facendosi venire e diffondendo idee come quella “pazza”, appunto, attribuita alla Meloni e a Giorgetti di spartirsi praticamente da soli Quirinale e Palazzo Chigi. Una cosa riuscita qualche volta alla Dc, a dispetto della pratica della cosiddetta alternanza, e una volta sola, più per caso e che per calcolo, ai socialisti quando sedettero contemporaneamente Sandro Pertini al Quirinale e Bettino Craxi a Palazzo Chigi.

         Per ora gli alternativisti, ripeto, possono solo impanicarsi, da panico, e sognare il suicidio politico degli avversari. I più riflessivi fra loro, i meno disperati almeno nelle apparenze, stanno scoprendo e sperimentando la vecchia pratica democristiana della convegnistica.  Che si aggiungeva, qualche volta    persino sostituendosi alle riunioni di direzione o di consiglio nazionale o ai congressi. Si consolidavano così, o si spaccavano, correnti e sottocorrenti, chiarendo spesso più i rapporti di forza che le idee.

L’ultimo e più famoso, anzi prestigioso regista di quella pratica fu Aldo Moro. Che già quando gli capitò di essere segretario del partito ma ancor più dopo, quando ne fu solo il presidente o “il regolo”, come lo chiamava Indro Montanelli, raccomandava nei momenti difficili di “scomporre per ricomporre”. Egli tentò di farlo pure con gli aguzzini delle brigate rosse che lo avevano sequestrato nel 1978, portandoli a spaccarsi nella decisione sulla fine da riservagli. Ma fu una spaccatura rapidamente ricomposta nel peggiore dei modi, con la sua esecuzione nel bagagliaio di un’auto, fra atroci sofferenze ricostruite dagli esperti esaminandone i resti, essendo la morte sopraggiunta per dissanguamento, non per un colpo secco e mirato al cuore.

         Ma torniamo alla Dc e al partito che presume di averne preso di più il posto, che è il Pd debitore con l’area di provenienza cattolica della promessa di una prossima tessera di iscrizione con l’immagine di un democristiano, dopo quella di Enrico Berlinguer. Non mi sembra francamente di vedere, al Nazareno e dintorni, uomini in qualche modo paragonabili davvero a Moro.

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L’idea “pazza” diffusa a sinistra di Meloni al Quirinale e Giorgetti a Palazzo Chigi

         A sinistra, in crisi ormai anche depressiva e non solo politica per la tenuta sondaggistica a livello nazionale, ed elettorale in sede locale, del governo di Giorgia Meloni, pur alle prese con la scadenza generalmente difficile e impopolare della manovra finanziaria di fine anno collegata al bilancio, si fanno avanti col panico. E lanciano, attraverso Domani, il giornale del sempre vigile ingegnere Carlo De Benedetti, la “pazza idea” del centrodestra di mandare al Quirinale fra cinque anni, alla scadenza del secondo mandato di Sergio Mattarella, l’ancora premier confermata nelle elezioni del 2027, e insediare a Palazzo Chigi l’attuale ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Ma considerandolo più in tecnico che un leghista. Un’idea tanto pazza, ripeto, che starebbero impazzendo, appunto, anche nel centrodestra, dove non mancano ambizioni di altri, per quanto non ancora confessate, tanto alla Presidenza della Repubblica quanto alla Presidenza del Consiglio.

         I due, Meloni e Giorgetti, uniti proprio in questi giorni nel difendere i conti dello Stato dalle critiche e dall’assalto delle opposizioni, ma anche di parti più o meno consistenti della stessa maggioranza, sono ormai per Giorgia Merlo di Domani una coppia politica consolidata. E temuta. “I due si sentono, si fidano l’una dell’altro si stimano”, ha scritto la cronista. Che per fortuna di è fermata qui. Non è andata oltre prospettandone l’innamoramento. La Meloni peraltro, si sa, è anche una singola sentimentalmente dopo la rottura abbastanza clamorosa col compagno, padre della figlia Ginevra. Giorgetti risulta ancora felicemente sposato, e padre di una figlia pure lui, ma tutto -si sa- potrebbe accadere. Anche un’altra cosa “pazza”.

         Siamo ormai, ripeto, alla follia ammessa dalla stessa giornalista in un lungo articolo   fortunatamente scampato alla tentazione di qualcuno di sistemarlo come spalla o apertura, come si dice in gergo tipografico, della prima pagina del giornale debenedettiano. E’ finito in prima pagina lo stesso, ma in basso a sinistra, con un richiamo visibile ma non troppo.  

Ripreso da http://www.statmag.it        

Il Conte in edizione bulgara al vertice del Movimento 5 Stelle

Sarebbe troppo facile, persino banale, commentare la conferma di Giuseppe Conte a presidente del Movimento 5 Stelle rilevandone solo il carattere bulgaro, come si dice da quando la Bulgaria fu il paese più monolitico e disciplinato fra gli alleati o satelliti dell’Unione Sovietica.

         La rielezione è avvenuta senza concorrenti e con quasi il 90 per cento dei voti espressi, in particolare con 53.353 sì e 6.307 no, per un totale quindi di 59.660 votanti. Altri 42.123 dei 101.783 iscritti e aventi il diritto di partecipare all’elezione col metodo elettronico non hanno trovato il tempo e soprattutto la voglia di digitare un sì o un no. Se Conte abbia gradito o no, e davvero, tanto assenteismo, diciamo così, non si è riusciti a capire. E tanto meno si sa, almeno mentre scrivo, come l’abbia presa nel suo ritiro e silenzio, destinato a durare chissà quanto, il fondatore ed ex garante del movimento Beppe Grillo.

         Sarebbe troppo facile e pesino banale, dicevo, soltanto ironizzare sull’edizione ed elezione bulgara di Conte. E perciò non lo faccio. Prendo anzi sul serio la conferma e la fine del regime di proroga in cui Conte ha dovuto ultimamente operare, facendo anche scelte di un certo impegno, come il tipo di rapporto col Pd rimproveratogli dall’ormai ex vice presidente del movimento, ed ex sindaca di Torino, Chiara Appendino attribuendogli  la responsabilità delle perdite in questo turno autunnale di elezioni regionali, sia dove la sinistra in qualche modo associata ha perduto, come nelle Marche e in Calabria, sia dove ha vinto, come in Toscana.

         Per difendersi dalle critiche dell’Appendino e guadagnarsi la conferma a presidente pentastellato Conte ha ritenuto di smentire che si sia davvero alleato col Pd della Schlein. L’alleanza, come il cosiddetto campo largo perseguito con ostinazione dalla segretaria del Nazareno, sarebbe anch’essa una forzatura, una espressione o invenzione “giornalistica”. C’è solo una disponibilità a intese, per ora solo locali, nelle quali Conte si propone di essere irriducibilmente “scomodo”. Quanto si presume ragionevolmente che debbano sentirsi anche gli altri, a meno di una loro vocazione non eroica ma masochistica.   

         Sia a livello locale sia, un giorno, a livello nazionale per diventare davvero l’alternativa al centrodestra, come Pier Luigi Bersani raccomanda di chiamare il campo largo sgradito a Conte, rimarrebbe a operare contro il governo uno schieramento com’è quello attuale. Il cui limite di non avere un programma e una credibilità è riconosciuto da una parte consistente del Pd, compreso l’uomo che viene considerato, nei salotti televisivi dove viene invitato, al di sopra delle parti, pronto a dare consigli e rassegnato a non vederli applicati: l’ex presidente del Consiglio e professore emerito Romano Prodi. Che, ospite qualche giorno fa di Lilli Gruber, è tornato ad ammettere che l’alternativa al centrodestra, per quanto diviso anch’esso sulla manovra finanziaria appena proposta al Parlamento, semplicemente e dannatamente non c’è.

Pubblicato sul Dubbio

Il presunto plebiscito che ha confermato Conte alla presidenza delle 5 Stelle

         Mi sembra francamente troppo quel “plebiscito” annunciato in prima pagina dal simpatizzante, a dir poco, Fatto Quotidiano a proposito della conferma con voto elettronico di Giuseppe Conte a presidente del MoVimento già grillino delle 5 Stelle. Un’esagerazione che lo stesso giornale diretto da Marco Travaglio ha contraddetto titolando anche sulla consistenza del risultato. Non il quasi 90 per cento dei votanti trionfalmente annunciati dal partito nel comunicato ufficiale, ma il 58.6 per cento degli “iscritti votanti”, ha pasticciato Il Fatto. Pasticciato, perchè i votanti sono stati un po’ più della metà dei 101 mila iscritti. Il che significa che a confermare Conte presidente del partito è stato pressappoco un iscritto su due: non proprio un plebiscito. Piuttosto una spaccatura.

         A ridimensionare la rielezione di Conte contribuisce anche la circostanza ben poco, o per niente competitiva dell’assenza di uno sfidante. Di solito chi tiene davvero ad una vittoria credibile, diciamo così, evita di correre da solo e si cerca lui stesso un competitore.

         Il voto comunque c’è stato, con tutte le certificazioni notarili del caso, e si è ormai passati a tutti gli effetti, sotto le 5 Stelle, da un primo ad un secondo movimento, come accadde una trentina d’anni fa alla Repubblica, passata dalla prima alla seconda. Si vedrà nel caso del partito ormai di Conte, se e con quali reazioni del fondatore deposto, attese dai fedelissimi che non sono sicuramente soltanto i 6.300 e rotti iscritti  che hanno partecipato alla votazione per digitare no.   

La rete di sicurezza che manca ai magistrati nel referendum su di loro

Sembra una concessione, magari alla corrente alla quale appartiene e che è comunemente considerata a destra nella geografia dell’associazione nazionale delle toghe magistrati, Magistratura Indipendente, ma non lo è per niente la promessa del presidente Cesare Prodi di non politicizzare l’avversione referendaria alla riforma della giustizia targata Nordio. Dal nome del guardasigilli     che se l’è volentieri intestata.

         Il governo -si è impegnato Parodi parlando nel “palazzaccio” romano della Cassazione ad un’assemblea di colleghi in attività o in pensione, o semplicemente passati ad un’altra professione continuando a indossare la toga nel cuore, non sarà l’obbiettivo della campagna referendaria. Lo saranno solo la separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri, la correlata divisione del Consiglio Superiore della Magistratura, il sorteggio al posto delle relative elezioni spartitorie fra le correnti, l’alta corte di giustizia introdotte dalla riforma. Come se un provvedimento di tale portata, dopo almeno una trentina d’anni di confusione, a dir poco, nella gestione della giustizia, potesse prescindere dal governo e dalla maggioranza che l’hanno concepita. E non nascosta, ma promessa agli elettori che hanno gradito facendo vincere al centrodestra le elezioni anticipate -non dimentichiamolo- di tre anni fa.

         La concessione -o la finta, come dicono a Roma- del presidente dell’associazione nazionale dei magistrati nasce dalla consapevolezza realistica, direi, della stabilità del governo in carica. Che, pur mantenendo i conti sotto controllo, cosa generalmente poco popolare, è riuscito a tenere e persino a migliorare la sua credibilità elettorale. Tanto che gli aspiranti all’alternativa del campo largo ed altre diavolerie in natura sono letteralmente disperati all’idea di una conferma del centrodestra fra due anni, in occasione del rinnovo delle Camere. Dove si sono peraltro accorti nel Pd e dintorni che per la prima volta nella storia della Repubblica potrà patire per il  Quirinale nel 2029, alla scadenza del mandato di Sergio Mattarella, non solo la stessa donna già arrivata per prima a Palazzo Chigi ma un Capo dello Stato dichiaratamente, orgogliosamente  centrodestra. Di un centrodestra trasparente, non pasticciato, improvvisato e nascosto come ai tempi, nella cosiddetta prima Repubblica, di Giovanni Gronchi, Antonio Segni e Giovanni Leone. Alla cui elezione concorsero dietro le quinte parlamentari dell’allora Movimento Sociale. D’altronde, anche il capo dello Stato provvisorio Enrico De Nicola e il primo presidente Luigi Einaudi non erano certamente arrivati dalla sinistra.

         La stabilità del centrodestra italiano nella situazione interna, per non parlare della situazione internazionale, nel cui contesto la Meloni è ancora più apprezzata, è un doppio handicap per i magistrati mobilitatisi contro la riforma costituzionale in  arrivo. Essi sanno che, perdendo la partita, non potranno realisticamente puntare ad un recupero parlamentare come quello che nel 1988, all’epoca dell’unico governo di Ciriaco De Mita, li salvò dalla responsabilità civile derivata l’anno prima dal referendum abrogativo delle norme ordinarie che li mettevano al riparo totale da errori e inadempienze, volute o non.

         A togliere lor signori togati dal vicolo cieco in cui erano finiti col referendum promosso da radicali e socialisti fu, nel già citato governo De Mita, un guardasigilli socialista come Giuliano Vassalli, nel silenzio imbarazzato dell’ormai ex presidente del Consiglio e compagno di partito Bettino Craxi. Silenzio imbarazzato ma non sorpreso, credo, perché Vassalli era stato tra i pochi socialisti, se non l’unico, contrario al referendum per l’introduzione della responsabilità civile. La sorpresa magari Vassalli la procurò a Craxi lasciando praticamente scrivere ai magistrati del suo Ministero la legge che restituì alle toghe una protezione forse anche superiore alla precedente.

         Quell’esperienza politica e legislativa oggì è irripetibile, per fortuna.

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Il referendum in arrivo sulla magistratura, altro che sul governo Meloni

         Cesare Parodi, il presidente dell’associazione nazionale dei magistrati mobilitatasi con largo anticipo per il referendum cosiddetto confermativo della riforma della giustizia non ancora approvata del tutto dalle Camere, mancandole l’ultimo passaggio, ha appena detto da un raduno dei suoi colleghi – in attività o in pensione, o passati ad altro lavoro ma con la toga ancora sul cuore, come si vantava la buonanima di Oscar Luigi Scalfaro al  Quirinale- che  il governo non sarà l’obiettivo della lotta. I magistrati ne hanno detto, dicono e fanno di tutti i colori con le loro incursioni in campo governativo, fra  le proteste della premier Giorgia Meloni e il sarcasmo, spesso, del guardasigilli Carlo Nordio, ma non perseguono, per carità, la crisi.

         Meloni, Nordio e via via tutti i ministri e i partiti della coalizione di centrodestra dovrebbero ringraziare di tanta generosità e responsabilità Parodi, peraltro appartenente a Magistratura indipendente, la corrente più a destra o meno a sinistra, come preferite, dell’arcipelago politico dell’associazione. Ma credo che non lo faranno perché non sprovveduti, o non ancora, al punto di scambiare lucciole per lanterne, come si dice. La vocazione antigovernativa del sindacato delle toghe, nei riguardi di qualsiasi Gabinetto ministeriale, di destra o di sinistra, impegnato in qualche riforma vera, non verbale, della giustizia è ormai troppo evidente per essere ignorata.

         Ma ciò che Parodi mostra, con la sua sortita, di non avere avvertito con tutti i suoi colleghi è che il referendum in arrivo, diciamo così, sarà ormai sulla giustizia, più ancora che sulla sua riforma. Su come essa funziona, a carriere congiunte di giudici e pubblici ministeri, e con l’autogestione attraverso il Consiglio Superiore della Magistratura eletto dalle correnti.

         Il referendum sta arrivando nel momento forse peggiore per la giustizia gestita dalle norme e abitudini correnti. Sul delitto di Garlasco di una ventina d’anni fa si stanno vedendo cose a dir poco sconcertanti, con un condannato definitivo che sconta la sua pena mentre i magistrati competenti, per territorio e altro, ne stanno demolendo il processo.

         Sul delitto di 45 anni fa del fratello del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, Piersanti, presidente della regione siciliana, è stato appena disposto l’arresto di un ex questore ed ex prefetto che ha fatto la sua carriera non so se a causa o nonostante gli errori, a dir poco, nelle indagini  sui partecipò a suo tempo, nella Squadra Mobile di Palermo. Non parliamo, poi, di quelle condotte da altri ancora sul delitto del magistrato Paolo Borsellino nel 1992, trentatre anni fa.

         Sull’assoluzione definitiva, ancora fresca di stampa, del compianto Silvio Berlusconi dalle accuse di mafia che gli avevano rovinato una trentina d’anni di vita, proprio Parodi ha praticamente contestato alla figlia Marina il diritto di lamentarsi, come ha fatto in una lettera al Giornale, perché il sistema giudiziario si sarebbe rivelato efficiente. Il treno dell’assoluzione, diciamo così, è arrivato in ritardo, ma è pur sempre arrivato, senza disperdersi.

A Filippi, dicevano i romani. Al referendum, possiamo dire oggi pensando a questa giustizia, con la minuscola. E a questa magistratura..

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La sinistra che Conte si vanta di avere condannato alla sua scomodità

Fra persone normali e/o civili ci si scambia di solito l’invito a stare comodi. Ma Giuseppe Conte, l’ex presidente del Consiglio aspirante a tornare ad esserlo, per ora impegnato solo a farsi confermare elettronicamente, con i vecchi riti grillini,  presidente del Movimento 5 Stelle        , è particolare anche inquesto. Egli si è difeso dall’accusa della vice presidente dimissionaria del partito ed ex sindaca di Torino Chiara Appendino di essere troppo accomodante nei rapporti col Pd, negando di esservisi mai alleato davvero, almeno a livello nazionale. E poi promettendo, assicurando e quant’altro che sarà comunque un interlocutore “scomodo” per chiunque volesse interloquire con lui. Dalla stessa Appendino, nel ruolo che le dovesse toccare nel gruppo dirigente del movimento pentastellato, alla segretaria del Pd Elly Schein e a quant’altri dovessero avere l’occasione di un rapporto politico con cotanta personalità.

         Siamo al paradosso anche fisico, o psicanalitico, di una comodità consistente nella scomodità da infliggere agli altri. Così forse si potrebbe capire e spiegare anche la storia dei rapporti avuti da Conte con Beppe Grillo e, prima ancora di lui, con Matteo Salvini, suo vice presidente del Consiglio nel primo dei suoi due governi, col collega ed amico di partito Luigi Di Maio nel suo secondo governo e con Mario Draghi quando gli dovette cedere Palazzo Chigi, nella scorsa legislatura. E’ stata tutta una storia di scomodità volontariamente vissute, anzi cercate, dentro ma anche fuori dai confini nazionali, perché in politica estera Conte ha ondeggiato fra Stati Uniti, Cina, Russia, da solo o in compagnia di Grillo prima che i loro rapporti si rompessero.

         Lui personalmente e politicamente, col movimento passato più o meno dalle cinque stelle al cinque per cento dei voti locali, chissà quanto a livello nazionale fra due anni, Conte ha sofferto della scomodità così orgogliosamente e ostinatamente cercata. Ma ne ha sofferto anche il complesso della sinistra di cui egli si sente parte come “progressista indipendente”, anche da se stesso in qualche occasione in cui ha cambiato repentinamente posizione su problemi e uomini.

         Con una sinistra ridotta in questi termini a dir poco confusionari sono state un po’ di generosa ingenuità l’altra sera, a Otto e mezzo su La 7, Lilli Gruber e Lina Palmerini a chiedere all’ospite Romano Prodi le ragioni per le quali Giorgia Meloni riesca tenere i conti a posto senza perdere consensi, anzi aumentandoli, e gli antagonisti no. Compreso lo stesso Prodi quando gli capitò di “vincere due volte su Berlusconi”, come ha ricordato in paticolare la Gruber inorgogliendolo, ma poi non riuscendo a governare per più di un anno e mezzo e mandando alla sconfitta prima l’Ulivo, costretto a cambiare persino nome, e poi l’Unione.

         Incalzato imprevedibilmente dalle sue interlocutrici pur simpatizzanti verso di lui, Prodi mi è sembrato ad un certo punto annaspare nelle sue smorfie. Ma alla fine il professore ha dovuto ingoiare il rospo e ammettere che l’ancor suo Pd, dove lui vive praticamente all’attico dispensando consigli a chi glieli va a chiedere, è privo da solo e in compagnia degli altri aspiranti all’alternativa di un programma. Anzi, di una prospettiva. E gli elettori o preferiscono il partito di maggioranza che è diventato quello delle astensioni o votano a destra. Senza neppure turarsi il naso come la buonanima di Indro Montanelli raccomandava a quanti riusciva a convincere a votare per la Dc. Giulio Andreotti se ne rammaricava in pubblico ma, diavolo di un realista, lo ringraziava ricevendolo ogni tanto nel suo studio privato davanti a Montecitorio, a pochi passi dalla redazione romana del suo Giornale.

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L’affanno televisivo di Romano Prodi con Lilli Gruber e Lina Palmerini

         Pur messo a suo agio dalla conduttrice Lilli Gruber, che lo aveva salutato e rappresentato come l’uomo uscito due volte vincitore dalle elezioni sulla buonanima di Silvio Berlusconi, senza riuscire tuttavia – anche se la giornalista  ha omesso di ricordarlo- a governare per non più di un anno e mezzo, in entrambe le occasioni; pur messo, dicevo, a suo agio, Romano Prodi non ha saputo rispondere         alla domanda chiave della sua mezz’ora televisiva a la 7.

         E’ accaduto, in particolare, che l’altra ospite del salotto, Lina Palmerini di 24 Ore, spalleggiata poi a sorpresa dalla conduttrice, ha chiesto a Romano Prodi, compiaciuto del realismo che ha costretto la premier Giorgia Meloni a tenere i conti sotto controllo, un po’ come ai suoi tempi a Palazzo Chigi, perché mai il governo sia riuscito a conservare intatto, se non addirittura migliorare, il consenso elettorale. Diversamente dalla sinistra che, da una ventina d’anni, non vince le elezioni: da quando, proprio con Prodi alla guida dell’Unione subentrata all’Ulivo, essa la spuntò per un soffio grazie ai centomila voti di Clemente Mastella in Campania, premiato per questo con il Ministero della Giustizia. Che l’attuale sindaco di Benevento dovette lasciare, provocando una crisi sfociata nello scioglimento anticipato delle Camere, per un’indagine giudiziaria di dimensioni familiari dalla quale naturalmente sarebbe poi uscio indenne, o quasi, al processo.

         Prodi ad un certo punto, e magari a torto, mi è apparso supplichevole nei riguardi della conduttrice e dell’ospite perché non insistessero a reclamare una risposta, non un borbottio o qualche smorfia delle sue, alla domanda. Che in fondo portava pensiero e retropensiero degli spettatori alla crisi politica, elettorale e persino culturale della sinistra aspirante all’alternativa al centrodestra in un campo accidentato, più che largo come lo definisce la segretaria del Pd Elly Schlein. E come non vuole sentirlo definire l’ex presidente del Consiglio, ora presidente solo del MoVimento 5 Stelle Giuseppe Conte. Che ha appena ribadito, difendendosi dalle accuse di remissività mossegli dalla vice presidente dimissionaria del partito Chiara Appendino, di voler essere non un alleato ma uno “scomodo” interlocutore dei dirigenti di casa al Nazareno.

         Quanto più Conte riuscirà ad essere o apparire scomodo, ripeto, nel rapporto col Pd, continuando lo stesso peraltro a perdere voti nelle elezioni regionali di turno, tanto più lo schieramento di sinistra nel suo complesso affonderà nel partito dell’astensione, ormai in maggioranza stabile nel Paese. Altro che l’alternativa al centrodestra, anzi alla “destra estrema”, come la segretaria del Pd usa dire in uscite anche all’estero per rappresentare l’Italia sull’orlo della dittatura, se non già immersavi   sino al collo.

Il sedativo, diciamo così, di Ernesto Galli della Loggia a Elly Schlein

         Lo storico, professore, scrittore Ernesto Galli della Loggia è forse, fra gli editoralisti del Corriere della Sera, quello preferito dall’editore Urbano Cairo. Che però non può dirlo non tanto per riguardo nei confronti degli altri  che scrivono per la sua testata, quanto per quieto vivere, diciamo così. Per non finire nella lista nera -o rossa, se preferite- di una sinistra della quale lo stesso Galli della Loggia si è chiede oggi se abbia davvero un’idea dell’Italia in cui vive, non apparendogli giustamente credibile quella lamentata, per esempio, dalla segretaria del Pd Elly Schlein. Alla quale manca ormai solo l’invito a salire sulle montagne per resistere in armi alla “estrema destra” della premier Giorgia Meloni, da troppo tempo a Palazzo Chigi, decisa a sorpassare anche Silvio Berlusconi, dopo avere superato Bettino Craxi nella storia della Repubblica.

         I giudizi liquidatori della Schlein e amici o alleati, di qualsiasi natura e grandezza sia il “campo” in cui operano per costruire l’alternativa, derivano secondo Galli della Loggia dalla vecchia, solita, perniciosa “convinzione” della sinistra e dintorni che “solo essi sono dalla parte giusta, rappresentando tutti gli altri “il male”. In una concezione “etica” -ha scritto l’editorialista del Corriere della Sera– della politica. Almeno di quella propria, della sinistra.

         L’ultimo, anzi penultimo della Schlein, potendoci aspettarne un altro anche in giornata, è il grido d’allarme lanciato contro la vendita in corso, non nelle edicole ma nel mercato finanziario da parte del nipote maggiore del compianto Gianni Agnelli, dei giornali del gruppo Gedi, compresa La Stampa storicamente di famiglia, a un editore greco del quale evidentemente sono state fornite alla segretaria del Pd notizie poco rassicuranti. Un editore cortigiano, come direbbe Maurizio Landini, o “prezzolato”, secondo il linguaggio dei pentastellati, al servizio della Meloni. Che non si accontenterebbe dei cortigiani o prezzolati di casa.  Datele, per favore, al Nazareno un sedativo.

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